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      <title>Bacheca by </title>
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         <pubDate>2015-11-16 17:07:22 UTC</pubDate>
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         <description><![CDATA[<table><tbody><tr><td>Apocalisse 12:14<br><br>Ma
 alla donna furono date le due ali della grande aquila affinché se ne 
volasse nel deserto, nel suo luogo, dov'è nutrita per un tempo, dei 
tempi e la metà di un tempo, lontana dalla presenza del serpente.<br><br><br><br>La
 Chiesa di Dio, La sposa di Gesù ( donna ) , quindi i veri Cristiani, 
conoscendo bene di vivere in un tempo che potrebbe essere l'ultimo dei 
tempi, poichè i segni evidenti lo dimostrano, ha ricevuto due ali per 
volare sopra tutto , lontana dalla presenza del serpente , ma in 
ispirito dinanzi la presenza di Dio , intercedendo per tutta l'umanità, 
intercedendo per il Popolo di Dio, intercedendo anche per i malvagi 
affinché si ravvedano e chiedano perdono a Dio di tutto il loro male !<br>Preghiamo
 affinché mai più avvenga quello che abbiamo visto l'altro sera a 
Parigi, in Francia ! Possa Iddio confortare i familiari e parenti delle 
vittime e quanti sono rimasti feriti in questo grave attentato 
terroristico all'umanità! </td></tr></tbody></table>&nbsp;Girolamo Puccio<table><tbody></tbody></table>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-18 12:29:28 UTC</pubDate>
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         <author>a3001</author>
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         <description><![CDATA[<p><b>Una dimora, dei sacerdoti, dei sacrifici<br>Georges André</b></p><p><b><br></b></p><p><b>Nel
 libro dell’Esodo vediamo che Dio ha voluto trarre il suo popolo fuori 
d’Egitto non con il solo fine di liberarlo dalla schiavitù, ma per 
averlo per Sé: «Lascia andare il mio figliuolo, affinché mi serva» 
(Esodo 4:23).<br><br>Ma il popolo era peccatore e occorse il sangue 
dell’agnello della Pasqua su ogni casa perché fosse risparmiato 
dall’angelo distruttore. Attraverso il mar Rosso e il deserto furono 
condotti fino al Sinai, dove Dio potè dire: «Voi avete veduto quello che
 ho fatto agli Egiziani, e come v’ho portati sopra ali d’aquila e v’ho 
menati a me» (Esodo 19:4).<br><br>L’Eterno aggiunge: «E mi sarete un 
regno di sacerdoti e una nazione santa», e il profeta preciserà: «Il 
popolo che mi sono formato pubblicherà le mie lodi» (Isaia 43:21).<br><br>Ahimè!
 Israele non ha risposto a ciò che Dio aveva in vista per lui; tutti si 
sono presto corrotti e allontanati. Fu allora che parlando dal monte 
Sinai l’Eterno diede le istruzioni per costruire il tabernacolo: una 
dimora dove Dio potesse abitare in mezzo al suo popolo. Sempre 
nell’Esodo i sacerdoti, la famiglia di Aaronne, sono istituiti (capitoli
 28 e 29).<br><br>Nel Levitico Dio parlerà dalla «tenda di convegno» per
 indicare al suo popolo come coloro che erano fuori potevano avvicinarsi
 a Lui nel suo santuario.<br><br>Nel libro dei Numeri (cap. 1:1) Dio 
parlò a Mosè nel deserto, circa il cammino verso Canaan. All’inizio del 
Deuteronomio (cap. 1:1), l’Eterno parlò «di là dal Giordano, nel 
deserto» in vista del paese di Canaan: e dà istruzioni su come bisognerà
 che si comportino. Vi è quindi, alla fine dell’Esodo e all’inizio del 
Levitico, una casa dove i sacrifici sono offerti; vediamo chi può 
accostarsi: sacerdoti e adoratori; e come lo fanno: con un sacrificio 
(Levitico cap. 1:7).<br><br>Nella prima epistola di Pietro, cap. 2 vers.
 4, ci è parlato di ciò che oggi equivale a quelle ombre del passato: 
«Accostandovi a Lui (al Signore) pietra vivente... anche voi, come 
pietre viventi, siate edificati qual casa spirituale, per essere un 
sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio 
per mezzo di Gesù Cristo». Troviamo di nuovo una casa, dei sacerdoti e 
dei sacrifici. Ma si tratta di una casa spirituale formata dall’insieme 
delle pietre viventi, tutti i riscattati del Signore che hanno in Lui 
trovato la vita eterna e formano la sua casa, la sua Chiesa. Malgrado 
l’attuale stato di rovina, noi possiamo, in una certa misura, godere dei
 privilegi di questa casa spirituale, radunandoci attorno al Signore 
Gesù quali appartenenti alla Chiesa di Dio.<br><br>Oggi sono sacerdoti, 
«un sacerdozio santo», non gli appartenenti ad una sola famiglia, come 
furono Aaronne e i suoi figli, ma tutti i riscattati, come dice 
Apocalisse 1:5: «A Lui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati 
col suo sangue, e ci ha fatti essere... sacerdoti al Dio e Padre 
suo...». I cristiani sono, allo stesso tempo, adoratori, sacerdoti e 
figli. Non ci sono più sacrifici cruenti da offrire, ma dei «sacrifici 
spirituali», «un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra 
confessanti il suo nome!» (Ebrei 13:15). Questa lode non è soltanto la 
riconoscenza dei nostri cuori per essere stati salvati, quantunque essa 
sia certamente al suo posto; vi è infinitamente di più: noi non veniamo 
davanti al Padre solamente per ringraziarlo ma anche per parlargli del 
suo Figlio e dell’opera che Egli ha compiuto alla croce. Davanti a Lui 
noi ricordiamo questa sola offerta del suo corpo compiuta una volta per 
sempre.<br><br>Non è, certo, una ripetizione del sacrificio; ma nelle 
preghiere, nei cantici o nella celebrazione della Cena, si ricorda la 
morte del Signore, se ne considerano, davanti a Dio, con riconoscenza e 
adorazione, i diversi e meravigliosi aspetti. «E così fo il giro del tuo
 altare» (Salmo 26:6)!</b></p>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-18 19:57:08 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>a3001</author>
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         <description><![CDATA[<a href="http://betesda.forumattivo.com/f3-note-bibliche-di-henri-rossier"><span>Note Bibliche di  Henri Rossier</span></a><br><p><b>La condotta cristiana e il regno — 2 Pietro 1:3-18<br><br>«La
 sua potenza divina ci ha donate tutte le cose che appartengono alla 
vita e alla pietà». Per la fede in Lui, le «preziose e grandissime 
promesse» sono nostre. La vita eterna, lo Spirito Santo, le relazioni di
 figli col Padre, l'eredità ecc..., sono tutte già annunciate e promesse
 nel Vecchio Testamento ed ora date alla fede (2 Tim. 1:2, Tito 1:2, 1 
Giov. 2:25, Atti 1:4, 2:39, Efesini 1:13, 2 Cor. 7:1, Rom. 4:13-21, 
Galati 3:15-29).<br><br>Tutte queste promesse sono realizzate in Cristo 
(2 Cor. 1:20-22). Avendo noi la natura divina in quanto credenti, tutto 
ciò che riguarda la pietà è anche nostro; e Pietro parla in dettaglio di
 queste cose nei v. 5-7 del primo capitolo.<br><br>Dio che ce le ha 
date, facendoci così fuggire «dalla corruzione che è nel mondo per via 
della concupiscenza», ci ha chiamati «mercé la propria gloria e virtù». 
Queste due cose sono caratteristiche della sua chiamata: la gloria per 
il cielo, la virtù per avanzare, sulla terra, nel cammino che porta alla
 gloria.<br><br>Ma i doni immensi che possediamo ci rendono responsabili
 di «aggiungere» l'una all'altra le cose dei v. 5-7. Se desideriamo 
glorificare Dio la nostra condotta dev'essere la manifestazione 
ininterrotta di tutti quei caratteri che concernono la vita e la pietà. È
 come una catena alla quale nessun anello deve mancare; se no, il nostro
 cammino di testimoni sarà interrotto prima di giungere al termine.<br><br>Ahimè!
 Questo è capitato nella vita di molti uomini di Dio. Molti hanno 
cessato di aggiungere queste cose l'una all'altra e, invece di terminare
 la loro carriera, non ne hanno percorso che una parte. Uno solo, 
Cristo, il «perfetto esempio di fede», l'ha percorsa in modo perfetto e 
completo; e noi, perché non lo seguiamo «senza vacillare»? Non ne 
abbiamo ricevuto dalla sua «divina potenza» la forza necessaria?<br><br>«Mettendo
 in ciò... ogni premura» abbiamo da «aggiungere» queste cose: alla fede 
nel Signore la virtù, l'energia spirituale che ci separa dal male per 
raggiungere la meta, costi quel che costi; la conoscenza, l'intelligenza
 dei pensieri divini riguardo al cammino da fare; la continenza, la 
temperanza, il controllo di noi stessi, la pazienza nelle difficoltà, la
 pietà che si realizza nella comunione con Dio e cerca in ogni cosa la 
sua gloria, e questo riguardo alle nostre relazioni con Dio; l'amore 
fraterno nei nostri rapporti con la famiglia di Dio; e l'amore che 
coinvolge i nostri rapporti d'intimità col Padre e col Figlio.<br><br>Ho
 detto che uomini di fede, e sovente anche eminenti, hanno visto il loro
 cammino di testimoni interrotto per non aver «aggiunto» queste cose. 
Così, il giusto Lot mancò di virtù all'inizio della sua vita; Noè e 
Davide di continenza; Mosè ed Elia di pazienza; Salomone di pietà. Si 
potrebbero moltiplicare gli esempi. Quale fu il risultato per quei 
credenti? Lot fu salvato come attraverso il fuoco; Noè perdette il 
titolo di capo della creazione rinnovata; la spada non s'allontanò più 
dalla casa di Davide; Mosè non entrò nella terra promessa; Elia dovette 
ungere Eliseo profeta al posto suo; e Salomone fu la causa della 
divisione e della rovina del suo regno.<br><br>Questi uomini di Dio non 
furono dunque salvati? Certo che lo furono, poiché vediamo apparire Mosè
 e Elia sul monte Santo nella stessa gloria del Figlio dell'Uomo, ma 
tutti hanno mancato. Alcuni di loro sono stati, senza dubbio, 
ristabiliti dalla disciplina, ma altri, per la loro infedeltà, furono 
privati della loro corona.<br><br>Aggiungendo fedelmente queste cose 
l'una all'altra, noi «renderemo sicura» la nostra «vocazione ed 
elezione»; non certo nel cuore di Dio, ma nel nostro cuore, ed anche in 
quello dei nostri fratelli, come si vede in 1 Tess. 1:3-4: «Ricordandoci
 del continuo... dell'opera della vostra fede, delle fatiche del vostro 
amore, e della costanza della vostra speranza nel nostro Signor Gesù 
Cristo; conoscendo fratelli amati da Dio, la vostra elezione». Chiunque 
aggiunge queste cose proseguirà il suo cammino con la benedetta 
consapevolezza dei suoi privilegi.<br><br>Queste riflessioni ci portano 
al soggetto speciale sul quale desidero insistere. I credenti ai quali 
Pietro si indirizza dovevano vivere in vista dell'entrata nel regno; Dio
 aveva dato loro una speranza che doveva potentemente influenzare il 
loro cammino e renderli premurosi nel fare il bene. «Facendo queste cose
 — dice l'apostolo — non inciamperete giammai, poiché così vi sarà 
largamente provveduta l'entrata nel regno eterno del nostro Signore e 
Salvatore Gesù Cristo». Il regno eterno era la meta del loro 
pellegrinaggio; lo avrebbero ben presto condiviso con Cristo. Quando il 
Nuovo Testamento ci parla di responsabilità nel servizio, ci presenta 
sempre come meta del nostro cammino la venuta del Signore con i suoi per
 regnare, e non la sua venuta per rapire i santi.<br><br>Notiamo questa 
parola: «Vi sarà largamente provveduta l'entrata»; tale è la fine d'un 
cammino fedele. L'entrata è data atutti, ma non a tutti «largamente». Il
 credente può avere una larga o una stretta entrata. Quest'espressione 
mostra molto bene ciò che la nostra infedeltà ci fa perdere. Abbiamo noi
 la speranza d'essere salvati come «attraverso il fuoco», oppure di 
trovare spalancata, al termine del nostro pellegrinaggio, la porta che 
ci darà accesso nella gloria del regno?<br><br>Queste cose avevano una 
grande importanza agli occhi dell'apostolo Pietro; infatti egli dice: 
«Perciò avrò cura di ricordarvi del continuo queste cose, benché le 
conosciate, e siate stabiliti nella verità che vi è stata recata». I 
credenti ai quali s'indirizzava, come anche noi, purtroppo, erano in 
pericolo di dimenticarle e di lasciarsi andare alla sonnolenza 
spirituale. La loro attività aveva perso il suo primo slancio, e la loro
 speranza il suo sapore. Così egli aggiunge: «E stimo cosa giusta, 
finché sono in questa tenda, di risvegliarvi ricordandovele». E più 
avanti: «Ma mi studierò di far sì che dopo la mia dipartenza abbiate 
sempre modo di ricordarvi di queste cose». Poi è come se dicesse: Quanto
 a me, ho visto questo regno con i miei occhi. Ho assistito sul monte 
santo alla potenza e alla venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Ho 
contemplato in anticipo la sua maestà futura. Lui, il Signore, l'ha 
avuta quella larga entrata! Poiché Egli ricevette da Dio Padre onore e 
gloria quando giunse a lui quella voce dalla magnifica gloria: «Questo è
 il mio diletto Figliuolo, nel quale mi sono compiaciuto!». Dio gli ha 
dato, l'ho udito con le mie orecchie, il nome di «diletto», oggetto 
delle sue delizie.<br><br>Tale è l'entrata del Signore Gesù nel suo 
regno. Ogni potestà gli è data, nel cielo e sulla terra, in virtù della 
sua obbedienza. Il testimone fedele, il Capo e perfetto esempio di fede,
 ha «aggiunto» queste cose in un modo perfetto, e fino alla fine. Egli 
sarà acclamato con le parole del Salmo 24: «O porte, alzate i vostri 
capi; e voi, porte eterne, alzatevi; e il Re di gloria entrerà. Chi è 
questo Re di gloria? È l'Eterno, forte e potente, l'Eterno potente in 
battaglia. O porte, alzate i vostri capi; alzatevi, o porte eterne, e il
 Re di gloria entrerà. Chi è questo Re di gloria? È l'Eterno degli 
eserciti; egli è il Re di gloria».<br><br>A Lui pure si indirizzano le 
parole del Salmo 45: «Cingiti la spada al fianco, o prode; vestiti della
 tua gloria e della tua magnificenza. E nella tua magnificenza, avanza 
sul carro, per la causa della verità, della clemenza e della giustizia; e
 la tua destra ti farà vedere cose tremende. Il tuo trono, o Dio, è per 
ogni eternità; lo scettro del tuo regno è uno scettro di dirittura. Tu 
ami la giustizia e odi l'empietà. Perciò Iddio, l'Iddio tuo, ti ha unto 
d'olio di letizia a preferenza dei tuoi colleghi».<br><br>Quanto a noi, fratelli, non possiamo entrare nel suo regno come Lui, ma possiamo entrarvi con Lui! Egli non vi entrerà solo.<br><br>Pietro
 lo aveva visto sul «monte santo», nel carattere ch'Egli avrà quando 
ritornerà. Lo aveva visto con Mosè ed Elia per compagni, tipo dei santi 
«risuscitati» e dei santi «tramutati», i quali formeranno il suo corteo 
nel giorno del suo regno eterno.<br><br>Se siamo fedeli, se «aggiungiamo
 queste cose» in vista della sua apparizione, le porte eterne che si 
alzeranno per Lui non si abbasseranno per noi, e saremo salutati, al 
nostro arrivo, con queste parole: «Va bene, buono e fedele servitore; 
...entra nella gioia del tuo Signore!»</b></p>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-19 17:02:12 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>a3001</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2015-11-20 16:20:23 UTC</pubDate>
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         <title>Chi è Gesù    </title>
         <author>a3001</author>
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         <description><![CDATA[di Fredy Gfeller <br><br><p>«Maria...
 si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo... Ciò che in lei è 
generato è dallo Spirito Santo. Ed ella partorirà un figliuolo e tu gli 
porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro 
peccati... La vergine sarà incinta e partorirà un figliuolo, al quale 
sarà posto nome Emmanuele, che interpretato vuol dire: Iddio con noi» 
(Matteo 1:18-23). «Dio ha parlato a noi mediante il suo Figliuolo, 
ch’Egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale pure ha 
creato i mondi; il quale, essendo lo splendore della sua gloria e 
l’impronta della sua essenza e sostenendo tutte le cose con la parola 
della sua potenza, quand’ebbe fatta la purificazione dei peccati, si 
pose a sedere alla destra della Maestà nei luoghi altissimi» (Ebrei 
1:1-3). «Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio» (Giovanni 1:1).b. La sua natura umana«E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi» (Giovanni 1:14). «Grande è il mistero della pietà: Dio è stato manifestato in carne» (1 Timoteo 3:16). «Gesù è stato fatto di poco inferiore agli angeli... a motivo della morte che ha patita» (Ebrei 2:9). «Io sono il primo e l’ultimo, e il Vivente; e fui morto, ma ecco son vivente per i secoli dei secoli» (Apocalisse 1:18).La
 realtà della natura umana di Gesù è ampiamente dimostrata dalle 
narrazioni dei Vangeli; e la testimonianza che ne danno gli apostoli 
rende questa verità ancora più evidente.Vogliamo tuttavia 
aggiungere ancora tre versetti indicanti la perfezione assoluta 
dell’umanità rivestita dal nostro Signore, poiché, pur «partecipando al 
sangue ed alla carne» (Ebrei 2:14), Egli non aveva la natura peccatrice 
dell’uomo: «Colui che non ha conosciuto peccato, Egli l’ha fatto essere peccato per noi» (2 Corinzi 5:21). «Egli che non commise peccato...» (1 Pietro 2:22). «In Lui non c’è peccato» (1 Giovanni 3:5).L’unione
 della natura umana e della natura divina in una stessa persona è un 
mistero che non abbiamo la possibilità di analizzare. La Parola di Dio 
lo dichiara, e noi crediamo e adoriamo. I profeti lo avevano già 
annunziato, come in quel passo di Isaia: «Un fanciullo ci è nato (è la 
sua umanità), un figliuolo ci è stato dato (è la divinità, è Cristo 
figlio di Dio), e l’imperio riposa sulle sue spalle; sarà chiamato 
Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della Pace» 
(Isaia 9:6).Questi vari titoli dimostrano la sua divinità e la 
sua umanità nello stesso tempo; Egli farà valere i diritti di queste sue
 caratteristiche secondo il suo potere divino, e a motivo della sua 
qualità di «Figlio dell’uomo», come Egli stesso dice: «Come il Padre ha 
vita in se stesso così ha dato anche al Figliuolo d’aver vita in se 
stesso; e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figliuol 
dell’uomo» (Giovanni 5:26-27).</p>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-22 12:58:25 UTC</pubDate>
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         <title> La necessità del sacrificio  </title>
         <author>a3001</author>
         <link>https://padlet.com/a3001/i7uyiy9dabfi/wish/83688180</link>
         <description><![CDATA[<p>Georges André</p><p>Nell’Antico Testamento, una gran quantità di esempi tipici ci parlano 
della morte di Cristo; essi hanno questo in comune: non presentano tanto
 un esempio d’amore o di devozione, quanto piuttosto una vita donata al 
posto di un’altra.<br><br>Cristo non è morto solamente perché è stato 
consacrato per essere un modello d’amore e d’abnegazione, ma: «Colui che
 non ha conosciuto il peccato, Egli l’ha fatto essere peccato per noi» 
(2 Corinzi 5:21). «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge
 essendo divenuto maledizione per noi» (Galati 3:13). «Cristo ha 
sofferto una volta per i peccati, egli giusto per gli ingiusti, per 
condurci a Dio» (1 Pietro 3:18).<br><br>Queste «figure» dell’Antico Testamento pongono davanti a noi tanti diversi aspetti della morte di Cristo.<br><br>Le
 vesti di pelle (un animale dunque era stato ucciso) di Genesi 3:21, 
ricorda come Dio provvide alla nudità del peccatore. Il sacrificio 
cruento di Abele che offre i primogeniti del suo gregge, mostra la 
necessità del sangue versato — «senza spargimento di sangue non vi è 
remissione» (Ebrei 9:22) — mentre l’offerta di Caino, frutto del suo 
lavoro su una terra maledetta, non è gradita. In Genesi 22, Abrahamo 
offrì Isacco, come Dio donerà suo Figlio; ma, di fatto, il sacrificio di
 Isacco non fu consumato: al suo posto venne offerto in olocausto un 
montone. All’istituzione della Pasqua, il sangue dell’agnello doveva 
essere messo su ogni porta, a indicare una appropriazione personale del 
sacrificio di Cristo. Il serpente di rame nel deserto ci ricorda Gesù, 
fatto maledizione per noi.<br><br>Isaia 53 dice espressamente: «Noi 
tutti eravamo erranti come pecore, ognuno di noi seguiva la sua propua 
via; e l’Eterno ha fatto cader su lui l’iniquità di noi tutti». Alla 
fine del capitolo, il profeta sottolinea quattro aspetti della croce: 
«Egli ha dato se stesso alla morte — è stato annoverato fra i 
trasgressori — ha portato il peccato di molti — ha interceduto per i 
trasgressori».<br><br>Da queste numerose figure, si evidenziano quelle 
dei capitoli da 1 a 7 del Levitico che ci comunicano l’istituzione 
divina dei principali sacrifici.<br><br>Troviamo in questi capitoli quattro principali sacrifici (secondo Ebrei 10::<br><br>Levitico cap. 1 — L’olocausto.<br>Levitico cap. 2 — L’offerta di focacce (le oblazioni).<br>Levitico cap. 3 — Il sacrificio d’azioni di grazie.<br>Levitico cap. 4 e 5:13 — Il sacrificio per il peccato che è intimamente legato a<br>Levitico cap. 5:14-19 e 6:1-7 — Il sacrificio di riparazione.<br>Nei capitoli 6 e 7 abbiamo la «legge», cioè le disposizioni relative a questi sacrifici.<br>Questi
 diversi sacrifici si dividono in due classi: a) I sacrifici volontari, 
in odor soave all’Eterno: l’olocausto, l’offerta di focacce e il 
sacrificio d’azioni di grazie. Essi erano completamente o parzialmente 
arsi sull’altare (qui il verbo «bruciare» è nell’originale il medesimo 
di quello usato per indicare il bruciare dell’incenso). Essi ci parlano 
dell’eccellenza di Cristo e della sua consacrazione fino alla morte. b) I
 sacrifici obbligatori: per il peccato e di riparazione. Se qualcuno 
aveva peccato, doveva offrire un tale sacrificio per essere perdonato: 
«Bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede 
in lui abbia vita eterna» (Giovanni 3:14). Le vittime non erano poste 
sull’altare, salvo il sangue e il grasso; esse erano bruciate fuori del 
campo oppure mangiate dal sacerdote.</p>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-27 15:51:47 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title>Il significato dei sacrifici</title>
         <author>a3001</author>
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         <description><![CDATA[<p>Georges André</p><p>Indicheremo brevemente il significato essenziale di questi sacrifici.<br><br>L’olocausto
 era bruciato tutto intero sull’altare; è Cristo che dà se stesso alla 
morte, offrendosi per la gloria di Dio, vittima perfetta, compiendo così
 tutta la sua volontà: «Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà».<br><br>L’offerta
 di focacce non comportava né sangue ne vittima sgozzata; è la 
perfezione della natura e della vita dell’Uomo Cristo Gesù sofferente e 
provato. Una parte dell’offerta era bruciata sull’altare, una parte 
mangiata dal sacerdote.<br><br>Il sacrificio d’azioni di grazie aveva 
questo di particolare: che una parte, il grasso, era offerta a Dio 
sull’altare; una parte, la spalla e il petto, era mangiata dal 
sacerdote; il resto era per l’adoratore e i suoi invitati («chiunque è 
puro» — cap. 7:19). Esso ci ricorda dunque la pace che Gesù ha fatto 
«mediante il sangue della sua croce», in modo che noi abbiamo piena 
comunione con Dio nel sacrificio del suo Figlio. Questo privilegio è 
particolarmente messo in evidenza nella Cena: comunione col sangue di 
Cristo — comunione col corpo di Cristo.<br><br>Il sacrificio per il 
peccato e il sacrificio di riparazione erano obbligatoriamente offerti 
dal colpevole al fine di essere perdonato. I peccati specifici dovevano,
 inoltre, essere confessati (5:5); ciò che era stato rubato o estorto 
doveva essere restituito (5:16 e 6:4-5).<br><br>Questi diversi sacrifici
 sono dunque altrettanti aspetti dell’opera di Cristo. Infatti sono 
intimamente legati gli uni agli altri; l’olocausto e il sacrificio di 
riparazione erano sgozzati nel medesimo luogo (7:2); il grasso del 
sacrificio d’azioni di grazie era bruciato sull’olocausto (3:5); 
l’olocausto e l’offerta di focacce erano quasi sempre presentati 
insieme.<br></p>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-27 15:57:12 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title>L’ordine dei sacrifici</title>
         <author>a3001</author>
         <link>https://padlet.com/a3001/i7uyiy9dabfi/wish/83688639</link>
         <description><![CDATA[<p>Georges André</p><p>Perché l’olocausto ci è presentato per primo, mentre noi avremmo, con la
 massima naturalezza, messo in primo luogo il sacrificio per il peccato e
 il sacrificio di riparazione?<br><br>Dandoci la rivelazione della sua 
Parola, Dio procede dall’interno verso l’esterno. Per il tabernacolo 
Egli non ci presenta prima il cortile, poi il luogo santo e poi il luogo
 santissimo; ma pone davanti a noi prima di tutto l’Arca che è nel luogo
 santissimo, poi gli oggetti del luogo santo, poi il tabernacolo stesso e
 infine il cortile (Esodo cap. 25, 26 e 27). Lo stesso per i sacrifici; 
l’olocausto viene in primo luogo seguito dall’offerta di panatica, dal 
sacrificio d’azioni di grazie e dal sacrificio per il peccato. La 
perfezione della vittima, la sua consacrazione a Dio, hanno il primo 
posto.<br><br>Infatti, a motivo della sua devozione alla volontà di Dio,
 Cristo è stato fatto peccato per noi. Bisognava che fosse messo sotto i
 nostri occhi, prima di tutto, ciò che Cristo è per Dio, ciò che solo 
Lui può apprezzare pienamente.<br><br>Un sacerdote è un uomo spirituale 
(1 Corinzi 2:15) che considera innanzitutto ciò che è dovuto a Dio. Non è
 che nella misura con la quale conosciamo la grandezza del sacrificio di
 Cristo, che noi possiamo valutare la gravità del peccato. Ai nostri 
occhi, un peccato conta secondo le conseguenze che può avere sia per noi
 stessi, sia per la nostra famiglia, sia dal punto di vista sociale. Ma 
quando contempliamo l’immenso sacrificio che è stato necessario per 
togliere il peccato, comprendiamo un po’ meglio la gravità del peccato. 
Il fatto che Dio abbia dovuto essere manifestato in carne e abitare in 
mezzo a noi, e che dopo aver fatto risplendere la sua perfezione come 
Uomo sulla terra, il Figlio di Dio abbia offerto se stesso in 
sacrificio, perché non c’era altro mezzo per togliere i peccati, ci fa 
conoscere molto meglio e molto più profondamente di ogni altra cosa che 
un solo peccato è più orribile per Dio di quanto non lo siano per noi 
mille peccati, e anche tutti i peccati del mondo.<br><br>Ma se si tratta
 del cammino che ci conduce a Dio, il sacrificio per il peccato viene in
 primo luogo; il suo valore è infinito. Sapere che il sangue di Gesù 
Cristo ci purifica da ogni peccato è la base della nostra fede, ma il 
sapersi purificati non è tutto; bisogna anche sapere che si ha la pace 
con Dio e la comunione con Lui a motivo del suo Figlio. Bisogna 
addentrarsi di più e discernere le perfezioni di Colui che è venuto nel 
mondo e si è offerto in sacrificio. Infine, è importante comprendere che
 Lui solo ha pienamente risposto a tutto ciò che Dio desiderava e che 
ora Dio ci vede in Cristo e ci gradisce.<br><br>Nelle prescrizioni 
supplementari (cap. 6 e 7), dopo aver parlato dell’olocausto e 
dell’«oblazione» (*), lo Spirito di Dio pone davanti a noi il sacrificio
 per il peccato e quello di riparazione, prima del sacrificio d’azioni 
di grazie.<br>Notiamo, infine, che se le pagine dell’Antico Testamento, e
 in particolare questi sacrifici del Levitico, ci parlano a più riprese 
della morte di Cristo, non fanno che molto raramente allusione alla sua 
risurrezione (come i dodici uccelli nella purificazione del lebbroso — 
Levitico 14 — e il covone, la mannella della primizia del raccolto — 
Levitico 23).<br><br>Ma se oggi possiamo ricordarci d’un Salvatore che è
 stato morto, noi conosciamo un Signore vivente: «Fui morto, ma ecco, 
sono vivente per i secoli dei secoli» (Apocalisse 1:18).<br><br>È non 
soltanto Gesù risuscitato, ma Gesù elevato nel cielo, seduto alla destra
 di Dio! Nel Tabernacolo non vi erano sedie: i sacerdoti non potevano 
mai sedersi, ad indicare che il loro servizio non era mai finito. Ma il 
Signore Gesù, avendo compiuto un’opera perfetta che non sarà mai 
ripetuta, si è posto a sedere nel «santuario», nel cielo; ed è così che 
noi lo consideriamo ora; più ancora, noi attendiamo il suo ritorno per 
essere presi e portati presso di Lui, cosa che i santi di altri tempi 
ignoravano.</p>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-27 15:58:51 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title>La stella mattutina e il regno — 2 Pietro 1:16-20; Apoc. 2:26-28; Apoc. 22</title>
         <author>a3001</author>
         <link>https://padlet.com/a3001/i7uyiy9dabfi/wish/83688841</link>
         <description><![CDATA[<p><a href="http://betesda.forumattivo.com/f3-note-bibliche-di-henri-rossier"><span>Note Bibliche di  Henri Rossier</span></a></p><p>Sul «monte santo» Pietro aveva avuto la meravigliosa visione del 
«Figliuol dell'uomo» venuto «nel suo regno» (Matteo 16:28). Là le glorie
 che dovevano accompagnare questa venuta gli erano state rivelate; e gli
 erano rimaste scolpite nel cuore fino al momento di lasciare «la sua 
tenda». Prima di tutto aveva contemplato la maestà del Figlio dell'uomo,
 dichiarato Figlio di Dio «dalla magnifica gloria»; aveva visto il suo 
volto risplendere come il sole e i suoi vestiti bianchi come la luce. I 
suoi sguardi si erano poi fermati su due santi celesti che lo 
accompagnavano, Mosè ed Elia.<br><br>Pietro era anche stato testimone 
dei discorsi che si tengono nella gloria e vi si era familiarizzato. Con
 le sue orecchie aveva sentito la voce del Padre parlargli del suo 
Figlio diletto.<br><br>I suoi compagni e lui rappresentavano, per così 
dire, la scena inferiore e terrestre del regno, ed erano stati 
illuminati dai raggi del sole di giustizia che si levava sul monte.<br><br>Questa
 visione confermava tutta quanta la profezia poiché il soggetto coi 
quale termina ogni profezia è il regno di Cristo, soprattutto nella sua 
parte terrestre. Citando la parola profetica l'apostolo aggiunge: «Alla 
quale fate bene di prestare attenzione, come ad una lampada splendente 
in un luogo oscuro». La profezia ha un valore molto importante per le 
nostre coscienze. Parlandoci del regno, essa ci indica pure il modo con 
cui verrà stabilito: «col giudizio!». E non può essere altrimenti perché
 il mondo è corrotto e il Signore non regnerà in questo ambiente di 
corruzione.<br><br>Il mondo è un «luogo oscuro» e tenebroso; la profezia
 è una lampada che ci permette di discernere il suo stato attuale, e che
 proietta la sua luce sulla condizione finale degli uomini, quando il 
Signore verrà con tutti i suoi santi.<br><br>I fedeli sono in pericolo 
di lasciarsi vincere dal sonno in mezzo a queste tenebre; la lampada 
profetica ne fa vedere l'orrore ed aiuta ad individuare i tranelli 
nascosti. Essa ci separa dal mondo per mezzo del timore. <br>— Come associarsi con ciò che sta per essere annientato dal giudizio? <br>— Come fare dei piani per l'avvenire in un mondo che non ha avvenire? <br>— Come stabilirsi in un luogo dove tutto sta per essere sconvolto e distrutto?<br><br>Certo,
 noi «facciamo bene di prestare attenzione», e credo che la negligenza 
di molti credenti riguardo alla profezia abbia portato i suoi tristi 
frutti rendendo sempre meno reale la loro separazione dal mondo.<br><br>Ma
 adesso abbiamo più ancora che la lampada. L'apostolo aggiunge: «Finché 
spunti il giorno». Noi siamo figli della luce, figli del giorno, figli 
del Regno, e siamo resi capaci di avere parte alla sorte dei santi nella
 luce. Nell'attesa, siamo già liberati dal potere delle tenebre e, se 
non siamo ancora entrati nel regno del Re di giustizia, di pace e di 
gloria sulla terra, siamo però trasportati in un regno infinitamente più
 diletto. Già godiamo in Cristo della relazione di figli e di tutto 
l'amore che il Padre ha per lui. Presto il giorno si leverà; possiamo 
camminare come figli del giorno!<br><br>La profezia illumina oggi una 
terra rovinata; il sole di giustizia illuminerà una terra rinnovata. 
Esso non si è ancora levato; ciò nonostante noi ne conosciamo lo 
splendore, come Pietro lo contemplò sul monte santo.<br><br>Ma Pietro 
menziona ancora un'altra luce: quella della stella mattutina: «Finché...
 la stella mattutina sorga nei vostri cuori». Se il sole rischiara la 
terra, la stella mattutina ha il cielo come sfera. Essa attrae lo 
sguardo verso di sé e verso gli spazi infiniti dove brilla la sua pura 
luce. La stella mattutina si leva molto prima dell'alba, e solo chi è 
sveglio prima dell'alba ha il privilegio di vederla. La stella mattutina
 è Cristo quando apparirà dal cielo agli occhi di tutti i suoi. Non lo 
vediamo ancora, ma siamo già giunti al momento in cui lo vedremo 
apparire; poiché «la notte è avanzata, il giorno è vicino» (Romani 
13:12). Questa stella si è già levata nei nostri cuori; già la speranza 
celeste occupa i nostri pensieri e riempie i nostri affetti, e questa 
speranza è il nostro Salvatore in persona.<br><br>Nel cap. 2:26-28 
dell'Apocalisse troviamo di nuovo il regno e la stella mattutina 
riuniti. In questo passo lo Spirito Santo non indica, a quelli che 
realizzano quaggiù la vita che hanno ricevuto da Dio, la porta d'entrata
 del regno, come in 2 Pietro 1; qui è Gesù che offre a colui che vincerà
 una stessa parte con sé nel governo del suo regno: «A chi vince e 
persevera nelle mie opere sino alla fine io darò podestà sulle nazioni, 
ed egli le reggerà con una verga di ferro frantumandole a mo' di vasi 
d'argilla; come anch'io ho ricevuto podestà dal Padre mio». È al Signore
 Gesù Cristo, al Figlio dell'uomo, dichiarato Figlio di Dio, che queste 
cose sono date nel Salmo 2: «Chiedimi, io ti darò le nazioni per tua 
eredità e le estremità della terra per tuo possesso. Tu le fiaccherai 
con uno scettro di ferro; tu le spezzerai come un vaso di vasellaio» 
(vedere Apoc. 19:15).<br><br>Noi partecipiamo al suo regno; governeremo con Lui. Ogni uomo che oserà elevarsi contro Cristo sarà immediatamente colpito.<br><br>Poi
 il Signore aggiunge: «Egli darò la stella mattutina». Questo è molto 
più del regno e del governo; più ancora di una speranza celeste, della 
stella «nel cuore». È l'astro, la stella, la persona stessa di Cristo. È
 come se dicesse: Vi darò «me stesso nel cielo, con lo stesso carattere 
col quale sono venuto a prendervi per rivestirvi della mia grazia e 
della mia bellezza celeste; sarò la vostra parte preziosa lassù, prima 
di essere manifestato al mondo».<br><br>Per ottenere una tale parte, non
 vale forse la pena di lottare continuamente e di vincere? Di 
contraddire senza stancarci, con tutta la nostra vita, i principi 
satanici che reggono il mondo? Questa parte ci è presentata qui come 
ricompensa. A quelli che vinceranno Egli darà il regno, ma avranno Lui, 
Lui stesso, come parte speciale nel riposo e nella beatitudine dei 
luoghi celesti.<br><br>Troviamo una terza volta il regno e la stella 
mattutina in Apocalisse 22:16. Qui vediamo le benedizioni estendersi ed 
elevarsi ancora di più per acquistare un'intimità che non è raggiunta 
nei passi precedenti. Un grido si fa udire lungo tutto questo capitolo: 
«Io vengo presto». Nel passo che ci occupa, il Signore che viene si 
presenta nella sua dignità di Re. Egli è «la radice e la progenie di 
Davide». È la sorgente, come pure l'erede, di tutte le grazie assicurate
 all'Unto dell'Eterno; queste grazie del regno Egli le vuole dare ai 
suoi come ricompensa. Dichiara beato colui che serba le parole della 
profezia di questo libro (v. 7); dichiara ancora beati coloro che lavano
 le loro vesti, che hanno fatto ricorso al sangue dell'Agnello come 
unica sorgente di purificazione (v. 14).<br><br>Ma in questo capitolo 
non si limita a dare loro qualcosa (come al cap. 2 il governo della 
terra e delle nazioni); li introduce nella regione più elevata del 
regno, cioè nella sfera celeste. Entrare nella città, aver diritto 
all'albero della vita del paradiso di Dio, nutrirsi dei suoi frutti: 
questa è la loro parte. Il fiume d'acqua viva che esce dal trono di Dio e
 dell'Agnello li ristora eternamente; il loro privilegio è di servire il
 Signore nella gloria, di vedere il suo volto, di manifestare 
pubblicamente e pienamente le sue perfezioni, portando il suo nome sulle
 loro fronti. Essi sono nella piena luce del sole dell'eternità; regnano
 nei secoli dei secoli (22:1-5).<br><br>Questo avvenire glorioso stiamo 
per raggiungerlo! Saremo noi tentati di seguire invece altre vie invece 
della sola via che là conduce? Contiamo sulla grazia di Dio, siamo 
fedeli, combattiamo il buon combattimento, serbiamo la fede, e queste 
cose saranno nostre eternamente!<br><br>Gesù aggiunge: «Io sono... la 
lucente stella mattutina». Con questo termine si presenta Egli stesso a 
noi. Nel cap. 2 di Apocalisse Egli è la nostra parte nel cielo prima di 
manifestarsi al mondo; qui si presenta davanti agli occhi nostri nel suo
 splendore personale, come Colui che viene. Come un tempo Isacco andò 
incontro a Rebecca, così Egli viene incontro alla sua sposa. Non invierà
 dei messaggeri, neppure il capo dei suoi angeli; verrà personalmente! 
Può forse darci una più grande prova del suo amore? E noi, diciamo come 
Rebecca: «Sì, andrò»? (Gen. 24:59). Siamo noi partiti per incontrarlo?<br><br>Lo
 Spirito Santo, il nostro Eliezer, ci parla di Lui durante il cammino, 
risvegliando così i nostri affetti per lo Sposo. Abbiamo noi un orecchio
 attento a tutto ciò che ci dice di Lui? Se così è, risponderemo con 
tutto il nostro cuore a questo grido, prima lontano, poi sempre più 
vicino: «Si, vengo tosto».<br><br>Vieni, dice la sposa, d'accordo col suo Eliezer che conosce Lui così bene. «Amen! Vieni, Signore Gesù!».<br><br>Un
 Cristo che viene nel suo regno fa appello alla nostra coscienza; la 
Stella mattutina invece si indirizza al nostro cuore. Non trascuriamo né
 l'uno né l'altro. In ambedue i casi si tratta di Lui. Amiamo sia la sua
 apparizione sia la sua venuta. Se ci troverà così quando verrà, il suo 
cuore ne sarà soddisfatto!</p>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-27 16:01:58 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title>«Io vengo tosto» — Apocalisse 22</title>
         <author>a3001</author>
         <link>https://padlet.com/a3001/i7uyiy9dabfi/wish/83772076</link>
         <description><![CDATA[<p><h1><a href="http://betesda.forumattivo.com/f3-note-bibliche-di-henri-rossier"><span>Note Bibliche di  Henri Rossier</span></a></h1><p>L'Apocalisse è un libro di giudizi e la venuta del Signore che deve eseguirli ne è il soggetto principale.<br><br>Una delle prime parole del 1° capitolo è: «Ecco, egli viene con le nuvole».<br><br>Per
 motivi diversi i capitoli 2 e 3 sono pieni di allusioni alla sua 
venuta. «Verrò tosto a te, rimuoverò il candelabro dal suo posto», dice 
ad Efeso; e a Pergamo: «Verrò tosto a te, e combatterò contro a loro con
 la spada della mia bocca».<br><br>A Tiatiri dice: «Quel che avete 
tenetelo fermamente finché io venga»; e a Sardi: «Io verrò come un 
ladro, e tu non saprai a quale ora verrò su di te». infine a Filadelfia:
 «Io vengo tosto; tieni fermamente quello che hai, affinché nessuno ti 
tolga la tua corona».<br><br>Dai capitoli 4 a 11, sono descritti i 
preparativi della sua venuta, finché queste parole risuonino: «Il regno 
del mondo è venuto ad essere del Signor nostro e del suo Cristo», e: 
«Noi ti ringraziamo, o Signore... perché hai preso in mano il tuo gran 
potere, ed hai assunto il regno».<br><br>Al capitolo 19, lo vediamo 
uscire dal cielo, e combattere in giustizia. Infine al capitolo 22, 
udiamo il grido: «Io vengo tosto».<br><br>La lettura di questi numerosi 
passi dimostra che il Signore viene in due modi assolutamente distinti: 
in grazia e in giudizio; l'Apocalisse si occupa principalmente 
dell'ultimo. Perché il Signore viene come giudice? Perché la Chiesa 
responsabile (cioè «quelli che abitano la terra») e il popolo giudeo 
sono in una condizione tale che al Signore non resta, dopo una lunga 
pazienza, che colpirli nella sua ira. Troviamo dunque nel libro 
dell'Apocalisse la rovina completa dell'uomo che attira su di sé il 
giudizio di Dio con la venuta di Cristo; la sua venuta in grazia è 
citata, in questo libro, solo in un piccolo numero di versetti. Il libro
 si riassume poi, nel cap. 22, con questo grido pressante ripetuto tre 
volte: «Io vengo tosto».<br><br>Egli viene, abbiamo detto, in grazia 
prima e in giudizio poi, per la felicità o per l'infelicità. È per la 
felicità al v. 7: «Ecco, io vengo tosto. Beato chi serba le parole della
 profezia di questo libro». Ma cosa significa «serbare le parole della 
profezia»? Significa mettere in pratica, realizzare le due grandi verità
 di cui abbiamo parlato; la rovina dell'uomo e il giudizio di Dio; 
realizzarle con una santa separazione da ciò che deve essere giudicato, e
 anche vivere in vista della prossima apparizione di Colui a cui 
apparteniamo.<br><br>Il primo grido: «Io vengo tosto», si rivolge più 
direttamente ai credenti che attraversano gli avvenimenti descritti in 
Apocalisse; ai 144.000 segnati d'infra i Giudei e all'immensa 
moltitudine salvata di mezzo alle nazioni (cap. 7). Egli «viene presto» 
per loro, al fine di introdurli nella beatitudine del suo Regno. Ma 
anche alla Chiesa può applicarsi questa promessa di Cristo; essa pure 
deve serbare le parole della profezia di questo libro; essa deve amare 
l'apparizione del Signore.<br><br>Al v. 10 l'angelo parla al profeta: 
«Non suggellare le parole della profezia di questo libro, perché il 
tempo è vicino». Oggi non siamo come al tempo di Daniele al quale fu 
detto: «E tu, Daniele, tieni nascoste queste parole, e sigilla il libro 
sino al tempo della fine» (Daniele 12:4). Oggi il libro non è sigillato,
 poiché il tempo è vicino, Dio vuole che lo scritto profetico sia 
completamente aperto, affinché ciascuno possa prenderne conoscenza. 
Senza dubbio il mondo non può comprenderlo, e quando glielo si presenta,
 come fece Isaia dicendo: «Leggi questo, ti prego», esso risponde: «Non 
posso perché è sigillato»; oppure: «Non posso leggere» (Isaia 29:11). Ma
 come mai molti credenti dicono: «Questo libro è misterioso, non ci 
capisco niente»? Questo libro non è sigillato; se non lo comprendiamo, 
può dipendere dal fatto che la venuta del Signore occupa poco posto nel 
nostro cuore, e ha scarso interesse per noi.<br><br>Fratelli, il tempo è
 vicino; vicino è il momento in cui non sarà più possibile cambiare lo 
stato morale e il destino degli uomini. Essi sono già sulla piattaforma 
del patibolo; poco tempo ancora e sarà troppo tardi per ravvedersi: «Chi
 è ingiusto sia ingiusto ancora; chi è contaminato si contamini ancora; e
 chi è giusto pratichi ancora la giustizia; e chi è santo si santifichi 
ancora».<br><br>Il Signore viene; è così vicino che troverà ciascuno di 
noi nella condizione in cui siamo adesso. Per gli ingiusti e i 
contaminati sarà troppo tardi.<br><br>Com'è terribile per loro questa 
parola: «Io vengo tosto, e il mio premio è meco per rendere a ciascuno 
secondo che sarà l'opera sua» (v. 12)! Questo secondo «Io vengo tosto» 
risuona come una campana a morto per i peccatori!<br><br>Il terzo «Io 
vengo tosto» (v. 20), si indirizza alla Sposa che veglia aspettando il 
suo Sposo. Essa è come una sentinella; ha gli occhi fissi non sulla 
terra ancora avviluppata dalle tenebre ma al cielo, per vedervi apparire
 la stella mattutina, che prelude al giorno. Come potrebbe la Sposa non 
sussultare a questo grido? Eppure, quanti credenti non vi hanno neppure 
risposto! Quanti tra noi sanno rispondere alle sollecitudini della vita 
terrena, mentre la venuta dei Signore li lascia indifferenti! Fratelli, 
udite questo grido «Io vengo tosto»? Colui che ode dica: «Vieni». Anime 
tormentate, anime infelici, avete sete di cose migliori? «Chi ha sete 
venga». Voi tutti ai quali oggi si indirizza la Parola, venite, 
comperate senza denaro. «Chi vuole, prenda in dono dell'acqua della 
vita»!<br><br>La voce di Gesù si spande nel cuore della sposa e ravviva 
le sante affezioni che nascono dalla conoscenza del legame che la unisce
 allo Sposo; vuole attirare a Cristo il cuore di tutti i credenti; e 
chiama le anime assetate non ancora venute alla sorgente per avere la 
vita.<br><br>Fratelli, che questi siano anche i nostri desideri e le nostre gioie «finché Egli venga»!<br></p></p>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-29 16:21:52 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title>La conversione e la venuta del Signore — 1 Tessalonicesi 1 e 2:13</title>
         <author>a3001</author>
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         <description><![CDATA[<p><a href="http://betesda.forumattivo.com/f3-note-bibliche-di-henri-rossier"><span>Note Bibliche di  Henri Rossier</span></a></p><p>Ci si trova oggi in difficoltà se ci si vuol render conto dello stato 
reale delle anime. La cristianità è piena di persone che non approvano 
il razionalismo né l'incredulità moderna, che dicono di accettare come 
«Parola di Dio» la Scrittura e la Verità, che professano di aver 
ricevuto Cristo e di conoscere personalmente l'opera della croce; vanno 
ad ascoltare, ogni domenica, un predicatore più o meno fedele, più o 
meno convincente ed eloquente, rimanendo più o meno edificati e 
soddisfatti, e sono abili nel valutare le capacità di quelli che hanno 
parlato. Tutto questo, però, non prova che siano dei credenti veri.<br><br>L'apostolo
 Paolo dice ai Tessalonicesi: «Per questa ragione anche noi rendiamo del
 continuo grazie a Dio perché, quando riceveste da noi la parola della 
predicazione, cioè la parola di Dio, voi l'accettaste non come parola 
d'uomini ma, quale essa è veramente, come parola di Dio». La potenza 
della parola dell'apostolo, l'eccellenza della sua predicazione, il 
merito di colui che parlava (certamente Paolo aveva tutte le migliori 
qualità) non era ciò che li aveva attirati. Udendolo, essi avevano, per 
la fede, ricevuto la sua parola come la vera parola di Dio. Fin dal 
primo impatto si erano resi conto d'aver a che fare in un modo vivente 
con Dio e non con l'uomo.<br><br>Certamente l'Evangelo era stato 
accompagnato in mezzo a loro da atti di potenza (1:5), da segni che 
allora caratterizzavano l'azione apostolica, ma l'autorità divina della 
Parola era stata dimostrata in un modo ben diverso e meraviglioso poiché
 l'apostolo aggiunge: «La quale opera efficacemente in voi che credete».<br><br>Questa
 autorità era stata dimostrata dai frutti che aveva operato nei loro 
cuori; ed è proprio questo che manca e mancherà sempre ad un semplice 
professante, e che costituisce la differenza che c'è tra quelle persone 
di cui parlavamo all'inizio e i credenti di Tessalonica.<br><br>Il primo
 di questi frutti è che la Parola li aveva riempiti di gioia; non la 
soddisfazione passeggera d'aver udito un discorso edificante, ma la 
gioia dello Spirito Santo (1:6). Così, essendo per loro Parola di Dio, 
la loro fede l'aveva affermata come tale, e lo Spirito Santo che la 
comunicava li aveva riempiti di gioia nell'udirla (*).<br><br>_____________________<br>(*)
 Parlo qui soltanto delle verità contenute in questo capitolo, poiché si
 sa che lo Spirito di Dio, agendo nei cuori, vi produce per prima cosa 
il pentimento. <br>¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯<br><br>I santi di Tessalonica 
non si erano però fermati a questo punto. Immediatamente questa Parola 
aveva operato in loro un secondo frutto, la conversione. Essi si erano 
«convertiti dagli idoli a Dio»; avevano abbandonato la loro religione 
per servire Colui che avevano imparato a conoscere attraverso la sua 
Parola. il Dio vivente e vero (in contrasto con gli idoli bugiardi), «e 
per aspettare dai cieli il suo Figliuolo, il quale Egli ha risuscitato 
dai morti; cioè Gesù che ci libera dall'ira a venire»!<br><br>In questo 
modo lo scopo della conversione era raggiunto. Quali servitori del vero 
Dio, essi si erano immediatamente messi ad aspettare dai cieli il 
Signore Gesù; non come giudice, notiamolo bene, ma come Salvatore, come 
Colui il cui carattere è di liberarci dall'ira a venire. Dal momento 
della loro conversione questi credenti, benché ancora ignoranti su molti
 punti, avevano una speranza, quella della prossima venuta di Cristo.<br><br>L'ira di Dio non poteva in alcun modo nuocergli, poiché la venuta del Signore li avrebbe messi al riparo.<br><br>Caro
 lettore, lo scopo della tua conversione, ciò che costituisce il primo 
passo del cammino cristiano, è raggiunto? Hai abbandonato i tuoi vecchi 
«idoli», che avevi quando eri nella carne, per servire il vero Dio e 
aspettare dai cieli il suo Figlio? Se non lo hai fatto, se non aspetti 
dai cieli Gesù, quale nome bisogna dare al tuo cristianesimo?</p>]]></description>
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         <pubDate>2015-11-29 16:27:35 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title>CristoGesù  e lui crocifisso — 1 Corinzi 2:2</title>
         <author>a3001</author>
         <link>https://padlet.com/a3001/i7uyiy9dabfi/wish/83772569</link>
         <description><![CDATA[<p><br>     Georges André<br><br><b>In
  questo studio sui Sacrifici del Levitico considereremo la morte del 
Signore Gesù, «l’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per 
sempre» (Ebrei 10:10): soggetto eterno dell’adorazione dei riscattati 
che non possiamo ancora sondare a fondo finché siamo sulla terra, ma del
 quale il Signore desidera occupare i nostri cuori.<br><br>Già durante 
la sua vita quaggiù «cominciò ad insegnare ai suoi discepoli che era 
necessario che il Figliuol dell’uomo soffrisse molte cose... e fosse 
ucciso» (Marco 8:31), e quando attraversava la Galilea «ammaestrava i 
suoi discepoli e diceva loro: il Figlio dell’uomo sta per essere dato 
nelle mani degli uomini ed essi l’uccideranno» (Marco 9:31). In cammino,
 salendo a Gerusalemme, prendendo ancora una volta con sé i dodici, si 
mise a dir loro le cose che dovevano avvenirgli: «Il Figlio dell’uomo 
sarà dato nelle mani... ed essi lo condanneranno a morte» (Marco 10:33).
 «Ma essi non intendevano il suo dire e temevano d’interrogarlo» (Marco 
9:32).<br><br>Ci volle il giorno della risurrezione, il meraviglioso 
intrattenimento dei discepoli sulla strada di Emmaus, per fare ardere i 
loro cuori spiegando «in tutte le scritture le cose che lo 
concernevano». «Non bisognava che il Cristo soffrisse queste cose?» 
(Luca 24:26). Finalmente, il velo era tolto per loro, se non per il loro
 popolo (2 Corinzi 3:14); essi discernevano, nelle esposizioni e nei 
tipi dell’Antico Testamento, negli innumerevoli sacrifici dai quali era 
colato il sangue nel corso dei secoli, la figura della sola offerta, 
mediante la quale Egli «ha per sempre resi perfetti quelli che sono 
santificati» (Ebrei 10:14).<br><br>Per noi, anche, il velo è tolto e 
diretti dallo Spirito di Dio possiamo considerare nei sacrifici d’un 
tempo altrettante immagini, altrettanti aspetti del perfetto sacrificio 
che doveva essere compiuto alla croce.<br>Se Dio ha voluto 
conservarci queste ordinanze, che non s’applicano più a noi e non erano 
altro che un’ombra dei «futuri» beni, è perché ci aiutano ad entrare, in
 una misura più grande e più precisa, nella conoscenza della persona e 
nella comprensione dell’opera di Colui che ha potuto dire: «Tu non hai 
voluto ne sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo; non hai 
gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco,
 io vengo per fare, o Dio, la tua volontà».</b></p>]]></description>
         <enclosure url="" />
         <pubDate>2015-11-29 16:30:50 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title> L&#39;attesa del Signore e la vita cristiana — 1 Tessalonicesi 3:10-13</title>
         <author>a3001</author>
         <link>https://padlet.com/a3001/i7uyiy9dabfi/wish/85080415</link>
         <description><![CDATA[<p><a href="http://betesda.forumattivo.com/f3-note-bibliche-di-henri-rossier"><span>Note Bibliche di  Henri Rossier</span></a></p><p>Abbiamo già dimostrato che l'attesa del Signore non impegnava i 
Tessalonicesi solo al momento della loro conversione; la persecuzione 
che ne segui diede l'occasione per manifestare «la pazienza» della loro 
speranza. Lo stesso Paolo, benché fosse invecchiato, benché fosse un 
padre e non un bambino nella fede, aveva sempre camminato come loro 
nell'attività del «primo amore»; gli anni non avevano indebolito la 
freschezza della sua vita cristiana.<br><br>Il cap. 2 ci presenta 
l'apostolo nella sua «opera di fede», nelle «fatiche del suo amore», 
nella «costanza della sua speranza»; poiché, quando Satana cercò di 
impedire il suo ministerio (v. 17, 20), egli aveva davanti agli occhi la
 venuta del Signore, e sapeva che a quel momento, e soltanto allora, 
avrebbe ricevuto la ricompensa del suo servizio.<br><br>«Qual'è infatti 
la nostra speranza, o la nostra allegrezza, o la corona di cui ci 
gloriamo? Non siete forse voi, nel cospetto del nostro Signore Gesù 
quand'egli verrà?» (2:19). È così che la venuta del Signore, la quale 
regolava tutta la condotta di quei credenti, che pure erano ancora 
bambini nella fede, esercitava la stessa influenza benedetta su tutto il
 ministerio del grande apostolo delle nazioni. Essendo della stessa 
famiglia, possedevano, malgrado il grado di conoscenza così diverso, lo 
stesso segreto della vita cristiana. Il loro cristianesimo era molto 
semplice: conoscevano e amavano personalmente il Signore e vivevano 
nella sua attesa giorno dopo giorno!<br><br>Il passo che è il soggetto 
principale di questa meditazione (3:10,13) ci mostra che la fede dei 
Tessalonicesi poteva incorrere in qualche pericolo. Qui «la fede» non è 
solo l'accettazione della testimonianza di Dio riguardo all'opera di 
Cristo, poiché una volta ricevuta nel cuore questa fede è completa; ma è
 anche l'insieme della dottrina cristiana, ricevuta per fede; da questo 
punto di vista a loro mancava qualcosa (v. 10). Tutto l'insegnamento di 
quest'epistola prova che i dettagli della loro speranza non erano ancora
 completi. Satana cercava di sfruttare questa lacuna. Vediamo, al cap. 
4, che erano in pericolo di essere «contristati come gli altri che non 
hanno speranza» e, nella 2a epistola, il Nemico era riuscito in qualche 
modo a indebolire la loro attesa. Egli insinuava che «il giorno del 
Signore», cioè il giorno del giudizio, era imminente (2:2) perché 
attraversavano delle serie tribolazioni; e che si erano sbagliati 
aspettando Gesù dal cielo per liberarli dall'ira a venire.<br><br>I 
credenti che non sono famigliari con il pensiero della venuta del 
Signore corrono il rischio di cadere nei tranelli del tentatore, e di 
rendere così vano tutto il lavoro dello Spirito di Dio per loro (1 Tess.
 3:5). Se perdiamo la conoscenza della speranza cristiana, l'anima 
nostra perderà altre elementari verità cristiane che sono alla base 
della fede. La domanda: «Dov'è la promessa della sua venuta?» serve da 
fondamento al materialismo degli schernitori del tempo della fine (2 
Pietro 3:4).<br><br>Questa «attesa» di Cristo che influisce sul nostro 
servizio e sostiene la nostra fede, agisce anche su altri elementi della
 nostra vita cristiana; si può persino affermare che essa non è estranea
 ad alcuno di essi. È così che al capitolo 3 della nostra epistola 
l'apostolo non può parlare della santità senza introdurre il soggetto 
della venuta del Signore. «Quant'è a voi, il Signore vi accresca e vi 
faccia abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come 
anche noi abbondiamo verso voi, per confermare i vostri cuori, onde 
siano irreprensibili in santità nel cospetto di Dio nostro Padre, quando
 il Signor nostro Gesù verrà con tutti i suoi santi» (v. 13).<br><br>Non
 penso che la venuta del Signore sia qui la manifestazione di Gesù 
Cristo con tutti i suoi santi davanti al mondo, ma davanti al Padre. 
Questo passo ce lo presenta nell'atto di venire, ma come manifestato 
«nel cospetto di Dio nostro Padre». La prima tappa del nostro viaggio 
celeste è il nostro incontro con Lui, «sulle nuvole, nell'aria»; ma la 
seconda è il suo arrivo con noi nella casa del Padre e alla sua 
presenza. È la che noi saremo ciò che resteremo per sempre, cioè santi e
 irreprensibili nell'amore, come Lui; saremo non soltanto in Cristo, ma 
con Cristo e simili a Lui. È con questo carattere che il Signore 
presenterà la Chiesa a suo Padre, come pure la presenterà a se stesso. È
 di là che poi usciremo con Lui per essere manifestati davanti al mondo.<br><br>Fermiamo
 un momento la nostra attenzione su questi passi. In essi vediamo che 
Paolo desiderava per i santi di Tessalonica un esercizio sovrabbondante 
dell'amore fraterno, e ciò non solo nella cerchia ristretta delle loro 
relazioni cristiane, ma «verso tutti».<br><br>Potessimo oggi gustare 
questo amore che si manifesta nei confronti di tutti i membri di Cristo!
 Quante volte si trattano da estranei, come se non fossero fratelli, i 
figli di Dio che non si radunano con noi e coi quali non si segue lo 
stesso cammino! E quante volte l'amore vero è sostituito da una specie 
di amicizia, ed è poi quella che unisce i membri delle diverse sette che
 dividono la povera Chiesa del Signore!<br><br>L'apostolo era stato, 
agli occhi dei Tessalonicesi, un modello di questo amore di cui parla. 
Poteva dire in verità: «Come anche noi abbondiamo verso voi», poiché lo 
aveva loro provato, «come nutrice che cura teneramente i propri 
figliuoli». E aggiunge: «Così, nel nostro grande affetto per voi, 
eravamo disposti a darvi non soltanto l'Evangelo di Dio, ma anche la 
nostra propria vita, tanto ci eravate divenuti cari». Il lavoro 
dell'apostolo in mezzo a loro era stato la vera «fatica dell'amore»: 
«Poiché, fratelli, voi la ricordate la nostra fatica e la nostra pena; 
egli è lavorando notte e giorno per non essere d'aggravio ad alcuni di 
voi, che v'abbiam predicato l'Evangelo di Dio» (2:2,9).<br><br>L'esercizio
 dell'amore fraterno ha delle conseguenze infinitamente preziose per lo 
stato delle anime nostre; lo possiamo ancora constatare dalle parole 
dell'apostolo: «Per confermare i vostri cuori, onde siano irreprensibili
 in santità nel cospetto di Dio nostro Padre». Queste due cose, con 
l'amore che ne è la sorgente, caratterizzano la persona di Cristo: Egli è
 amore, è il Santo, è irreprensibile, lui che «non ha fatto nulla di 
male» (Luca 23:41), che non ha mai commesso peccato (1 Pietro 2:22).<br><br>Queste
 cose mostrano anche quale sia la nostra posizione attuale in Cristo. 
Dio, che ci vede in Lui, ci vede necessariamente come Lui: «Siccome in 
Lui ci ha eletti, prima della fondazione del mondo, affinché fossimo 
santi, e irreprensibili dinanzi a Lui in amore» (Efes. 1:4).<br><br>Queste
 cose mostrano anche la nostra condizione futura: «Per farvi comparire 
davanti a sé santi e irreprensibili» (Col. 1:22). «Cristo ha amato la 
Chiesa... affin di far egli stesso comparire dinnanzi a sé questa 
Chiesa, gloriosa, senza macchia, senza ruga o cosa alcuna simile, ma 
santa e irreprensibile» (Efesini 5:27).<br><br>Ma un credente non può 
limitarsi a sapere che è perfetto in Cristo e che sarà perfetto nella 
gloria. Avendo in sé la vita divina cercherà di realizzarla praticamente
 quaggiù. Tale fu innanzitutto il cammino dell'apostolo: «Voi siete 
testimoni, e Dio lo è pure, del modo santo, giusto, e irreprensibile col
 quale ci siamo comportati verso voi che credete; e sapete pure che, 
come fa un padre coi suoi figliuoli, noi abbiamo esortato, confortato e 
scongiurato ciascuno di voi» (1 Tess. 2:10). L'amore per i santi era 
stato la sorgente della sua condotta nei loro confronti.<br><br>Tale 
doveva essere anche il cammino dei Filippesi; l'apostolo scrive loro: «E
 la mia preghiera è che il vostro amore sempre più abbondi... affinché 
siate sinceri (altri traduce «puri») e irreprensibili per il giorno di 
Cristo» (Fil. 1:9-10).<br><br>Questa verità riguardo al nostro cammino 
cristiano è molto mportante. Ricordatevi che la nostra santità pratica 
proviene dal nostro amore e che essa non esiste quando questo è assente.
 L'amore fraterno ci lega alla famiglia di Dio e ci santifica, 
separandoci moralmente da ciò che non è nato da Lui. Da quel momento non
 potremo amare né coltivare ciò che il mondo ricerca, e troveremo il 
nostro piacere nelle cose celesti con coloro che le conoscono e le 
amano. Quando l'amore fraterno si indebolisce e il credente non vi 
abbonda più, un certo vuoto si produce nel suo cuore; il mondo vi trova 
allora un posto da occupare e si affretta ad approfittarne. Vi si 
introduce prima silenziosamente, in segreto, per così dire, ma presto 
regna da padrone e la santità, la separazione pratica per Dio, finisce 
per essere un termine senza più alcun senso.<br><br>Ritorniamo adesso al
 passo iniziale: «Per confermare i vostri cuori, onde siano 
irreprensibili in santità nel cospetto di Dio nostro Padre». In questo 
caso non si tratta del nostro cammino, come in Fil. 1:9-10, ma dello 
stato dei nostri cuori. L'esercizio dell'amore fraterno rinfranca il 
cuore dei fedeli che si trovano in uno stato irreprensibile e nella 
santità davanti a Dio, dando ad essi la felice conoscenza di queste 
cose. Ma come potremmo noi essere soddisfatti del modo con cui 
rappresentiamo Cristo quaggiù? Sarebbe essere soddisfatti di noi stessi,
 e giungere alla pericolosa illusione di poter essere perfetti in questo
 mondo. È per questo che Paolo aggiunge: «Quando il Signor nostro Gesù 
verrà con tutti i suoi santi». Troveremo la perfezione in queste cose 
soltanto alla venuta del Signore; e, sostenuti da questa speranza, la 
realizziamo più completamente aspettando, da un momento all'altro, la 
piena realtà. Gli occhi fissi su Gesù, ci sforziamo di essere già 
trovati in Lui tali quali saremo quando Egli verrà con tutti i suoi 
santi.<br><br>Non posso e non devo avere una misura di santità inferiore
 a quella. Come posso non camminare nell'amore quando penso che il 
Signore Gesù sta per introdurci tutti insieme, con lui, alla presenza di
 Dio Padre? Allora lo scambio d'amore tra Cristo e noi, e tra noi e Dio,
 sarà completo e riempirà eternamente la casa del Padre col suo profumo!
 Come si può non vivere oggi nella santità se aspettiamo da un momento 
all'altro la sua venuta, dove il carattere di «tutti i santi» 
rispecchierà perfettamente il Suo?<br><br>L'attesa del Signore è la 
risorsa, la forza, l'incoraggiamento alla santità del nostro cuore e del
 nostro cammino. Possiamo così ripetere con l'apostolo le preziose 
parole con cui termina questa epistola: «Or, l'Iddio della pace vi 
santifichi egli stesso completamente; e l'intero essere vostro, lo 
spirito, l'anima ed il corpo, sia conservato irreprensibile, per la 
venuta del Signor nostro Gesù Cristo. Fedele è Colui che vi chiama, ed 
Egli farà anche questo». Amen.<br><br>Abbiamo fatto notare che la 
santità non può essere disgiunta dall'amore che ne è il punto di 
partenza; né dalla venuta dei Signore che ne è il punto d'arrivo. Questa
 venuta influenza anche tutte le altre qualità cristiane: la purezza, la
 sobrietà, la giustizia, la pietà (1 Giov. 3:3; Tito 2:11-13). Tale sarà
 la nostra condotta se aspettiamo la «beata speranza».<br><br>Dico 
ancora qualche cosa sull'influenza che la venuta del Signore deve 
esercitare sui nostri sentimenti. Non parlo dei nostri affetti e della 
nostra gioia, che sono certamente legati all'attesa del Salvatore: 
conoscerlo significa amarlo; amarlo significa desiderarlo e rallegrarsi 
della sua venuta. Ma faccio allusione a ciò che ci è detto in Filippesi 
4:5: «La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è 
vicino». In questo caso la mansuetudine è il carattere d'un uomo che non
 insiste sui propri diritti anche se, moralmente, nessuno è autorizzato a
 violare i miei diritti (per esempio a impadronirsi di ciò che mi 
appartiene, a cacciarmi da casa, a privarmi della mia famiglia, della 
mia libertà, ecc...). Il Signore stesso aveva dei diritti quaggiù; era 
re ed era nato per questo; poteva pretendere di avere il potere, il 
possesso di tutte le cose, i più alti onori, l'omaggio di tutti. Ma ha 
Egli rivendicato i suoi diritti? No! Si è lasciato accusare 
ingiustamente, giudicare in modo iniquo, e non ha mai protestato. Ha 
visto che gli prendevano il suo regno, la sua eredità, la sua dignità, 
la sua libertà, la sua vita; ma «non aperse la bocca». Egli è stato come
 una pecora muta dinnanzi a chi la tosa (Isaia 53).<br><br>Facciamo così
 anche noi? Il minimo attacco ai nostri diritti non ci esasperi. Se ci 
fanno torto, questo non ci sembri così poco sopportabile da dover fare 
ricorso al mondo per vendicarci del nostro avversario. Ricordiamo questo
 precetto: «La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini»! Il 
fatto è che a volte dimentichiamo il mezzo per realizzarla; ma ecco: «Il
 Signore è vicino»! Come potrei insistere sui miei diritti quando 
aspetto la venuta prossima, immediata, del Signore? Posso lasciarli 
nelle mani degli uomini che me li tolgono; io preferisco aspettare, 
poiché sto per condividere la gloria celeste con Lui. Quale follia 
sarebbe il voler insistere sui miei diritti e farli riconoscere in un 
mondo che sto per lasciare! Il Signore rivendicherà più tardi i miei 
diritti nel suo regno terrestre come se fossero i suoi; ma nell'attesa 
io li lascio perdere. Il nemico non me li ha rubati per molto tempo.<br><br>L'apostolo
 Paolo aggiunge: «Non siate con ansietà solletici di cosa alcuna». È 
come se la frase «il Signore è vicino» unisse ciò che precede a ciò che 
segue. L'attesa del Signore che mi fa rinunciare ai miei diritti mi fa 
anche deporre in mano sua ogni mio bisogno e problema. Perché 
preoccuparmi dell'oggi, del domani, delle circostanze difficili, degli 
ostacoli posti da Satana, dello stato della Chiesa, della rovina della 
sua testimonianza? Lo Spirito risponde: «Non siate solleciti di cosa 
alcuna». Perché essere ansiosi? Il Signore viene per mettere fine a 
tutte queste difficoltà. Ma non bisogna che sia indifferenza; il 
credente non può essere indifferente al male. «Ma in ogni cosa siano le 
vostre richieste rese note a Dio in preghiera e supplicazione con azioni
 di grazie»! Le difficoltà, i problemi, le angosce, spingono l'anima 
alla dipendenza, alla preghiera, a confidare in Dio; essa rimette ogni 
cosa a Dio la cui pace guarda il nostro cuore.<br><br>Altri passi 
mostrano la consolazione che la venuta del Signore dà alle anime che 
sono nel dolore (1 Tess. 4:13-18), il coraggio di cui colma i cuori 
tormentati e timorosi (Giov. 14:1-3), la pazienza che comunica nelle 
difficoltà: «Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del 
Signore». «Siate anche voi pazienti; rinfrancate i vostri cuori, perché 
la venuta del Signore è vicina» (Giacomo 5:7, .</p>]]></description>
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