<?xml version="1.0"?>
<rss version="2.0">
   <channel>
      <title>Le guerre puniche by Emanuele</title>
      <link>https://padlet.com/emanuele_pennin/guerrepuniche</link>
      <description>II p e II Q Giardino</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2016-11-24 14:34:08 UTC</pubDate>
      <lastBuildDate>2016-12-01 10:39:38 UTC</lastBuildDate>
      <webMaster>hello@padlet.com</webMaster>
      <image>
         <url>https://padlet-assets.s3.amazonaws.com/icons/Pictureland.png</url>
      </image>
      <item>
         <title>Le cause della guerra</title>
         <author>emanuele_pennin</author>
         <link>https://padlet.com/emanuele_pennin/guerrepuniche/wish/139772966</link>
         <description><![CDATA[<div>&nbsp;Sin dal 509 a.C. le due città avevano infatti intrattenuto rapporti decisamente amichevoli, che avevano infine portate a stabilire e riconoscere le rispettive <strong>sfere d’influenza</strong>: l’Italia per Roma, l’Africa, la Sicilia, la Sardegna e le coste meridionali della Spagna per Cartagine.<br><br></div><div>In un’occasione, nel 279 a.C., le due potenze erano addirittura arrivate a siglare un <strong>trattato di alleanza militare</strong> per respingere la minaccia rappresentata da <strong>Pirro</strong>, il re dei Molossi chiamato in Italia da Taranto per fronteggiare i Romani, il quale nel 278 a.C. aveva esteso le sue ambizioni di conquista anche su quella parte della Sicilia controllata dai cartaginesi.<br>Al di là di queste premesse, è comunque importante sottolineare che nel 272 a.C. le due città, seppur ancora in rapporti cordiali e amichevoli, stavano ormai entrando in rotta di collisione a causa delle reciproche <strong>ambizioni espansionistiche</strong>: da una parte Roma, conquistata ormai l’egemonia sulla parte meridionale della penisola italica, cominciava a guardare con sempre più interesse alla possibilità di espandersi anche in Sicilia - una delle regioni più ricche del Mediterraneo -, dall’altra Cartagine, consapevole dell’ambizione dei Romani, era decisa ad anticipare le loro mosse e a completare la conquista dell’isola, verosimilmente con l’obiettivo, in un secondo momento, di estendere a sua volta le proprie mire espansionistiche sull’Italia meridionale.<br><br></div><div>A far precipitare la situazione fu comunque, alla fine, un incidente provocato dalla popolazione dei <strong>Mamertini</strong>. Questi erano dei mercenari di origine campana che verso la fine del IV secolo a.C. avevano prestato servizio in Sicilia agli ordini di Agatocle, tiranno di Siracusa. Alla morte di quest’ultimo (289 a.C.) i Mamertini si erano impadroniti con la forza della città di <strong><em>Messana</em></strong><strong> (Messina)</strong>, e negli anni seguenti avevano utilizzato questa città come base per compiere continue scorrerie in tutta la Sicilia nord-orientale. Nel <strong>264 a.C.</strong> il comandante siracusano <strong>Gerone</strong> riuscì tuttavia a infliggere ai Mamertini una pesante sconfitta presso il fiume <strong>Longano</strong>. I mercenari, timorosi che Gerone continuasse nella sua azione avanzando con le sue truppe fino a Messina, decisero allora di chiedere aiuto ai Cartaginesi, che da secoli si contendevano proprio con i Siracusani il dominio sulla Sicilia. I Cartaginesi risposero ben volentieri all’invito dei Mamertini e posero una propria guarnigione a Messina, convincendo così Gerone a ritornare a Siracusa. Ben presto, tuttavia, i Mamertini si stancarono della presenza dei Cartaginesi che, a loro avviso, stavano cercando di approfittare della situazione per estendere la loro influenza anche sulla parte orientale dell’isola. I mercenari inviarono quindi una <strong>richiesta di aiuto ai Romani</strong>.<br>A Roma la questione fu a lungo dibattuta dal Senato. Da una parte diversi senatori si mostravano scettici sulla possibilità di intervenire in Sicilia, essenzialmente perché <strong>non sussistevano ragioni valide per aiutare i Mamertini</strong> (non legati a Roma da alcun patto d’alleanza). Dall’altra, tuttavia, in molti erano convinti che un intervento si rendesse necessario per <strong>arginare l’espansione cartaginese in Sicilia</strong> e impedire una pericolosa <em>escalation</em>: la conquista di Messina avrebbe infatti fornito ai Cartaginesi un’ottima base non solo per completare la conquista dell’isola, ma per lanciare in futuro un’offensiva sul territorio italico.<br>Alla fine, vista l’indecisione del Senato,<strong> la questione fu risolta dal popolo</strong>, il quale, attirato dalle prospettive di guadagno offerte da una guerra in un territorio ricco come quello siciliano, votò per<strong> inviare a Messina un contingente armato</strong>. Il console di quell’anno, Appio Claudio <em>Caudex</em>, attraversato lo stretto con un esercito di due legioni, prese quindi posizione a Messina cacciando la guarnigione cartaginese. Aveva inizio la prima guerra punica.<br><br></div>]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2016-11-24 14:37:33 UTC</pubDate>
         <guid>https://padlet.com/emanuele_pennin/guerrepuniche/wish/139772966</guid>
      </item>
      <item>
         <title>La prima guerra punica</title>
         <author>emanuele_pennin</author>
         <link>https://padlet.com/emanuele_pennin/guerrepuniche/wish/139773387</link>
         <description><![CDATA[<div>In un primo momento le operazioni militari volsero decisamente in favore dei Romani. Dopo aver liberato Messina dai Cartaginesi (cui si erano momentaneamente uniti anche i Siracusani), i consoli del <strong>263 a.C.</strong> si misero in marcia su Siracusa e dopo un breve assedio convinsero <strong>Gerone</strong>, diventato nel frattempo<strong> re dei Siracusani</strong>, a firmare <strong>un trattato di pace</strong> con il quale si impegnava a combattere a fianco dei Romani e a prestare loro aiuti economici per il rifornimento delle legioni in Sicilia.</div><div><figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:308,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_2.jpg&quot;,&quot;width&quot;:411}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_2.jpg" width="411" height="308"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div><br>A questo punto i Romani, che pur avevano ottenuto importanti vittorie campali, si resero conto che per dare una vera svolta al conflitto era necessario procedere con la costruzione di<strong> una flotta da guerra: </strong>fu costruita, in pochi mesi, <strong>un’imponente flotta di 120 navi</strong> (100 quinquiremi e 20 triremi). Nel <strong>260 a.C.</strong> il console Caio Duilio sfidò quindi a battaglia i Cartaginesi e al largo di <strong>Milazzo</strong> i Romani riportarono una netta vittoria. A risultare decisivo fu, in quest’occasione,<strong> l’utilizzo dei “corvi”</strong>, passerelle mobili dotate di uncini che venivano calate sulle navi nemiche permettendo così ai legionari romani - superiori nel corpo a corpo rispetto ai mercenari cartaginesi - di compiere l’abbordaggio.<figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:271,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_3.jpg&quot;,&quot;width&quot;:410}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_3.jpg" width="410" height="271"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div>Nel 256 a.C. riportarono un’altra significativa vittoria sulla flotta cartaginese presso <strong>capo Ecnomo</strong>. Forti di questo successo e vista la stagnazione delle operazioni sulla terraferma, i Romani decisero allora di dare avvio a un ambizioso progetto strategico, vale a dire l’<strong>invasione dell’Africa</strong>.<br><br></div><div>A capo delle operazioni furono posti i consoli del <strong>256 a.C.</strong>, <strong>Marco Atilio Regolo</strong> e Lucio Manlio Vulsone, i quali, sbarcati con facilità sulle coste africane presso capo Bon, ottennero un primo successo sulle armate puniche nella battaglia di <strong>Aspis</strong>. <br>I Cartaginesi, in evidente difficoltà, inviarono allora ambasciatori a Regolo per trattare la possibile conclusione del conflitto. Il console romano, tuttavia, imbaldanzito dai recenti successi, impose <strong>condizioni estremamente dure</strong> che prevedevano per Cartagine non solo la rinuncia della Sicilia e della Sardegna, ma anche la completa distruzione della flotta e il pagamento di un’ingente indennità di guerra.<br>Il sinedrio cartaginese rifiutò le condizioni del console e con un enorme sforzo finanziario arruolò nuovi mercenari tra cui il comandante spartano <strong>Santippo</strong>. Quest’ultimo, giunto a Cartagine, procedette a una profonda riorganizzazione dell’esercito punico e l’anno successivo (<strong>255 a.C.</strong>) inferse a Regolo una pesantissima sconfitta (<strong>battaglia di Tunisi</strong>) che costrinse i Romani ad abbandonare ogni velleità di continuare la guerra in Africa. <strong>Lo stesso console fu fatto prigioniero</strong> e secondo la tradizione fu inviato dai Cartaginesi a Roma per offrire condizioni di pace, ma con la promessa, se i negoziati fossero falliti, di ritornare in Africa. Il Senato tuttavia, proprio sotto consiglio di Regolo, si rifiutò di intavolare qualsiasi trattativa, e il console, nonostante le proteste dei concittadini, fece allora ritorno a Cartagine dove subì <strong>un terribile supplizio</strong>.<br><br></div><div>&nbsp;<br><br></div><div><figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:343,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_4.jpg&quot;,&quot;width&quot;:411}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_4.jpg" width="411" height="343"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div><strong><br></strong>I lunghi anni di guerra avevano nel frattempo minato profondamente le risorse economiche delle due città. Da una parte Roma, seppur padrona ormai di gran parte della Sicilia, non riusciva a sferrare il colpo decisivo alle ultime postazioni ancora in mano ai Cartaginesi, mentre dall’altra gli stessi Punici non possedevano la forza necessaria per lanciare una vigorosa controffensiva.<br>Nel 242 a.C., tuttavia, con un enorme sforzo economico il Senato ordinò la costruzione di <strong>una nuova flotta da guerra</strong>, finanziata soprattutto grazie alle contribuzioni volontarie dei più ricchi cittadini romani, che si offrirono di anticipare allo Stato le somme necessarie con la promessa di venire poi rimborsati alla conclusione del conflitto. L’anno successivo (<strong>241 a.C.</strong>) il console Caio Lutazio Catulo, giunto in Sicilia, incontrò e sconfisse la flotta cartaginese al largo delle <strong>isole Egadi</strong>.<br><strong>clausole più dure</strong> che prevedevano l’abbandono, oltre che della Sicilia, anche di tutte le isole comprese tra essa e l’Italia, l’aumento dell’ammontare del tributo di altri mille talenti e il dimezzamento dei termini del suo pagamento, portati ora a dieci anni.</div>]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2016-11-24 14:40:05 UTC</pubDate>
         <guid>https://padlet.com/emanuele_pennin/guerrepuniche/wish/139773387</guid>
      </item>
      <item>
         <title>Tra le due guerre</title>
         <author>emanuele_pennin</author>
         <link>https://padlet.com/emanuele_pennin/guerrepuniche/wish/140021335</link>
         <description><![CDATA[<div>Durante il lungo processo che aveva portato Cartagine a estendere e consolidare il suo dominio sul Mediterraneo occidentale, si erano venuti a formare, all’interno della città, due opposti schieramenti politici, animati da differenti vedute riguardo agli indirizzi da imprimere alla politica espansionistica.</div><div><strong>Amilcare</strong> si fece infatti portavoce di <strong>un esteso sentimento anti-romano</strong>, che facendo leva sull’orgoglio ferito dei Cartaginesi li invitata ad adottare le contromisure necessarie per riportare la città ai fasti di un tempo. Obiettivo di Amilcare era quello di preparare<strong> una guerra di rivincita sui Romani</strong>. <br>Animato da questo spirito Amilcare convinse allora il sinedrio cartaginese a concedergli i fondi necessari per iniziare <strong>una vasta campagna di conquista della penisola iberica</strong>. Questa regione, posta, almeno per il momento, al di fuori dell’orizzonte controllato dai Romani, era altresì ricca di miniere d’oro, d’argento e di stagno, che avrebbero permesso a Cartagine di recuperare piuttosto rapidamente i fondi con cui finanziare una nuova guerra.<br>Sbarcato a <em>Gades</em> (l’odierna Cadice) alla fine del <strong>237 a.C.</strong>, accompagnato dal genero <strong>Asdrubale</strong> e dal figlio di nove anni <strong>Annibale</strong>, Amilcare diede inizio a un’ambiziosa ed estesa campagna di conquista che tenne impegnati i Cartaginesi per i successivi otto anni, fino a quando, alla fine del <strong>229 a.C.</strong>, lo stesso Amilcare rimase ucciso in uno scontro con una delle tribù iberiche.<br>Il comando dell’esercito punico fu allora assunto da Asdrubale.<br><br></div><div><figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:618,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_8.jpg&quot;,&quot;width&quot;:411}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_8.jpg" width="411" height="618"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div>Le operazioni dei Cartaginesi in Spagna furono inizialmente ignorate dai Romani, che nello stesso periodo si trovarono a loro volta occupati in diverse campagne militari. Tra il <strong>237</strong> e il <strong>230 a.C.</strong> le legioni furono costantemente impegnate nel difficile tentativo di assicurare il controllo della <strong>Sardegna</strong> e della <strong>Corsica</strong>, dove le popolazioni locali offrivano una tenace resistenza alla penetrazione romana.<br>Nel <strong>229 a.C.</strong> fu la volta dell’<strong>Illiria</strong>. Già da diversi decenni i mercanti romani e italici (<em>negotiatores</em>) intrattenevano proficui scambi commerciali con le comunità greche affacciate sull’altra sponda del mare Adriatico. Negli ultimi anni, tuttavia, tali contatti si erano fatti più complicati a causa dell’intensificarsi delle attività di razzia e brigantaggio compiute da <strong>squadroni di pirati illirici</strong>.<br>Posto termine alla minaccia illirica, i Romani volsero le loro attenzioni alla frontiera settentrionale. L’egemonia romana sulla penisola italica si estendeva a nord sino al fiume Arno, oltre il quale il territorio della valle del Po era controllato da diverse popolazioni di origine celtica, in particolar modo dai <strong>Galli Boii</strong> (che occupavano l’odierna Emila Romagna) e dagli<strong> Insubri</strong> (che controllavano l’odierna Lombardia e il Piemonte). Roma aveva combattuto aspre guerre con queste popolazioni per tutto il IV e la prima parte del III secolo a.C., fino a quando, nel <strong>268 a.C.</strong> non era stata raggiunta <strong>una tregua</strong> che aveva garantito più di un trentennio di pace. A partire dal <strong>232 a.C.</strong>, tuttavia, la situazione tornò a farsi tesa. In quell’anno il tribuno della plebe<strong> Caio Flaminio Nepote</strong> fece approvare una legge che distribuiva ai più poveri contadini romani vasti appezzamenti di terra dell’<em>Ager Gallicus Picenus</em> (il territorio che i Romani avevano sottratto ai Galli nel 268 a.C., corrispondente oggi alla parte settentrionale delle Marche). Questa misura fu tuttavia interpretata dai Galli come sintomo della volontà romana di riprendere in modo vigoroso la spinta espansionistica verso nord.<br>Negli anni successivi i Romani inviarono costantemente i propri eserciti oltre il Po, nel tentativo di eliminare una volta per sempre la minaccia dei Galli. Nel<strong> 222 a.C.</strong> il console<strong> Marco Claudio Marcello</strong> riportò un’altra grande vittoria a <em>Clastidium</em> (odierna Casteggio nell’Oltrepò pavese), mentre il collega <strong>Cneo Scipione Calvo</strong> assediava e conquistava <em>Mediolanum</em> (odierna <strong>Milano</strong>), capitale degli Insubri. I Galli furono quindi costretti a chiedere la pace, e il riconoscimento della supremazia romana fu sancito nel <strong>219 a.C.</strong> con la fondazione delle due colonie di <strong>Piacenza</strong> e <strong>Cremona</strong>.<br><br></div><div><br></div><div>Alla fine del 226 a.C. un’ambasciata romana raggiunse la Spagna e stipulò con Asdrubale <strong>un trattato</strong>, il quale stabiliva che i Cartaginesi non potessero oltrepassare in armi il fiume Ebro.<figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:207,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_9.jpg&quot;,&quot;width&quot;:411}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_9.jpg" width="411" height="207"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div><br>Il trattato dell’Ebro, che, in linea generale, stabiliva di fatto l’esistenza di <strong>due sfere d’influenza</strong>, riconoscendo a Cartagine il diritto di proseguire con la sua campagna di conquista della Spagna meridionale, ribadiva allo stesso tempo la posizione di superiorità ormai assunta da Roma nei rapporti diplomatici tra le due potenze, perché se da una parte ai Cartaginesi era esplicitamente vietato di oltrepassare in armi il fiume, dall’altra nessun vincolo era imposto a una possibile ingerenza dei Romani all’interno della penisola iberica. E infatti più o meno nello stesso periodo (la cronologia è discussa) i Romani stipularono un’alleanza con la <strong>città greca di Sagunto</strong>, posta oltre 200 km a sud dell’Ebro e quindi in pieno “territorio cartaginese”. Nonostante questa ingerenza, per i successivi cinque anni la situazione tra le due potenze rimase sostanzialmente tranquilla, con i Romani completamente assorbiti dalla guerra gallica e i Cartaginesi impegnati a consolidare il loro dominio sui territori di recente conquista.<br>A scompaginare in modo definitivo gli equilibri fu, alla fine del <strong>221 a.C.</strong>, la<strong> morte di Asdrubale</strong>, ucciso, pare, da uno schiavo: le armate cartaginesi in Spagna elessero all’unanimità come nuovo comandante <strong>Annibale Barca</strong>, il figlio di Amilcare. Annibale dimostrò sin da subito di possedere un carattere completamente diverso da quello di Asdrubale. Se quest’ultimo si era mostrato incline a rafforzare la potenza cartaginese mediante l’uso della diplomazia, Annibale aveva invece ereditato dal padre il <strong>carattere bellicoso</strong> e soprattutto un <strong>odio inveterato per i Romani</strong>. Deciso quindi a riprendere il progetto sognato dal padre - quello di una guerra di rivincita su Roma - Annibale s’impegnò, tra il 221 e il 220 a.C. a sottomettere a Cartagine tutte le popolazioni iberiche situate a sud del fiume Ebro, dimostrando già da questi primi scontri di essere in possesso di uno<strong> straordinario genio militare</strong>.<br>Le campagne condotte da Annibale finirono per <strong>mettere in allarme Sagunto</strong>. I saguntini inviarono quindi diverse richieste d’aiuto ai Romani e questi ultimi si decisero infine a mandare in Spagna una nuova ambasciata con il compito di ricordare ad Annibale i limiti imposti dal trattato dell’Ebro e a intimargli soprattutto di non muovere contro Sagunto, città posta sotto la protezione di Roma. Tuttavia Annibale, ormai convinto dell’inevitabilità di un nuovo scontro con Roma e sicuro dell’appoggio del sinedrio cartaginese, controllato in questi anni dalla sua fazione, ignorò gli ammonimenti romani e <strong>nella primavera del 219 a.C. mosse contro Sagunto cingendola d’assedio</strong>.<br>L’iniziativa di Annibale colse di sorpresa i Romani, che nello stesso periodo si trovavano impegnati nella <strong>seconda guerra illirica</strong>: Demetrio di Faro, dimentico dei benefici ricevuti da Roma, aveva infatti concesso agli Illiri di riprendere le loro attività piratesche, contravvenendo in questo modo ai patti stipulati alla fine del 228 a.C. A sedare questa rivolta furono inviati entrambi i consoli del <strong>219 a.C.</strong>, mentre Sagunto, nonostante le continue richieste di aiuto, fu lasciata in balia del suo destino: la città capitolò ai Cartaginesi dopo otto mesi di strenua resistenza.<br>Quando la notizia della distruzione di Sagunto raggiunse Roma, il Senato inviò a Cartagine un durissimo <em>ultimatum</em> in cui s’intimava alla città punica di offrire le adeguate riparazioni economiche e soprattutto di <strong>consegnare Annibale nelle mani dei Romani</strong>. Il sinedrio rifiutò categoricamente ogni condizione e all’ambasciatore romano che li invitava a scegliere allora se volessero la pace o la guerra con Roma i membri del consiglio risposero vigorosamente che sceglievano la guerra. Aveva così inizio il secondo conflitto punico.<br><br></div>]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2016-11-27 14:32:54 UTC</pubDate>
         <guid>https://padlet.com/emanuele_pennin/guerrepuniche/wish/140021335</guid>
      </item>
      <item>
         <title>La seconda guerra punica</title>
         <author>emanuele_pennin</author>
         <link>https://padlet.com/emanuele_pennin/guerrepuniche/wish/140021806</link>
         <description><![CDATA[<div><br><br></div><div>I Romani erano convinti che la guerra si sarebbe presto risolta in loro favore. Alla superiorità delle legioni rispetto alle truppe mercenarie cartaginesi essi potevano ora aggiungere <strong>un’indiscussa supremazia sul mare</strong>, conquistata proprio a termine della prima guerra punica. In virtù di queste considerazioni, nella primavera del 218 a.C. essi assegnarono ai consoli<strong> Publio Cornelio Scipione</strong> e <strong>Tiberio Sempronio Longo</strong> il compito di effettuare tutti i preparativi necessari per condurre due rapide campagne di conquista: Scipione avrebbe affrontato Annibale in Spagna, mentre Longo sarebbe sbarcato in Africa.<br>I Romani non avevano tuttavia fatto i conti con <strong>il genio militare di Annibale</strong>. Grazie agli insegnamenti del padre, Annibale aveva ormai compreso che la forza vitale di Roma risiedeva nell’enorme bacino di reclutamento offerto dalla confederazione degli alleati italici. Questi erano legati alla città da patti di alleanza che imponevano loro di fornire ad ogni occasione sostanziosi contingenti armati. Proprio grazie a questo sistema di alleanze Roma era riuscita a sopportare l’enorme sforzo bellico richiesto dalla prima guerra punica.<br>Per controbilanciare questo vantaggio Annibale concepì allora un grandioso progetto strategico:<strong> invadere la penisola italica e portare la guerra direttamente sul territorio romano:</strong> era infatti convinto che se fosse riuscito a infliggere ai Romani delle pesanti sconfitte in Italia, i <em>socii</em> avrebbero abbandonato l’alleanza con Roma, lain questo modo delle sue risorse bellich. Egli era inoltre sicuro che, una volta attraversate le Alpi, anche le popolazioni galliche recentemente sottomesse dai Romani - i Boi e gli Insubri - si sarebbero unite alla sua causa, andando così a sostituire le perdite subite nella marcia di avvicinamento. Nella <strong>primavera del 218 a.C. Annibale si mise quindi in marcia</strong> da <em>Nova Carthago</em> alla testa di un imponente esercito forte di oltre 90.000 uomini.<br><br></div><div><figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:335,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_11.jpg&quot;,&quot;width&quot;:411}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine_11.jpg" width="411" height="335"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div><br><br></div><div>Attraversati i Pirenei e giunto in Provenza, Annibale riuscì a guadare, seppur con difficoltà, il fiume Rodano, eludendo la presenza dell’esercito romano inviato a contrastarlo. Presa quindi la via delle Alpi, dopo <strong>una traversata epica</strong>, giustamente celebrata dalla tradizione antica e moderna, all’inizio dell’inverno del 218 a.C. egli mise finalmente piede in Italia, ricevendo subito <strong>l’appoggio di numerose tribù galliche</strong>.<br><br></div><div><figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:247,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine12.jpg&quot;,&quot;width&quot;:411}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine12.jpg" width="411" height="247"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div>Il <strong>console Scipione</strong>, inviato dal Senato in Provenza per arrestare la marcia del Cartaginese, fatto precipitosamente ritorno in Italia affrontò Annibale presso <strong>il fiume Ticino</strong> riportò<strong> una severa sconfitta</strong>. Nel frattempo il Senato romano, colto completamente alla sprovvista dall’audace piano di Annibale, aveva richiamato in Italia anche l’altro console, Tiberio Sempronio Longo, ordinandogli di rinunciare all’invasione dell’Africa e di portare invece le sue truppe a nord per dare man forte al collega.<br>Giunto a Piacenza, Sempronio Longo, convinto che la semplice superiorità numerica avrebbe garantito ai Romani una facile vittoria sui Cartaginesi schierò immediatamente le sue truppe a battaglia.<br>Annibale, tuttavia, aveva avuto modo di preparare a dovere il successivo scontro. Accampatosi presso <strong>il fiume Trebbia</strong>, nel corso della notte egli fece nascondere alcune sue truppe in un bosco. La mattina seguente (<strong>18 dicembre 218 a.C.</strong>) inviò quindi la sua cavalleria a provocare i Romani, e dopo che questi ebbero attraversato in forze il fiume fece scattare la trappola ordinando alle truppe ancora nascoste tra la vegetazione di attaccare alle spalle i legionari: i Romani subirono un’altra, pesantissima sconfitta.<br><br></div><div>Flaminio, di temperamento particolarmente bellicoso, si mise allora ad inseguire i nemici, ma fu così attirato da Annibale in una trappola mortale presso <strong>il lago Trasimeno</strong>. Fatti nascondere i suoi sulle colline a nord del lago, li lanciò all’attacco non appena all’orizzonte fece la sua comparsa la colonna dell’esercito romano. Nel breve scontro che seguì i Romani lasciarono sul campo più di 15.000 uomini: lo stesso <strong>Flaminio trovò la morte</strong>.<br><br></div><div><figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:316,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine14.jpg&quot;,&quot;width&quot;:411}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine14.jpg" width="411" height="316"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div><br><br></div><div>La notizia di questa nuova sconfitta gettò Roma nel panico. Come già avvenuto in altre condizioni di estrema gravità, i Romani nominarono allora <strong>un dittatore</strong>, ovvero un magistrato eccezionale che per sei mesi deteneva un potere assoluto all’interno della città. A ricoprire questa carica venne chiamato<strong> Quinto Fabio Massimo</strong>, un anziano senatore già due volte console e di provata esperienza militare.<br>Consapevole della superiorità tattico-militare di Annibale, Fabio decise di adottare una <strong>nuova strategia bellica</strong>, la quale prevedeva di evitare lo scontro in campo aperto con i Cartaginesi e di puntare invece tutte le forze in <strong>una lunga guerra di logoramento</strong>. Fabio era infatti convinto che se si fosse riusciti a isolare Annibale all’interno della penisola, privando il suo esercito di sicure basi di vettovagliamento e tagliando le sue linee di comunicazione con Cartagine, alla lunga i superiori mezzi logistici e umani in possesso dei Romani avrebbero garantito a loro la vittoria.<br>La tattica di Fabio, seppur lungimirante, era tuttavia avversata dall’aristocrazia senatoria, convinta che “l’onore di Roma” richiedesse una chiara e limpida vittoria campale. Scaduti quindi i sei mesi della dittatura, all’inizio del <strong>216 a.C.</strong> il Senato fornì ai nuovi consoli - Lucio Emilio Paolo e Caio Terenzio Varrone - un esercito di notevoli dimensioni (più di 80.000 uomini) e il compito di affrontare e sconfiggere Annibale in una singola battaglia.<br>Il Cartaginese si era nel frattempo attestato in Puglia, montando il suo accampamento presso <strong>Canne</strong> (vicino all’odierna Canosa di Puglia), su un terreno pianeggiante e favorevole quindi all’utilizzo della cavalleria numidica.<br>Giunti sul posto anche i consoli, il<strong> 2 agosto del 216 a.C.</strong> i due eserciti si affrontarono a battaglia e Annibale riportò nuovamente<strong> un</strong> <strong>memorabile successo</strong>.<br><br></div><div><figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:316,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine15.jpg&quot;,&quot;width&quot;:411}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine15.jpg" width="411" height="316"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div>Nonostante la schiacciante vittoria riportata a Canne,<strong> Annibale</strong>, seppur pressato dai suoi generali, <strong>si rifiutò di marciare su Roma</strong>, che egli considerava probabilmente inespugnabile a causa delle forti mura “serviane”, e preferì piuttosto rimanere nel sud Italia a fomentare la rivolta dei socii italici. In effetti diverse comunità - tra cui <strong>Capua</strong>, considerata allora, dopo Roma, la più grande e ricca città d’Italia - defezionarono dall’alleanza romana e misero le proprie risorse a disposizione del generale cartaginese. Il sentimento anti-romano si estese ben presto anche al di fuori dei confini della penisola. <strong>Filippo V</strong>, nuovo sovrano di Macedonia, convinto che la fine di Roma fosse ormai prossima e desideroso di impossessarsi delle comunità greche affacciate sul mare Adriatico (sulle quali Roma aveva esteso la propria egemonia in seguito alle due guerre illiriche), <strong>firmò con Annibale un trattato di alleanza</strong> con cui si impegnava a portare le sue armate in Italia. All’inizio del <strong>215 a.C.</strong> venne inoltre a mancare Gerone di Siracusa, che dal 263 a.C. aveva sempre mantenuto fede alla sua alleanza con Roma e il trono passò al nipote <strong>Ieronim: </strong>Annibale inviò in Sicilia una delegazione che stipulò con Ieronimo un patto di alleanza con il quale anche <strong>il sovrano siracusano si impegnava a prendere le armi contro i Romani</strong>.<br>Seppur minacciati su tutti i fronti, e nonostante le aperture dello stesso Annibale, i Romani si rifiutarono di intavolare qualsiasi negoziato con i Cartaginesi. Furono adottati provvedimenti straordinari tra cui l’arruolamento nelle legioni dei ragazzi che non avevano ancora compiuto l’età legale (diciassette anni) e degli stessi schiavi, cui in cambio del servizio veniva offerta la libertà. Grazie a queste misure e al fatto che diverse comunità del centro-Italia, soprattutto quelle latine, mantennero fede alla loro alleanza, i Romani riuscirono a schierare un numero sufficiente di legioni con cui contrastare l’avanzata dei Cartaginesi.<br>Sul fronte italico i Romani impiegarono costantemente un numero altissimo di legioni con le quali frustrarono ogni tentativo di Annibale di allargare la sua rete di alleanze, mentre nello stesso periodo la flotta romana, stazionata al largo di Brindisi, impediva a Filippo V di portare le sue truppe in Italia.<br><br></div><div>Il 212 a.C. segnò in effetti <strong>un punto di svolta per l’intero conflitto</strong>. In Italia i Romani, dopo essere riusciti negli anni precedenti ad arginare l’ondata di defezioni tra gli alleati italici, passarono all’offensiva ponendo l’assedio a <strong>Capua</strong>. Annibale cercò allora di creare un diversivo spingendo il suo esercito fino alle porte di Roma convinto che il Senato, spaventato dalla sua mossa, avrebbe richiamato gli eserciti impegnati in Campania. I Romani tuttavia non si fecero intimidire e Annibale, constatata una volta di più l’impossibilità di assalire la città, fece marcia indietro ritirandosi in Lucania (Calabria).&nbsp;<br><br></div><div><br><br></div><div>Abbandonata a se stessa, Capua chiese e ottenne la resa nel 211 a.C. Nello stesso periodo i Romani, per allentare la minaccia macedone, siglarono inoltre un accordo con la <strong>lega etolica</strong>, una confederazione di città-stato greche tradizionale nemica della Macedonia, che costrinse Filippo V ad abbandonare ogni speranza di traghettare il suo esercito in Italia.<br>L’attenzione di Roma e Cartagine si spostò allora sulla penisola iberica. Al momento di partire per l’Italia Annibale aveva lasciato in Spagna gran parte delle sue forze sotto il comando di suo fratello <strong>Asdrubale</strong>, con la speranza che negli anni successivi egli gli avrebbe inviato i rinforzi necessari. I Romani avevano però preso le dovute precauzioni inviando nella penisola iberica i fratelli <strong>Publio e Cneo Cornelio Scipione</strong> i quali, tra il 218 e il 211 a.C., avevano condotto in modo brillante le operazioni militari impedendo ad Asdrubale di inviare soccorsi al fratello e costringendo soprattutto Cartagine a destinare alla penisola iberica le forze che avrebbero dovuto invece giungere in Italia in aiuto di Annibale.<br>Alla fine del 211 a.C., tuttavia<strong> i fratelli Scipione furono vittima di un agguato</strong> e massacrati insieme con la maggior parte delle loro truppe. Il Senato decise allora di inviare in Spagna il giovanissimo <strong>Publio Cornelio Scipione</strong> - figlio omonimo del console del 218 a.C. e futuro “<strong>Africano</strong>” - il quale, assunto il comando delle truppe sopravvissute (cui si aggiunsero rinforzi inviati da Roma) passò decisamente all’offensiva. Nel 209 a.C. s’impadronì, con una mossa a sorpresa, di <em>Nova Carthago</em>, mentre l’anno successivo (208 a.C.), nei pressi di Baecula, inflisse ad Asdrubale una severa sconfitta. Quest’ultimo, seppur battuto, riuscì tuttavia a fuggire con buona parte delle sue truppe e si mise in marcia sull’Italia in un estremo tentativo di portare aiuti al fratello. Giunto in Italia, Asdrubale fu affrontato dai consoli del 207 a.C., Caio Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore, che presso il <strong>fiume Metauro</strong> sbaragliarono le forze cartaginesi. Lo stesso Asdrubale rimase sul campo e la sua testa, raccolta dai consoli come macabro trofeo di guerra, fu portata ad Annibale a testimonianza che ogni tentativo di ricevere rinforzi era ormai illusorio.<br><br></div><div>Nel frattempo il giovane Scipione continuava con la sua campagna di conquista della penisola iberica. Il fratello più giovane di Annibale, Magone, raccolse le ultime forze cartaginesi in <strong>un disperato tentativo di ribaltare le sorti del conflitto</strong>, ma a Ilipa, nella Spagna meridionale, Scipione riportò un’altra schiacciante vittoria (206 a.C.) che sancì in modo definitivo<strong> la completa estromissione dei Cartaginesi dalla penisola iberica</strong>.<br><br></div><div><strong><br></strong>La guerra aveva ormai preso un indirizzo favorevole ai Romani: Annibale, costretto nell’estrema punta meridionale della Calabria, non poteva più sperare di ricevere rinforzi né dalla Spagna né tantomeno da Cartagine, visto il costante pattugliamento della flotta romana.<br><br></div><div><figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:467,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine21.jpg&quot;,&quot;width&quot;:347}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine21.jpg" width="347" height="467"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div><br><br></div><div>Busto di Publio Cornelio Scipione<br><br></div><div>Scipione era una <strong>personalità anomala nel panorama politico romano</strong>. Nato del 235 a.C., egli aveva avuto occasione di mettersi in mostra già da giovanissimo, quando nel 218 a.C. aveva salvato la vita del padre, allora console, nella battaglia del Ticino. In seguito, a soli ventiquattro anni e senza aver mai ricoperto alcuna magistratura curule (il consolato o la pretura), era stato insignito del comando delle truppe spagnole e nei successivi cinque anni era riuscito a sbaragliare completamente le forze cartaginesi. Dotato di <strong>un grande carisma personale</strong>, Scipione incarnava perfettamente gli ideali di<strong> una nuova generazione di nobili romani</strong> che, educati ormai alla cultura greca, si ponevano al di fuori degli schemi tradizionali imposti a Roma dal <em>mos maiorum</em>, mostrando una più decisa inclinazione verso <strong>l’instaurazione di un vero e proprio “culto” della singola persona</strong>. Anche sul piano militare Scipione si proponeva come un deciso “innovatore”. Grandissimo ammiratore di Annibale, che considerava un genio e un modello da imitare, Scipione aveva trascorso gli anni in Spagna cercando di <strong>ammodernare l’esercito romano</strong>, in particolare tentando di dotare la fanteria legionaria di una maggiore flessibilità che le permettesse di cambiare rapidamente formazione nel corso della battaglia.<br><br></div><div>In Spagna Scipione aveva inoltre maturato <strong>un ardito progetto strategico per portare a conclusione il conflitto punico</strong>. Da anni la sua famiglia si faceva portavoce in Senato di una particolare visione politica che voleva <strong>fare di Roma una grande potenza sullo scenario internazionale</strong>, la capitale di un impero che abbracciasse tutto il bacino del Mediterraneo. Affinché questo piano si realizzasse era necessario, per prima cosa, eliminare - se non fisicamente, quantomeno “politicamente” - Cartagine, riducendola allo stato di potenza di secondo ordine. L’eliminazione di Cartagine non si sarebbe ottenuta, tuttavia, con la semplice sconfitta di Annibale sul suolo italico; essa doveva passare necessariamente da<strong> un’invasione del territorio africano</strong>. Scipione si proponeva, in sostanza, di ripetere lo stesso progetto tentato tredici anni prima da Annibale, anche se al contrario: portare la guerra in Africa, battere ripetutamente i Cartaginesi sul proprio territorio, sollevare i loro alleati e costringerli infine ad accettare una pace umiliante.<br>Tornato quindi a Roma alla fine del 206 a.C. ed eletto console per l’anno successivo, Scipione presentò il suo progetto al Senato, il quale, dopo un iniziale tentennamento, gli accordò il permesso di <strong>trasferire le sue truppe in Africa</strong>.<br>Sbarcato sul suolo cartaginese all’inizio del 204 a.C., Scipione ottenne subito l’appoggio del principe numida<strong> Massinissa</strong>, e l’anno successivo conseguì presso i <strong>Campi Magni (203 a.C.)</strong> un importante successo sulle forze puniche. Minacciata direttamente dalle legioni romane, Cartagine si vide allora costretta a <strong>richiamare Annibale dall’Italia</strong>. Lo scontro decisivo tra i due generali avvenne nel <strong>202 a.C.</strong> presso <strong>Zama</strong>. Nonostante l’abilità di Annibale, che riuscì a frustrare tutti i tentativi di accerchiamento portati avanti da Scipione, alla fine la battaglia fu decisa dalle forze di cavalleria numidica guidate da Massinissa, che attaccando da tergo i Cartaginesi consegnarono ai Romani <strong>una schiacciante vittoria</strong><a href="http://www.oilproject.org/lezione/prima-seconda-terza-guerra-punica-riassunto-scipione-africano-annibale-17569.html#foot6">6</a>.<br><br></div><div><figure class="attachment attachment-preview" data-trix-attachment="{&quot;contentType&quot;:&quot;image&quot;,&quot;height&quot;:251,&quot;url&quot;:&quot;https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine22.jpg&quot;,&quot;width&quot;:411}" data-trix-content-type="image"><img src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/oilproject.static/content/17569/immagine22.jpg" width="411" height="251"><figcaption class="caption"></figcaption></figure></div><div><br><br></div><div>Battaglia di Zama (Artista romano, 1500-1700 ca)<br><br></div><div>Annibale, scampato allo scontro e rientrato precipitosamente a Cartagine, invitò i suoi concittadini a chiedere la pace. <strong>Le condizioni imposte dai Romani furono durissime</strong>: Cartagine doveva rinunciare per sempre a tutti i suoi territori extra-africani (la Sicilia, la Sardegna e la Spagna); pagare a Roma un’ingente indennità di guerra e un tributo di 10.000 talenti in 50 rate annuali; distruggere completamente la sua flotta a eccezione di 10 navi; riconoscere la costituzione del regno di Numidia (sul cui trono fu posto Massinissa); infine, condizione più dura di tutte, impegnarsi a non dichiarare guerra ad alcuno Stato senza il previo consenso di Roma.<br>Ottenuta la ratifica di queste condizioni, Scipione fece quindi ritorno a Roma dove celebrò <strong>un magnifico trionfo</strong>.<br><br></div><div>&nbsp;<br><br></div>]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2016-11-27 14:39:55 UTC</pubDate>
         <guid>https://padlet.com/emanuele_pennin/guerrepuniche/wish/140021806</guid>
      </item>
   </channel>
</rss>
