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      <title>Percorso sul fast fashion by Prof.ssa Elisa D.</title>
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      <description>Classe 2EB</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2024-11-18 11:06:39 UTC</pubDate>
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         <title>Per iniziare:</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
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         <description><![CDATA[<p>Quando parliamo di fast fashion, parliamo di tutti quei brand che producono <strong>abbigliamento economico, di scarsa qualità e non duraturo</strong> (ma dall'aspetto gradevole e alla moda!), <strong>prodotto e spedito in fretta</strong>. Non serve nemmeno fare nome dei brand, perché sono chiari a tutti. Oltre a offrire prodotti a poco prezzo, essi propongono <strong>un’offerta costantemente rinnovata</strong> che immette in commercio sempre nuovi modelli, a volte anche a cadenza settimanale. Dal momento che questi abiti non durano molto, si potrebbe definire quella del fast fashion una <strong>moda usa e getta</strong>. Se un prodotto è molto economico rispetto alla media, ci sono alte probabilità che la persona che lo ha realizzato l’abbia pagato poco: poche pause, niente malattia, turni lunghissimi, un terzo dei lavoratori in nero. Quante di queste cose sono note ai brand? Una produzione veloce, inoltre, non può che dipendere da <strong>materie prime a loro volta economiche</strong>: poliestere, nylon, elastane sono alcune delle fibre sintetiche o microplastiche usate per realizzare i nostri vestiti che costano poco rispetto a quelle in 100% cotone. Queste fibre sintetiche hanno un forte impatto sull’ambiente. L’87% dei rifiuti del settore moda finisce in discarica e incenerito, dove con discarica intendiamo spesso distese abusive in paesi lontani, dove montagne di vestiti vengono abbandonate in mezzo alla natura.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-11-18 11:10:22 UTC</pubDate>
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         <title>L&#39;agenda 2030</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
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         <description><![CDATA[<p>L'agenda 2030 una specie di agenda su cui i Paesi che appartengono all’<strong>ONU</strong> (Organizzazione delle Nazioni Unite) hanno deciso di scrivere i compiti da svolgere tutti insieme… per il 2030. Poi hanno firmato e hanno promesso di impegnarsi al massimo per svolgere questo <strong>grande lavoro di gruppo</strong>. Come in tutti i lavori di gruppo, anche qui ci sono due grandi regole: bisogna <strong>coinvolgere tutti </strong>e <strong>ciascuno deve fare la sua parte</strong>.</p><p>Questo grande lavoro di gruppo ha un titolo molto impegnativo: <strong><em>Trasformare il mondo</em></strong>. È andata così: i 193 Paesi dell’ONU si sono riuniti, si sono confrontati, hanno ascoltato la voce degli scienziati e degli esperti, e hanno deciso che è giunto il momento di fare qualcosa: <strong>ci sono troppe cose che non vanno sul nostro Pianeta e dobbiamo affrontarle subito</strong>. Per esempio ci sono tantissime persone che soffrono la fame, che non possono curarsi e non hanno una casa; ci sono donne e bambini che vengono maltrattati; continuiamo a inquinare l’aria, l’acqua, la terra… Adesso basta!</p>]]></description>
         <enclosure url="https://venti-trenta.it/agenda-2030" />
         <pubDate>2024-11-18 11:14:40 UTC</pubDate>
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         <title>Il viaggio di una maglietta blu: da un negozio al deserto di Atacama (Cile)</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
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         <description><![CDATA[<p>I nostri jeans, magliette, cappelli sono <strong>rifiuti&nbsp;non biodegradabili</strong>, cioè non si scompongono in elementi naturali che poi vengono riassorbiti dalla terra, perché <strong>contengono sostanze chimiche</strong>. E infatti non sono accettati nelle discariche. <br>Per toglierseli di torno, la gente del posto li ha sepolti sottoterra o nella sabbia, ma in questo modo ha inquinato il suolo. Oppure li ha bruciati, liberando nell’aria gas nocivi per la salute di persone, animali e ambiente. Questo è quello che succede nel <strong>deserto di Atacama, in Cile</strong>, dove uno scoop della stampa francese ha scoperto, nel 2021, l’esistenza di una discarica a cielo aperto.</p>]]></description>
         <enclosure url="https://venti-trenta.it/deserto-atacama-17351.html" />
         <pubDate>2024-11-18 11:18:34 UTC</pubDate>
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         <title>Junk - Armadi pieni (1)</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
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         <description><![CDATA[<p><em>Junk – Armadi pieni</em>, coprodotta da <a rel="noreferrer noopener" href="https://willmedia.it/"><strong>Will Media</strong></a> e<strong> Sky Italia</strong>, è la docuserie che vede <strong>Matteo Ward</strong>protagonista di un viaggio incredibile nel mondo del <a rel="noreferrer noopener" href="https://techprincess.it/fast-fashion-e-resale/"><strong>fast fashion</strong></a>, obbligando lo spettatore, puntata dopo puntata, a una seria riflessione sulla moda e sull’impatto ambientale che questo settore ha sul nostro pianeta. Il primo episodio è ambientato in un lembo di terra molto lontano dall’Italia, situato dall’altra parte del mondo: il <strong>Cile</strong>.</p><p>Il Paese sudamericano è la prima tappa di Matteo, più precisamente il <strong>deserto di Acatama</strong>, situato nella periferia di <strong>Alto Hispicio</strong>. Qui è situata una grande (e illegale) discarica al cielo aperto di abiti, indipendentemente dal loro essere usati o di nuova fattura. È impressionante vedere intere montagne di vestiti ricoprire lembi di terra, i cittadini raccoglierli per sistemarli e rivenderli al mercato locale. Si rimane attoniti di fronte a un paesaggio che mai avremmo immaginato di poter vedere, in una chiara e per nulla muta denuncia dei danni causati dal fast fashion e dal <strong>consumismo soprattutto occidentale</strong>.</p>]]></description>
         <enclosure url="https://www.youtube.com/watch?v=fOpqsvYOx54&amp;t=523s" />
         <pubDate>2024-11-18 11:23:23 UTC</pubDate>
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         <title>Junk - Armadi pieni (2)</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
         <link>https://padlet.com/awalkinthejurassicpark/mipf6hf5ojlw9gjx/wish/3222017917</link>
         <description><![CDATA[<p>La seconda puntata di Junk porta Matteo in un altro continente, l’Africa. Se in Cile, infatti, esiste una enorme discarica di vestiti, in <strong>Ghana </strong>non è poi così diverso, con migliaia di persone impiegate in un sistema identico a quello della nazione sudamericana. Ciò che per noi può sembrare vecchio, fuori moda, o dismesso, per loro è invece oro, una fonte di guadagno unica nel suo genere, ma non solo. In Ghana non esistono solo discariche di vestiti, che si estendono anche lungo la costa venendo inghiottite e rigettate dal mare, ma luoghi dove è possibile trovare <strong>vecchi computer e dispositivi elettronici</strong> da cui le persone recuperano rame, ferro e altre componenti utili per la rivendita.</p><p><br/></p><p>Matteo nel suo lungo viaggio ha incontrato e intervistato le persone più disparate. E in Cile così come in Africa e in Asia la risposta alle sue domande è sempre e stata una sola:<strong> sono soprattutto i governi i principali complici</strong> dell’inquinamento prodotto dal fast fashion e dall’industria della moda.</p><p><br/></p><p>Eppure, come singoli cittadini di un mondo sempre più in declino, possiamo cercare di fare un minimo la nostra parte, ma come? Di primo acchito è naturale pensare di <strong>boicottare</strong> del tutto il mondo del fast fashion, decidere di non acquistare più capi prodotti in Bangladesh, in India o da catene solite sfruttare i lavoratori di questi Paesi o le limitate risorse del pianeta. Nulla di più sbagliato.</p><p><br/></p><p>Se c’è una cosa che insegna Junk è che<strong> la soluzione non è mai il proibizionismo, per quanto sia naturale e umano pensarlo</strong>. Tutt’al più c’è bisogno di una presa di coscienza globale, portare sotto agli occhi di tutti i problemi causati dall’azienda della moda e dal consumismo. In una società sempre più capitalista e orientata al guadagno stiamo seriamente perdendo di vista che questo è l’unico pianeta che abbiamo a disposizione, che inquinarlo, deforestarlo e privarlo di risorse e salute colpirà in un primo momento le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, per poi allargarsi anche a noi come uno tsunami incontrollato.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-11-18 11:25:04 UTC</pubDate>
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         <title>Progetto Happiness - Bangladesh</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
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         <description><![CDATA[<p>Il video di <strong>Progetto Happiness</strong> sul lavoro minorile in Bangladesh racconta una realtà complessa e drammatica, dove migliaia di bambini sono costretti a lavorare in condizioni difficili per contribuire al sostentamento delle proprie famiglie.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-11-18 12:36:15 UTC</pubDate>
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         <title>L&#39;impatto ambientale</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2024-11-18 12:39:47 UTC</pubDate>
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         <title>Una montagna di vestiti</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
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         <pubDate>2024-11-18 12:41:14 UTC</pubDate>
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         <title>Un testo argomentativo modello</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
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         <pubDate>2024-11-18 12:45:34 UTC</pubDate>
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         <title>Guida per vivere in modo più responsabile e consapevole quello che indossiamo</title>
         <author>awalkinthejurassicpark</author>
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         <pubDate>2024-11-19 15:01:59 UTC</pubDate>
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