<?xml version="1.0"?>
<rss version="2.0">
   <channel>
      <title>Io, lei e la montagna (Debora,  Elisa, Arianna, Enrico) by ANTONELLA FRANZOI</title>
      <link>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl</link>
      <description>Consegna: quale dei due testi secondo te è più &quot;comprensibile&quot; e perchè?</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2018-02-15 00:16:15 UTC</pubDate>
      <lastBuildDate>2025-11-15 03:00:37 UTC</lastBuildDate>
      <webMaster>hello@padlet.com</webMaster>
      <image>
         <url></url>
      </image>
      <item>
         <title>Io, lei e la montagna - Prima versione</title>
         <author>antonella_franzoi</author>
         <link>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755934</link>
         <description><![CDATA[<div>Ogni storia è stata scritta da una mano, e questa volta si tratta della mia di mano e del racconto di come mi sono innamorato di mia moglie.</div><div>Mi svegliai di colpo. Ci misi un po' a capire dove mi trovavo. Non ero a casa mia, quello non era il mio letto e quello non era mio fratello. Già, perché mi trovavo nella baita della mia migliore amica, Aisha.</div><div>Mi trovavo lì perché me lo aveva chiesto suo padre.&nbsp;</div><div>Da poco più di quattro mesi sua madre era morta per un tumore. Da quel maledetto giorno Aisha non sorrideva più, non parlava con nessuno e non usciva mai di casa.&nbsp;</div><div>Aveva perfino saltato gli ultimi mesi di scuola.&nbsp;</div><div>Insomma, più il tempo passava, più lei si chiudeva in se stessa. Suo papà, non sapendo più cosa fare, l’aveva portata a vivere per un po’ di tempo nella loro piccola baita in montagna, ma le cose non erano cambiate.&nbsp;</div><div>Così, un giorno, mi chiamò pregandomi di andare per una settimana a farle compagnia.</div><div>Accettai senza neanche pensarci, preparai velocemente lo zaino e mi feci portare alla loro baita da mio fratello.&nbsp;</div><div>La sera prima avevo bussato a quella piccola porta di legno di quercia, mi aveva aperto suo padre e mi aveva detto che Aisha si trovava al piano di sopra.&nbsp;</div><div>Salii le scale, bussai e aprii la porta. Appena mi vide il suo viso si illuminò, gli occhi le brillavano e una lacrima le rigò la guancia.&nbsp;</div><div>Corse verso di me e mi gettò le braccia al collo. Dopo avermi abbracciato più volte, iniziò a raccontarmi di come aveva trascorso l’ultimo anno. Ricordò sua madre.&nbsp;</div><div>Improvvisamente i suoi occhi si fecero lucidi, ma non riusciva a piangere, forse perché aveva finito le lacrime o forse perché non voleva piangere davanti a me.</div><div>Lì per lì non sapevo cosa fare oltre ad abbracciarla. All’ improvviso mi venne una brillante idea: il mattino seguente l’avrei portata a fare una passeggiata in montagna.&nbsp;</div><div>Sembrava entusiasta e accettò la proposta. Così cenammo e andammo a dormire presto.</div><div>Quella notte l’avevo sentita lamentarsi nel sonno, mentre ora sembrava tranquilla e mi dispiaceva svegliarla.&nbsp;</div><div>Erano le 6:10. La sveglia suonò. Ci alzammo e ci preparammo. Scendemmo al piano di sotto, bevemmo il latte e poi ci mettemmo in cammino.</div><div>Era il 27 luglio, il sole splendeva e sentire il tepore dei suoi raggi sulla pelle era una sensazione meravigliosa.</div><div>Ci addentrammo nel bosco. La temperatura si abbassò di colpo, faceva quasi freddo e le fronde degli alberi permettevano di vedere solo alcuni spicchi di quel bellissimo cielo azzurro.</div><div>Camminammo e camminammo fino a raggiungere un prato verdissimo con l’erba alta fino al di sopra delle ginocchia.&nbsp;</div><div>Iniziammo a correre e decidemmo di fermarci dove l’erba era più bassa per pranzare.</div><div>Passammo un pomeriggio indimenticabile e pieno di risate, ma si vedeva che in lei c’ era qualcosa che la disturbava.&nbsp;</div><div>Ad un tratto tra di noi cadde il silenzio.&nbsp;</div><div>Lo sapevo, era ovvio. Stava pensando alla madre, e come darle torto?&nbsp;</div><div>Ci guardammo per qualche minuto e l’unica cosa che riuscii a fare fu un mezzo sorrisetto, ma lei abbassò lo sguardo.</div><div>“Mi manca,” disse Aisha. “È iniziato tutto cinque mesi fa. Si vedeva che stava male, ma non voleva farmi preoccupare. Vedi, lei è stata sempre così. Una donna che pensava prima agli altri e poi a se stessa. Ma io lo avevo capito fin da subito che non c’era niente da fare, che la malattia prima o poi me l’avrebbe portata via.”</div><div>La lasciavo sfogare e più parlava, più capivo che si stava togliendo un enorme peso.</div><div>“Ma sai che ti dico? Ora basta piangere, le lacrime di sicuro non me la riporteranno indietro. Devo continuare a vivere pensando che ora lei si trova in un posto migliore e che di sicuro non vorrebbe vedermi piangere.”</div><div>Mi abbracciò, mi toccò la spalla e urlò: “Preso! Tocca a te prendermi!” Si alzò e iniziò a correre, così mi misi ad inseguirla.</div><div>Vederla correre scalza sul prato, piena di speranze, mi fece riflettere molto.&nbsp;</div><div>Finalmente, dopo cinque mesi la rivedevo sorridere. Mi venne in mente quando eravamo bambini. Quando l’erba era più alta di noi. Quando ci divertivamo a nasconderci dai nostri genitori. Quando c’eravamo solo NOI, l’una per l’altro.</div><div>Eravamo esausti. Ci sdraiammo per terra e lei mi disse: “Grazie di esistere!”</div><div>Sì, decisamente sì. Era stata una giornata stupenda. Riuscire ad essere di conforto ad una persona a cui si vuole bene… non potete capire quanto sia stato importante per me.&nbsp;</div><div>Quando il sole stava calando ci rimettemmo in cammino per ritornare a casa.&nbsp;</div><div>Poco dopo sentimmo il fruscio di un torrente. Ci avvicinammo. L’ acqua era limpidissima e decidemmo di toglierci gli scarponi ed immergere i piedi.&nbsp;</div><div>Più tardi riprendemmo il nostro percorso senza fermarci.&nbsp;</div><div>Il sole ormai stava tramontando e il cielo era azzurro, rosa e rosso con alcune nuvole che sembravano panna montata.</div><div>Finalmente giungemmo alla baita. La cena era pronta, così mangiammo e nel frattempo raccontammo la nostra giornata al papà di Aisha. La guardavo parlare, era come se fossi imbambolato. Ero innamorato? Non lo sapevo e in quel momento non lo volevo sapere. Volevo solo continuare a guardare quel sorriso da bimba innocente che ormai non vedevo da tempo.</div><div>Verso le ore 22:00 salimmo al piano di sopra per dormire, ma nessuno dei due riusciva a chiudere occhio.&nbsp;</div><div>Aspettammo che suo padre si fosse addormentato, prendemmo una coperta e uscimmo a guardare le stelle.</div><div>Eravamo sdraiati uno accanto all’ altra, quando lei si appoggiò sul mio petto.&nbsp;</div><div>Ero felicissimo e allo stesso tempo preoccupato che si accorgesse di quanto batteva forte il mio cuore.&nbsp;</div><div>Iniziai ad accarezzarle i capelli, quei morbidi capelli naturali di un rosso tendente all’arancione, suddivisi in tanti boccoli. Aveva mechès un po' più chiare del suo colore che la rendevano ancora più luminosa.&nbsp;</div><div>Ci addormentammo abbracciati.&nbsp;</div><div>Da quel momento mi fu chiaro che cosa provavo per lei.&nbsp;</div><div>Da allora sono passati quasi vent’anni, e ogni anno, al nostro anniversario, ci piace ritornare lì.</div>]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2018-02-15 00:16:15 UTC</pubDate>
         <guid>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755934</guid>
      </item>
      <item>
         <title>Io, lei e la montagna - Seconda versione</title>
         <author>antonella_franzoi</author>
         <link>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755935</link>
         <description><![CDATA[<div>Ogni storia è stata scritta da una mano, e questa volta si tratta della mia di mano e del racconto di come mi sono innamorato di mia moglie.</div><div> </div><div>Mi svegliai di colpo. Ci misi un po' a capire dove mi trovavo. Non ero a casa mia, quello non era il mio letto e quello non era mio fratello. Già, perché mi trovavo nella baita della mia migliore amica, Aisha.</div><div>Mi trovavo lì perché me lo aveva chiesto suo padre. Da poco più di quattro mesi sua madre era morta per un tumore. Da quel maledetto giorno Aisha non sorrideva più, non parlava con nessuno e non usciva mai di casa. Aveva perfino saltato gli ultimi mesi di scuola. Insomma, più il tempo passava, più lei si chiudeva in se stessa. Suo papà, non sapendo più cosa fare, l’aveva portata a vivere per un po’ di tempo nella loro piccola baita in montagna, ma le cose non erano cambiate. Così, un giorno, mi chiamò pregandomi di andare per una settimana a farle compagnia. Accettai senza neanche pensarci, preparai velocemente lo zaino e mi feci portare alla loro baita da mio fratello. </div><div>La sera prima avevo bussato a quella piccola porta di legno di quercia, mi aveva aperto suo padre e mi aveva detto che Aisha si trovava al piano di sopra. Salii le scale, bussai e aprii la porta. Appena mi vide il suo viso si illuminò, gli occhi le brillavano e una lacrima le rigò la guancia. Corse verso di me e mi gettò le braccia al collo. Dopo avermi abbracciato più volte, iniziò a raccontarmi di come aveva trascorso l’ultimo anno. Ricordò sua madre. Improvvisamente i suoi occhi si fecero lucidi, ma non riusciva a piangere, forse perché aveva finito le lacrime o forse perché non voleva piangere davanti a me.</div><div>Lì per lì non sapevo cosa fare oltre ad abbracciarla. All’ improvviso mi venne una brillante idea: il mattino seguente l’avrei portata a fare una passeggiata in montagna. Sembrava entusiasta e accettò la proposta. Così cenammo e andammo a dormire presto.</div><div> </div><div>Quella notte l’avevo sentita lamentarsi nel sonno, mentre ora sembrava tranquilla e mi dispiaceva svegliarla. Erano le 6:10. La sveglia suonò. Ci alzammo e ci preparammo. Scendemmo al piano di sotto, bevemmo il latte e poi ci mettemmo in cammino.</div><div>Era il 27 luglio, il sole splendeva e sentire il tepore dei suoi raggi sulla pelle era una sensazione meravigliosa.</div><div>Ci addentrammo nel bosco. La temperatura si abbassò di colpo, faceva quasi freddo e le fronde degli alberi permettevano di vedere solo alcuni spicchi di quel bellissimo cielo azzurro.</div><div>Camminammo e camminammo fino a raggiungere un prato verdissimo con l’erba alta fino al di sopra delle ginocchia. Iniziammo a correre e decidemmo di fermarci dove l’erba era più bassa per pranzare.</div><div>Passammo un pomeriggio indimenticabile e pieno di risate, ma si vedeva che in lei c’ era qualcosa che la disturbava. Ad un tratto tra di noi cadde il silenzio. Lo sapevo, era ovvio. Stava pensando alla madre, e come darle torto? Ci guardammo per qualche minuto e l’unica cosa che riuscii a fare fu un mezzo sorrisetto, ma lei abbassò lo sguardo.</div><div>“Mi manca,” disse Aisha. “È iniziato tutto cinque mesi fa. Si vedeva che stava male, ma non voleva farmi preoccupare. Vedi, lei è stata sempre così. Una donna che pensava prima agli altri e poi a se stessa. Ma io lo avevo capito fin da subito che non c’era niente da fare, che la malattia prima o poi me l’avrebbe portata via.”</div><div>La lasciavo sfogare e più parlava, più capivo che si stava togliendo un enorme peso.</div><div>“Ma sai che ti dico? Ora basta piangere, le lacrime di sicuro non me la riporteranno indietro. Devo continuare a vivere pensando che ora lei si trova in un posto migliore e che di sicuro non vorrebbe vedermi piangere.”</div><div>Mi abbracciò, mi toccò la spalla e urlò: “Preso! Tocca a te prendermi!” Si alzò e iniziò a correre, così mi misi ad inseguirla.</div><div>Vederla correre scalza sul prato, piena di speranze, mi fece riflettere molto. Finalmente, dopo cinque mesi la rivedevo sorridere. Mi venne in mente quando eravamo bambini. Quando l’erba era più alta di noi. Quando ci divertivamo a nasconderci dai nostri genitori. Quando c’eravamo solo NOI, l’una per l’altro.</div><div>Eravamo esausti. Ci sdraiammo per terra e lei mi disse: “Grazie di esistere!”</div><div>Sì, decisamente sì. Era stata una giornata stupenda. Riuscire ad essere di conforto ad una persona a cui si vuole bene… non potete capire quanto sia stato importante per me. </div><div>Quando il sole stava calando ci rimettemmo in cammino per ritornare a casa. Poco dopo sentimmo il fruscio di un torrente. Ci avvicinammo. L’ acqua era limpidissima e decidemmo di toglierci gli scarponi ed immergere i piedi. </div><div>Più tardi riprendemmo il nostro percorso senza fermarci. Il sole ormai stava tramontando e il cielo era azzurro, rosa e rosso con alcune nuvole che sembravano panna montata.</div><div>Finalmente giungemmo alla baita. La cena era pronta, così mangiammo e nel frattempo raccontammo la nostra giornata al papà di Aisha. La guardavo parlare, era come se fossi imbambolato. Ero innamorato? Non lo sapevo e in quel momento non lo volevo sapere. Volevo solo continuare a guardare quel sorriso da bimba innocente che ormai non vedevo da tempo.</div><div>Verso le ore 22:00 salimmo al piano di sopra per dormire, ma nessuno dei due riusciva a chiudere occhio. Aspettammo che suo padre si fosse addormentato, prendemmo una coperta e uscimmo a guardare le stelle.</div><div>Eravamo sdraiati uno accanto all’ altra, quando lei si appoggiò sul mio petto. Ero felicissimo e allo stesso tempo preoccupato che si accorgesse di quanto batteva forte il mio cuore. Iniziai ad accarezzarle i capelli, quei morbidi capelli naturali di un rosso tendente all’arancione, suddivisi in tanti boccoli. Aveva mechès un po' più chiare del suo colore che la rendevano ancora più luminosa. Ci addormentammo abbracciati. </div><div> </div><div>Da quel momento mi fu chiaro che cosa provavo per lei. Da allora sono passati quasi vent’anni, e ogni anno, al nostro anniversario, ci piace ritornare lì.</div>]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2018-02-15 00:16:15 UTC</pubDate>
         <guid>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755935</guid>
      </item>
      <item>
         <title>Ora tocca a te!</title>
         <author>antonella_franzoi</author>
         <link>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755936</link>
         <description><![CDATA[<div>Versione 1<br>Secondo noi è più comprensibile il primo testo perché ci sembra più scorrevole e diretto rispetto al secondo</div>]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2018-02-15 00:16:15 UTC</pubDate>
         <guid>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755936</guid>
      </item>
      <item>
         <title>Ora tocca a voi! Rintracciate le sequenze e mandate il testo a capo al termine di ogni sequenza. Lasciate una riga vuota tra una sequenza e l&#39;altra.</title>
         <author>antonella_franzoi</author>
         <link>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755937</link>
         <description><![CDATA[<div>Ero seduto sul divano aspettando solamente che il televisore si collegasse in diretta al Sinan Erden, il grandissimo palazzetto di Istanbul, in Turchia, dove a breve si sarebbe giocata la finale degli Europei di basket, Serbia-Slovenia. <mark>SPAZIO</mark> Visto che Italia e Croazia erano state eliminate, la squadra che speravo vincesse era la Slovenia, dato che aveva i due giocatori che più mi piacevano, Goran Dragic e Luka Doncic: il primo perché si chiamava come mio padre, il secondo perché stava per disputare una finale europea a soli diciotto anni. Non vedevo l’ora che l’arbitro alzasse la palla in modo da far partire il tempo e di conseguenza la partita.&nbsp;</div><div><br>In quel momento il campanello di casa suonò e, prima di andare al citofono, guardai&nbsp; dalla finestra per vedere chi era.Lo riconobbi subito: corporatura piuttosto ingombrante, statura medio-alta, testa povera di capelli. Era mio nonno.</div><div>Gli aprii il cancelletto e notai che aveva un abbigliamento piuttosto strano: indossava una giacca pesante, pantaloni da camminata (che di solito non mette mai) e scarponi ai piedi, ma la cosa più strana era che portava in spalla un cesto per funghi.<br><br></div><div>Quando entrò in casa mi disse con voce tonante: “Luca, cambiati&nbsp; e sali in macchina! Oggi si va a funghi”. Io rimasi per un momento paralizzato, interdetto. Gli risposi con aria stupita: “Ma stai scherzando?” “Non so se lo sai, ma oggi c’è la finale degli europei di basket!”. Mio nonno, con aria seria e scocciata, riprese: “Non me ne frega niente della tua partita, i tuoi genitori arriveranno in ritardo e tu sei sempre sul divano a guardare la televisione, quindi io e la nonna abbiamo deciso che verrai con noi”.<br><br></div><div>Dopo dieci minuti di pianti e proteste, mi cambiai e salii scocciato in auto. <br>La nonna, che fino ad allora era rimasta in macchina ad aspettare, mi salutò chiedendomi se andava tutto bene. Io risposi chiaramente di no, perché tra poco più di un’ora sarebbe iniziata la partita a cui io non potevo assistere perché sarei dovuto andare a funghi con i miei nonni. <br><mark>TOGLIERE LO SPAZIO</mark><br>Mio nonno rispose: “Se volevi vedere così tanto quella partita potevi registrarla e guardarla quando tornavi a casa, e comunque faranno sicuramente delle repliche alla televisione”.“Almeno potete dirmi dove andiamo?” chiesi. “Non lontano da qui. Andiamo alla Capannina, a Baselga di Pinè”.<br><br></div><div>Il bosco della Capannina era un luogo che i miei nonni e poche altre persone conoscevano, prevalentemente formato da betulle e faggi: entrambi alberi piuttosto alti, ma mentre la betulla raggiunge i 15-30 metri di altezza, il faggio può alzarsi anche fino a 40.Quando arrivammo, salutammo subito Alfonso e Caterina, i proprietari della baita “La Capannina”, che era anche un ristorante di montagna. <br>Vidi che stavano montando qualcosa sul muro dell’edificio, ma non riuscii a capire di che cosa si trattasse.<br><br>Appena ci addentrammo nel bosco i nonni iniziarono subito a trovare funghi “buoni”, come porcini e finferli, mentre io non facevo altro che trovare quelli velenosi. Tanto per intenderci, io sono una frana nel cercare funghi, non ne ho mai trovato uno “buono”, ma soprattutto non riesco a distinguere i funghi velenosi da quelli commestibili, quindi li mostro sempre al nonno, e ogni volta la risposta è un cenno negativo con il capo.<br><br>Nel bel mezzo del bosco mi accorsi che avevo una scarpa slacciata, quindi mi piegai per allacciarla facendo attenzione a non inciampare nelle radici sporgenti di un albero. Queste assomigliavano molto ad un serpente che vagava nella boscaglia.Mi appoggiai al tronco di quell’albero e mi allacciai la scarpa, quando un odore strano raggiunse le mie narici: era un odore molto intenso, che mai prima di allora avevo sentito. <br>Quando mi alzai per riprendere la camminata, mi accorsi che la mia giacca si era appiccicata alla resina dell’albero: ecco dunque che cos’era quello strano odore. <mark>SPAZIO </mark>Ad un tratto riuscii ad intravedere un piccolo fungo dal capo tendente al rossiccio, e mi venne in mente che, tra i funghi buoni, solamente il porcino aveva questo colore. Chiamai la nonna per essere certo che si trattasse di un porcino, e ormai ero sicuro di aver trovato il mio primo fungo “buono”. <br>Proprio mentre si dirigeva verso di me, la nonna trovò un altro porcino e mi disse che se non l’avessi chiamata non lo avrebbe trovato. <br><mark>TOGLIERE LO SPAZIO</mark><br>“Sì, sì, però adesso vieni a vedere se quello che ho trovato io è un porcino” le dissi. Quando mi raggiunse mi diede una brutta notizia: “Mi dispiace Luca, ma quella è un’amanita muscaria: un fungo molto velenoso”.Mi ero rattristato dopo quella notizia, perché ero praticamente sicuro che fosse un porcino. <br><br>Quando tornammo alla baita, però, tutta la mia tristezza si trasformò in gioia! Vidi che su una delle pareti esterne dell’edificio era stato montato un megaschermo che trasmetteva la diretta dell’agognata finale di basket. La partita era cominciata da poco. Alfonso e Caterina mi avevano colto davvero di sorpresa. “Ecco cosa stavano montando prima!” dissi alla nonna. “Ti è piaciuta la sorpresa?” mi chiese lei. “Certo!” risposi io.Cenammo nella baita tutti e cinque insieme guardando la partita, che fu straordinaria: vinse la Slovenia 93 a 85. <mark>SPAZIO</mark> Se non avessi ascoltato mio nonno quando insisteva per farmi uscire di&nbsp; casa, quel giorno avrei visto la partita da solo, invece, seppur controvoglia, l’ho ascoltato e ho fatto bene.</div>]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2018-02-15 00:16:15 UTC</pubDate>
         <guid>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755937</guid>
      </item>
      <item>
         <title>D&#39;ORA IN POI, RICORDA DI SUDDIVIDERE I TUOI TESTI IN SEQUENZE E DI MANDARE IL TESTO A CAPO AL TERMINE DI OGNI SEQUENZA</title>
         <author>antonella_franzoi</author>
         <link>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755938</link>
         <description><![CDATA[]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2018-02-15 00:16:15 UTC</pubDate>
         <guid>https://padlet.com/antonella_franzoi/iicv7om1rtcl/wish/231755938</guid>
      </item>
   </channel>
</rss>
