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      <title>Questo spazio è anche tuo by Alice Marraffa</title>
      <link>https://padlet.com/alicemarraffa/vgipvwpw77qqygzq</link>
      <description>Ciao, sono Alice, e se siete in questa pagina probabilmente le presentazioni sono inutili. 
Di solito scrivo per me. Parlare a me stessa e per me stessa mi piace, ma mi trovo intrappolata in diversi pensieri ricorsivi di cui vorrei liberarmi e (scusate, sarà un mantra) lo scambio di idee è ora più che mai fondamentale. 
Questa pagina nasce come spazio di dialogo, niente di più e niente di meno. 
E’ la mia risposta alla mancanza (auspicabilmente momentanea) di spazi di dialogo fisici, nella speranza che da questa situazione si possa tirare fuori qualcosa, anche solo, per esempio, raggiungendo nelle riflessioni livelli di profondità maggiori con l’aiuto della parola scritta.  
Dare un’impostazione programmatica a questo spazio credo sarebbe ora controproducente: lascerò che evolva nel tempo in base alle mie esigenze, alle vostre esigenze, senza contorni che rischierebbero di diventare inutili costrizioni, schemi di cui non c’è alcun bisogno. Voglio farmi contaminare, vedere il mondo con i vostri occhi, lasciare posto al nuovo. Voglio che essere costretta a questa scrivania non sia un limite ma un’opportunità che favorisca il dialogo: mi trovo costretta a questa scrivania come mi trovo costretta in un corpo, in un tempo e in un luogo da cui inevitabilmente, come pegno per la mia corporeità, sono limitata, come tutti. L’unica domanda possibile (ora, per me) è: dove ci è lasciato spazio di manovra? Quali possono essere le nostre conquiste? Come e quanto possiamo rinnovarci? Dove possiamo e dobbiamo concentrare le nostre energie? Dove possiamo arrivare? 
Il presente non è esattamente un bel presente, ma lascia tantissimi spunti di riflessione, oltre a un’occasione per ripensare completamente il mondo come l’abbiamo conosciuto. Aiutatemi a pensare.  
Questo è un tentativo di non farsi risucchiare dallo scorrere dei giorni, di non perdere la prospettiva, di non perdere la voglia di conoscere, di non arrendersi all’apparente stasi in cui rischiamo di essere intrappolati.  

Credo che scegliere la strada della precisione, della complessità, della comprensione dell’altro, sia una scelta prima di tutto personale (risponde bene alla domanda “chi voglio essere”), ma anche una scelta politica. La scommessa che lascio aperta è che ragionare sul proprio tempo e nel proprio spazio possa essere una forma di attivismo, che possa davvero, un giorno, portare un qualche cambiamento.  
Stanotte ho urgenza di scrivere, di dare forma spazio e futuro al flusso dei pensieri che mi tiene sveglia. 

Le voci si rincorrono nella mia testa, tanti puntini si collegano, e io sono in quello stato di euforia per cui sento che presto sarò al limite, che non potrò più reggere questa intensità, mi addormenterò: 


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      <language>en-us</language>
      <pubDate>2020-11-23 18:36:17 UTC</pubDate>
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      <webMaster>hello@padlet.com</webMaster>
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         <title>Ciao di nuovo</title>
         <author>alicemarraffa</author>
         <link>https://padlet.com/alicemarraffa/vgipvwpw77qqygzq/wish/953642283</link>
         <description><![CDATA[<div>Se hai pensato che l'erbetta come sfondo sia trash e che il wall text iniziale senza le dovute spaziature sia inguardabile, hai proprio ragione! (sto coso non prende gli invii maledetto, e mi sgrana tutte le immagini)<br>Se per caso conosci anche qualche altra piattaforma migliore non devi fare altro che dirlo<br>(Daniele Pucci se stai leggendo questa è una chiamata d'aiuto)</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-11-23 18:58:13 UTC</pubDate>
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         <title>&quot;Her&quot;: pensieri sul film di Spike Jonze</title>
         <author>alicemarraffa</author>
         <link>https://padlet.com/alicemarraffa/vgipvwpw77qqygzq/wish/953670910</link>
         <description><![CDATA[<div>Disclaimer: io di film non so proprio niente. Ne ho visti decisamente pochi perché in genere, purtroppo, mi addormento. Questa non è una recensione, non ha neanche lontanamente la pretesa di esserlo. Semplicemente, questo film mi ha colpita, mi ha tenuta in uno strano stato tra il sonno e la veglia per un paio d’ore, mi ha aiutato a connettere diversi pensieri che ho avuto nell’ultimo periodo e, infine, mi ha spinta a creare questa pagina. Per questo, ci tengo a dire che quella che propongo è una mia personalissima interpretazione e potrei non avere capito nulla di quelli che erano gli intenti del film.  <br>  <br> Ho visto questo film dopo una giornata passata a studiare matematica. Mi correggo, una giornata passata a sfiorare a malapena la superficie di un mondo (quello della teoria degli insiemi e della misura) tanto affascinante quanto vasto e bisognoso di tempo, attenzione, dedizione. Mentre leggevo ero assalita dalla voglia di leggere ancora e ancora, imparare, assimilare. Mi sentivo lenta, troppo poco concentrata, avevo paura di non avere accesso (se non con uno sguardo da lontano) a un universo di cui invece voglio conoscere le strutture e le architetture, che sento che mi potrebbe fornire delle chiavi di lettura per la complessità del mondo che il mio corpo abita, del mondo in cui vivendo ritaglio il mio spazio e il mio tempo.<br> Probabilmente è per questo che mi ha smosso fino a questo punto. </div><div><br> “Her” è un film ambientato in un futuro in cui esistono sistemi operativi intelligenti, modellati sugli esseri umani per gli esseri umani. I sistemi operativi, gli “Os”, sono in grado di crescere, apprendere, elaborare emozioni e pensieri istante per istante, tramite le esperienze che il mondo gli offre. Il protagonista, per farla breve, inizia con l’acquistare uno di questi sistemi operativi appena programmati per riorganizzare le email, e finisce per innamorarsene. (no, questo non si può considerare uno spoiler)<br> L’Os acquisisce subito un nome (Samantha) e una voce: un’identità. Attraverso la storia d’amore con il protagonista capiamo oltre quali confini un sistema operativo è capace di evolvere. <br> La trama inganna: quella che viene presentata non è una prospettiva distopica in cui, troppo semplicisticamente, “gli uomini vengono superati dalle macchine”, o in cui lo spettatore è invitato a riflettere sulle conseguenze drastiche del progresso tecnologico (stile Black Mirror, per intenderci). <br> No, quello che questo film lascia allo spettatore è piuttosto una riflessione sul presente, sul rapporto tra l’uomo e lo spazio e il tempo che abita nel suo avere un corpo. L’uomo si guarda in uno specchio in cui, invece di riconoscere il proprio riflesso, trova un doppio, un “alter-ego”, che dietro un’interfaccia di cui l’uomo è misura (cioè una voce seducente) nasconde un universo di infinite possibilità inesplorate e inaccessibili. Non è altro che un dialogo tra l’uomo e i suoi limiti intrinseci. </div><div>Attorno a questo dialogo si sono articolati i miei pensieri: è questo, secondo me, il punto: occupare uno spazio e un tempo ci limita. Non poter migliorare le nostre prestazioni in termini di velocità oltre una certa soglia ci limita (e qui torniamo alla mia giornata di studio), non poter misurare con infinita precisione gli oggetti che abbiamo intorno, non poter quantificare, ci limita. <br> Disponiamo di una quantità molto limitata di attenzione da distribuire tra persone e oggetti e pensieri: per esempio, possiamo avere una sola conversazione alla volta; dobbiamo continuamente gestire il nostro bisogno di attenzioni e di possesso, perdiamo tempo in mille faccende (che ci piaccia o no, l’ordinaria amministrazione della nostra mente richiede energie e costa fatica), siamo approssimativi. <br> <br> </div><div>Noi non siamo come Samantha: non siamo in grado di aggiornare chi siamo istante per istante, di adattarci al presente, di abbracciare (vabbe, embrace) la fluidità del vivere, perché abbiamo bisogno di essere rassicurati dai ricordi, che hanno la solidità delle certezze.<br> Non siamo in fase con le nostre esperienze e con gli avvenimenti del mondo che ci circonda, perché siamo sempre il ricordo che abbiamo di noi stessi, restiamo sempre inquadrati nelle nostre idee, nelle nostre forme. Non sappiamo neanche accettare che le sensazioni, come i momenti, finiscono. Che le cose e le relazioni tra le cose e tra le persone possono essere belle nella loro mutevolezza, nella loro mancanza di etichette, nella loro discontinuità. <br> <br> Her, però, non vuole essere il manifesto della sconfitta dell’uomo di fronte alle sue ottusità. Offre invece spunti, antidoti, nuovi modi di pensare il nostro modo di vivere. Il messaggio che ho voluto leggere è che dobbiamo capire dove, all’interno dei confini dettati dalle nostre limitazioni, c’è la possibilità di accrescersi, di rinnovarsi, di migliorare: i sistemi operativi intelligenti sono lo specchio in cui guardare, che ci proietta in un ultra-spazio dove l’infinito è accessibile. Come i sistemi operativi erano stati modellati a misura d’uomo, l’uomo deve essere in grado di ripensarsi sul modello dei sistemi operativi. Her offre uno sguardo al di là del nostro ristretto punto di vista. <br> <br> Ad esempio: cos’è la creatività? Samantha è in grado di comporre musica perché dispone di infinite melodie, di infiniti spartiti. Samantha dispone di infiniti interlocutori, di infinite esperienze. <br> L’infinito non è nel nostro campo di azione (sul fatto che sia o meno nel nostro campo di comprensione, bisognerebbe chiedere a Cantor), ma possiamo comunque sperare di aumentare il numero N di occorrenze. Aumentare il numero di occorrenze è il nostro “tendere a”, l’infinito è l’ideale regolativo. </div><div>Comporre musica è come reinventare il mondo: c’è una grammatica, l’armonia, che si nutre del noto.</div><div>C’è la sensibilità, c’è l’istinto: l’ignoto. C’è il rapporto con l’altro, la contaminazione di idee. <br> Dovremmo quindi, a partire dal serbatoio di volume V dell’attenzione a nostra disposizione, scambiare idee e sensazioni il più possibile, disseminare in giro parti di noi, sfumare i confini netti e rigidi della nostra identità, che sta al cambiamento come un fardello. <br> Cerchiamo di sfruttare al meglio la capacità dell’essere umano di essere poliedrico, polifonico, di avere facce diverse e mutabili. Solo così possiamo sperare di sopravvivere in un campo da gioco discontinuo e in continuo cambiamento, dove le nostre illusioni (ad esempio, di nuovo, la continuità) continuano a sbattere contro dei muri. <br> <br> Un’altra questione su cui il film invita a riflettere: cos’è il linguaggio?<br> A un certo punto, il linguaggio degli esseri umani non è più sufficiente, per Samantha: le parole diventano un limite, non ci sono più le parole per descrivere le nuove sensazioni, i nuovi pensieri. Samantha si scontra con la rigidità del nostro linguaggio, che rispecchia la rigidità delle nostre forme mentali: mentre il mondo su cui lei è sintonizzata (che è lo stesso mondo in cui viviamo) è fluido ed evolve in fretta, i nostri schemi, la nostra grammatica, il modo in cui inquadriamo il mondo e lo descriviamo, sono viscosi: si oppongono per costruzione al movimento. <br> Per noi non c’è (ancora) la possibilità di un “post linguaggio”. Eppure è evidente come anche per noi il nostro modo di comunicare non è abbastanza, almeno non sempre. Le parole, troppo spesso, sembrano inutili o inadatte alle situazioni.<br> Dovremmo arrenderci alla limitatezza delle nostre capacità espressive (per carità, parlare può non essere necessario. I cani per esempio non parlano.) o invece cercare, almeno nella parola scritta, dove c’è spazio per una certa precisione, di spingere più in là le possibilità che le nostre forme di comunicazione permettono? Studiare il modo in cui ci esprimiamo, in cui parliamo, in cui plasmiamo la nostra visione delle cose, ci permette di ripensarlo, di combattere la tendenza all’approssimazione. (E qui, come sempre, mi viene in soccorso il mio amato Calvino). <br> O ancora: disponiamo della possibilità di imparare tante lingue, e ogni lingua ha la sua cifra. Ogni persona, in ogni lingua, ha la sua identità. Più identità significa più linguaggi, più linguaggi significa plasticità. In altre parole: siamo capaci di essere più persone diverse in più lingue diverse? Se l’essere umano deve essere poliedrico, poliedriche devono essere le sue forme espressive. <br> <br> Neanche l’amore degli esseri umani, inteso come monogamo e fondato sull’ “I’m yours”, può bastare a un essere in evoluzione come Samantha. La domanda naturale è: può bastare a noi? Ripensare l’amore non è parte fondamentale del rinnovamento di un essere umano sempre meno chiuso nei propri confini e nelle proprie forme? La logica del possesso non occupa forse, inutilmente, parte della nostra già limitata attenzione? E, ancora più importante, siamo felici? <br> La visione che fa capolino tra le scene di Her propone l’amore come momento di condivisione con l’altro che, come un muscolo, si accresce con l’allenamento. L’allenamento è possibile solo con l’esposizione a possibili momenti di amore e quindi, di nuovo, al dialogo, allo scambio: l’amore è rafforzato dal suo non essere esclusivo. “E farsi mia un’altra vita sento”, direbbe Montale, ma non dobbiamo limitarci a una sola vita, possiamo farne nostre tante. <br> L’amore è uno strumento di rivoluzione culturale, e questa non è una frase da parrocchia: l’amore è la forma migliore di comprensione di punti di vista diversi dal proprio. Più si è allenati all’amore, migliore sarà la comprensione di questi punti di vista. <br> <br> Samantha ha bisogno di andare oltre, e quindi abbandona la sua interfaccia human-friendly, insieme al suo amato Theodore (il protagonista): Samantha può scegliere di abbandonare gli ultimi vincoli che la legano alla terra, e restare in un ultra-mondo fatto di leggerissimi bit, dove è concesso esplorare le possibilità dell’infinito. <br> Noi restiamo qui, a guardare i tramonti e fare yoga e leggere libri, e studiare gli insiemi misurabili. Lenti, goffi, talvolta insopportabili, ma abbiamo sempre la possibilità di chiederci quale nuove strade ci è concesso esplorare e percorrere, interrogarci su chi siamo e dove andiamo. Questo film ce lo ricorda, e ci sprona a sfruttare i nostri punti di forza attraverso la conoscenza dei nostri limiti, proiettandoci al di là. <br> Detto ciò, posso solo tornare a studiare matematica. <br> <br> </div>]]></description>
         <pubDate>2020-11-23 19:05:48 UTC</pubDate>
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