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      <title>Classe5A by debora</title>
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      <language>en-us</language>
      <pubDate>2024-03-13 18:07:08 UTC</pubDate>
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         <title>Ciao </title>
         <author>annaritadelmastro</author>
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         <pubDate>2024-03-23 13:01:30 UTC</pubDate>
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         <title>la famiglia</title>
         <author>danielaleone77_2</author>
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         <description><![CDATA[<p><strong>1. PATER FAMILIAS.</strong> Era il capofamiglia, autorità indiscussa del patriarcato romano alla quale tutti dovevano ubbidire. Era lui, nelle famiglie patrizie, a tramandare l'appartenenza alla <em>gens</em>.</p><p><strong>2. DONNE E MATRONE.</strong> La matrona era la moglie, a volte molto influente, del <em>pater familias</em>. Le spose avevano beni propri ma, come le figlie e le sorelle, dovevano sottostare al volere del <em>pater familias</em>.</p><p><strong>3. SERVI E ANCELLE. </strong>Potevano essere consanguinei, ma più spesso si trattava di servitori legati alla famiglia anche da generazioni, oppure di <em>liberti</em> (schiavi liberati). Erano totalmente dipendenti dal <em>pater familias</em>.</p><p><strong>4. CLIENTES.</strong> Non avevano vincoli di sangue con la famiglia. Erano cittadini legati al <em>patronus</em> (che coincideva con il capofamiglia) da un vincolo di obbligo, in virtù di favori ricevuti. La loro fortuna (e spesso anche la loro vita) dipendeva da quanto il <em>pater familias</em> li tenesse in considerazione. Chi aveva più <em>clientes </em>era più importante.</p><p><strong>5. FIGLI.</strong> I maschi venivano istruiti ai valori aristocratici dal padre o da precettori; le bambine erano introdotte al governo della casa dalla madre.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-03-26 18:14:19 UTC</pubDate>
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         <title>la donna romana</title>
         <author>danielaleone77_2</author>
         <link>https://padlet.com/debora_lattanzio68/pl53c8kor2gjm6m7/wish/2934361412</link>
         <description><![CDATA[<p>Nell’antica Roma il comportamento delle donne “rispettabili” doveva adeguarsi a un’ideale femminile molto preciso, <strong>quello della matrona</strong>. La sua missione consisteva nel generare figli e figlie all’interno di un matrimonio controllato ed educarli ai valori tradizionali. Fin dall’infanzia, le bambine venivano <strong>preparate a svolgere questo ruolo</strong>. Nella cerimonia degli sponsali, alla promessa sposa – ancora bambina – veniva messo un anello al dito (per questo detto “anulare”) dal quale si riteneva partisse un nervo che andava fino al cuore. Da quel momento la bimba aspettava il matrimonio come l’evento più importante della sua vita, con cui avrebbe dato inizio alla sua <strong>funzione riproduttiva</strong> e di salvaguardia dei valori romani, tramite l’educazione della prole ai principi del patriottismo romano.La donna era sottomessa a un <strong>ordine patriarcale</strong>, in cui i maschi controllavano la sua sessualità e la sua capacità riproduttiva. A questo scopo si applicavano norme e leggi di estrema durezza. Ogni relazione al di fuori del matrimonio, anche se intrapresa da donne vedove o non impegnate, era considerata <strong>un reato </strong>e poteva essere punita dal capofamiglia (<em>pater familias</em>) senza bisogno di un processo.</p><p>Anche al di là del loro ruolo di madri, le donne erano soggette a molte limitazioni legali. Non potevano fare testamento ed erano <strong>sottoposte a vita</strong> alla tutela maschile per l’esercizio di qualunque atto giuridico. In alcuni casi non ereditavano e non potevano disporre dei propri beni in favore dei figli. Allo stesso modo le donne erano <strong>escluse dalla vita politica</strong>. Non potevano votare nei comizi dove si sceglievano i magistrati e gli era precluso l’accesso ai compiti considerati esclusivamente maschili, gli officia virilia. Questa emarginazione si mantenne per tutta la storia di Roma, come sottolinea nel III secolo d.C. il giurista Ulpiano: «Le donne sono escluse da tutte le funzioni <strong>civili e pubbliche</strong> e per questo non possono essere giudici, né ottenere una magistratura, né esercitare come avvocate, né intervenire in rappresentanza di alcuno, né essere procuratrici».La subordinazione giuridica e politica delle donne veniva giustificata in vari modi. Il filosofo Seneca, per esempio, affermava: «I due sessi contribuiscono allo stesso modo alla vita comune, perché <strong>uno è fatto per ubbidire e l’altro per comandare</strong>». Si sosteneva poi che la necessità di dedicarsi esclusivamente alla famiglia impedisse alla donna l’esercizio di cariche pubbliche. Altri facevano riferimento all’inferiorità naturale delle donne e più precisamente alla loro “debolezza di giudizio” o<em> levitas animi</em>, inaugurando quel mito <strong>dell’incostanza femminile</strong> che tanta importanza giuridica e letteraria avrebbe avuto nel corso della storia successiva. Ecco come viene presentato nei testi di giurisprudenza: «Gli antichi vollero che le donne, anche se in età adulta, fossero poste sotto tutela a causa della leggerezza del loro spirito», scriveva il giurista Gaio in riferimento alla Legge delle XII tavole, il codice legale più antico di Roma.La corruzione, il rischio che accompagnava costantemente la gestione del denaro, era considerata<strong> particolarmente dannosa per le donne</strong>. Queste dovevano seguire il modello di Cornelia, la madre dei Gracchi, esempio virtuoso di matrona romana che disprezzava gli ornamenti e la ricchezza, e si vantava del fatto che i suoi unici gioielli <strong>fossero i suoi figli</strong> (gli eroi di Roma Caio e Tiberio Gracco): «<em>Haec ornamenta mea</em>». Nonostante questi modelli, il generale arricchimento vissuto da Roma alla fine della Seconda guerra punica (218-201 a.C.) spinse le donne a ribellarsi contro le leggi che le escludevano dall’esibizione della ricchezza. La <em>Lex Oppia</em>, per esempio, promulgata nel 215 a.C., <strong>impediva alle donne di indossare i propri gioielli</strong>, concretamente di «portare con sé più di mezza oncia di oro». Di fronte alla resistenza di alcune donne, Catone rispose con la sua abituale misoginia: «Ciò che vogliono veramente è la libertà senza restrizioni; o, per dirla tutta, <strong>il libertinaggio</strong>. Ma se vincono adesso, cosa le tratterrà in futuro?».</p><p>In quella stessa epoca era diventato più facile per i figli, sia femmine che maschi, accedere all’amministrazione del patrimonio familiare. Molti capifamiglia erano morti durante le Guerre puniche e c’erano sempre <strong>più donne ricche e dedite al commercio</strong>. Questo portò a una maggiore presenza delle donne nel mondo degli affari e dell’impresa, e persino della politica, come evidenziano decine di cartelli elettorali ritrovati a Pompei e firmati da donne. Quando nel 169 a.C. fu promulgata la <em>Lex Voconia</em>, che <strong>impediva alle donne di ereditare</strong> dai cittadini delle famiglie più ricche (quelli iscritti nella prima classe del censo), queste trovarono degli stratagemmi legali per eludere la restrizione, con la collaborazione di uomini appartenenti a classi diverse.La corruzione, il rischio che accompagnava costantemente la gestione del denaro, era considerata<strong> particolarmente dannosa per le donne</strong>. Queste dovevano seguire il modello di Cornelia, la madre dei Gracchi, esempio virtuoso di matrona romana che disprezzava gli ornamenti e la ricchezza, e si vantava del fatto che i suoi unici gioielli <strong>fossero i suoi figli</strong> (gli eroi di Roma Caio e Tiberio Gracco): «<em>Haec ornamenta mea</em>». Nonostante questi modelli, il generale arricchimento vissuto da Roma alla fine della Seconda guerra punica (218-201 a.C.) spinse le donne a ribellarsi contro le leggi che le escludevano dall’esibizione della ricchezza. La <em>Lex Oppia</em>, per esempio, promulgata nel 215 a.C., <strong>impediva alle donne di indossare i propri gioielli</strong>, concretamente di «portare con sé più di mezza oncia di oro». Di fronte alla resistenza di alcune donne, Catone rispose con la sua abituale misoginia: «Ciò che vogliono veramente è la libertà senza restrizioni; o, per dirla tutta, <strong>il libertinaggio</strong>. Ma se vincono adesso, cosa le tratterrà in futuro?».</p><p>In quella stessa epoca era diventato più facile per i figli, sia femmine che maschi, accedere all’amministrazione del patrimonio familiare. Molti capifamiglia erano morti durante le Guerre puniche e c’erano sempre <strong>più donne ricche e dedite al commercio</strong>. Questo portò a una maggiore presenza delle donne nel mondo degli affari e dell’impresa, e persino della politica, come evidenziano decine di cartelli elettorali ritrovati a Pompei e firmati da donne. Quando nel 169 a.C. fu promulgata la <em>Lex Voconia</em>, che <strong>impediva alle donne di ereditare</strong> dai cittadini delle famiglie più ricche (quelli iscritti nella prima classe del censo), queste trovarono degli stratagemmi legali per eludere la restrizione, con la collaborazione di uomini appartenenti a classi diverse.La presenza femminile in politica aveva iniziato a farsi visibile già durante la repubblica. Ma aumentò inesorabilmente in età imperiale, con l’entrata in crisi e la successiva <strong>scomparsa della famiglia tradizionale romana</strong>, i cui membri erano uniti da vincoli di sottomissione al <em>pater familias</em>.</p><p>La presenza delle donne al di fuori della <em>domus</em>, la casa, era in crescita, mentre il vecchio modello della famiglia patriarcale <strong>perdeva forza</strong>. Divennero più frequenti le famiglie non tradizionali: alcune erano composte da un solo genitore divorziato o vedovo, altre da coniugi senza prole, altre ancora erano <strong>famiglie “plurigenitoriali”</strong>, che riunivano figli nati da differenti matrimoni e di età molto diverse. Questo senza contare i vari rapporti di concubinato o le famiglie composte da coppie omosessuali.Poco poterono contro la nuova situazione le leggi promulgate da Augusto in favore della natalità e in difesa dell’istituto matrimoniale, o gli sforzi per promuovere l’ideale della <strong>matrona fedele al marito</strong> e con molti figli. Va poi sottolineato che le leggi sulla natalità del fondatore dell’impero prevedevano importanti benefici legali per le donne, poiché dichiaravano emancipate dalla tutela maschile le<em> ingenuae</em> (donne <strong>nate libere</strong> e mai state schiave) che partorivano almeno tre figli, nonché le liberte con almeno quattro figliSotto l’impero, molte donne dell’aristocrazia godettero di una <strong>posizione economica invidiabile</strong>. Le maggiori fortune provenivano dalle concessioni imperiali e appartenevano in gran parte a liberti e liberte, cui gli imperatori offrivano <strong>la propria garanzia</strong> senza distinzioni di genere. Fu poi superata l’idea repubblicana secondo cui i soldi erano qualcosa di sporco e indegno. Di conseguenza era sempre più comune che le donne risultassero titolari di grandi patrimoni o <strong>ne fossero amministratrici </strong>e che investissero personalmente il proprio capitale.</p><p>Con l’impero lo statuto legale delle donne migliorò anche da altri punti di vista. Per esempio, sotto gli imperatori Severi (193-235 d.C.) fu riconosciuto alle madri divorziate il <strong>diritto di esercitare la custodia dei figli</strong>, anche se solo in caso di provata negligenza (<em>nequitia</em>) del padre.</p><p><br></p><p><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-03-26 18:23:14 UTC</pubDate>
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         <author>danielaleone77_2</author>
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