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      <title>AULA 3 APRILE (ELENA, ERICA, NICOLE) by Nicole Catalla</title>
      <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb</link>
      <description>CONSEGNA: 
Ognuna di voi sceglierà un&#39;emozione, il vostro lavoro consisterà:
1. Scegliere un&#39;esperienza di tirocinio in cui quella determinata emozione era protagonista e raccontarla brevemente (chi, dove, quando, cosa) 
2. Analizza le emozioni:
- tue
- utente/i
- altre figure presenti al momento dell&#39;accaduto
3. L&#39;emozione è stata una risorsa o un ostacolo in quell&#39;esperienza? Motiva la risposta. ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------                                      
Abbiamo pensato di quanto sia importante riconoscere le emozioni, riuscire a gestirle nel lavoro educativo, in quanto a volte possono essere risorsa utile ma sono anche dei possibili ostacoli. Non necessariamente le emozioni &quot;positive&quot; portano a risultati &quot;positivi&quot; e viceversa, dobbiamo essere consapevoli della loro dimensione più sfuggente al nostro controllo e ai possibili effetti sulla realtà. Crediamo che nel condividere anche l&#39;emozione e non solo l&#39;esperienza aiuti nella formazione di ogni educatore.
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      <language>en-us</language>
      <pubDate>2020-03-15 11:54:32 UTC</pubDate>
      <lastBuildDate>2026-01-04 14:41:51 UTC</lastBuildDate>
      <webMaster>hello@padlet.com</webMaster>
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         <title>TUTORIAL:</title>
         <author>marienicolecatalla</author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/472662511</link>
         <description><![CDATA[<ul><li>Ci sono varie colonne, cliccare sul + sotto l'emozione da voi scelta (nel caso scegliate un’emozione diversa da quelle presenti, informateci che provvederemo ad aggiungere la colonna)</li><li>comparirà una finestra, sul titolo scrivete i vostri nomi</li></ul><div>* scrollate giù, vi ho messo un videotutorial e potete scaricare la presentazione con anche le nostre esperienze (potete prendere spunto da quelle per il lavoro che dovete fare).</div><div><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-24 13:04:37 UTC</pubDate>
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         <title>Nicole</title>
         <author>marienicolecatalla</author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/472782230</link>
         <description><![CDATA[<div>1. Il bambino ha....<br>2. Ho provato ... il bambino ha provato... le maestre han provato...<br>3. Risorsa, perché ho capito che...</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-24 14:03:32 UTC</pubDate>
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         <title>Presentazione</title>
         <author>marienicolecatalla</author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/473273182</link>
         <description><![CDATA[<div>Queste sono le nostre slide, dove presentiamo le nostre strutture e condividiamo una nostra esperienza.</div>]]></description>
         <pubDate>2020-03-24 17:50:39 UTC</pubDate>
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         <title>Elisa Zanin</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/474408533</link>
         <description><![CDATA[<div>A. è una bambina di un anno che è stata inserita da poco al nido. L’educatrice che si è occupata fin dall’inizio del suo ambientamento è C. Nonostante siano passate tre settimane la bambina quando rimane al nido senza la mamma piange ininterrottamente, urla forte e si dispera per tutto il tempo che passa nella struttura. Si agita talmente tanto che suda moltissimo e non c’è verso di calmarla. L’educatrice C. è agitata ed emotivamente sfinita da questa situazione anche perché questo le impedisce di occuparsi degli altri bambini; così parlando con le altre educatrici si decide di provare a cambiare educatrice di riferimento per il suo ambientamento. Con S. la situazione migliora, la bambina sembra essere più tranquilla. Le educatrici capiscono che la bambina percepiva l’emozione di ansia di C. e della sua mamma che era agitata all’idea di lasciarla al nido e mostrava una sorta di “rabbia” nei confronti di C. perché era lei che la mattina la “prendeva” dalle braccia della madre. Dopo aver parlato con la mamma quest’ultima inizia a vivere più serenamente la situazione mostrando fiducia nelle educatrici. La bambina così, percependo emozioni positive, si tranquillizza e riesce a relazionarsi con le educatrici e i compagni. <br><br></div><div>In questa esperienza mi sono sentita impotente e un po' preoccupata non sapendo come agire, però ho capito che può capitare di sentirsi così in questo lavoro ed è proprio in situazioni come queste che il confronto con le altre educatrici diventa prezioso e indispensabile. L’emozione di ansia si è rivelata per certi versi un ostacolo al sereno ambientamento della bambina, però allo stesso tempo un’occasione di confronto per poter migliorare la situazione. <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-25 12:15:43 UTC</pubDate>
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         <title>Greta Bordignon</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/474553415</link>
         <description><![CDATA[<div>Sto svolgendo tirocinio all'interno di una comunità educativa residenziale, durante questa esperienza ho potuto leggere un faldone relativo alla storia di vita di un bambino di quasi due anni presente in comunità da un anno e mezzo. <br>Durante la lettura della sua storia e delle relazioni relative agli incontri in Spazio Neutro con i suoi genitori d'origine, ho provato molta rabbia nei confronti di questi genitori. <br>Si trattava di genitori estremamente in difficoltà nella gestione del loro figlio, in quanto entrambi schizofrenici e, inoltre, il padre faceva uso di sostanze. La mia rabbia nei loro confronti è scaturita dopo aver letto come si comportavano nei confronti del bambino: durante le visite, la mamma si preoccupava solo di dar da mangiare a K. e di farlo addormentare, così lei si sentiva una buona madre; il padre cercava di interagire con il bambino, K. partecipava attivamente alla relazione con il padre, ma si intrometteva la madre dando la colpa al padre in quanto portava via il bambino a lei e lei non si poteva sentire una buona madre in quanto il bambino non dormiva. <br><br>Ho condiviso la mia rabbia con l'educatrice in turno e in seguito anche con la mia tutor aziendale, mi hanno suggerito di elaborare questa rabbia suscitata in me, in modo tale da poter poi aiutare gli altri bambini a gestirla e a tirarla fuori nei loro momenti "no". <br>L'emozione provata l'ho vissuta prima come un ostacolo, in quanto non sapevo se fosse normale provare un'emozione così forte che non riguardava direttamente la mia vita personale, ma, dopo averla elaborata e parlandone insieme alle altre educatrici, si è scoperta essere una risorsa per poter affrontare al meglio ciò che sentono i bambini. <br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-25 13:39:41 UTC</pubDate>
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         <title>Chiara Allievi</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/474970766</link>
         <description><![CDATA[<div>All’interno della comunità di tossicodipendenti capita spesso di vedere momenti di tristezza misti a nostalgia. Come esperienza riporto quella dell’utente L., inserita in comunità da tre mesi, successivamente alla morte del marito e all’allontanamento della figlia, a causa della sua dipendenza. In molte situazioni capitava che L. piangesse durante tutta la giornata, ripetendo che le mancasse la propria famiglia, la propria casa e tutte le esperienze passate. In alcuni casi bastava una semplice parola da parte di un altro utente o educatore per farla rattristare a causa di questa nostalgia. <br><br></div><div>Questa emozione è vista più come risorsa, perché può essere un punto di forza per poter avere maggior motivazione a seguire il percorso all’interno della comunità. Infatti durante questi momenti di crollo emotivo, ho notato che era molto importante riuscire a dire le parole giuste per motivarla, ma anche rimanere seduta al suo fianco in silenzio.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-25 16:45:08 UTC</pubDate>
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         <title>Lavinia Lepori</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/479555481</link>
         <description><![CDATA[<div>N. è una bambina di due anni molto solare e attiva. E' molto brava in tantissime cose: sa recitare a memoria tante canzoni e filastrocche in italiano e in inglese, ci mostra sempre i suoi passi di danza e molto altro. N. è molto brava e vuole sempre dimostrarlo: se un suo amico mi mostra un salto, lei lo ripropone subito dopo, se sono io a chiedere un bambino di fare qualcosa, lei vuole farlo al suo posto.<br>N. sa dell'arrivo di un fratellino/sorellina e sa che la mamma ha un "fagiolino" nella pancia. Dopo meno di un mese, però, la mamma di N. perde il bambino e tutte le emozioni negative si riflettono inevitabilmente anche sulla bambina.<br>Durante un pranzo, N. è molto molto triste: non parla, sembra faccia fatica a respirare normalmente e si tiene la testa fra le mani. <br>R., l'educatrice che affianco durante il tirocinio, le chiede se vuole una coccola oppure uscire con lei e andare nella stanza dei cuscini,  ma N. risponde di no.<br>N. è "molto brava" e se gli altri amici non hanno bisogno della coccola e non hanno bisogno di uscire, non sarà lei la prima a lasciare la tavola.<br>Nonostante i vari "no", R. riesce a convincere N. a uscire dalla cucina e andare nella stanza dei cuscini.<br>Sento N. che piange e R. che la consola e mi sento sollevata.<br>Dopo poco tornano in cucina, ma la situazione si ripropone, allora N. e R. escono di nuovo.<br>Questa volta sento N. urlare come una disperata e piangere e urlare, dicendo a R. "lasciami andare".<br>Una volta tornate in cucina, N. è evidentemente più tranquilla: è finalmente riuscita a buttare fuori parte delle emozioni negative che aveva dentro.<br><br>Riuscire ad ammettere di essere triste e soprattutto riuscire a sfogarsi e buttare fuori tutta la tristezza che aveva dentro, è stato per N. un grande passo e un toccasana per la sua salute. <br>Ciò che è successo in questa giornata l'ha aiutata a esternare con più facilità le "emozioni negative" (rabbia, paura ecc.) anche in seguito.<br><br>Personalmente, quando sono venuta a conoscenza della situazione che stava vivendo N., anche io sono stata travolta dalla tristezza per ciò che dovevano affrontare lei e la sua famiglia.<br>In particolare mi sono sentita impotente, soprattutto nella situazione riportata sopra. <br>R. mi ha spiegato che durante il secondo allontanamento, aveva dovuto attuare un contenimento su N. e ho subito pensato che io, invece, non sarei stata minimamente in grado di gestire la situazione né attuare un simile intervento.<br>Per quanto mi riguarda, questi sentimenti di tristezza e impotenza sono stati la molla che mi ha fatto subito attivare meccanismi di protezione nei confronti di N. e nei confronti degli altri bambini: dovevo osservare N. e rispondere ai suoi bisogni ma allo stesso tempo non dovevo fare avvertire né a lei né agli altri bambini un cambiamento nella relazione.<br>Posso affermare quindi che anche un'emozione "negativa" come la tristezza, almeno in questo preciso caso, può essere una risorsa per affrontare una determinata situazione.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-28 11:38:43 UTC</pubDate>
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         <title>Valentina Peretti</title>
         <author>valentinaperetti98</author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/479741900</link>
         <description><![CDATA[<div>Sto svolgendo il mio tirocinio all'interno di un asilo nido. Nella sezione dei grandi c'è un bambino G. (3 anni) che è molto solare e estroverso. G. gioca sempre insieme ai suoi compagni ed è molto vivace.<br>Una mattina G. arriva al nido triste e in silenzio insieme alla mamma in lacrime perché nella notte era mancato il papà di G. <br>In quel momento mi sono trovata davanti ad una situazione che non sapevo come affrontare, volevo essere di aiuto alla mamma ma la tristezza mi ha dominato. Non sono riuscita a non esternare la mia tristezza. Nonostante sia necessario saper controllare le proprie emozioni, in alcune situazioni è bene dimostrare la propria tristezza per dimostrare alla persona che soffre vicinanza e affetto. La mamma di G. è stata consolata e aiutata da un'educatrice mentre io ho preso in braccio G. e siamo andati nella sua sezione. <br>G. era molto triste, silenzioso e non aveva voglia di giocare. L'educatrice mi ha detto che G. quando è triste bisogna cercare di distrarlo con delle attività singole quindi ho chiesto a G. se volesse aiutarmi a preparare un cartellone. G. ha accettato e siamo andati insieme in un'altra stanza. Appena arrivati nell'atelier, G. mi ha abbracciato e con un piccolo sorriso mi ha detto che il suo papà sarà una stella bellissima in cielo e mi ha chiesto di disegnare insieme a lui una grande stella sul cartellone da appendere all'ingresso. In questo momento mi sono sentita davvero triste ma d'altra parte ho ritrovato un pò di gioia nel vedere G. felice di dare voce alla sua emozione. <br>La tristezza non è solo un'emozione negativa ma può essere quell'emozione che ti aiuta a rielaborare eventi spiacevoli e a trovare la carica. La tristezza vista negli occhi di G. mi ha fatto capire che in quel momento lui aveva bisogno di vicinanza e sostegno da parte mia. <br>Dopo questo evento ho instaurato un rapporto molto forte e solido con G. tanto che ogni volta che mi vede mi abbraccia e mi dice che vuole fare un disegno per il suo papà. <br>Nonostante la tristezza sia un'emozione "negativa", questa situazione mi ha fatto capire quanto sia importante saperla affrontare, senza evitarla o nasconderla, nel modo corretto per superarla insieme. <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-28 16:04:52 UTC</pubDate>
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         <title>Alessandra Galantucci</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Sto svolgendo tirocinio all'interno di un asilo nido privato e durante l'arco di tempo trascorso lì, ho raccolto dentro di me tante emozioni ma qui vorrei raccontare un episodio che me ne ricorda una bella. la gioia. <br> B. è una bambina di  un anno e mezzo che è  presente nella mia classe e che si è sempre rivelata un pò ostile e schizzinosa rispetto alle attività che vengono proposte dalle educatrici a tutti i bambini, ciò nonostante nei momenti di gioco libero B. si approccia al gioco con entusiasmo. Ricordo con piacere che, un giorno, l'attività proposta dalle educatrici era quella di dipingere con le dita su fogli bianchi usando le tempere di 3 colori invernali e B. come sempre, si rifiutava di svolgere l'attività e voleva continuare a giocare liberamente. B. piangeva e tentava di uscire dall'aula dove si sarebbe svolta l'attività. L'educatrice mi chiese di  portarla fuori e provare a tranquillizzarla e se ci fossi riuscita, di tornare in classe e così ho fatto. Una volta fuori dall'aula ho cercato di fare capire a B. che non avrebbe dovuto fare niente di brutto, che l'uso delle tempere era divertente e bello. Una volta tranquilla io e lei siamo tornate in classe ed insieme abbiamo toccato con le dita le tempere così che lei le scoprisse al tatto come esse fossero e non ne rimanesse spaventata come lo era all'inizio. B. vedendo la mia tranquillità e la gioia nell'usare i colori con le dita si è lasciata andare e mi ha imitato, riuscendo quindi a prender confidenza con le tempere ed ad effettuare l'attività come gli altri con contentezza. <br>L'emozione che ho provato è stata la gioia, che ho condiviso con me stessa e con B. allo stesso tempo. Con B. perchè aveva scoperto che dipingere usando le dita con le tempere non era altro che divertimento. Io invece perchè mi son sentita in grado d'affrontare una situazione di difficoltà in autonomia, senza indicazioni precise su cosa effettuare con B. per farle effettuare l'attività in serenità: quindi gioia per aver raggiunto un piccolo traguardo personale.<br>L'emozione provata è stata per me una risorsa da poter poi usare in futuro con altri bambini in situazioni simili.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-30 11:00:14 UTC</pubDate>
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         <title>Lara Ferrario </title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Descrizione: </div><div>Ero in sala da pranzo da sola, arrivano verso il tavolo correndo G. e M.; M. afferra G. e la mette piegata sul tavolo a pancia in su e le va sopra, filmandola con il telefonino; a quel punto, essendo sola nella stanza, intervengo prima a parole cercando di convincere M. a smetterla e poi toccando M. sul braccio per cercare di fermarla. In un secondo momento poi ho riferito l’accaduto all’educatrice </div><div> </div><div>Analisi:</div><div>Appena ho percepito la situazione dentro di me provavo agitazione, soprattutto perché non sapevo bene come poter intervenire essendo da sola in quel momento.</div><div>Il limite del contato fisico, di ciò che potevo fare fisicamente mi agitava, in più non sapevo come potesse finire e questo mi provocava ansia.</div><div>Dopo poco però mi resi conto che le M.  stava scherzando, ma che comunque faceva del male a G. </div><div> </div><div>L’emozione è stata una risorsa o un ostacolo? </div><div>Le emozioni provate sicuramente all’inizio le ho percepite come un ostacolo, come qualche che mi frenasse nell’intervenire. </div><div>In realtà poi analizzando la situazione in un secondo momento, quelle emozioni mi hanno aiutata ad interrompere la situazione nel modo più consono, nel rispetto del contatto fisico e nel mio ruolo da tirocinante.</div><div> </div>]]></description>
         <pubDate>2020-03-30 11:47:50 UTC</pubDate>
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         <title>Micaela Testa </title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/483990008</link>
         <description><![CDATA[<div>Un giorno in classe, seconda elementare, T. il bambino che seguo ha una crisi perché non vuole uscire dalla classe con me, ma restare insieme agli altri compagni in classe. T. è abituato ad uscire regolarmente sia con me che con un’altra insegnante, ma quel giorno in classe i suoi compagni stavano lavorando in gruppo e uscendo lui si sentiva escluso: a quel punto dopo l’invito mio e della maestra I. di preparare il materiale per uscire inizia a buttarsi per terra, fare i capricci e diventare violento contro tutto il materiale che trova. I. dopo vari tentavi di calmarlo lo invita a sedersi su uno sgabello che teniamo appena fuori dalla porta, T. esce sbattendo la porta. Dopo poco più di 5min T. entra va al suo banco, prende l’astuccio, mi prende la mano e mi dice ora voglio uscire. <br><br></div><div>Non appena ho capito la situazione, mi sono parecchio agitata, era la prima volta che T. con me e davanti a me si comportava in quel modo e inizialmente mi posi delle domande, sul cosa magari avessi potuto sbagliare, una parola, una frase o il modo. La maestra vedendomi in difficoltà però mi ha subito tranquillizzata, invitandomi a sedermi e lasciarlo sfogare che le nostre agitazioni avrebbero solo peggiorato la cosa. Così è stato dopo essermi ed esserci tutti tranquillizzati infatti T. di sua spontanea volontà si è calmato e il suo venirmi a prendere la mano è stato sicuramente un gesto che mi ha aiutato molto. <br><br></div><div>L’agitazione e la paura mi sono sembrate inizialmente un ostacolo per me, perché non mi hanno dato modo di pensare in maniera lucida come avrei potuto reagire al meglio, ossia calmarmi e aspettare. Al contempo è stata però una risorsa, perché ora magari se si dovesse ri verificare una situazione del genere, saprei che anche se con molta difficoltà mantenere il più possibile la calma e non spaventarsi può essere la soluzione migliore, perché viene percepita come positiva dal bambino, fare il contrario potrebbe fomentate il tutto. <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-31 10:00:36 UTC</pubDate>
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         <title>Melani Macias</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/484392051</link>
         <description><![CDATA[<div>Sto facendo tirocinio in una comunità educativa per minori e a volte capita che i bambini tirino fuori la loro tristezza e mancanza verso le rispettive famiglie.<br>M. è un'adolescente, ha 12 anni, ed è in comunità con la sorellina che ha 8 anni.<br>Una sera ero seduta a tavola per la cena con tutti i ragazzi della comunità e ovviamente l'educatrice in turno.<br>Le sorelle L. volevano condividere a tutti che non avrebbero più visto la mamma ogni weekend, come da decreto, ma ogni 15 giorni perchè la mamma era incinta (per l'ennesima volta!), e non riusciva ad andare ogni weekend.<br>Le bambine erano imbarazzatissime tanto da fare le sciocche e scherzare, ma per chi le conosce veramente e ha avuto modo di vedere come sono caratterialmente, sa che dietro a quell'imbarazzo c'è un'enorme tristezza.<br>Tristezza perchè non è la prima volta che la mamma rimane incinta, mentre loro sono in comunità e quindi si auto domandano i motivi  per i quali le sorelline possano stare con la mamma e loro no. Tristezza perchè era tutto pronto per il rietro a casa e la mamma ha fatto saltare tutto, giustificandosi che lei e il compagno non fossero del tutto pronti! Troppe tristezze dietro a queste bambine.<br>Questa emozione appunto, io l'ho letta, e mi è stata affermata anche dall'educatrice, come un'enorme tristezza, per tutti quel passato che le bambine si portano dietro. Io personalmente, sono molto emotiva e la sera, in messa a letto, alla solita affermazione di M : "Mi manca la mamma" , mi sono sentita in dovere di dirle: "Lo so, ti capisco" , parole/frasi che vengono spesso usate dagli educatori in comunità.<br>Penso che la tristezza di M. , abbia scaturito anche in me una tristezza, che ho letto come impotenza perchè alla fine questa è la realtà e non la si può cambiare, ma si può far sentire la vicinanza in un momento così delicato, che per chi non la conosce può sembrare banale, ma è veramente sofferente per M.<br>Penso, perciò, che sia molto importante dar voce alle proprie emozioni, anzi è proprio bene che lo si faccia, indipendentemente che sia un bambino o un educatore. Certo, l'educatore deve sapere ed essere in grado di mettere un limite, tra lui e il bambino, e non farsi "trasportare" dalle proprie emozioni nell' attuazione degli interventi.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-31 13:28:33 UTC</pubDate>
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         <title>Alessia Pargoletti</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Durante il mio percorso di tirocinio, sono tante le emozioni che ho provato, ma quella che sta emergendo di più è la gioia, per questo ho deciso di raccontare un episodio gioioso. D. è un bambino di quasi 3 anni e viene al nido da un anno circa in seguito ad una proposta della pediatra in quanto la mamma ha notato che il figlio fa fatica ad interagire con lei ed è carente anche nei piccoli gesti affettuosi. Quindi si è deciso di inserirlo qui nella speranza di potersi "aprire" un po' di più con l'aiuto dei compagni. Dopo diverse osservazioni e visite dal neuropsichiatra si è scoperto che D. potrebbe essere un bambino autistico infatti, pur avendo quasi 3 anni non parla e non incrocia con nessuno il suo sguardo. Inoltre, non riuscendo a comunicare a parole, tende ad attirare l'attenzione mordendo o tirando i capelli. Gli altri bambini hanno addirittura provato a dire di avere paura di lui, quindi non appena D. si avvicina, la maggior parte di loro scappa. Un giorno, durante il gioco libero, ho deciso di provare a mettere D. sul cavallo a dondolo con la possibilità di essere trascinato. Appena alcuni bambini mi hanno visto fare questa cosa, hanno voluto aiutarmi, quindi ho fatto spingere il cavallo a loro, i quali a turno erano entusiasti di far giocare D. Fu una delle prime volte, dopo diverse settimane in cui vedevo D. sempre nel suo angolino, che lo vidi ridere e quando mi sono abbassata alla sua altezza per parlargli, per un momento i nostri sguardi si sono incrociati, cosa mai successa prima. Non so se è stato un caso o un'azione volontaria ma so che in quell'istante mi sono sentita piena di gioia. Non so di preciso che cosa abbia provato lui ma sono sicura che sia stato anche lui felice di avere tanti bambini con cui giocare insieme e che si prendessero cura di lui. Ovviamente anche le maestre hanno provato la mia stessa emozione quando hanno visto cosa stava succedendo. Credo che questa emozione sia stata una risorsa perchè mi ha dato la "carica" per poter affrontare altre situazioni simili e per capire che ogni singolo gesto è importante e nulla va dato per scontato. </div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-31 14:40:19 UTC</pubDate>
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         <title>Corinne Leuzzi </title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>nella comunità in cui sto svolgendo il tirocinio è presente A. un ragazzo istintivo che quando si arrabbia è difficile farlo calmare.<br>un pomeriggio durante il tempo libero stava giovando a calcio con gli altri bambini, ad un certo punto A. si arrabbia con B. ragazzo autistico che è da poco entrato in comunità quindi non ha ancora legato con tutti i bambini specialmente non A. che appunto se la prende con lui per un tiro sbagliato, A. reagisce male e si alzano le mani, a quel punto intervengo dividendoli, e prendo da parte entrambi. <br><br>quando parlo con A. mi accorgo che era molto arrabbiato con B. e quindi ho cercato di capire quale fosse il reale motivo, la verità è che A. percepiva le difficoltà di B. d'integrarsi come un ostacolo.<br>perciò ho provato a far capire ad A. che questa rabbia poteva essere trasformata in qualcosa di positivo e che avrebbe potuto far vedere a B. come tirare nel miglior modo. </div>]]></description>
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         <pubDate>2020-03-31 16:07:49 UTC</pubDate>
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         <title>Fernanda Marino </title>
         <author>fernazmarino</author>
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         <description><![CDATA[<div>Svolgo il tirocinio in un asilo nido comunale a Milano.<br>Durante il percorso ho potuto sperimentare diverse emozioni.<br>Ricordo ancora il secondo giorno di tirocinio, avevo ancora paura dato che sapevo di iniziare un percorso che doveva farmi capire tante cose e dovevo essere all’altezza.<br>Sono entrata nella sezione alle 9, erano presenti 4 educatrici e 6 bambini che avevano fatto il pre-scuola, appena due di quei bambini mi hanno vista per la seconda volta mi sono corsi incontro con un sorriso enorme e hanno urlato “ciao”.<br>La gioia che ho visto nei bambini mi ha fatto capire che non dovevo avere paura, anzi, ho compreso che dovevo trasformare quella paura in voglia di mettermi in gioco e desiderio d’imparare.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-01 14:55:42 UTC</pubDate>
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         <title>Giorgia Mognaga</title>
         <author>giorgiamognaga98</author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/487281566</link>
         <description><![CDATA[<div>Ho svolto il mio tirocinio all'interno di un asilo nido a Milano. <br>Durante questa esperienza ho provato diverse emozioni tra cui ansia/paura.<br>Una mattina, la coordinatrice del nido mi chiama nel suo ufficio per propormi di dedicare il mio tempo insieme a S., un bambino autistico; questo perché le due educatrici di saletta non riuscivano a gestire il gruppo in quanto S. richiedeva un'attenzione particolare. S. infatti non partecipa ad alcun tipo di attività proposta e sta spesso in disparte, sembra quasi infastidito dalla presenza dei suoi coetanei.  <br>Non appena mi è stata proposto questo lavoro ho provato ansia perché non avendo mai affrontato una situazione simile non sapevo se fossi all'altezza. Spesso infatti durante le mie ore di tirocinio mi sono confrontata con le altre educatrici che mi hanno tranquillizzata dandomi consigli e spiegazioni. Questa emozione inizialmente è risultata un ostacolo per me perché come ho detto era una situazione nuova, ma successivamente, grazie all'aiuto delle altre educatrici e alle sensazioni positive del bambino nei miei confronti, sono riuscita a svolgere l'attività che mi è stata proposta. <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-01 17:24:35 UTC</pubDate>
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         <title>Beatrice Gonzo</title>
         <author>bea98gonzo</author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/488820475</link>
         <description><![CDATA[<div>Svolgo il tirocinio in uno spazio giovani, luogo di aggregazione e supporto educativo per adolescenti. Durante il tirocinio ho visto e contribuito a rendere meno difficoltoso un cambio d'equipe. L' educatrice P , professionista valida che lavorava con i ragazzi da molti anni doveva salutarli. Il giorno in cui P. comunicò ai ragazzi la sua uscita da questo progetto eravamo tutti seduti in cerchio, come facciamo spesso. I ragazzi non si aspettavano, almeno non tutti, della notizia che stavano per ricevere. Io sapevo cosa sarebbe stato comunicato in quel momento perché ogni movimento era stato accuratamente programmato dall'equipe; questo mi permise di osservare meglio le diverse reazioni dei ragazzi, tutte accomunate da dispiacere e molta tristezza. In quel momento anche io mi sono sentita profondamente triste perché pur avendo condiviso pochi mesi di tirocinio con P. la ammiro molto e rimarrà per me un grande riferimento educativo. La tristezza provata mi ha aiutata a comprendere meglio i gesti e le reazioni dei ragazzi e ad essere più vicina a loro. Infatti, i ragazzi vedendomi dispiaciuta come loro si sentirono liberi di dare sfogo alle loro emozioni provate.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-02 12:51:24 UTC</pubDate>
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         <title>Valentina Bottini </title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/488838866</link>
         <description><![CDATA[<div>Nell'asilo nido in cui ho svolto il mio tirocinio l'emozione che è prevalsa è sicuramente quella della gioia. Nel mio primo giorno nella sezione dei medio-grandi le educatrici hanno iniziato a raccontarmi un po' di come sono i bambini. Un'educatrice S., in particolare, mi ha parlato di una bambina M. di due anni e mezzo che aveva deciso di non parlare più con nessuno in asilo, mentre a casa raccontava tutto a mamma e papà. Nella prima settimana osservai molto la bambina: quando un'educatrice le andava a parlare M. iniziava a guardarsi intorno per vedere se non ci fosse nessun'altro di fianco ad ascoltarla, poi si metteva le mani davanti alla bocca e con un tono bassissimo della voce diceva qualche parola. Un giorno la vidi in salone giocare con un pupazzo. Un'educatrice J. mi disse che quello era il suo pupazzo preferito. Colsi così l'occasione per andare a parlarle, pensando che, con un argomento che le fosse interessato, mi avrebbe detto qualcosa. Così fu. Nei giorni seguenti iniziai ad approcciarmi di più con lei e lei iniziò a venirmi a cercare, a parlarmi di sua spontanea volontà e a darmi fiducia. Ogni educatrice cercava di metterci del suo e le altre apprezzavano molto il fatto che anch'io mi fossi messa in gioco per questa bambina. Mi accorsi poi che a M. piaceva tantissimo giocare con le macchine e così, verso la fine del mese, mi misi in ginocchio alla stessa altezza di M., presi in mano una macchinina e le dissi ''questa macchina è rossa, va velocissima, lo sai?'', lei presa dal gioco mi disse ''sì, la mia è blu'' alzando il tono della voce e continuando emozionata a giocare ''ne ho un'altra verde, guarda come va veloce'' mi disse nuovamente con il tono della voce sempre più alto. Un'educatrice C. si accorse che la bambina stava parlando con me e lo disse subito alle atre. Vidi le ragazze contente e fiere di me e questa cosa mi rendeva molto contenta e più sicura.  Anche M. era serena, fiduciosa e lo dimostrò anche i giorni seguenti.<br>In quell'ambiente così sereno, dove ogni educatrice cerca di aiutare l'altra e nessuna vuole prevalere, mi sono sentita serena a mia volta e, con quella serenità e gioia di star lì con loro, sono riuscita a trasmettere  le mie emozioni positive anche a M. Tutto ciò mi ha reso ancora più contenta di quello che già lo ero prima a stare lì in quell'asilo.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-02 12:59:24 UTC</pubDate>
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         <title>Sara Zazzeron</title>
         <author>sarazazze</author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/488911806</link>
         <description><![CDATA[<div>C. è un ragazzo di 14 anni che ha una sindrome genetica rara. Questa sindrome di per se "colpisce" solo a livello fisico ma lui, per via di una situazione familiare molto complicata, sta avendo diversi problemi anche dal punto di vista comportamentale.<br>Durante il mio percorso di tirocinio ho avuto la possibilità di conoscere la sua storia e gli sviluppi drammatici che ogni giorno essa ha. <br>Fin da subito mi ha molto turbato la sua storia e spesso vinceva in me un grande senso di ingiustizia, soprattutto sapendo che C. presenta queste problematiche comportamentali per carenze educative. <br>Un giorno mi è capitato di arrivare al centro in cui svolgo tirocinio e di trovarci fuori C. con sua mamma in lacrime davanti a lui. Lei mi ha spiegato che C. quel giorno non voleva venire al centro e per questo aveva avuto delle reazioni molto violente. La stessa mamma chiedeva a me di aiutarla a calmarlo e a convincerlo. <br>Davanti a quella situazione mi è salita una tristezza gigante e un grande senso di impotenza. Ho chiesto aiuto ad un educatore, raccontandogli la mia difficoltà anche nello stare di fronte a C. una volta convinto a venire al centro. Mi ha stupito la lucidità con cui gli educatori hanno gestito la situazione, comprendendo la gravità dei gesti di C. e agendo di conseguenza, senza farsi condizionare troppo dalle emozioni che comunque stavano coinvolgendo anche loro. è stato secondo me è un gesto molto importante perché hanno messo prima di tutto la sua educazione e quindi il tentativo di fargli comprendere i gesti che egli aveva fatto e le reazioni esagerate che ha avuto.   </div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-02 13:28:52 UTC</pubDate>
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         <title>Sara Pieretti</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Comunità per ragazze adolescenti<br>J e G sono molto amiche, e spesso si mettono a litigare per ogni piccola cosa.</div><div>Ero in cucina con G a lavare i piatti mentre J stava pulendo per terra, iniziarono a litigare per chi dovesse usare il pc, iniziarono con il lanciarsi frecciatine, al che l’educatrice presente in cucine disse “smettetela” andando poi in ufficio a lavorare. La lite continuò passando a tirarsi calci e ad alzarsi le mani. In quel momento G riuscì a prendere il pc e scappò in salotto sedendosi su una poltrona, J allora capendo di aver perso quella discussione iniziò a insultarla pesantemente, anche su temi personali per G che la fecero arrivare a piangere. </div><div>Non sapendo come intervenire andai a chiamare l’educatrice che mi rispose “non è niente, è come se fosse una lite tra fratelli, fanno sempre così, finendo sempre con una che piange, o che si fa male”.</div><div> </div><div>Se all'inizio ho provato paura perché non sapevo esattamente quanto potevo intervenire, dopo essermi confrontata con l’educatrice ho provato rabbia, perché non mi sono sentita ascoltata da lei, ma anzi mi è sembrato che lei ritenesse “normale” il loro comportamento. Ho provato rabbia perché non mi capacitavo del perché l’educatrice avesse un pensiero diverso dal mio su quello che stava accadendo. </div><div> </div><div>Credo che la mia emozione sia stata una risorsa in quell'esperienza, perché mi ha fatto capire che non si ha sempre la stessa opinione sulle cose, e che non ci sono regole su come intervenire in certi casi. E mi ha permesso di mettere me stessa più in gioco, perché ho analizzato come sarei intervenuta se fossi stata nei panni dell’educatrice. </div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-02 13:31:38 UTC</pubDate>
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         <title>veronica anelli</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/489148212</link>
         <description><![CDATA[<div>E' la mia prima esperienza di tirocinio, dal primo giorno vengo affiancata ad una delle educatrici che lavora da più tempo in quella struttura G., che fin da subito cerca di farmi entrare in contatto con i bambini facendomi partecipare gradualmente ad ogni attività, il mio inserimento nel gruppo è scorrevole, tranne che con una bambina E., una bambina di un anno, molto timida e con alcune difficoltà a relazionarsi con le educatrici, se non con G. che la segue dal momento dell'inserimento. Più volte durante il momento del cambio G. ha tentato di farmi cambiare il pannolino di E., ma invano. la bambina era restia, si allontanava da me andando a rifugiarsi nelle braccia di G., non ostante lei la incitasse (non insistendo troppo) a venire da me. Durante le settimane successive abbiamo lavorato molto alla relazione tra me ed E., attraverso momenti di gioco ed interazione tra me e lei, fino a che dopo qualche settimana, inaspettatamente, E. prende il pannolino e avendo davanti sia me che G. me lo porge. E' stato un momento di gioia per me perché il lavoro fatto per farla avvicinare, ha funzionato. G. che era presente era molto contenta del risultato ottenuto e sopratutto che la bambina si fosse riuscita a distaccare da lei, anche solo per un momento senza che le venisse "imposto". io credo che questa emozione sia stata una risorsa per questa esperienza perché mi ha spronato a continuare a lavorare anche nei casi in cui i risultati faticano un po di più ad arrivare.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-02 14:52:53 UTC</pubDate>
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      </item>
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         <title></title>
         <author>maraferraro</author>
         <link>https://padlet.com/marienicolecatalla/h4e1ds9kzwpb/wish/489150651</link>
         <description><![CDATA[<div>MARA FERRARO <br><br>Nel centro diurno per disabili dove sto svolgendo il tirocinio una mattina mi sono trovata in una situazione che mi ha trasmesso parecchio disagio. Stavamo svolgendo il laboratorio di “cura personale” e S. ,una signora  di circa 50anni che soffre della sindrome di down, è stata messa in “punizione” (non gli hanno messo lo smalto) a causa della lite violenta che aveva avuto a casa con sua sorella. <br>Per questo motivo S. ha avuto una crisi di pianto andando più volte in apnea, tratteneva a lungo il respiro e diventava cianotica in viso. Essendo la mia prima settimana, io ero lì solo per osservare, quindi hanno gestito la situazione le due educatrici presenti, ma il fatto che anche loro si fossero agitate mi ha provocato molta ansia e paura che potesse succedere qualcosa di brutto, però ho mantenuto la calma e ho cercato di distrarre gli altri utenti. La cosa più bella di questo episodio è che gli altri utenti erano quelli più calmi che hanno “sgridato” e poi fatto ridere la loro compagna, così facendo hanno smorzato la tensione e alla fine il tutto si è placato, così che le educatrici hanno mantenuto la calma e una di loro ha portato S. in giardino per farla calmare del tutto.<br>Purtroppo non posso dire con esattezza se la mia emozione fosse un’ostacolo o una risorsa , poiché non sono stata io a gestire l’accaduto, ma credo che ogni tipo di emozione possa essere una risorsa se si riesce a gestirla e sfruttarla nel migliore dei modi, in base alla situazione che ci si trova ad affrontare.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-02 14:53:48 UTC</pubDate>
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