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      <title>Vajont by Veronica Melesi</title>
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      <description>Fatto con un colpo di fortuna</description>
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      <pubDate>2022-04-04 09:40:40 UTC</pubDate>
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         <title>doc.1</title>
         <author>veronicamelesi1</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Aprile-maggio 1962. Le preoccupazioni degli abitanti di Erto</strong></div><div>«Le scosse continuano. Nelle case la gente le sente, assieme a strani boati. II Comune non può più stare zitto. II 27 aprile [1962] scrive una lettera al Genio Civile di Udine e di Belluno, alla Prefettura, alla Sade, ritenendo “doveroso segnalare, per la sorveglianza del caso” almeno il fatto più rilevante accaduto il 21: “Un forte boato, a seguito di una scossa, ha impressionato la popolazione di Erto che teme il franamento delle sponde del lago”. Il giorno 29 il Comune segnala ancora al Genio Civile di Belluno un’altra “scossa e boato” avvenuta quel giorno. Altra “scossa e boato” il 30, subito segnalata dal Comune al Genio Civile. Idem per nuove scosse e boati l’1, 2, 3 maggio. II maestro di scuola Martinelli manda una lettera al segretario comunale piuttosto dura: “Prego tenere conto, e segnalare a chi di dovere, di tutte le scosse che si sono verificate o che si verificheranno nel Comune. (…) Io ricordo le seguenti. 1. aprile ’62; 2. aprile ’62; 3. 29 aprile, ore 18 (scossa e rumore più forte dei precedenti); 4. 2 maggio ’62, ore 18.55 (boato fortissimo); 5. 2 maggio ’62, ore 19.30 (boato meno forte). Perché la SADE, che ha un sismografo sensibilissimo e registra le scosse del Cile non ci dice vita e miracoli di queste? (…) La Sade deve dimostrare che non dipende dal lago. Prego occuparsi con assoluta urgenza”».<br><br></div><div>(T. Merlin, <em>Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont</em>, 1997, p. 102)&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div><div><em>Doc. n. 2</em></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-04-04 09:43:00 UTC</pubDate>
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         <title>Doc. n. 2</title>
         <author>veronicamelesi1</author>
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         <description><![CDATA[<div><br></div><div><strong>A 24 ore dal disastro. Testimonianza di Almo Violin, ingegnere capo della Società Adriatica di Elettricità</strong></div><div>«[L’8 ottobre] l’ing. Caruso<a href="http://www.novecento.org/dossier/italia-didattica/100-anni-4-minuti-1910-morti-breve-viaggio-nella-tragedia-del-vajont/#_ftn2">[2]</a> mi ha fatto presente questo accelerarsi degli spostamenti della frana del Toc. Lui ha detto (…): “guardi, direi che non sono eccessivamente preoccupanti, comunque se dovesse anche la frana staccarsi istantaneamente, noi da esperimenti che abbiamo fatto su un modello, abbiamo visto che la frana staccandosi istantaneamente produrrebbe un’onda di circa 20 metri, cosa che sarebbe contenuta nella diga”. Io suggerii di svuotare il serbatoio più presto ma lui disse “no, guardi, accelerare lo svaso potrebbe essere pregiudizievole per la stabilità della frana” e questo mi ha convinto. L’ho trovata una ragione valida, ed ha soggiunto (…): “non c’è niente di allarmante, anzi la pregherei di non spargere voci allarmistiche perché per quello che c’è di pericoloso abbiamo già provveduto”. Adesso non ricordo ma dalla successione dei fatti si può presumere, mi pare disse: abbiamo o manderemo un telegramma alla Prefettura di Udine e al Comune di Erto perché sfollino 30 case stagionali che sono proprio sulla diga.»</div><div>(dalla Sentenza del giudice istruttore del Tribunale di Belluno, <em>Sentenza del giudice istruttore Mario Fabbri</em>, n. 85/64 G.1., 20 febbraio 1968, pp. 233)</div><div><em>&nbsp;</em></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-04-04 09:44:12 UTC</pubDate>
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         <title>Gli effetti del disastro</title>
         <author>veronicamelesi1</author>
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         <description><![CDATA[<div>Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, un’enorme frana di roccia di circa due chilometri quadrati di superficie e di circa 260 milioni di metri cubi di volume (…) precipitò, con un boato, nel bacino idroelettrico del Vajont, invasato fino a quota 700,42 [s.l.m.] e raggiunse la sponda opposta urtandovi contro e risalendola, in alcuni punti, per circa 100 metri.<br><br></div><div>L’effetto idraulico di questa enorme massa di materiale che investì il lago artificiale fu un’ondata gigantesca di circa cinquanta milioni di metri cubi di acqua, carica di materiale solido in sospensione, che, sollevatasi sino a circa 230 metri di altezza, ricadde paurosamente riversandosi in parte verso il lago ed in parte oltre la diga.<br><br></div><div>Quest’ultima parte, di circa 25 milioni di metri cubi, irrompendo tumultuosa nella stretta gola del Vajont, percorse, in soli quattro minuti, circa 1.600 metri e, nel silenzio della notte autunnale, espandendosi nella quieta e pianeggiante valle del Piave, investì i ridenti paesi di Longarone, Rivalta, Pirago, Villanova, Faè, la sponda di Fornace, i borghi di Castellavazzo e di Codissago, la Cartiera posta allo sbocco gola, distruggendo ogni traccia di vita e mutando la geografia della zona.<br><br></div><div>Sulle sponde del lago l’ondata colpì le località Pineda, San Martino, Le Spesse e risalì fino al passo di S. Osvaldo, distrusse case, borghi ed altre vite umane.<br><br></div><div>La massa idrica che tracimò la diga si presentò sulla stessa con una fronte alta circa 130 metri; precipitò quindi nella profonda e stretta gola del Vajont colmandola quasi completamente e raggiungendo un’altezza di circa 150 metri, tanto che allo sbocco sul Piave si presentò con un’altezza di quasi 70 metri. Nella Valle del Piave l’acqua, preceduta da uno strano vento gelido, si espanse a ventaglio, investendo frontalmente Longarone ed il versante destro della vallata. Infine tutto rifluì verso Sud, lungo il corso del Piave, in un’enorme onda di piena, presentandosi a Ponte nelle Alpi e Belluno con (…) altezza dell’acqua 12 metri circa. (…)<br><br></div><div>Il greto del Piave allo sbocco della gola del Vajont venne ampiamente scavato dall’onda, che creò un’enorme depressione occupata, nelle prime settimane dopo la frana, da un ampio specchio d’acqua. Disastroso fu l’effetto erosivo sul versante destro del Piave, con la completa distruzione di abitati e manufatti e con l’asportazione del terreno e dei detriti fino a mettere a nudo la sottostante roccia viva.<br><br></div><div>L’enorme ondata provocò circa 2.000 vittime, e isolò completamente la zona colpita a causa delle interruzioni stradali e ferroviarie oltre che di quelle telefoniche e telegrafiche. Insieme con gran parte dell’abitato di Longarone furono cancellate del tutto la linea ferroviaria, per un tratto di circa 2 chilometri, della ferrovia Padova-Belluno-Calalzo, con gli impianti e fabbricati della stazione, sita ad immediato contatto del paese, ed una parte della strada statale n. 51 (…) per una estensione di Km. 4. Detriti, piante, cadaveri, giunsero anche all’altezza di Termine di Cadore, che dista dal Vajont circa quattro chilometri contro corrente del Piave, verso Nord e, verso Sud, lungo tutto il corso del fiume sino al mare. Tali furono l’impeto, la forza, la velocità, la violenza di questa immane tragedia. (…)<br><br></div><div>Per giorni e settimane non si riuscì a contare il numero delle vittime.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-04-04 09:45:24 UTC</pubDate>
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         <author>veronicamelesi1</author>
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         <pubDate>2022-04-04 09:46:47 UTC</pubDate>
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         <author>veronicamelesi1</author>
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         <pubDate>2022-04-04 09:48:23 UTC</pubDate>
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         <author>veronicamelesi1</author>
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         <pubDate>2022-04-04 09:49:38 UTC</pubDate>
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         <author>veronicamelesi1</author>
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         <pubDate>2022-04-04 09:50:50 UTC</pubDate>
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         <pubDate>2022-04-04 09:52:48 UTC</pubDate>
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         <title>Con Paolini anche i superstiti hanno riscoperto il Vajont</title>
         <author>veronicamelesi1</author>
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         <description><![CDATA[<div><br></div><div>Come uno spettacolo teatrale, dopo 37 anni, è riuscito a restituire al Vajont e ai suoi abitanti la loro storia. E a farla conoscere anche agli altri italiani. Ora centomila persone ogni anno visitano il luoghi della tragedia<br><br>&nbsp;</div><div>Il Vajont è stato dimenticato per 37 anni, ma la sera del 9 ottobre 1997, nel 34° anniversario la Rai mandò in onda <a href="http://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/tag/il-racconto-di-paolini/"><em>Vajont, 9 ottobre 1963</em></a>, il monologo di <strong>Marco Paolini</strong> che racconta nel dettaglio le fasi di costruzione della diga e la corsa inesorabile verso il disastro. Da allora, come in una catarsi da tragedia greca, insieme al resto dell'Italia anche molti superstiti hanno riscoperto il Vajont.<br><br>Il lavoro era pronto e rodato da quattro anni, ma solo quella notte il monologo, messo in scena sulla frana, di fronte alla diga, e trasmesso in diretta, è riuscito a portare il Disastro all’attenzione generale, come non era più successo dal ‘63. Da allora, il Vajont ha cominciato ad essere ricordato in modo diverso.<br><br>"Il Vajont è stato dimenticato da tutti, eppure è uno dei capitoli più neri della storia contemporanea dell’Italia, per numero di vittime seconda solo a Caporetto. Ma le istituzioni non hanno fatto nulla per farlo conoscere. Nonostante il processo, nonostante le condanne, agli occhi dell’opinione pubblica è stato fatto passare come una disgrazia". <strong>Giovanni Olivier</strong> è uno dei superstiti di quella notte del 9 ottobre. È maestro elementare in pensione, un punto di riferimento per la comunità. Per tutti è il maestro <strong>Gianni</strong>. "Ancora oggi la gente è convinta che sia crollata la diga. Il Vajont è una strage di Stato: sono coinvolti i ministeri, le grandi industrie, il mondo accademico. Quella diga doveva essere il simbolo del progresso, dello sviluppo di un’Italia misera e contadina verso il benessere. Invece è diventata l’esempio di un certo modo, in Italia, di condurre affari a discapito della gente. E per questo il Vajont è stato dimenticato".<br>A dir la verità, <strong>Paolini</strong> (nella foto)<strong> </strong>non era stato il primo a raccontare la vicenda del Vajont, ricostruendola con cura dalle documentazioni del processo sul disastro svoltosi a L’Aquila. Per il suo monologo era partito dal libro della giornalista <strong>Tina Merlin</strong> <em>Sulla pelle viva</em>, uscito nel 1983, che raccontava la genesi di questa tragedia. "Ma quella pubblicazione non era riuscita a smuovere le coscienze – dice una dei superstiti, <strong>Rita Marogna</strong> – anche perché la <strong>Merlin</strong> era considerata dall’opinione pubblica una poco di buono. <a href="http://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/le-parole-inascoltate/">Scriveva per l’<em>Unità</em></a>, il giornale dei comunisti, e da lì <a href="http://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/tina-merlin-partigiana-comunista-giornalista/">aveva denunciato il disastro</a> con ampio anticipo. Ma non era semplice leggere quel quotidiano a quei tempi. Così, a Longarone sapevamo poco di <a href="http://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/erto-prima/">quello che stava succedendo a Erto</a>: avevamo paura che crollasse la diga, non immaginavamo neanche che ci fosse la frana. Poi, quando è caduta e le colonne de l’<em>Unità </em>rivendicavano di averlo annunciato, <strong>Tina Merlin</strong> e i suoi colleghi sono stati definiti sciacalli. E quel nome se lo sono portato addosso per anni".<br><br>I primi a subire questa condizione di oblio sono gli stessi superstiti, abbandonati al proprio dolore, senza la possibilità di capire. "Negli anni successivi al Disastro – continua il maestro <strong>Gianni</strong> – noi superstiti non avevamo la forza di interessarci alla tragedia nella sua dimensione generale: a noi non interessava tanto il Vajont, quanto il nostro Vajont. Ognuno doveva fare i conti con il dramma della propria vita, che era stata spazzata via. Noi superstiti eravamo concentrati sul nostro dolore, eravamo affratellati dal dolore. Parlavamo dei nostri morti, non della tragedia".<br><br>Anche del <a href="http://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/pene-lievi-ma-riconoscimento-delle-colpe-il-processo-vajont/">processo</a> si sapeva poco: L’Aquila era lontana, e le informazioni viaggiavano molto più lentamente di ora. "E poi avevamo la necessità di ricostruire: la vita ci stava trascinando avanti con i problemi del contingente, di una quotidianità da ritrovare".<br><br>Le cerimonie di commemorazione pubbliche degli anni successivi svolte sul territorio hanno visto la partecipazione di personalità politiche di livello nazionale, e persino del Papa, nell’anniversario del 1988. Ma erano manifestazioni che celebravano una dimensione del Disastro legata al lutto personale, e della comunità.<br><br>Poi, nel 1997, Rai 2 ha mandato in prima serata <strong>Paolini</strong>. "Sentirlo raccontare in modo così lineare e pulito, per noi superstiti è stato come vedere e conoscere il Disastro per la prima volta nel suo insieme. È stato il risveglio delle coscienze", raccontano i superstiti. "Non sapevamo nulla di tutti i retroscena, non sapevamo di come la Sade e l’Enel si fossero comportate durante la costruzione e le fasi di collaudo della diga. Delle pressioni, del fatto che sapessero di quella frana".<br><br>Eccola, la catarsi artistica: "È come se, grazie a quel monologo, i superstiti si siano tolti le vesti del lutto. Da allora – spiega il presidente dell’Associazione superstiti <strong>Renato Migotti</strong> – si sono resi conto di avere un ruolo, e molti hanno cominciato a parlare, se non direttamente del proprio Vajont, almeno del Vajont, inteso come vicenda sociale, come tragedia nazionale".<br><br>"Prima di <strong>Paolini</strong> non riuscivo a parlare del Vajont. Solo dopo il suo monologo – racconta <strong>Arnaldo Olivier</strong>, un altro dei superstiti di quella notte – ho sentito il bisogno di aprirmi. Mi sono rivolto a una psicologa, e oggi faccio parte degli Informatori della Memoria, che accompagnano i visitatori sui luoghi del Disastro e raccontano la tragedia".<br><br>La scossa data dal racconto di Paolini fu tanto forte che nei giorni successivi la polizia fu costretta a chiudere la strada che saliva verso la diga: i visitatori arrivavano a centinaia, volevano sapere, vedere di persona. Nessuno era pronto per accoglierne tanti. Sulla scia di quello spettacolo viene prodotto anche un film, <em>Vajont, la diga del disonore</em>, girato dal regista <strong>Renzo Martinelli </strong>nel 2001.<br><br>Dopo il monologo sul Vajont arrivano centomila visite all’anno, anche dall’estero. Arrivano scolaresche, gruppi di studio universitari. Il Vajont ha di nuovo una visibilità internazionale.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-04-04 09:56:12 UTC</pubDate>
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         <title>I luoghi del Vajont oggi (foto)</title>
         <author>veronicamelesi1</author>
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         <pubDate>2022-04-04 09:59:36 UTC</pubDate>
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         <title>Al Vajont il primato Onu dei disastri ambientali</title>
         <author>veronicamelesi1</author>
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         <description><![CDATA[<h1><br></h1><div>LONGARONE. La tragedia del Vajont è in cima alla lista dei disastri ambientali nel mondo. Ieri, a Parigi, un documento Onu illustrato alla presentazione del «2008 Anno internazionale del pianeta Terra» ha indicato quel che successe il 9 ottobre 1963 come il peggior esempio di gestione del territorio. «Un primato triste e un riconoscimento emblematico», hanno commentato Renato Migotti e Giovanni De Lorenzi, «per ricordare e lavorare in favore di una nuova cultura dell'intervento umano sulla natura».<strong><br></strong>De Lorenzi è il direttore della Fondazione Vajont e il suo sguardo cerca già nel futuro vicino «un contatto con il Comitato scientifico dell'Iype (acronimo inglese che sta per Anno internazionale del pianeta Terra, ndr)». Portare a Longarone il direttore Eduardo de Mulder potrebbe essere il punto di partenza di una collaborazione importante. «Il rapporto Onu», aggiunge De Lorenzi, «rappresenta un'ulteriore spinta e una valorizzazione del ruolo della Fondazione, quotidianamente impegnata sui grandi temi e sulle grandi emergenze relative al rapporto tra uomo e ambiente». La memoria del 9 ottobre, insomma, «non dev'essere revival o semplice commemorazione, ma deve continuare ad essere iniziative, raccolta di informazioni, conoscenze da divulgare perché certi errori non vengano più ripetuti».<br>E' l'obiettivo dell'Iype, che accanto ai disastri segnala i progetti ambientali virtuosi. Ed è l'obiettivo di Migotti, vice presidente della Fondazione Vajont e presidente dell'Associazione Superstiti del Vajont. Migotti sollecita «un progetto generale per l'uso memoriale dell'area della diga». Il che significa «ripartire con la richiesta di classificazione del sito sotto la sigla dell'Unesco, secondo una proposta avanzata a suo tempo dall'onorevole Paniz e sostenuta in Friuli, prima di venir frenata» e sovrapposta a richieste di tutela più generali (il Vajont nell'ambito delle Dolomiti) o alternative (il Vajont nel Parco delle Dolomiti friulane). «Questa», insiste Migotti, «è un'area che deve riproporre la propria storia, con la sua negatività e l'insegnamento che se ne deve ricavare. E' questo che intendo parlando di memoria attiva».<br>La Fondazione ha appena svelato il progetto di una sede ricollocata nella gola sotto la diga, «stimolo ancora più forte», la descrive Migotti, «per ricerche e studi di portata internazionale, per programmi di prevenzione delle catastrofi naturali e piani di difesa idrogeologica». Se il riferimento storico è noto all'Onu, tutta l'attività della Fondazione potrebbe essere diffusa con più efficacia. «Attorno alla diga», ricorda Migotti, «ho visto l'attenzione di studiosi e giornalisti. Richiamare il disastro del 1963 all'apertura dell'Anno intitolato alla Terra ci dice che, 45 anni dopo la distruzione e i morti, il Vajont non è stato dimenticato. Non conta poco, visto che il nostro lavoro è consistito anche nel correggere tante informazioni sbagliate, nel creare una memoria condivisa, un racconto omogeneo. Ora, procediamo e speriamo che, anche grazie all'Onu, il Vajont diventi una parte del patrimonio dell'umanità».</div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-04-04 10:03:53 UTC</pubDate>
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         <title>Inchiesta e processo</title>
         <author>veronicamelesi1</author>
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         <description><![CDATA[<div>Tre giorni dopo il disastro, l'11 ottobre, il Ministro dei Lavori Pubblici, in accordo con il Presidente del Consiglio, nomina la Commissione di inchiesta sulla sciagura, che si insedia il 14 ottobre. Essa dispone di due mesi di tempo per presentare una relazione.<br>Suo compito è quello di accertare le cause, prossime e remote, che hanno determinato la catastrofe. La Commissione finirà il suo lavoro tre mesi dopo.<br>Il 20 di febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, deposita la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo muoiono, mentre Pancini si toglie la vita il 28 novembre di quell'anno.<br>Il giorno dopo inizia il Processo di Primo Grado, che si tiene a L'Aquila, e che si conclude il 17 dicembre del 1969. L'accusa chiede 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vengono richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d'inondazione, aggravati dalla previsione dell'evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vengono condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta.<br>Il 26 luglio 1970 inizia all'Aquila il Processo d'Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso.<br>Il 3 ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che vengono riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi. Essi vengono condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin vengono assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto.<br>&nbsp;|&nbsp; | Tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolge, a Roma, il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni vengono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell'evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni,<br>Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini viene assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restano invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dell'avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione.<br>Il 16 dicembre 1975 la Corte d'Appello dell'Aquila rigetta la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui è confluita la SADE, condannando l'ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannate a pagare le spese processuali alla Montedison.<br>Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d'Appello di Firenze ribalta la sentenza precedente, condannando in solido ENEL e Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la Montedison per i danni subiti dal comune di Longarone. Il ricorso della Montedison non si fa attendere ma il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso alla sentenza del 1982.<br>Infine il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condanna la Montedison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali, oltre a lire 526.546.800 per spese di liti ed onorari e lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ha carattere immediatamente esecutivo. Nello stesso anno viene rigettato il ricorso dell'ENEL nei confronti del comune di Erto-Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l'ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico. La rivalutazione delle cifre hanno raggiunto il valore di circa 22 miliardi di lire.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-04-04 10:17:44 UTC</pubDate>
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