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      <title>Pirandello Luigi by Maria Rao</title>
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      <description>Realizzato con una mente aperta</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2018-03-12 15:53:08 UTC</pubDate>
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         <title>Biografia</title>
         <author>raomaria63</author>
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         <description><![CDATA[<p>Nasce nel 1867 nella villa detta Caos nei pressi di Girgenti (oggi Agrigento). La famiglia, di tradizione garibaldina e antiborbonica, è proprietaria di alcune zolfare. Dopo gli studi liceali compiuti a Palermo, rientra nel 1886 a Girgenti, dove affianca per breve tempo il padre nella conduzione di una miniera di zolfo. Si iscrive quindi all'Università di Palermo, poi passa alla Facoltà di Lettere dell'Università di Roma, quindi si trasferisce all'Università di Bonn, dove nel 1891 si laurea in Filologia romanza con una tesi dialettologica. Nel 1892, fermamente deciso a dedicarsi alla sua vocazione letteraria, si stabilisce a Roma, dove vive con un assegno mensile del padre. Nell'ambiente letterario della capitale conosce e stringe amicizia con Capuana che lo spinge verso il campo della narrativa. Compone così le prime novelle e il suo primo romanzo, uscito nel 1901 con il titolo&nbsp;<em>L'esclusa</em>. Nel 1894 sposa a Girgenti, con matrimonio combinato tra le famiglie, Maria Antonietta Portulano, figlia di un ricco socio del padre. Si stabilisce quindi definitivamente a Roma, dove nascono i tre figli Stefano, Rosalia e Fausto.</p><p>Pirandello vive sempre con disagio il rapporto con la fragile moglie, avvertendo il forte peso delle norme comportamentali risalenti alle radici siciliane. Inizia una fitta collaborazione con diversi giornali e riviste letterarie, sulle quali pubblica una ricca e vasta produzione narrativa che trova consensi presso il pubblico, ma indifferenza da parte della critica. Lavora in questi anni ai suoi primi testi teatrali che comunque non riescono a raggiungere le scene. In opposizione all'estetismo e al misticismo dominanti fonda con Ugo Fleres e altri amici un settimanale letterario dal titolo shakespeariano «Ariel». Dal 1897 al 1922 insegna, senza entusiasmo ma con grande dignità, stilistica italiana presso l'Istituto Superiore di Magistero di Roma.</p><p>Nel 1903 l'allargamento di una miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde insieme al proprio capitale anche la dote della nuora. In seguito alla notizia dell'improvviso disastro finanziario, Antonietta, già sofferente di nervi, cade in una gravissima crisi che durerà per tutta la vita sotto forma di grave paranoia. Vani saranno i tentativi di Pirandello di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie. Abbandonata la tentazione del suicidio, Pirandello cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo Antonietta (che verrà internata in una casa di cura solo nel 1919) e, per arrotondare il magro stipendio universitario, impartisce lezioni private e intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.</p><p>Nel 1904 pubblica a puntate sulla “Nuova Antologia” <em>Il fu Mattia Pascal</em>, che riscuote un grande successo. Nel 1908 pubblica due volumi saggistici&nbsp;<em>Arte e scienza</em>&nbsp;e&nbsp;<em>L'Umorismo</em>, grazie ai quali ottiene la nomina a professore universitario di ruolo. Nel 1909 inizia la sua collaborazione, che durerà fino alla morte, al «Corriere della Sera», su cui appaiono via via le sue novella, e pubblica la prima parte del romanzo&nbsp;<em>I vecchi e I giovani</em> (la seconda esce in volume nel 1913). Nel 1915 pubblicherà il romanzo&nbsp;<em>Si gira</em>... Nel 1915/16 inizia la sua prodigiosa e intensa attività teatrale, che darà vita a dibattiti e discussioni in Italia e all'estero.</p><p>Proprio negli anni della grande guerra, (vissuti drammaticamente anche per la perdita della madre e per la partenza dei figli per il fronte), scrive alcune celebri opere:&nbsp;<em>Pensaci Giacomino!, Liolà</em>&nbsp;(1916),&nbsp;Così è se vi pare,<em> Il berretto a sonagli</em>,&nbsp;<em>Il piacere dell'onestà</em>&nbsp;(1917),&nbsp;<em>Ma non è una cosa seria</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Il gioco delle parti</em>&nbsp;(1918). Nel 1918 esce il primo volume delle&nbsp;<em>Maschere nude</em>, titolo sotto cui raccoglie i suoi molteplici testi teatrali. Nel 1920 il teatro pirandelliano con&nbsp;<em>Tutto per bene</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Come prima, meglio di prima</em>, si afferma pienamente e, a partire dall'anno successive, raggiunge il grande successo internazionale con il capolavoro&nbsp;<em>Sei personaggi in cerca d'autore.</em>&nbsp;Abbandonata la vita sedentaria degli anni precedenti, Pirandello vive e scrive negli alberghi dei più importanti centri teatrali sia europei che americani, curando personalmente l'allestimento e la regia delle sue opere. In questi stessi anni il cinema trae diversi film dai suoi testi teatrali e narrativi, di cui continuano a uscire ristampe e nuove edizioni.</p><p>Nel 1922 esce il primo volume della raccolta&nbsp;<em>Novelle per un anno</em>. La sua produzione teatrale prosegue con&nbsp;<em>Enrico IV</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Vestire gli ignudi</em>&nbsp;(1922),&nbsp;<em>L'uomo dal fiore in bocca</em>&nbsp;(1923),&nbsp;<em>Ciascuno a suo modo</em>&nbsp;(1924),&nbsp;<em>Questa sera si recita a soggetto</em>&nbsp;(1930). Nel 1924 si iscrive formalmente al partito fascista, da cui ottiene appoggi e finanziamenti per la compagnia del Teatro d'Arte di Roma che, sotto la direzione dello stesso Pirandello, porta per tre anni (fino al 1928) il teatro pirandelliano in giro per il mondo. L'interprete per eccellenza delle sue scene è la "prima attrice" Marta Abba, a cui Pirandello si lega anche sentimentalmente. Nel 1926 esce in volume il romanzo&nbsp;<em>Uno, nessuno e centomila,</em> ultimo romanzo, frutto di una lunga gestazione, intessuto di interrogativi che il protagonista rivolge direttamente al lettore, per coinvolgerlo in una vicenda "universale", un riepilogo di tutta l’attività, narrativa e teatrale dell'autore. Il dramma<em>&nbsp;La nuova colonia</em>&nbsp;(1928) inaugura l'ultima stagione pirandelliana, quella fondata sui «miti» moderni, che culmina nell'opera incompiuta&nbsp;<em>I giganti della montagna</em>. Nel 1929 è nominato membro dell'Accademia d'Italia.</p><p>Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura. Si ammala di polmonite mentre segue le riprese a Cinecittà di un film tratto da&nbsp;<em>Il fu Mattia Pascal.</em>&nbsp;Muore nella sua casa romana il 10 dicembre 1936. L'edizione definitiva delle&nbsp;<em>Novelle per un anno</em> esce postuma.</p><p><strong>&nbsp;</strong></p><p><strong>La visione del mondo</strong></p><p>Alla base della riflessione pirandelliana vi è un concetto di carattere filosofico, il vitalismo, ricavato dal pensiero di Bergson, secondo cui la realtà é in perenne ed incessante movimento, in cui tutto si trasforma da uno stadio all’altro: non è possibile conoscerla veramente, ciascuno vede le cose a modo suo ed esistono solo tante verità parziali e tutte soggettive.</p><p>Ogni cosa, che si stacca da questo magma e prende forma individuale, incomincia a morire: per questo l’uomo si dà illudendosi, quando vuole darsi una personalità individuale e stabile, una propria “forma” per distinguersi dal fluire indifferenziato della vita.</p><p>Non esiste però questa personalità stabile, perché essa é diversa per noi in ogni momento in cui pensiamo a noi stessi, ed é diversa per tutti quelli che ci guardano. Assumiamo solo delle maschere, fittizie, che ci imponiamo per meglio vivere in mezzo alle convenzioni sociali: ma sotto questi atteggiamenti, sempre mutevoli, si cela una realtà psicologica in continua trasformazione.</p><p>In ogni uomo coesistono anche più personalità diverse, ignote al soggetto stesso: é la frantumazione dell’io, che ha perso per sempre la coscienza della propria unità di persona e si sente frammentato in tanti diversi stati d’animo e tante sfaccettature di personalità, neppure coerenti fra loro, ma diverse in base alle circostanze.</p><p>Il mondo moderno, di cui Pirandello ha una istintiva diffidenza, contribuisce a questa frammentazione dell’io, perché privilegia le macchine per lavorare e la burocrazia per organizzare la vita.</p><p>L’uomo pirandelliano avverte con dolore questa sensazione di essere al tempo stesso “tanti” e “nessuno”, di non poter contare su un vero “io”; egli anziché “vivere” è condannato a “vedersi vivere”, a riconoscere che la propria vita è una sfilata di maschere.</p><p>Pirandello ritiene che l’esistenza sia feroce nei confronti dell’uomo, essere razionale ma incapace di dare un vero ordine alla sua esistenza. Tutta la vita associata gli sembra una crudele farsa, che lo pone dentro la camicia di forza di una personalità fittizia e lo costringe a rapporti sociali in cui é d’obbligo fingere le buone maniere e assumere dei “ruoli”, delle maschere: la famiglia è una camicia di forza, una trappola. Molti dei personaggi pirandelliani evadono negli unici modi che sono loro consentiti: la follia e l’immaginazione che li trasporta altrove (l’evasione è fittizia o di breve durata).</p><p>Le conclusioni cui Pirandello perviene sono pessimistiche: non vi è in lui l’idea di un “ordine” misterioso nell’Universo, conoscibile dall’artista o dal mistico, esiste solo un “caos” in cui il soggetto non può fare altro che perdersi.</p>]]></description>
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         <pubDate>2018-03-12 16:13:38 UTC</pubDate>
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         <title>Le novelle</title>
         <author>raomaria63</author>
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         <description><![CDATA[<p><strong>Novelle per un anno </strong>è una raccolta iniziata nel 1894 (si contano più di duecento novelle; nel 1922 egli progetta una sistemazione definitiva in ventiquattro volumi, con il titolo di <em>Novelle per un anno</em>, ma solo quattordici vengono pubblicati).</p><p>Nell’ambito delle novelle si possono distinguere:</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; novelle regionalistiche, di ambientazione prevalentemente siciliana e contadina<em> (Ciaula scopre la luna</em>; <em>La giara</em>);</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; novelle di ambientazione cittadina, popolate da personaggi piccolo-borghesi o intellettuali, esempi viventi dell’assurdità dell’uomo moderno e delle sue complicazioni psicologiche;</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; novelle surrealistiche, in concomitanza con l’ultima produzione teatrale, caratterizzate da atmosfere magiche e suggestive, da situazioni ai confini della realtà.</p><p>La ricchezza di tale produzione si spiega con il fatto che Pirandello delinea nelle novelle un'infinita serie di figure umane, di estrazione prevalentemente piccolo-borghese, per lo più frustrate, meschine, nevrotiche, invischiate in convenzioni sociali e in situazioni familiari che i protagonisti sentono come una “trappola” da cui ogni tanto sognano di evadere: non sono veri personaggi, ma solo tante “maschere”, che rappresentano altrettante esistenze, bloccate tutte in situazioni grottesche.</p><p>Le situazioni e le figure sono spesso portate all’estremo e talvolta sfiorano l’inverosimiglianza, perché Pirandello non si propone la descrizione realistica, ma la dimostrazione, tramite esempi, dell’assurdità della vita.</p><p>Temi:</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; l’incidenza del caso sulla vita e la lotta dell’individuo contro le convenzioni sociali, che condizionano la sua esistenza;</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; l’inutile ribellione alla «forma», nella ricerca di una verità e di una identità impossibili;</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; l’incomunicabilità (fra «maschere» o «forme» non é possibile il dialogo);</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; l’alienazione (l’uomo tende a diventare «altro da sé», a identificarsi con la macchina);</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; la disperata coscienza di una vita sospesa «nel vuoto»: «ogni forma é una morte e conoscersi é morire». Risultato finale, la sconfitta, nelle forme di pazzia, suicidio e solitudine, una sconfitta totale, che travolge l'individuo, ma anche tutti i miti e i valori tradizionali;</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; la pazzia vista, analogamente alla «malattia» di Svevo, come esplosione di sofferenza e nausea esistenziale.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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         <pubDate>2018-03-12 16:16:03 UTC</pubDate>
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         <title>I romanzi</title>
         <author>raomaria63</author>
         <link>https://padlet.com/raomaria63/j6ac0yufqpe/wish/2772629486</link>
         <description><![CDATA[<p>Inizialmente il mondo poetico di Pirandello si esprime in romanzi e novelle che risentono dell’esperienza del romanzo verista, in particolare di Capuana. Si tratta però di un verismo improntato a una sensibilità nuova, decadente. La pittura dell’ambiente si fa sempre più sbiadita, si accantona la tematica sociale e si apre la strada al romanzo psicologico, i toni diventano violenti e amari, l’ironia corrosiva e la predilezione per le situazioni paradossali si accentuano fino a stravolgerne la stessa impostazione verista.</p><p>&nbsp;L’attenzione di Pirandello si concentra sull’individuo, interiormente disgregato e disfatto, colto nelle sue angosce, le sue crisi, i suoi fallimenti, in perenne conflitto con la società e se stesso.</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <em>“L’esclusa”</em> è il primo romanzo, di stampo verista e regionalista (la “sicilianità”, tema che non abbandonerà mai Pirandello), in cui, sulla descrizione dell’ambiente, prevalgono la solitudine e l’angoscia dell’individuo, le offese della vita, la dimensione paradossale della vicenda.</p><p>In esso Pirandello condanna la società malevola ed egoista, attenta alle apparenze e alle convenzioni sociali, e mette in evidenza la situazione umoristica della protagonista, che viene esclusa dalla famiglia quando è innocente e in attesa di un figlio legittimo, mentre ritorna in famiglia quando è colpevole e in attesa di un figlio illegittimo.</p><p><em>“L’esclusa” (1901) è la storia di una donna, Marta Ajala,</em> sorpresa dal marito mentre legge la lettera di un ammiratore da lei più volte respinto, l’avvocato Gregorio Alvignani. Invano ella proclama la propria innocenza, perché il marito la caccia di casa e la esclude dalla famiglia, pur sapendola in attesa di un figlio. Marta si rifugia nella casa paterna, accolta amorevolmente dalla madre e dalla sorella ma non dal padre, che affida l’amministrazione dei propri beni ad un nipote disonesto e si chiude nella sua stanza. Morirà lo stesso giorno in cui Marta partorirà un figlio morto. Per aiutare la famiglia, Marta si mette a studiare e ottiene l’incarico di maestra: tuttavia, in paese viene catalogata come l’”adultera” e contestata anche come maestra. Con l’appoggio del suo ex spasimante, divenuto deputato, ottiene il trasferimento in una scuola di Palermo, dove, trasferitasi con la madre e la sorella, inizia una relazione con il suo benefattore. Intanto il marito, riavutosi da una grave malattia, riconosce l’innocenza della moglie e le chiede perdono. Marta è allora incerta se stare con Alvignani o tornare dal marito. Sceglie di tornare dal marito, quando la manda a chiamare la madre di lui morente, anch’ella esclusa dal padre di lui. I due giovani si trovano attorno al letto della moribonda. Marta aspetta un bambino e confessa la sua colpa al marito, ma egli, che l’aveva cacciata quando era innocente, la perdona.</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <em>“Il fu Mattia Pascal”</em> fu scritto nel 1904; con questo romanzo Pirandello chiude definitivamente con l’Ottocento verista e fa apparire in tutta la sua ironica consapevolezza la dimensione inquieta e problematica della sua visione del mondo e della sua poetica, rappresentando il contrasto tra la maschera e il volto, ossia tra l’apparenza esteriore e la realtà interiore dell’essere. L’impossibilità di vivere in una «forma» e nello stesso tempo l’impossibilità di fuggirne definiscono la dimensione tragica ed insieme comica della non esistenza del fu Mattia Pascal.</p><p>Trama:<em> </em>Mattia Pascal è un impiegato presso la biblioteca comunale di un paese ligure, Miragno. Un giorno, dopo aver litigato con la moglie Romilda e la suocera Marianna Dondi, si allontana da casa con l’intenzione di imbarcarsi per l’America. In una sosta a Montecarlo vince una grossa somma. Mentre è in treno, legge sul giornale che a Miragno, nella gora di un mulino, è stato rinvenuto un cadavere, riconosciuto dalla moglie e dalla suocera come Mattia Pascal. Passato il primo turbamento, egli prova un certo piacere nel liberarsi dell’antica forma e assumerne una nuova. Viaggia per quasi un anno in Italia e all’estero con il nome di Adriano Meis, poi si trasferisce a Roma. Intrecciando rapporti con gli altri, si accorge di non poter vivere nella società senza rispettare le leggi, senza una forma ufficialmente riconosciuta. Infatti, quando si innamora di Adriana, figlia del proprietario della pensione in cui vive, non può sposarla, perché ufficialmente non ha una forma, non esiste. Viene derubato, ma non può denunciare il ladro. Decide allora di riprendere la sua forma primitiva. Organizza la messinscena del suicidio di Adriano Meis, lasciando cappello e bastone sul ponte Margherita con un biglietto. Ritorna allora a Miragno con la sua vera identità di Mattia Pascal. Tornato in paese, scopre che sua moglie si è sposata con un vecchio spasimante e ha avuto una bambina. Potrebbe ricorrere alla legge e riprendersi tutto, ma si sente ormai un intruso, dunque preferisce vivere in solitudine. Ogni tanto si reca alla sua tomba, e se qualcuno gli chiede chi sia, risponde “io sono il fu Mattia Pascal”.</p><p><em>&nbsp;“I vecchi e i giovani”</em> è l’unico romanzo in cui Pirandello affronta la storia del suo tempo: grande affresco della Sicilia degli anni novanta con tutte le rivendicazioni dei fasci siciliani dei lavoratori, spietatamente repressi dal governo liberale di Crispi. Sullo sfondo sono descritte le vicende sociali e politiche dell’Italia e della Sicilia fra il 1892 e il 1893, mentre al centro della vicenda é la famiglia Laurentano, nella quale si fronteggiano la generazione che ha partecipato agli ideali del Risorgimento e che é rimasta delusa e quella che, cresciuta sotto l’Unità, non sa comunque quale corso imprimere alla propria vita e scivola anch’essa nel pessimismo di fronte alle difficoltà del presente (la corruzione della classe politica italiana). La conclusione é che la storia non é che un fluire insensato di avvenimenti e che le azioni degli uomini, se viste con occhio disincantato, sono prive di senso.</p><p>Dal romanzo, scritto durante l’età giolittiana, emerge una doppia crisi, rivelatrice della posizione ideologica dell’autore:</p><p>ü&nbsp; la crisi della generazione risorgimentale, dimostratasi incapace di rinnovare le strutture della società italiana;</p><p>ü&nbsp; la crisi della generazione successiva, in rivolta contro la mediocrità e le scandalose speculazioni dei padri, ma anch’essa intaccata dal compromesso e dell’affarismo.</p><p>·&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <em>“Uno, nessuno, centomila” (1926</em><strong>) </strong>è il romanzo, cui Pirandello lavora in concomitanza con il suo interesse ormai principale per il teatro, e che riassume la sua visione del mondo.</p><p>Secondo Pirandello, l’uomo, per il suo continuo divenire, è nello stesso tempo uno, nessuno e centomila. È uno, perché è quello che di volta in volta lui crede di essere; è nessuno, perché, dato il suo continuo mutare, è incapace di fissarsi in una personalità nettamente definita, né si riconosce nella forma che gli altri gli attribuiscono. Infine, è centomila, perché ciascuno di quelli che lo avvicinano lo vede a suo modo, ed egli assume tante forme quante sono quelle che gli altri gli attribuiscono. La disgregazione della persona umana costituisce il tema di fondo del romanzo Uno, nessuno e centomila, pubblicato nel 1927.</p><p>Alcuni critici vi scorgono una sorta di testamento morale dell’ultimo Pirandello: il protagonista, dopo aver rinunciato a qualsiasi «forma», sembra raggiungere una liberazione totale e vive nel presente in armonia con il mondo esterno.</p><p><em>Il racconto é elaborato dal protagonista stesso, Vitangelo Moscarda, in forma di monologo: egli racconta la propria profonda e inarrestabile crisi di identità, iniziata allorché nota sul proprio viso, su indicazione della propria moglie</em> Dida, che chiama il marito Gengè<em>, un particolare sino ad allora ignorato: il naso gli pende da un lato. Nasce pertanto in lui la coscienza che ogni cosa, e anche lui stesso, può essere vista da infiniti punti di vista, e quindi egli é al tempo stesso centomila perché tanti sono i modi in cui gli altri lo vedono, e al tempo stesso anche nessuno. Preso dall’orrore per le “forme”, prima vende la banca che il padre gli aveva lasciato, poi, abbandonato dalla moglie e considerato da tutti un folle, fonda un ospizio per poveri e vi si fa ricoverare egli stesso. Qui trova una sorta di pace vivendo senza identità, dimentico di se stesso, ma sentendosi in armonia con la natura. Alla fine, consapevole che lasciarsi chiudere in una «forma» equivale ad annientare la propria personalità</em> <em>perennemente cangiante, rinuncia a qualunque forma, immergendosi nel flusso della vita, senza memoria e senza aspettative, vivendo nell’attimo presente, </em>come una pianta o una pietra, non più tormentato dal tarlo interiore del pensiero.</p><p><strong>&nbsp;</strong></p>]]></description>
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         <pubDate>2023-11-01 18:06:41 UTC</pubDate>
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         <title>Il teatro</title>
         <author>raomaria63</author>
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         <description><![CDATA[<p>ll teatro rappresenta la parte più valida ed interessante della produzione artistica di Pirandello e contribuisce a consacrare la sua fama&nbsp;fino al&nbsp;<strong>premio Nobel del 1934.</strong></p><p>Debuttò a Roma al teatro Metastasio il 9 dicembre 1910, con <em>La morsa </em>e<em> Lumìe di Sicilia</em>. Poi, a mano a mano che si maturava in lui il distacco dal Verismo verso il Decadentismo, si dedicò ad esso quasi completamente, comprendendo che la sua visione tragica della vita, calata in situazioni drammatiche, dolorose, umoristiche e paradossali, poteva trovare nell’azione scenica più che nella narrativa il mezzo espressivo più adatto ed efficace. Pirandello chiamò il suo teatro “<strong>teatro dello specchio”</strong>, perché in esso si rappresenta la vita nuda, cioè senza maschera, con le sue reali verità e amarezze, che palpitano sotto il velo delle ipocrisie e delle convenzioni sociali, così che chi assiste, si vede come in uno specchio così com’è e diventa migliore. Pirandello credeva nella forza del teatro, che poteva correggere la tristezza degli uomini. Alla base del suo teatro dunque c’è questa forte esigenza morale di strappare gli uomini dalle menzogne, perché il mondo si rinnovi secondo giustizia, verità e libertà.</p><p>Pirandello compose: </p><p>Opere in dialetto siciliano che lo vedono lavorare a stretto contatto con l’attore Angelo Musco. &nbsp;In queste opere prevalgono il grottesco e l’assurdo e l'oggetto privilegiato sono la società borghese e la famiglia con le tragedie che vi hanno luogo.</p><p><em>Pensaci Giacomino! </em>è un esempio di come&nbsp;lo stile di Pirandello&nbsp;punti a&nbsp;<strong>una rappresentazione della realtà non più concepibile in senso deterministico</strong>. </p><p><br/></p><p><em>Liolà</em>, definita da Pirandello «commedia campestre in tre atti», deriva dal capitolo IV del romanzo&nbsp;<em>II fu Mattia Pascal&nbsp;</em>e dalla novella&nbsp;<em>La mosca</em>, che apre l’omonima raccolta di&nbsp;<em>Novelle per un anno</em>. È una commedia in cui l’autore rappresenta Liolà come uno spensierato protagonista, il dongiovanni campagnolo, che con il suo comportamento mette allegramente a soqquadro la società in cui vive. </p><p><strong><em>La giara</em></strong><em> è </em>una commedia che racconta la disavventura di&nbsp;<strong>Don Lolò Zirafa</strong>, un proprietario terriero, ancorato saldamente ai propri possedimenti e pronto sempre ad andare allo scontro con chiunque per difenderli. Affonda nel&nbsp;<a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://cultura.biografieonline.it/verga-poetica/"><strong>Verismo verghiano</strong></a>, ma appartiene al racconto della Sicilia di fine Ottocento. La “roba” è il possedimento esterno che genera il valore interiore. Avere terra per la cultura del tempo era il biglietto verso il rispetto e la dignità.</p><p>Pirandello, a distanza di cinquant’anni o poco più, rispolvera il tema per farne commedia e oggetto di scherno. Don Lolò è spogliato dai valori del sacrificio e dell’onore di memoria verghiana, ma è rappresentato come un taccagno, burbero, capace di ricorrere all’avvocato per pochissimi denari. A lui, in questa svolta pirandelliana del tema, si oppone Zi’ Dima, un vecchio dotato di ingegno e legittimato nella sua azione – che pur vedrà risvolti comici – dall’essere lavoratore. E se Verga volge tutto in&nbsp;<strong>pessimismo</strong>, Pirandello, in teatro e fuori, manda tutto in&nbsp;<strong>commedia</strong>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;</p><p>I<em>l berretto a sonagli</em>: scritta originariamente in dialetto siciliano, <em>Il berretto a sonagli</em>&nbsp;è una tragedia sotto forma di commedia: nel vivacissimo intreccio di personaggi che si alternano continuamente sulla scena, si consuma il dramma di Beatrice, dominatrice della scena, paladina antimaschilista che si rifiuta di cedere all’imperativo di nascondere il tradimento per salvare l’onore, divorata da un’ansia di vendetta che tocca le vette della follia, disgustata dal rispetto che l’intero paese tributa al marito.</p><p><br/></p><p><em>Il berretto a sonagli</em>&nbsp;è una vicenda del tutto terrena e umana, ma non per questo perde di emozione e di profondità: le figure di Beatrice e di Ciampa, uniti nell’essere vittime e divisi nel modo di affrontare il peso dell’essere traditi, dominano il palco e assorbono su di loro tutta l’attenzione, rendendo gli altri personaggi semplici comparse mentre sul palco si urla, si piange, si corre, si soffre. Ma la volutamente esagerata e a tratti sgraziata dinamicità della donna viene alla fine dominata anche fisicamente dalla compostezza dello scrivano, che, anche se devastato dal dolore, cerca in ogni modo di conservare la sua dignità, e quando il sipario cala apprendiamo la sconcertante verità che questa tragedia ci mostra: siamo tutti Pupi nel grande teatro del mondo, talmente affezionati al nostro ruolo che non solo lo accettiamo, ma vogliamo in fondo mantenerlo a tutti i costi.</p><p>Nel 1917 - in un periodo esistenzialmente difficile per la prigionia del figlio, volontario di guerra, e per le sempre più gravi condizioni psichiche della moglie, mai ripresasi dallo&nbsp;<em>shock</em>&nbsp;per l'allagamento delle zolfare di famiglia nel 1903 - Pirandello inaugura con&nbsp;<em>Così è se vi pare</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Il piacere dell’onestà</em>&nbsp;<strong>la</strong>&nbsp;<strong>fase umoristica</strong>&nbsp;della propria produzione, in cui la poetica del disvelamento delle ipocrisie della forma quotidiana e convenzionale della realtà trova nelle “maschere” dei personaggi teatrali un validissimo alleato. Questa&nbsp;<strong>prospettiva relativistica, </strong>che ritroviamo in opere sempre tratte o ispirate da novelle, come&nbsp;<em>Il giuoco delle parti</em>, e fortemente critica nei confronti delle&nbsp;<strong>convenzioni borghesi</strong>&nbsp;poggia su alcuni elementi ricorrenti: la presenza di un protagonista che, più che agire, s’interroga sulla propria&nbsp;<strong>identità</strong>&nbsp;e sul modo in cui è visto dagli altri; la&nbsp;<strong>scomposizione della “forma”</strong>&nbsp;ufficiale della realtà per mezzo della deformazione ironica; la paradossale e amarissima presa di coscienza che, per vivere, è necessario giocare una parte o vestire una&nbsp;<strong>maschera</strong>. Tutti elementi che l’autore porta al massimo livello espressivo nell’unica opera da lui stesso definita “tragedia”, ovvero <em>Enrico IV</em>&nbsp;del 1922.</p><p>Già l’anno precedente tuttavia, con la “prima” dei&nbsp;<em>Sei personaggi in cerca d’autore</em>, il teatro di Pirandello ha conosciuto la terza svolta significativa, quella del&nbsp;<strong>metateatro</strong>, in cui la riflessione sulla reale consistenza della condizione umana porta a disgregare progressivamente (come si vede nella trilogia che ai&nbsp;<em>Sei personaggi</em>&nbsp;fa seguire&nbsp;<em>Ciascuno a suo modo</em>&nbsp;nel 1924 e&nbsp;<em>Questa sera si recita a soggetto</em>&nbsp;nel 1930) le regole stesse della pratica della messa in scena. Il<strong>&nbsp;conflitto tra forma e vita</strong>&nbsp;o tra realtà e rappresentazione finzionale viene trasposto oltre la “quarta parete” scenica, analizzando e scandagliando dalle radici la possibilità stessa di una finzione separata dalla vita, nella distanza incolmabile tra ciò che i personaggi sono e ciò che sono chiamati ad essere in scena. I temi tipici del Pirandello "filosofo" (il&nbsp;relativismo delle convinzioni umane, la&nbsp;<strong>multisfaccettatura del reale</strong>, la&nbsp;<strong>dialettica tra "maschera" e "forma"</strong>&nbsp;dell'esistenza umana) si ritrovano tutti anche nella scrittura per il teatro: lo&nbsp;stile dell’autore si compone del resto di tessere elementi che possono adattarsi bene sia alle scene di palcoscenico sia alle pagine di romanzo.&nbsp; </p><p><br/></p><p>La radicale <strong>innovazione pirandelliana</strong>, che ha conseguenze di ampia portata sul tutto il linguaggio teatrale del tempo, si chiude nella quarta fase, quella dei&nbsp;<strong>miti</strong>&nbsp;(in cui annoveriamo&nbsp;<em>La nuova colonia</em>,&nbsp;<em>Lazzaro</em>&nbsp;e l’incompiuto&nbsp;<em>I giganti della montagna</em>): qui Pirandello, scegliendo esplicitamente ambientazioni mitico-favolistiche, pare proiettare la propria riflessione in un’altra dimensione,&nbsp;<strong>utopica</strong>&nbsp;ed immaginifica.&nbsp;</p><p><br/></p><p><em>I giganti della montagna</em> in cui, attraverso anche il recupero dell’idea del teatro nel teatro, Pirandello corona la sua parabola di drammaturgo: l'opera, lasciata&nbsp;<strong>incompiuta</strong>, ruota attorno ai tentativi della compagnia teatrale della contessa Ilse di rappresentare&nbsp;<em>La favola del figlio cambiato</em>, un testo pirandelliano che, nella finzione, è attribuito ad un poeta suicidatosi per protestare contro&nbsp;<strong>l'insensibilità dei tempi moderni nei confronti dell'arte.</strong></p><p><br/></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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         <pubDate>2023-11-01 18:20:55 UTC</pubDate>
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