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      <title>Kierkegaard: Esistere significa scegliere by Rosi Lola Dirasco</title>
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      <description>&quot;Sono le nostre scelte che ci mostrano chi siamo veramente, molto più delle nostre capacità.&quot;
(Dal film Harry Potter)</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2017-01-20 16:35:13 UTC</pubDate>
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         <author>rosydirasco</author>
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         <pubDate>2017-01-20 16:59:46 UTC</pubDate>
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         <author>rosydirasco</author>
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         <pubDate>2017-01-20 17:11:16 UTC</pubDate>
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         <author>rosydirasco</author>
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         <description><![CDATA[<div>Il periodo piú fecondo di Kierkegaard è quello del biennio 1843-1844, intorno ai trenta anni, in cui egli definisce i punti-cardine della sua concezione, e che si apre con l'opera<strong> </strong><strong><em>Aut-Aut:</em></strong><br>Paradossale è la condizione umana. Esistere significa «poter scegliere»; anzi, <em>essere </em>possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell'uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all'alternativa di una «possibilità che sí» e di una «possibilità che no» senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell'altro. Egli sente l'aut-aut come una minaccia; avverte cioè la minaccia della propria rovina come effetto di una scelta erronea. In ogni caso sa che la sua esistenza acquisterà un senso conforme alla scelta che avrà operato; e ciò pesa sulla sua anima, opprimendola. Di fronte a questa tremenda responsabilità, è tentato a sospendere la scelta, a rinviarla, per prender tempo, per ponderare meglio, specie quando sono in gioco questioni determinanti per la propria vita. Se cede a questa tentazione, cade semplicemente nell'illusione. Sospendere la scelta non significa sospendere la vita, la sua vita, che, nell'attesa illusoria di tempi piú opportuni, continua il suo corso, mutando le condizioni d'esistenza e perciò vanificando le alternative precedenti e, con esse, la stessa libertà di scelta, che cosí sarà perduta. Non c'è dubbio che sarebbe meglio <strong>non scegliere </strong>; ma anche il non scegliere implica comunque una scelta, quella di lasciarsi determinare dagli eventi, dalle circostanze, dagli altri uomini; e, in ogni caso, significa perdere se stessi, lasciarsi morire.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-01-20 17:32:18 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>rosydirasco</author>
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         <description><![CDATA[<blockquote><em>Se un uomo potesse mantenersi sempre sul culmine dell'attimo della scelta, se potesse cessare di essere uomo... sarebbe una stoltezza dire che per un uomo può essere troppo tardi per scegliere, perché nel senso piú profondo non si potrebbe parlare di una scelta. La scelta stessa è decisiva per il contenuto della personalità; con la scelta essa sprofonda nella cosa scelta; e quando non sceglie, appassisce in consunzione ... Quando si parla di scelta che riguardi una questione di vita, l'individuo in quel medesimo tempo deve vivere; e ne segue che è facile, quando rimandi la scelta, di alterarla, nonostante che continui a riflettere e riflettere... Si vede allora che l'impulso interiore della personalità non ha tempo per gli esperimenti spirituali. Esso corre costantemente in avanti, e pone, ora in un modo ora nell'altro, i termini della scelta, sí che la scelta nell'attimo seguente diventa piú difficile... Immagina un capitano sulla sua nave nel momento in cui deve dar battaglia; forse egli potrà dire: bisogna fare questo o quello; ma se non è un capitano mediocre, nello stesso tempo si renderà conto che la nave, mentre egli non ha ancora deciso, avanza con la solita velocità, e che cosí è solo un istante quello in cui sia indifferente se egli faccia questo o quello. Cosí anche l'uomo, se dimentica di calcolare questa velocità, alla fine giunge un momento in cui non ha piú la libertà della scelta, non perché ha scelto, ma perché non lo ha fatto; il che si può anche esprimere cosí: perché gli altri hanno scelto per lui, perché ha perso se stesso... Poiché quando si crede che per qualche istante si possa mantenere la propria personalità tersa e nuda, o che, nel senso piú stretto, si possa fermare o interrompere la vita personale, si è in errore. La personalità, già prima di scegliere, è interessata alla scelta, e quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze. <br>(Aut-Aut)</em></blockquote>]]></description>
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         <pubDate>2017-01-20 17:34:53 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>rosydirasco</author>
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         <description><![CDATA[<div>L'uomo dunque è<strong> </strong><strong><em>solo </em></strong><strong>di fronte all'aut-aut</strong>; solo in lui risiede la responsabilità delle sue scelte, e solo su di lui ricadono le conseguenze. Perché egli, sul piano mondano, è sempre un <em>singolo</em>. Egli non assume il suo significato dall'appartenenza al genere umano anzi, a differenza del mondo animale, in cui l'individuo è «realtà precaria», totalmente determinato dalla specie a cui appartiene e, tutto sommato, insignificante rispetto ad essa, nel mondo umano, invece, «l'individuo è piú alto del genere». Ciò significa però che egli vive permanentemente il peso della sua dolorosa solitudine. E in quanto singolo, è in perenne ricerca di una sua identità, di un modello di vita, di un ideale a cui conformare la propria esistenza.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-01-20 17:36:25 UTC</pubDate>
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         <author>rosydirasco</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2017-01-20 17:39:12 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>rosydirasco</author>
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         <pubDate>2017-01-20 17:47:23 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>rosydirasco</author>
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         <description><![CDATA[<div>Questo richiede una scelta di carattere individuale. La fede è un rapporto individuale tra l’uomo e Dio. Solo la fede è l’unico antidoto alla disperazione. La disperazione riguarda il rapporto dell’uomo con se stesso, a differenza dell’angoscia che invece riguarda il rapporto dell’uomo con il mondo. Secondo Kierkegaard, si è disperati in un duplice senso: quando non ci accettiamo per quello che siamo e quando ci riteniamo autonomi ed indipendenti, perché in questo modo si nega di appartenere a Dio e se neghiamo Dio, neghiamo anche noi stessi. <strong>La fede</strong>, dunque, rappresenta l’unica via che può salvarci dalla disperazione.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-01-20 18:04:14 UTC</pubDate>
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