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      <title>La storia della struttura atomica by Tommaso Campanile</title>
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      <description>Dal modello di Dalton a quello di Bohr</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2020-05-12 16:24:37 UTC</pubDate>
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         <title>Nell&#39;800, un chimico inglese, John Dalton, basandosi sulle sue ricerche e sulle conclusioni di altri suoi due colleghi: Lavoisier e Proust, elaborò una teoria scientifica che dimostrava come la materia dovesse essere costituita da particelle elementari che si combinavano e si dividevano per formare ogni sostanza dell’universo. In omaggio ai due filosofi greci che avevano ipotizzato l&#39;esistenza di una particella elementare indivisibile detta atomo, Dalton mantenne il nome originario. L’atomo non era più un’idea filosofica, ma una entità materiale reale.</title>
         <author>tommasocampanile</author>
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         <pubDate>2020-05-12 16:32:33 UTC</pubDate>
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         <title>Nel 1897, il fisico inglese J.J. Thomson condusse un esperimento sulle proprietà elettriche della materia. Inaspettatamente lo scienziato scoprì che la materia era formata da particelle cariche negativamente. Thomson gli diede il nome di elettroni. Dedusse anche che se c&#39;erano cariche negative, dovevano esistere anche quelle positive. Nasceva il primo modello atomico, detto a panettone. </title>
         <author>tommasocampanile</author>
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         <pubDate>2020-05-12 16:43:38 UTC</pubDate>
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         <title>Nel 1911 Ernest Rutherford indagò più a fondo sulla struttura atomica: bombardando una sottilissima lastra d’oro con delle particelle alfa si accorse che il modello di Thomson non era corretto: l’atomo era sostanzialmente vuoto, con un nucleo positivo di protoni e una zona esterna in cui orbitavano gli elettroni, un piccolo sistema solare, da cui il nome di ‘modello atomico planetario’. Il modello di Rutherford apparve subito affetto da un errore: le leggi della fisica dicono che, se una particella carica si muove, perde costantemente energia. Dunque gli elettroni avrebbero dovuto cadere nel nucleo in pochi miliardesimi di secondi.</title>
         <author>tommasocampanile</author>
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         <pubDate>2020-05-12 16:48:46 UTC</pubDate>
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         <title>Nel 1912, un fisico danese di nome Niels Bohr, applicò una innovativa teoria elaborata da Max Plank, professore di fisica teorica all’università di Berlino nel 1900. Plank spiegò l’emissione di energia delle sostanze ipotizzando che l’energia emessa non fosse graduale, ma fosse emessa ‘a pacchetti’ discreti. Egli chiamò questi ‘pacchetti’ quanti di energia. Era nata la fisica quantistica. Ecco le sue conclusioni: L’elettrone staziona su orbite ad una certa distanza dal nucleo; L’elettrone può ‘saltare’ da una orbita ad un&#39;altra soltanto se riceve il giusto ‘quanto’ di energia. Se non riceve o perde questo ‘quanto’ di energia, esso permane nella sua orbita. Questo modello era in grado di spiegare perfettamente gli spettri a righe degli atomi: quando un elettrone salta ad una orbita superiore assorbe un quanto di energia che rilascia sotto forma di ‘fotone’ (in accordo con la terminologia introdotta da Einstein) quando ritorna all’orbita di partenza. Purtroppo anche l’atomo di Bohr presentava qualche imperfezione: funzionava bene con gli atomi leggeri, ma non era in grado di spiegare le emissioni di atomi pesanti o sottoposti a forti campi magnetici. Infatti, anche se egli si avvicinò molto al modello considerato da noi corretto al giorno d&#39;oggi, quello di Chadwick, ci sono volute un paio di correzioni per raggiungere il traguardo finale.</title>
         <author>tommasocampanile</author>
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         <pubDate>2020-05-12 16:52:43 UTC</pubDate>
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