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      <title>Il motivo letterario e filosofico della poesia come sollievo dai mali by HUB Scuola</title>
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      <description>Lucrezio</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2020-07-08 16:00:03 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div>Prima che la diffusione del Cristianesimo portasse all’oblio il poema lucreziano, ispirato all’<strong>incompatibile filosofia epicurea</strong>, il <em>De rerum natura</em> finì per le mani di uno dei più importanti padri della chiesa delle origini, <strong>Girolamo</strong>, vissuto tra il <strong>345 e il 420 d.C</strong>. ca. Così testimonierebbe non solo il fatto che è Girolamo la fonte di talune informazioni biografiche, pur discutibili, relative al poeta romano ma anche la presenza di <strong>una vera e propria citazione lucreziana</strong> nel suo epistolario, in particolare nella lettera centotrentatreesima indirizzata a Ctesifone. In questo contesto, lo scrittore cristiano riprende da Lucr. I 936-949 la celebre immagine del miele cosparso ai bordi della coppa dell’aspra verità e la rielabora per portare alla luce il <strong>disonesto uso</strong> che Rufino, sostenitore di idee origeniste (cioè attinte dalle opere di Origene, ritenute eretiche da Girolamo), farebbe degli scritti di Giovanni, tentando di conferire una patente di <strong>ortodossia</strong> all’<strong>eresie</strong> che Rufino va predicando, utilizzando come ‘sponsor’ proprio l’apostolo, ‘senza dubbio cattolico e santo’. Più che <strong>medico</strong>, Rufino sembra essere... un <strong>untore</strong>.</div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-08-28 15:07:54 UTC</pubDate>
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         <title>Girolamo, Lettera a Ctesifone</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<blockquote>Ma Rufino è scaltro, e fa come i medici, di cui Lucrezio dice: "come quando chi cura cerca di dare ai bambini l'assenzio ripugnante, e prima intorno ai bicchieri gli orli cosparge del dolce e buono liquore del miele". Voglio dire che lui appositamente ha posto all'inizio del suo libro Giovanni, un indubitabile cattolico e santo, per lasciar entrare nella Chiesa gli eretici che ho appena menzionato.</blockquote>]]></description>
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         <pubDate>2020-08-28 15:11:59 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div>Seppur celebre nella versione poetica di Lucrezio, il paragone tra il miele che addolcisce l’amaro farmaco e la poesia che abbellisce la dura verità appartiene a una <strong>tradizione pre-lucreziana</strong> di ambiente <strong>filosofico</strong>, rintracciabile negli scritti di <strong>Platone</strong> (<em>Leggi</em> 659e) e nelle testimonianze relative a <strong>Diogene il Cinico</strong> (V B 330 Giannantoni). Nelle scuole filosofiche, dunque, la poesia era valutata in base alla sua <strong>utilità</strong>, nella misura in cui, nascondendo nella <strong>dolce musicalità</strong> del canto la dura verità etico-filosofica, garantiva successo al cammino dei più giovani verso il <strong><em>verum</em></strong>.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-08-28 15:21:52 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div>Nel <strong>Cinquecento</strong>, Tasso non è l’unico a recuperare, nell’incipit della sua <em>Gerusalemme liberata</em>, il motivo lucreziano né la poesia è l’unico genere letterario dove esso viene ripreso. Infatti, si registra una ricorrenza dell’immagine del miele come figura della poesia anche nella <strong>coeva trattatistica</strong>. A tale immagine, <strong>eruditi e docenti universitari </strong>(quali Sperone Speroni, Alessandro Piccolomini, Giason de Nores) vi ricorrono, per sottolineare come la poesia, affiliata alla <strong>filosofia morale</strong>, abbia a difendere la moralità del cittadino e la consona soddisfazione dei bisogni dello Stato. In particolare modo, la capacità della poesia di veicolare contenuti morali è fermamente asserita da <strong>Faustino Summo</strong> che nel trattato intitolato <em>Qual sia il fine della poesia in generale</em>, dopo aver riferito il passo platonico di <em>Leggi</em> 659e, sancisce che </div><blockquote>Riman dunque a dire che solo l’utile è il vero fine d’ogni poesia.</blockquote>]]></description>
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         <pubDate>2020-08-28 15:37:23 UTC</pubDate>
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         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div>Primo della sua famiglia a essere eletto Pontefice nel <strong>1623</strong> con il nome di <strong>Urbano VIII</strong>, <strong>Maffeo Barberini</strong>, al fine di ingentilire le proprie origini, provvide subito a sostituire sullo stemma di famiglia i <strong>tafani</strong> (antico cognome e simbolo gentilizio, che ancora oggi può essere scorto nei luoghi fiorentini legati ai Barberini) con un ben più nobile animale: <strong>l’ape</strong>. Così facendo, Urbano VIII associava alla storia della sua famiglia l’idea innanzittutto di <strong>laboriosità</strong> e <strong>dedizione</strong> ma, verosimilmente, anche quella di <strong>eloquenza</strong> e di <strong>maestria retorica-poetica</strong>. In questo modo, Urbano VIII recuperava non solo una simbologia, seppure secondaria, dell’animale ma anche preannunciava quella che sarebbe stata una decisa tendenza del suo papato: il <strong>mecenatismo</strong> e la tutela delle arti liberali, dalla <strong>letteratura</strong> alla <strong>musica</strong>, passando per le <strong>arti figurative</strong>.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-08-28 15:39:01 UTC</pubDate>
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         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2020-08-28 15:40:53 UTC</pubDate>
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