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      <title>LE MIE RIFLESSIONI SUGLI INCONTRI DI TIROCINIO INDIRETTO by Alice Manissero</title>
      <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5</link>
      <description>Le mie “10 righe” di riflessione sui contenuti degli incontri di indiretto</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2025-10-03 17:51:34 UTC</pubDate>
      <lastBuildDate>2026-06-04 16:51:37 UTC</lastBuildDate>
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         <title>1° incontro - 2 ottobre 2025</title>
         <author>332687_2</author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3617264363</link>
         <description><![CDATA[<p>Sono arrivata a questo primo incontro di tirocinio con molta energia e con l’intenzione di affrontarlo in modo diverso rispetto agli anni passati. Dopo le difficoltà e le fatiche del terzo anno, volevo darmi l’opportunità di vivere un’esperienza più positiva e costruttiva. Ciò che mi ha colpito fin dall’inizio è stato il modo in cui la nuova tutor si è posta: un atteggiamento solare, disponibile e soprattutto attento ad ascoltare le nostre domande e i nostri bisogni. Questo ha fatto sì che iniziassi il percorso con una sensazione completamente diversa, molto più serena e fiduciosa.</p><p>Anche l’attività iniziale sull’ascolto attivo, in cui abbiamo presentato un compagno invece di noi stessi, mi è sembrata una proposta davvero interessante. Credo possa essere un’idea utile da riportare anche a scuola, in momenti di accoglienza o quando si inseriscono nuovi alunni in una classe già formata, con la possibilità di adattarla ai diversi contesti.</p><p>Infine, sono rimasta un po’ sorpresa nello scoprire che non conoscevo a fondo la didattica per situazioni di problema, nonostante l’esame di didattica generale già sostenuto. Questo mi ha spinta a riflettere su quanto sia necessario riprendere e approfondire certi concetti, che diventano ancora più importanti in questo quarto anno di tirocinio.</p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-10-03 18:34:29 UTC</pubDate>
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         <title>2° incontro - 23 ottobre 2025</title>
         <author>332687_2</author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3647587585</link>
         <description><![CDATA[<p>Ho sempre pensato che la collegialità coincidesse con il collegio docenti: un momento formale, fatto di votazioni veloci e approvazioni per alzata di mano. In questo incontro di tirocinio, invece, abbiamo potuto raccogliere, attraverso un brainstorming, diversi significati di questo termine. La collegialità è stare dentro a un confronto, mettersi in ascolto delle opinioni, delle idee, talvolta anche delle critiche, ed essere disposti a mettersi in discussione. È lavorare come équipe, cercando compromessi, facendo nascere decisioni comuni e non esclusivamente personali. A volte può esserci anche conflitto, ma vissuto in modo costruttivo diventa parte del processo. </p><p>Altro aspetto che ho trovato molto utile  è stata l’attività finale in cui abbiamo costruito un glossario per le sigle che sicuramente incontreremo nella nostra professione. Mi son. Resa conto di come molte sigle e termini non sapevo davvero cosa significassero, nonostante spesso venga dato per scontato che tutte e tutti le conoscano.  Questo dimostra quanto sia importante familiarizzare fin da subito con il linguaggio professionale specifico della scuola, per potersi muovere con maggiore sicurezza e consapevolezza.</p><p><br></p><p><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-10-23 14:45:51 UTC</pubDate>
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         <title>3° incontro - 20 novembre 2025</title>
         <author>332687_2</author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3716040769</link>
         <description><![CDATA[<p>La parte sulla trasposizione didattica mi è sembrata particolarmente utile perché ha chiarito in modo operativo cosa significa trasformare un contenuto disciplinare in qualcosa che gli alunni possano realmente apprendere. Non era un concetto nuovo per me, ma oggi ho capito meglio quali passaggi concretamente richiede: selezionare ciò che è essenziale, scegliere il mediatore più adatto, prevedere quali difficoltà possano emergere e decidere come affrontarle. Guardando il video della Lucangeli, mi ha colpito l’insistenza sul fatto che un sapere, per diventare insegnabile, deve essere riorganizzato. Non è un processo spontaneo: va progettato. Ho riflettuto su quanto sia facile, nella pratica scolastica, dare per scontato che una spiegazione chiara basti, mentre la trasposizione richiede una vera analisi preliminare. La distinzione dei mediatori (attivi, iconici, simbolici, analogici) mi ha aiutato a inquadrare meglio gli strumenti che già utilizzo senza etichettarli. Nel complesso, questa parte della lezione mi ha fatto vedere l’insegnamento come un lavoro più tecnico di quanto sembri dall’esterno, fatto di decisioni precise e non di improvvisazione.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-12-09 11:38:23 UTC</pubDate>
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         <title>4° incontro - 11 dicembre 2025</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3729837225</link>
         <description><![CDATA[<p>Partecipare oggi  all' attività di gruppo, dedicata alla progettazione di verifiche inclusive per alunni con BES, è stato per me estremamente utile. Nei miei quattro anni trascorsi come docente di sostegno, ho potuto osservare come una verifica non è mai un atto neutro: è un messaggio che inviamo allo studente sulle sue capacità e sul suo valore.</p><p>Durante i lavori, abbiamo riflettuto sull'importanza di strumenti come i font ad alta leggibilità, il grassetto e i diagrammi di flusso. Spesso questi vengono visti come semplici "facilitazioni", ma io preferisco pensarli come  strumenti di equità. Dal punto di vista teorico, questo approccio si sposa perfettamente con il concetto di <strong>Scaffolding,</strong> ossia fornire un'impalcatura temporanea che  permette  agli studenti con  BES di arrivare dove  la specifica neurodiversità gli renderebbe difficile l'accesso. Senza questa impalcatura, non stiamo valutando le sue competenze, ma solo il peso della sua barriera.</p><p>Tuttavia, ciò che mi sta più a cuore, e che ho cercato di trasmettere al mio gruppo, è la <strong>trasparenza degli obiettivi</strong>. Troppo spesso gli studenti affrontano la prova come un salto nel buio. Rendere esplicito <em>cosa</em> stiamo valutando significa  per me onorare il <strong>"Patto Formativo"</strong>. Se lo studente conosce il traguardo, l'ansia da prestazione diminuisce. Questo si ricollega alla teoria dell'<strong>Autoefficacia di Albert Bandura</strong>: la percezione che uno studente ha della propria capacità di riuscire in un compito è il predittore più forte del suo successo. Se io, docente, chiarisco le regole del gioco e mostro fiducia, alimento la sua autoefficacia; se rimango vaga, alimento la sua insicurezza.</p><p>Il cuore della mia riflessione resta però la dimensione emotiva. In questi anni di sostegno ho visto occhi colmi di terrore davanti a un foglio bianco. L'aspetto emotivo non è un contorno, ma il motore dell'apprendimento. Come sostiene <strong>Daniel Goleman</strong> parlando di Intelligenza Emotiva, se il cervello è sequestrato dall'ansia (il cosiddetto "sequestro dell'amigdala"), le funzioni cognitive superiori si bloccano. Per questo credo sia fondamentale chiedere ai ragazzi: <em>"Come ti senti mentre affronti questa prova?" attraverso un autovalutazione</em>. Non è una domanda di cortesia, è un atto pedagogico. Serve a normalizzare l'errore, a trasformarlo da "fallimento dell'identità" a "incidente di percorso".</p><p>L'errore, come di ce la mia tutor d'aula, deve essere una svolta, un punto di partenza. Se lo studente sente su di sé uno sguardo giudicante, si chiuderà per difendersi; se sente uno sguardo di incoraggiamento, si aprirà per imparare. In conclusione, questa attività mi ha ricordato che valutare significa, etimologicamente, "dare valore". E noi docenti abbiamo l'immenso potere (e la responsabilità) di decidere quanto valore dare agli sforzi, alla resilienza e al coraggio dei nostri studenti, specialmente di quelli che, per arrivare allo stesso traguardo degli altri, devono correre spesso con il vento contrario.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-12-21 21:02:04 UTC</pubDate>
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         <title>5° incontro - 12 febbraio 2026</title>
         <author>332687_2</author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3797333391</link>
         <description><![CDATA[<p>L’attività di <strong>Role Playing</strong> è stata un momento davvero particolare, in quanto ci ha permesso di mettere in scena situazioni che accadono realmente nella vita scolastica di ogni insegnante. Abbiamo rappresentato tutto quello che fa parte della collegialità: dal collegio docenti alla programmazione, passando per i colloqui con i genitori e le assemblee.</p><p>Nel mio gruppo ci siamo concentrati su un incontro tra un team di classe e la Dirigente. Il tema era delicato: come includere davvero nelle attività didattiche uno studente con una grave disabilità a cui era stato assegnato l’insegnante di sostegno. È stato interessante vedere le diverse posizioni: da una parte c’era chi voleva che l'alunno seguisse sempre lo stesso orario del sostegno, dall'altra chi (come la collega di matematica con meno esperienza) preferiva che restasse sempre e comunque in classe. In tutto questo, io interpretavo la figura che tendeva a monopolizzare il discorso, non lasciando spazio di parola alle altre colleghe, mentre la Dirigente cercava di fare da mediatrice per riportare tutti al dialogo e trovare la soluzione migliore per lo studente.</p><p>Osservando le simulazioni di tutti, devo ammettere che molto spesso ci veniva da sorridere. Vedere certe scene faceva quasi ridere perché sembravano quasi delle <strong>barzellette</strong>, ma la verità è che queste cose accadono sul serio nella quotidianità. Fa sorridere, ma è reale, vedere il collega che non presta attenzione e disturba mentre si parla di cose importanti, o ritrovarsi in riunioni che si trascinano per orari improbabili rendendo difficilissimo restare concentrati. Per non parlare dei colloqui dove i genitori pretendono di avere informazioni sugli altri alunni, senza rispettare minimamente la privacy dei compagni di classe.</p><p>Questa esperienza ci ha ricordato che la scuola non è fatta solo di lezioni, ma di queste dinamiche umane a volte un po’ complicate, ma con cui bisogna imparare ad interfacciarsi.</p><p>È fondamentale saper stare nel gruppo adulti: saper tacere per far parlare gli altri, saper ascoltare e non trasformare un momento di confronto in una confusione dove ognuno pensa solo alla propria idea. Se vogliamo che i nostri alunni imparino a stare insieme, dobbiamo essere noi i primi a saper gestire questi momenti di collegialità con pazienza e professionalità, per evitare che queste situazioni degenerino.</p>]]></description>
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         <pubDate>2026-02-22 11:40:17 UTC</pubDate>
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         <title>6 incontro - 5 marzo 2026</title>
         <author>332687_2</author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3812985439</link>
         <description><![CDATA[<p>Riflessione sull’incontro di tirocinio: il tema della valutazione</p><p>Durante l’incontro di tirocinio abbiamo affrontato il tema della valutazione delle competenze, un argomento che sento particolarmente vicino sia come studentessa sia come docente supplente. Nel corso della discussione è emersa l’idea che valutare non significhi semplicemente misurare ciò che uno studente sa o non sa fare, ma comprendere come utilizza le proprie conoscenze e abilità all’interno di situazioni significative.</p><p>È stato presentato un modello di valutazione che potremmo definire “trifocale”, che prende in considerazione tre prospettive diverse: l’autovalutazione dell’alunno, l’analisi delle prestazioni e l’eterovalutazione da parte dell’insegnante e del gruppo classe. Questa prospettiva mi è sembrata particolarmente interessante perché mette in luce come la valutazione non possa essere ridotta a una singola prova o a un momento isolato, ma debba essere un processo continuo e articolato, capace di considerare diversi strumenti e punti di vista.</p><p>Personalmente mi ritrovo molto in questa visione. Nella mia esperienza, anche se ancora in formazione, sto maturando sempre di più la convinzione che la valutazione debba essere uno strumento per comprendere e accompagnare l’apprendimento, non per etichettare gli studenti. Per questo motivo sento molto vicina l’idea dei giudizi descrittivi, che permettono di restituire un’immagine più ricca e articolata del percorso dell’alunno.</p><p>Credo infatti che una buona valutazione debba tenere conto non solo della quantità delle conoscenze acquisite, ma soprattutto della qualità dei processi di apprendimento, dell’impegno, delle strategie utilizzate e dei progressi compiuti nel tempo. In questo senso diventa fondamentale considerare anche il contesto di apprendimento e la situazione specifica di ogni studente, perché ogni bambino porta con sé caratteristiche, tempi e modalità diverse.</p><p>Proprio per questo motivo faccio sempre più fatica a riconoscermi nell’uso di giudizi formulati in senso negativo, come ad esempio il “non sufficiente”. Ritengo che espressioni di questo tipo rischino di ridurre la complessità del percorso di apprendimento a una semplice etichetta e possano avere un impatto poco costruttivo sulla percezione che gli alunni hanno di sé stessi. Al contrario, penso che la valutazione dovrebbe avere una funzione formativa e orientativa, capace di restituire agli studenti indicazioni utili per migliorare e per comprendere in che direzione proseguire.</p><p>L’incontro mi ha quindi portata a riflettere ancora di più su quanto sia importante sviluppare uno sguardo valutativo attento e consapevole. Valutare non significa soltanto correggere una verifica, ma osservare gli alunni mentre apprendono, lavorano insieme, si confrontano e costruiscono significati. Significa cercare di cogliere non solo il risultato finale, ma anche il processo che ha portato a quel risultato.</p><p>Come futura insegnante sento che questo è uno degli aspetti più delicati e allo stesso tempo più importanti del nostro lavoro. La valutazione, se utilizzata in modo consapevole, può diventare uno strumento potente per sostenere la crescita degli studenti e per accompagnarli nel loro percorso di apprendimento.</p><p><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2026-03-05 08:27:32 UTC</pubDate>
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         <title>7* incontro - 14 aprile 2026</title>
         <author>332687_2</author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3888412271</link>
         <description><![CDATA[<p>Devo dire che  durante questo incontro mi sono resa conto che molte metodologie le avevo già osservate durante le mie esperienze lavorative, ma non sempre con piena consapevolezza. Spesso, infatti, tendevo a soffermarmi più sull’attività in sé che su ciò che c’era dietro, senza interrogarmi davvero sul perché venisse proposta in quel modo. L’attività iniziale mi è piaciuta proprio per questo, perché mi ha portata a fermarmi e a dare un nome a ciò che avevo visto in classe&nbsp; .</p><p>Nella classe dove svolgo il tirocinio diretto prevale ancora la modalità frontale e, dal confronto, è emerso che si tratta di una situazione abbastanza diffusa, soprattutto dove le tutor d’aula sono insegnanti con più anni di servizio. Questo mi ha fatto pensare a quanto sia difficile cambiare abitudini consolidate, che nel tempo diventano quasi automatiche. Allo stesso tempo, però, mi ha fatto riflettere sul fatto che, attraverso le nostre progettazioni, abbiamo comunque la possibilità di introdurre piccoli cambiamenti e di far sperimentare agli alunni modalità diverse, anche solo in alcuni momenti.</p><p>Mi ha colpito anche il discorso della “scatola degli attrezzi”, cioè l’idea che ogni insegnante debba costruire nel tempo un proprio repertorio di strategie. Questo implica non solo conoscere tante metodologie, ma anche saperle utilizzare in modo consapevole. Non possiamo pensare di applicare una stessa metodologia in contesti diversi senza adattarla, perché ogni classe è diversa e presenta bisogni specifici. In questo senso, è fondamentale anche conoscere bene le caratteristiche delle diverse metodologie: ad esempio, il cooperative learning non è semplicemente lavorare a gruppi, ma richiede una struttura precisa e obiettivi chiari.</p><p>Un altro aspetto che mi ha fatto riflettere è stato il confronto tra modalità tradizionali e approcci più attivi. Penso che nella realtà scolastica sia difficile pensare a un totale superamento della lezione frontale, ma allo stesso tempo credo sia importante integrarla con momenti più partecipativi, che permettano agli alunni di essere più coinvolti e attivi nel loro apprendimento.</p><p>Infine, mi ha fatto sorridere, ma anche riflettere molto, il roleplaying. Le situazioni messe in scena erano estremamente realistiche, soprattutto nel mostrare il contrapporsi di idee tra insegnanti e le difficoltà nel comunicare con i genitori. Mi ha colpito quanto sia complesso trovare un equilibrio tra il sapersi spiegare in modo chiaro ed efficace e il mantenere allo stesso tempo la propria autorevolezza. È un aspetto che richiede sicuramente esperienza e capacità di gestione, e che non è affatto scontato</p>]]></description>
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         <pubDate>2026-04-28 07:17:32 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title>8° incontro  - 30 aprile. 2026</title>
         <author>332687_2</author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3911243652</link>
         <description><![CDATA[<p>La mia partecipazione alla Ginkana purtroppo si è limitata ai primi due laboratori a causa di impegni istituzionali. </p><p>Nel primo laboratorio abbiamo lavorato sulla <strong>morfologia delle parole</strong> . Invece della solita lezione frontale, l'attività proponeva di "manipolare" la lingua come se fosse un gioco di costruzioni. Partendo da una parola base come  nel caso del mio gruppo <strong>"palla"</strong>, abbiamo sperimentato come l'aggiunta di prefissi e suffissi possa cambiare il suo significato. L’aspetto più interessante è stato l’uso della parola <strong>"fumetto"</strong> come intrusa: un esempio perfetto per spiegare i <strong>falsi alterati</strong>. Anche se finisce in <em>-etto</em>, non significa "piccolo fumo", ma indica qualcosa di diverso. Questo esercizio abitua i bambini a non fermarsi alla superficie della parola, trasformando la grammatica in un lavoro di indagine stimolante.</p><p>Il secondo laboratorio riguardava la <strong>Pedagogia dei Genitori</strong>, un approccio che avevo già incontrato l'anno scorso e che è stato utile riprendere con più consapevolezza. Mi ha colpito molto l’idea di scegliere un <strong>filo conduttore</strong>, come un <strong>albo illustrato</strong>, che accompagni la crescita del gruppo formato da docenti e famiglie: un modo poetico ma concreto per creare un immaginario comune. Anche l’organizzazione dello spazio è fondamentale: <strong>disporre le sedie in cerchio</strong>, intervallando insegnanti e genitori, serve a eliminare le gerarchie e a dare un senso immediato di ascolto e parità.</p><p>Durante le assemblee, chiedere a un genitore cosa si aspetti dall'anno scolastico in termini positivi è una strategia che propone un cambio di punto di vista. Sforzarsi di <strong>non giudicare e non interrompere</strong> mentre l'altro parla permette di costruire un rapporto di fiducia reale. La qualità dell'insegnamento quindi può dipendere sia dalle tecniche didattiche più innovative, che definirei dinamiche, sia dalla capacità di creare un clima di accoglienza e non giudizio, non solo per gli studenti, ma anche per le loro famiglie  dove la scuola diventa davvero una comunità che cresce insieme.</p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2026-05-13 20:12:06 UTC</pubDate>
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         <title>9 incontro - 14 maggio 2026</title>
         <author>332687_2</author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3931405908</link>
         <description><![CDATA[<p>In questa giornata di tirocinio, dopo aver analizzato quali procedure dovremo portare a termine per la fiscalizzazione, ci siamo concentrati sul confronto rispetto all’andamento e ai risultati delle azioni didattiche che avevamo presentato durante il tirocinio diretto, dividendoci per gruppi in base alle classi. Io ero nel gruppo della classe prima ed è emerso che quasi tutte le attività proposte erano molto laboratoriali e pratiche.</p><p>Una difficoltà che diversi hanno evidenziato riguardava il riuscire a mantenere continuità con la metodologia adottata dall’insegnante della classe, per non creare troppe difficoltà o cambiamenti improvvisi nei bambini. Anche io mi sono ritrovata in questo aspetto, perché il mio laboratorio era molto pratico e richiedeva movimento nello spazio e nel tempo. I bambini, però, a volte hanno avuto difficoltà nel passare dalla parte esperienziale e concreta del movimento nello spazio alla rappresentazione più bidimensionale sulla scheda o sul quaderno. Si trattava quindi di lavorare contemporaneamente sul piano tridimensionale e su quello grafico-rappresentativo, e non per tutti questo passaggio è stato immediato.</p><p>Un’altra difficoltà emersa riguarda l’organizzazione di attività che possano essere realmente fruibili da tutta la classe, compresi i bambini con sostegno. Questo aspetto richiede competenze e basi che non sempre noi abbiamo ancora a disposizione, soprattutto perché spesso ci troviamo a dover gestire situazioni molto diverse tra loro. Sicuramente sarebbe utile avere più momenti di confronto e collaborazione con l’insegnante di sostegno della classe, anche per capire meglio strategie, modalità comunicative e adattamenti possibili.</p><p>Un altro tema che è emerso durante il confronto riguarda la gestione delle situazioni di crisi, conflittualità o momenti di difficoltà comportamentale. A volte ci si rende conto di non avere ancora strumenti sufficienti per affrontare certe situazioni in modo efficace e sicuro. Credo che questo dipenda anche dal fatto che siamo ancora in formazione e che alcune competenze si costruiscano soprattutto con l’esperienza diretta sul campo. Tuttavia penso che sarebbe utile avere ancora più occasioni pratiche di confronto su queste tematiche, perché nella realtà della classe sono aspetti che incidono molto sul lavoro quotidiano dell’insegnante.</p>]]></description>
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         <pubDate>2026-05-27 11:11:57 UTC</pubDate>
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         <title>10 incontro. - 4 giugno 2026</title>
         <author>332687_2</author>
         <link>https://padlet.com/332687_2/k5oy7ja1341p3sk5/wish/3941414279</link>
         <description><![CDATA[<p>L’ultimo incontro di tirocinio indiretto è stato un momento dedicato alla riflessione sul percorso svolto durante l’anno. Siamo partiti dalla compilazione della scheda di autovalutazione, un’attività che mi ha permesso di fermarmi a riflettere in modo sincero sul livello di competenze raggiunto e sugli aspetti che necessitano ancora di essere migliorati. Ho apprezzato particolarmente questo momento perché credo che l’autovalutazione richieda onestà verso se stessi e consapevolezza del fatto che la crescita professionale non si conclude mai. Riconoscere i propri limiti e le proprie difficoltà significa infatti mettersi continuamente in discussione e mantenere viva la volontà di migliorarsi.</p><p>Dopo abbiamo svolto un’attività di gruppo utilizzando Suno, una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale. Insieme ai colleghi abbiamo individuato alcune parole chiave che rappresentavano il nostro percorso tra le aule universitarie e le esperienze vissute nelle scuole. A partire da queste parole abbiamo creato il testo di una canzone che l’applicazione ha poi trasformato in un vero e proprio brano musicale. Attraverso questa attività abbiamo voluto raccontare un percorso certamente impegnativo e faticoso, che spesso ci ha messi alla prova sia dal punto di vista fisico sia emotivo, ma che allo stesso tempo ci ha resi più determinati e motivati. È emersa la consapevolezza che il tirocinio non sia stato soltanto un insieme di ore da svolgere, ma un’occasione quotidiana di apprendimento, crescita e sviluppo di uno sguardo sempre più critico e riflessivo sulla professione docente.</p><p>Un altro momento particolarmente significativo è stato quello dedicato alla realizzazione di un portapenne personalizzato. Ognuno di noi ha decorato il proprio oggetto con un messaggio, una poesia o un disegno capace di rappresentare il percorso vissuto durante l’anno. Al termine dell’attività era possibile scegliere se conservarlo come ricordo personale oppure donarlo a un compagno. Molti hanno deciso di tenerlo come testimonianza di questa esperienza formativa; io e il mio collega Salvatore, invece, abbiamo scelto di scambiarci i nostri portapenne come simbolo del percorso di crescita condiviso e del sostegno reciproco che ci ha accompagnati durante l’anno. Questa attività ha rappresentato una conclusione significativa e carica di valore emotivo per un percorso che mi ha arricchita sia dal punto di vista professionale sia da quello personale.</p>]]></description>
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         <pubDate>2026-06-04 16:51:36 UTC</pubDate>
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