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      <title>Le quattro stagioni by Maria Teresa Carrieri</title>
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      <description>Realizzato da Carrieri Maria Teresa, Rossella Ricci, Giuliana Volonnino, Maria Vietri, Grazia Mollica, Rosa Pitoia</description>
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      <pubDate>2018-10-11 13:44:49 UTC</pubDate>
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         <title>Le quattro stagioni</title>
         <author>mcarrieri2011</author>
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         <pubDate>2018-10-11 13:45:46 UTC</pubDate>
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         <title>Stagioni</title>
         <author>mcarrieri2011</author>
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         <description><![CDATA[<div>colline velate di nebbia,<br>profumo di mosto in lontananza-<br><br>in inverno <br>ghiaccioli su grondaie<br>ammiccano a cuscini di neve,<br>fronde argentate -<br><br>esplosioni di colori e <br>profumi nei prati a primavera,<br>abbracciano sentieri e monti<br>per arrivare al mare -<br><br>dune infocate sotto <br>il solleone, <br>ciottoli roventi nelle <br>strade aspettano la notte<br>illuminata di stelle<br>simili a falene.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-10-11 13:48:10 UTC</pubDate>
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         <title>Le quattro stagioni di Vivaldi</title>
         <author>mcarrieri2011</author>
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         <pubDate>2018-10-11 13:49:58 UTC</pubDate>
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         <title>ARCIMBOLDO LE QUATTRO STAGIONI</title>
         <author>mcarrieri2011</author>
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         <pubDate>2018-10-11 13:54:50 UTC</pubDate>
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         <title>Le quattro stagioni narrano la loro storia. L. Fiorentini</title>
         <author>mcarrieri2011</author>
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         <description><![CDATA[<div>Sono tutto bianco: sono l'Inverno. La mia bisaccia è piena di neve, pioggia e vento. Porto tossi e raffreddori. Sotto la mia coltre bianca custodisco il seme del grano, che germoglierà e darà la spiga.<br>Ecco, sono la Primavera. Sono lieta e bella. Porto l'azzurro del cielo, il tiepido sole, le gemme degli alberi, il verde dei prati e mille fiori profumati,<br>Ed io sono l'Estate. Sono calda, afosa, polverosa. Abbiate pazienza, ma il mio calore matura le messi e i frutti. Si chiudono le scuole e cominciano le vacanze. Si va in campagna, sui monti, al mare.<br>Sono l'Autunno. Dipingo la campagna di mille colori. Offro à tutti uva, fichi, castagne, funghi ..<br>Quando giungo io partono e rondini e i bimbi tornano a scuola.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-10-11 13:56:45 UTC</pubDate>
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         <title>“Le quattro stagioni”, di Elisabetta Jankovic</title>
         <author>mcarrieri2011</author>
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         <description><![CDATA[<div>C’era una volta una foglia di platano: bella, larga, grande come il palmo della mano di un papà. Si chiamava Robecca e abitava nel punto centrale di un parco di una grande città. Si considerava molto fortunata perché dalla sua posizione poteva vedere tutto il giardino e accorgersi del susseguirsi delle stagioni. Sapeva, ad esempio, che si stava avvicinando l’autunno perché, dopo l’estate, i bambini erano tornati a giocare sotto i rami dell’albero. Il vecchio platano era il punto d’incontro di tutti coloro che frequentavano il parco. I primi a farsi vedere, appena dopo l’alba, erano gli appassionati di jogging. Scarpe da ginnastica ai piedi e cuffiette alle orecchie. Si allenavano correndo e sbuffando, fino a quando facevano una lunga pausa appoggiati alla solida corteccia del platano. Poi era la volta dei cani. Tenuti al guinzaglio dai loro padroni venivano lasciati liberi in uno spazio recintato, anche se qualche volta un cucciolo riusciva a scappare e alzava la zampetta proprio sul fusto centenario dell’albero.<br><br></div><div>Verso le undici arrivavano le mamme (spingendo le carrozzine) e i nonni (appoggiandosi al bastone). Si sedevano sulle panchine in fondo al prato. Leggevano il giornale o chiacchieravano tra loro e quando passavano sotto l’ombra dell’albero respiravano il profumo di resina. All’ora di pranzo era il turno degli impiegati e degli operai. Con un panino e una bibita gustavano la pausa, godendosi i raggi del sole, ancora caldi e generosi. Ma il momento della giornata più gioioso era verso le quattro di pomeriggio quando finiva la scuola. Si sentiva il suono della campanella e, come per magia, decine di bambini correvano per il parco e le loro voci si univano a quelle degli uccellini. Grazie a loro, il platano era contento che, dopo un’estate torrida e solitaria, fosse di nuovo settembre.<br><br></div><div>Un po’ meno contenta era Robecca che, come le altre foglie, si doveva preparare a cadere. Alcune sue amiche non vedevano l’ora di dipingersi di giallo e di rosso, altre invece avevano paura di atterrare a terra. Robecca sarebbe rimasta volentieri un altro anno attaccata ai rami. “Sono ancora piena di vita” borbottava tra sé “Resisterò all’inverno e mi godrò un’altra primavera”. “Non fare la sciocca Robecca” la rimproverava Rossella, la foglia vicina “da che mondo è mondo all’arrivo dei primi freddi dobbiamo andarcene!” “Quando nevicherà gelerai sola e abbandonata” la incalzava una rondine che si preparava, suo malgrado, a migrare “Madre Natura sa quello che è giusto: il platano non è un pino e neppure un abete!” Ma Robecca non voleva ascoltare ragioni. Si ostinava a rimanere verde, nonostante fosse già iniziato l’autunno. Intorno a lei le fronde si coloravano di un giallo intenso e pieno che, con il nero della corteccia, esaltava ancor di più la loro bellezza.<br><br></div><div>Era come se un pittore, ogni notte, rendesse una foglia diversa dell’altra. Passeggiare per il parco era una delizia. Quell’esplosione di colori rallegrava tutti e c’era persino chi sosteneva che il parco d’autunno fosse ancora più bello che in primavera. Al giallo si sostituì il rosso. Ed era un rosso accesso. Come il fuoco, il sangue e l’amore. Le foglie si divertivano a cambiarsi d’abito, scherzavano tra loro, si specchiavano orgogliose nel laghetto e si complimentavano a vicenda. Il vento soffiava e ne staccava qualcuna che, abbandonandosi, si adagiava delicata per terra, pronta a formare, insieme alle altre, un tappeto prima morbido, poi secco e scricchiolante. Tutte erano felici, tranne Robecca che, ostinata, non si univa alle compagne, e rimaneva di un verde sbiadito.<br><br></div><div>Passarono due lunghi mesi. Le temperature si fecero più rigide, le giornate si accorciarono e arrivarono le piogge. In un paio di settimane tutte le foglie erano a terra. Il cielo era quasi sempre grigio, le persone attraversavano il parco strette in sciarpe e cappotti, le mamme controllavano che il berretto dei loro bimbi fosse ben calzato sulla testa. Qualcuno scattava foto alla panchina abbandonata, ai rami spogli che sembravano radici all’incontrario e soprattutto alle foglie gialle e rosse che coloravano tutti i vialetti. Robecca era sempre in alto. Sorda a tutte le chiamate.<br><br></div><div>All’alba la natura gelava. Un sottile strato di ghiaccio si formava su tutto il parco. Il freddo era pungente. Gli spazzini avevano ripulito le strade dalle foglie e le poche persone che passavano tenevano le mani in tasca. Formavano delle nuvolette di calore a ogni parola che pronunciavano. Ma quello sbuffo di fumo era troppo lontano e tenue per scaldare Robecca. Poi, una notte, dal nulla iniziò a scendere dal cielo la neve. I fiocchi si depositarono delicatamente sulla sua superficie coprendola tutta. Faceva un po’ meno freddo. La neve era soffice e delicata. L’accarezzava. Non si udiva più nessun rumore. Come se il Tempo si fosse addormentato. Ogni cosa spariva sotto un mantello immacolato. Robecca era così affascinata da quel paesaggio mai visto e neppure immaginato che ripeteva commossa: “Anche dovessi cadere proprio ora sarebbe valsa la pena resistere” Era stanca e infreddolita e decise di lasciarsi andare. Chiuse gli occhi, rassegnata, e si addormentò. Si risvegliò dopo un sonno molto lungo. Non avrebbe saputo dire neppure lei quanto. Sentiva un tepore famigliare, una sensazione di rinascita già provata. Il sole la stava baciando.<br><br></div><div>Dopo l’inverno era tornato a dar vita ed energia agli alberi, agli animali e agli uomini che ripopolavano il parco. Robecca si guardava intorno. Era tutto come un anno fa, quando era appena spuntata dal ramo e scopriva per la prima volta il mondo. Improvvisamente un “ohhhh” di meraviglia la distolse dai suoi pensieri. Una piccola gemma era appena sbocciata e stava rimirando la natura. Robecca pensò che anche lei aveva provato le stesse sensazioni e si intenerì ricordando la sua infanzia. Stava per mettersi a spiegare alla nuova venuta i nomi di tutto ciò che la circondava, quando un piccolo starnuto annunciò lo sbocciare di un’altra fogliolina, poco più sotto. In breve,sui rami, era tutto un bisbiglio, una risata, una chiacchiera. Un entusiasmo contagioso, anche per Robecca, soddisfatta di avere di fronte a sé un’altra lunga stagione. Ma un singulto timido la distolse da quell’atmosfera eccitata. “Che c’è‘? Perché piangi?” chiese Robecca alla fogliolina ancora quasi invisibile che le era spuntata accanto. “La mia sorellina è proprio sotto di te. Non ha spazio per nascere” rispose.<br><br></div><div>Robecca si immaginò la gemma neonata e la strada sbarrata. Per colpa di Robecca avrebbe dovuto rinunciare alla primavera, al canto della pioggia, alla luce del sole, al buio della notte e alle voci dei bambini. Lei, al contrario, aveva già vissuto tutto questo. Capì che era arrivato il momento di lasciare il ramo. Senza rimorsi, senza rabbia, senza rimpianti sospirò. “Non preoccuparti piccola amica” disse “ tra pochissimo ci sarà posto per la tua sorellina”. Aspettò il respiro del vento e si tuffò nell’aria. Volò, sicura di toccare presto la terra, che aveva sempre e solo visto dall’alto. Invece planò su un libro aperto. Un libro strano pieno di righe orizzontali, di puntini neri e di asticelle. Era capitata su uno spartito di musica che per un po’ rimase così, immobile, poi all’improvviso venne chiuso, raccolto e infilato in una cartella.<br><br></div><div>Intorno a Robecca s’era fatto tutto nero. Attenta cercava di ascoltare i rumori che arrivavano da lontano: lo sferragliare di un tram, il clacson di una macchina, porte che si aprivano e chiudevano e poi strumenti musicali che si accordavano. Qualcuno tolse lo spartito dalla borsa e lo posò su un leggio. Robecca non poteva saperlo, ma si trovava nel teatro più grande e famoso della città,sul palcoscenico, di fronte alla platea di poltroncine di velluto rosso. Gli spettatori stavano prendendo posto. Poi fu silenzio per qualche secondo. Il direttore d’orchestra aprì lo spartito e la musica iniziò a riecheggiare in sala. Già dalle prime note si potevano riconoscere le “Quattro stagioni” di Vivaldi.<br><br></div><div>Robecca fu mossa da un fremito di commozione all’udire una sinfonia cosi bella e quando il direttore d’orchestra girò la pagina che la teneva stretta , lei si alzò libera e volò. Volteggiò sotto il soffitto ovale, intorno al lampadario di gocce di cristallo, davanti ai palchi d’onore, ammirata da centinaia di occhi increduli che seguivano la sua danza. Fino a quando, al termine della composizione, si posò delicatamente sulle mani nodose di un signore dai capelli bianchi in ultima fila. Il concerto era finito e scrosciarono vigorosi gli applausi. Il signore dai capelli bianchi la sollevò delicatamente e prima di riporla nel suo taccuino le bisbigliò “Questi battimani sono tutti per te”. Robecca avrebbe voluto ringraziare con un inchino, come stava facendo il direttore d’orchestra, ma era solo una foglia e allora si accontentò di accoccolarsi nel taccuino. E subito dopo si addormentò felice.<br><br></div><div>© Riproduzione riservata<br><br></div>]]></description>
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         <title>Lavoretti sulle quattro stagioni</title>
         <author>mcarrieri2011</author>
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         <title>Dal quaderno dei bambini</title>
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         <title>L&#39;orologio delle quattro stagioni</title>
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         <title>La successione delle quattro stagioni</title>
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         <title>I frutti delle quattro stagioni</title>
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         <title>I frutti delle quattro stagioni</title>
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