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      <title>ROMANTICISMO by elena casazza</title>
      <link>https://padlet.com/elena_casazza/romanticismo</link>
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      <language>en-us</language>
      <pubDate>2018-05-20 19:24:57 UTC</pubDate>
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         <title>Quant&#39;è romantico...</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/romanticismo/wish/262203441</link>
         <description><![CDATA[<div>2:27</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-05-20 19:29:04 UTC</pubDate>
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         <title>Romantico nel linguaggio comune (Treccani)</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/romanticismo/wish/262203689</link>
         <description><![CDATA[<div><strong>2.</strong> fig. Con riferimento ai caratteri più appariscenti del romanticismo vero e proprio, si dice di chi è o si mostra incline alle suggestioni del sentimento e della fantasia più che a una concezione razionale e pratica della vita, o di chi è o si mostra di carattere appassionato e malinconicamente sognante, spec. nell’amore: <em>giovane r</em>.; <em>ragazza molto r</em>.; <em>ha la testa piena di sogni</em>, <em>pensieri r</em>.; <em>si nutre di idee</em>, <em>fantasie r</em>.; di luogo, ambiente o situazione, che ispira sentimenti romantici, che favorisce meditazioni e fantasie dolci e melanconiche: <em>lago</em>, <em>viale</em>, <em>paesaggio r</em>.; <em>gita</em>, <em>passeggiata r</em>.; <em>un r</em>. <em>incontro</em>. </div>]]></description>
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         <pubDate>2018-05-20 19:31:29 UTC</pubDate>
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         <title>Categoria storiografica</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/romanticismo/wish/262204466</link>
         <description><![CDATA[<div>Fenomeno <strong>internazionale</strong> complesso, difficilmente definibile e ricco di diversificazioni e contrasti. Importante la dimensione europea del dibattito che ne rende i contorni particolarmente sfuggenti spazialmente e cronoligicamente.<br>Movimento culturale o sensibilità nuova che porta a un rinnovamento nel pensiero, nella letteratura, nell'arte, nella società tra la fine del '700 e la metà dell'800.<br>Per Auerbach il romanticismo è "un'unità di atmosfera poetica", a cui s'intona tutto un vario modo di pensare, di poetare e di vivere, e perciò non può essere definito, ma soltanto indagato nelle sue origini, seguito nel suo svolgimento, rilevato nelle sue tendenze più rappresentative, riconosciuto nella sua particolare atmosfera.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-05-20 19:40:56 UTC</pubDate>
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         <title>Percezione di una modernità</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/romanticismo/wish/262209585</link>
         <description><![CDATA[<div>Per August Shlegel "romantico è tutto ciò che anima il moderno, in opposizione allo spirito classico del mondo antico"<em>.</em> Non perchè il classico sia negativo ma perchè non rappresenta la società moderna e la sua complessità.<br>L'arte romantica deve ricercare una consonanza emotiva col proprio tempo complesso e dinamico. Coscienza di un divenire storico problematico e tormentato.<br><br><br>Hegel definisce il suo tempo "età di gestazione e di trapasso. Lo spirito ha rotto i ponti col mondo del suo esserci e rappresentare, durato fino ad oggi. Matura lento e placido verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l'edificio del suo mondo precedente" (Fenomenologia dello spirito, 1807).</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-05-20 20:42:41 UTC</pubDate>
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         <title>Alcuni caratteri e temi del ROMANTICISMO</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/romanticismo/wish/262210329</link>
         <description><![CDATA[<div>•&nbsp; &nbsp; <strong>SPIRITUALISMO:</strong> <strong>rivalutazione della dimensione spirituale</strong> dell'uomo e della realtà (anche irrazionale), che non si esaurisce nel dato misurabile. Insufficienza della ragione e della scienza (reazione al sensismo e al materialismo). Si delinea anche come espressione di una rinnovata <strong>tensione religiosa</strong> repressa nel periodo illuminista e ora reindirizzata al culto cristiano o a forme di misticismo e&nbsp; panteismo.<br><br></div><div>•&nbsp; &nbsp; <strong>Tensione al SUPERAMENTO DEI CONFINI: </strong>contatto con <strong>l’assoluto e l’infinito.</strong>&nbsp; Coscienza dell’Infinitezza dell’universo (ad esempio di fronte alla grandiosità della natura) e della profondità dell’uomo. Interesse per ciò che è misterioso (anche fantasioso e magico). Gusto per l’indefinito, lo sfumato, per il notturno. Valorizzazione della fantasia e dell’immaginazione.<br><br></div><div>Andare oltre i propri limiti e oltre le regole e le convenzioni (nell’arte e nella società)<br><em><br>Il&nbsp; mondo deve essere romanticizzato. Così si ritrova il senso originario... Se attribuisco a ciò che è comune un aspetto misterioso, al noto la dignità dell'ignoto, al finito un'apparenza infinita, io lo romanticizzo... È soltanto per la debolezza dei nostri organi che non ci vediamo in un mondo delle fate</em> (Novalis)<br><br></div><div>•&nbsp; &nbsp; <strong>DIALETTICA o tensione drammatica:</strong> la vita è dramma<strong>,</strong> tensione perenne e costantemente inappagata, eppure in continua rigenerazione. Il sentire è la vita dell'uomo, lacerato dal contrasto insanabile tra limite della realtà e spinta ideale all'infinito. Finito e infinito, reale e ideale<br><br></div><div>•&nbsp; &nbsp; <strong>INDIVIDUALISMO e forte sentire:</strong> rivalutazione della <strong>soggettività</strong> sia a livello <strong>personale,</strong> sia a livello di identità peculiare di un popolo, <strong>nazione.</strong> La sua massima espressione non è più vista nella ragione (comune a tutti gli uomini) ma nel <strong>sentimento,</strong> interiorità, voce personale, passione che distingue ognuno individualmente nel rapporto con la realtà e lo dota di libera originalità creatrice. Libertà e personalità determinano la vera dignità e ragione di vita dell'uomo. L'individualismo romantico assume a volte i tratti di un <strong>isolamento</strong> dalla società: fuga nel sogno o nella natura (al di fuori della società). l'animo romantico può smarrirsi nel tormento del proprio sentire dialettico, oppure viverlo con ribellione autocommiserativa nei confronti di una società che non lo capisce.<br><br></div><div>•&nbsp; &nbsp; <strong>Interesse per la STORIA:</strong> si basa innanzitutto sulla <strong>rivalutazione del Medioevo cristiano</strong> come culla delle nazioni europee, che hanno nel loro passato e nelle loro tradizioni le linee che ne segnano l'identità stessa.&nbsp;<br><br></div><div>•&nbsp; &nbsp; <strong>Valorizzazione dell’ARTE (</strong>soprattutto poesia e musica): ritenute in grado di mettere in rilievo i problemi generali di un’epoca, tirar fuori quello che rimarrebbe nascosto e far sentire fortemente la vita, muovere le passioni.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-05-20 20:53:50 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/romanticismo/wish/262210832</link>
         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2018-05-20 21:00:29 UTC</pubDate>
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         <title>Romanticismi</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/romanticismo/wish/262210869</link>
         <description><![CDATA[<div>TEDESCO: Già preromanticismo 1770 circa. Sturm und drang (tempesta e assalto) vs intellettualismo illuministico, rivalutazione dell’irrazionale, individualità, genio.</div><div>È il più compiuto e organico. Anche teorico</div><div><strong>1797-98 rivista Athenaeum. August e Friedrich Shleghel</strong>. Primo gruppo che si definisce romantico. Legati all’idealismo filosofico (Kant, Fichte, Shelling)</div><div>(Shiller, saggio su poesia ingenua e sentimentale 1795)</div><div>-       contrapposizione al classico: nuovo e moderno. Libero da regole</div><div>-       tensione al superamento dei confini della natura e dell’uomo: senso del mistero, dimensione religiosa</div><div>-       esaltazione nazionale e folclore: specificità del popolo tedesco. Reazione rispetto a cultura dominata dai francesi</div><div>già concluso intorno al 1820</div><div> </div><div>INGLESE: non è un movimento organico, più una sensibilità e un gusto.</div><div>-       sublime: bellezza inquietante, sconvolgente (diversa da classica e armonica) della natura</div><div>-       gusto per lo smisurato, straordinario e mostruoso. Gotico</div><div><strong>1798 prefazione alle Lyrical ballads di Wordsworth e Coleridge</strong></div><div> </div><div>FRANCESE:  mutuato da quello tedesco</div><div>1813 Pubblicato l’Allemagne di Madame de Stael</div><div><strong>1827 prefazione di V. Hugo al dramma Cromwell</strong></div><div> </div><div>ITALIANO: poco articolato, rimane soprattutto un dibattito teorico</div><div>pubblicazione dell’articolo di <strong>Madame de Stael sulla biblioteca italiana del 1816 (sulla maniera e utilità delle traduzioni)</strong></div><div>da qui polemica classico-romantica tra intellettuali (sui giornali)</div><div>in italia radicamento del classicismo e timore di snaturarsi imitando gli stranieri, ma anche desiderio di modernità, aderenza ai tempi, identità nazionale.</div><div> </div><div>gruppo romantico più riconoscibile in Lombardia</div><div>-       interesse per una letteratura che comunichi con società borghese</div><div>-       che aiuti  sviluppare identità nazionale (coscienza della situazione frammentaria e del problema della lingua)</div><div> </div><div>Nelle opere si trovano tracce per esempio in Manzoni, Leopardi e Verdi</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-05-20 21:00:55 UTC</pubDate>
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         <title>La polemica classico-romantica in Italia</title>
         <author>elena_casazza</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong><br>Madame de Staël, Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni (1816)</strong><br>[...] Dovrebbero a mio avviso gl’italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche, onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini, i quali per lo più stanno contenti all’antica mitologia, né pensano che quelle favole sono da un pezzo anticate, anzi il resto d’Europa le ha già abbandonate e dimentiche. Perciò gli intelletti della bella Italia, se amano di non giacere oziosi, rivolgano spesso l’attenzione al di là dell’Alpi, non dico per vestire le fogge straniere, ma per conoscerle; non per diventare imitatori, ma per uscire di quelle usanze viete, le quali durano nella letteratura come nelle compagnie i complimenti, a pregiudizio della naturale schiettezza. [...]<br>Havvi oggidì nella letteratura italiana una classe di eruditi che vanno continuamente razzolando le antiche ceneri, per trovarvi forse qualche granello d’oro: ed un’altra di scrittori senz’altro capitale che molta fiducia nella lor lingua armoniosa, donde raccozzano suoni vôti d’ogni pensiero, esclamazioni, declamazioni, invocazioni, che stordiscono gli orecchi, e trovan sordi i cuori altrui, perché non esalarono dal cuore dello scrittore. [...]<br>Gl’italiani ammirano ed amano straordinariamente la loro lingua, che fu nobilitata da scrittori sommi: oltreché la nazione italiana non ebbe per lo più altra gloria, o altri piaceri, o altre consolazioni se non quelle che dava l’ingegno. Affinché l’individuo disposto da natura all’esercizio dell’intelletto senta in se stesso una cagione di mettere in atto la sua naturale facoltà, bisogna che le nazioni abbiano un interesse che le muova. Alcune l’hanno nella guerra, altre nella politica: gl’italiani dèono acquistar pregio dalle lettere e dalle arti, senza che giacerebbero in un sonno oscuro, d’onde neppur il sole potrebbe svegliarli.<br><br><br><strong>Pietro Giordani – Un italiano risponde al “Discorso” della Staël</strong><br>[...] Ma l’arte di scrivere, che nel Seicento fu da moltissimi difformata per la stessa follia di novità, ha veramente mutato nel secol nostro, ma forse in peggio; in quanto che si è allontanata non pur dall’antico, ma dal nazionale. Ché almeno i seicentisti avevano una pazzia originale e italiana: la follia nostra è di scimie, e quindi tanto più deforme. Già si potrebbe molto disputare se sia veramente bello tutto ciò che alcuni ammirano ne’ poeti inglesi e tedeschi; e se molte cose non siano false, o esagerate, e però brutte; ma diasi che tutto sia bello; non per questo può riuscir bello a noi, se lo mescoliamo alle cose nostre. O bisogna cessare affatto d’essere italiani, dimenticare la nostra lingua, la nostra istoria, mutare il nostro clima e la nostra fantasia: o, ritenendo queste cose, conviene che la poesia e la letteratura si mantenga italiana: ma non può mantenersi tale frammischiandovi quelle idee settentrionali, che per nulla si possono confare alle nostre. Questa mescolanza di cose insociabili produrrebbe (come già troppo produce) componimenti simili a’ centauri, che l’antichità favolò generati dalle nuvole. [...]<br>Studino gl’italiani ne’ propri classici, e ne’ latini e ne’ greci; de’ quali nella italiana più che in qualunque altra letteratura del mondo possono farsi begl’innesti; poiché ella è pure un ramo di quel tronco; laddove le altre hanno tutt’altra radice; e allora parrà a tutti fiorita e feconda. Se proseguiranno a cercare le cose oltramontane, accadrà che sempre più ci dispiacciano le nostre proprie (come tanto diverse) e cesseremo affatto dal poter fare quello di che i nostri maggiori furon tanto onorati; né però acquisteremo di saper fare bene e lodevolmente ciò che negli oltramontani piace; perché a loro il dà la natura, che a noi altramente comanda; e così in breve condurremo la nostra letteratura a somigliare quel mostro che Orazio descrisse nel principio della Poetica. [...]<br><br><br><strong>Giovanni Berchet, Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo</strong><br>Poesia classica e poesia romantica<br>[...] Ma, ad onta degli studi e della erudizione, i poeti che dal risorgimento delle lettere giù fino a’ dì nostri illustrarono l’Europa, e che portano il nome comune di moderni, tennero strade diverse. Alcuni, sperando di riprodurre le bellezze ammirate ne’ Greci e ne’ Romani, ripeterono, e più spesso imitarono modificandoli, i costumi, le opinioni, le passioni, la mitologia de’ popoli antichi. Altri interrogarono direttamente la natura: e la natura non dettò loro né pensieri né affetti antichi, ma sentimenti e massime moderne. Interrogarono la credenza del popolo: e n’ebbero in risposta i misteri della Religione cristiana, la storia di un Dio rigeneratore, la certezza di una vita avvenire, il timore di una eternità di pene. Interrogarono l’animo umano vivente: e quello non disse loro che cose sentite da loro stessi e da’ loro contemporanei; cose risultanti dalle usanze, ora cavalleresche, ora religiose, ora feroci, ma, o praticate e presenti, o conosciute generalmente; cose risultanti dal complesso della civiltà del secolo in cui vivevano.<br>La poesia de’ primi è «classica», quella dei secondi è «romantica». Così le chiamarono i dotti d’una parte della Germania, che dinanzi agli altri riconobbero la diversità delle vie battute dai poeti moderni. Chi trovasse a ridire a questi vocaboli, può cambiarli a posta sua. Però io stimo di poter nominare con tutta ragione poesia de’ morti la prima, e poesia de’ vivi la seconda. Né temo d’ingannarmi dicendo che Omero, Pindaro, Sofocle, Euripide, ecc. ecc., al tempo loro furono in certo modo romantici, perché non cantarono le cose degli Egizi o de’ Caldei, ma quelle dei loro Greci; siccome il Milton non cantò le superstizioni omeriche, ma le tradizioni cristiane. [...]<br>Farai della poesia tua una imitazione della natura, non una imitazione di imitazione.<br><br><br><strong>Pietro Borsieri – Introduzione al «Conciliatore»</strong><br>Già tempo il vero sapere era proprietà riservata ad alcuni pochi i quali di tanto in tanto degnavano farne parte ai meno dotti di loro. Più spesso la minuziosa erudizione e la grave pedanteria occupavano il capo della vera filologia e della letteratura filosofica. I dotti e i letterati di professione, sparsi nei chiostri e nei licei, applaudivano fra loro alle opere dei loro colleghi o le biasimavano: ed al Pubblico non curante ne giungeva appena una debole voce. Insomma non v’era trent’anni addietro in Italia tale e tanto numero di esperti lettori che bastasse a costituire un pubblico giudicante; vogliamo dire, indipendente dalle opinioni di scuola, o da quelle divulgate dalle sette letterarie e dalle accademie.<br>Quella non curanza che era nata in noi dal lungo sonno della pace, e dalla poca comunicazione delle varie genti d’Italia, è ora sparita per opera delle contrarie cagioni. Tanti solenni avvenimenti della nostra età, tante lezioni della sventura, hanno svegliato gli uomini colle punte del dolore; e riscosso una volta il sentimento, hanno essi per necessaria conseguenza imparato a pensare.<br>Le gare arcadiche, le dispute meramente grammaticali, infine la letteratura delle nude parole sembra pur una volta venuta a noia, anche ai più pazienti; cresciuto è il numero di coloro, che non professando gli studi, cercano però nella coltura dell’animo una urbanità, una eleganza veramente degna dell’uomo, e l’obblivione a un tempo di molti affanni di questa sfuggevole vita.<br><br>Silvio Pellico – Articolo dal «Conciliatore»<br>[...] I romantici d’Italia dicono che la letteratura è la più inutile delle arti se non ha per iscopo di saldare il cuore della nazione in cui viene coltivata, ispirando un vivo entusiasmo per le idee generose, pei sentimenti elevati, per tutte le verità che possono nobilitare un popolo agli occhi del mondo e di se medesimo. [...]<br><br><br><strong>Pietro Borsieri – Avventure letterarie di un giorno o consigli di un galantuomo a vari scrittori</strong><br>[...] Io sono persuaso che i nostri scrittori non adempiono come dovrebbero l’ufficio loro; e che mancando noi di romanzo, di teatro comico e di buoni giornali, manchiamo di tre parti integranti d’ogni letteratura, e di quelle precisamente che sono destinate ad educare e ingentilire la moltitudine. Non si può chiamar fiorente la coltura d’una nazione quando ella vanta solamente qualche grande Scrittore; ma bensì quando, oltre i rari ottimi, ella ne possiede molti buoni, mediocri moltissimi, cattivi pochi, e v’aggiunge infiniti lettori giudiziosi. Allora si forma, dirò così, un’invisibile catena d’intelligenza e di idee tra il genio che crea e la moltitudine che impara. [...]<br><br><strong>Giacomo Leopardi<br></strong><br></div><div><strong><em>Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica</em></strong><strong> (1818)<br></strong><br></div><div> </div><div>[…] Voi fatemi fede che come le forme primitive della natura non sono mutate nè si muteranno, così l’amore degli uomini verso quelle non è spento né si spegnerà prima della stirpe umana. Ma che vo io cercando cose o minute o scure o poco note, potendo dirne una più chiara della luce, e notissima a chicchessia, della quale ciascuno, ancorché non apra bocca, mi debba essere testimonio? Imperocché quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia; quando il tuono e il vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante e le mura de’ nostri alberghi, ogni cosa ci appariva o amica o nemica nostra, indifferente nessuna, insensata nessuna; quando ciascun oggetto che vedevamo ci pareva che in certo modo accennando, quasi mostrasse di volerci favellare; quando in nessun luogo soli, interrogavamo le immagini e le pareti e gli alberi e i fiori e le nuvole, e abbracciavamo sassi e legni, e quasi ingiuriati malmenavamo e quasi beneficati carezzavamo cose incapaci d’ingiuria e di benefizio; quando la maraviglia tanto grata a noi che spessissimo desideriamo di poter credere per poterci maravigliare, continuamente ci possedeva; quando i colori delle cose quando la luce quando le stelle quando il fuoco quando il volo degl’insetti quando il canto degli uccelli quando la chiarezza dei fonti tutto ci era nuovo o disusato, né trascuravamo nessun accidente come ordinario, né sapevamo il perché di nessuna cosa, e ce lo fingevamo a talento nostro, e a talento nostro l’abbellivamo; quando le lagrime erano giornaliere, e le passioni indomite e svegliatissime, né si reprimevano forzatamente e prorompevano arditamente. Ma qual era in quel tempo la fantasia nostra, come spesso e facilmente s’infiammava, come libera e senza freno, impetuosa e instancabile spaziava, come ingrandiva le cose piccole, e ornava le disadorne, e illuminava le oscure, che simulacri vivi e spiranti che sogni beati che vaneggiamenti ineffabili che magie che portenti che paesi ameni che trovati romanzeschi, quanta materia di poesia, quanta ricchezza quanto vigore quant’efficacia quanta commozione quanto diletto. Io stesso mi ricordo di avere nella fanciullezza appreso coll’immaginativa la sensazione d’un suono così dolce che tale non s’ode in questo mondo; io mi ricordo d’essermi figurate nella fantasia, guardando alcuni pastori e pecorelle dipinte sul cielo d’una mia stanza, tali bellezze di vita pastorale che se fosse conceduta a noi così fatta vita, questa già non sarebbe terra ma paradiso, e albergo non d’uomini ma d’immortali; io senza fallo (non m’imputate a superbia, o Lettori, quello che sto per dire) mi crederei divino poeta se quelle immagini che vidi e quei moti che sentii nella fanciullezza, sapessi e ritrargli al vivo nelle scritture e suscitarli tali e quali in altrui. Ora che la memoria della fanciullezza e dei pensieri e delle immaginazioni di quell’età ci sia straordinariamente cara e dilettevole nel progresso della vita nostra, non voglio nè dimostrarlo nè avvertirlo: non è uomo vivo che non lo sappia e non lo provi alla giornata, e non solamente lo provi, ma se ne sia normalmente accorto, e purch’abbia filo d’ingegno e di studio, se ne sia maravigliato. Ecco dunque manifesta e palpabile in noi, e manifesta e palpabile a chicchessia la prepotente inclinazione al primitivo, dico in noi stessi, cioè negli uomini di questo tempo, in quei medesimi ai quali i romantici proccurano di persuadere che la maniera antica e primitiva di poesia non faccia per loro. Imperocché dal genio che tutti abbiamo alle memorie della puerizia si deve stimare quanto sia quello che tutti abbiamo alla natura invariata e primitiva, la quale è nè più nè meno quella natura che si palesa e regna ne’ putti, e le immagini fanciullesche e la fantasia che dicevamo, sono appunto le immagini e la fantasia degli antichi, e le ricordanze della prima età e le idee prime nostre che noi siamo così gagliardamente tratti ad amare e desiderare, sono appunto quelle che ci ridesta l’imitazione della natura schietta e inviolata, quelle che ci può e secondo noi ci deve ridestare il poeta, quelle che ci ridestano divinamente gli antichi, quelle che i romantici bestemmiano e rigettano e sbandiscono dalla poesia, gridando che non siamo più fanciulli: e pur troppo non siamo; ma il poeta deve illudere, e illudendo imitar la natura, e imitando la natura dilettare: e dov’è un diletto poetico altrettanto vero e grande e puro e profondo? e qual è la natura se questa non è? anzi qual è o fu mai fuorché questa? […]</div><div> </div><div><br><br></div><div>Ora che cosa faceano i poeti antichi? Imitavano la natura, e l’imitavano in modo ch’ella non pare già imitata ma trasportata nei versi loro, in modo che nessuno o quasi nessun altro poeta ha saputo poi ritrarla così al vivo, in modo che noi nel leggerli vediamo e sentiamo le cose che hanno imitate, in somma in quel modo che è conosciuto e ammirato e celebrato in tutta la terra. Quegli effetti dunque che fanno negli animi nostri le cose della natura quando sono reali, perché non li dovranno fare quando sono imitate? massimamente nel modo che ho detto. Anzi è manifesto che le cose ordinarissimamente, e in ispecie quando sono comuni, fanno al pensiero e alla fantasia nostra molto più forza imitate che reali, perché l’attenzione così al tutto come singolarmente alle parti della cosa, la quale non è più che tanta, e spesso è poca o nessuna quando questa si vede o si sente in maniera ordinaria, voglio dire nella realtà, è molta e gagliarda quando la cosa si vede o si sente in maniera straordinaria e maravigliosa, come nella imitazione. Aggiungete che lasciando stare quanta sia l’efficacia delle cose, l’uomo nel leggere i poeti è meglio disposto che non suole a sentirla qualunque ella è. Ora quella natura ch’essendo tale al presente qual era al tempo di Omero, fa in noi per forza sua quelle impressioni sentimentali che vediamo e proviamo, trasportata nei versi d’Omero e quindi aiutata dalla imitazione e da quella imitazione che non ha uguale, non ne farà? E nomino Omero più tosto che verun altro, parte perch’egli è quasi un’altra natura, tanto per la qualità come per la copia e la varietà delle cose, parte perché s’ha per l’uno de’ poeti meno sentimentali che si leggano oggidì. Una notte serena e chiara e silenziosa, illuminata dalla luna, non è uno spettacolo sentimentale? Senza fallo. Ora leggete questa similitudine di Omero:</div><div> </div><div>Sì come quando graziosi in cielo </div><div>Rifulgon gli astri intorno della luna, </div><div>E l’aere è senza vento, e si discopre </div><div>Ogni cima de’ monti ed ogni selva </div><div>Ed ogni torre; allor che su nell’alto </div><div>Tutto quanto l’immenso etra si schiude, </div><div>E vedesi ogni stella, e ne gioisce </div><div>Il pastor dentro all’alma.</div><div> </div><div>Un veleggiamento notturno e tranquillo non lontano dalle rive, non è oltremodo sentimentale? Chi ne dubita? Ora considerate o Lettori, questi versi di Virgilio:</div><div> </div><div><em>Adspirant aurae in noctem, nec candida cursus</em></div><div><em>Luna negat, splendet tremulo sub lumine pontus.</em></div><div><em>Proxima Circaeae raduntur litora terrae, </em></div><div><em>Dives inaccessos ubi Solis filia lucos </em></div><div><em>Adsiduo resonat cantu, tectisque superbis </em></div><div><em>Urit odoratam nocturna in lumina cedrum, </em></div><div><em>Arguto tenues percurrens pectine telas. </em></div><div><em>Hinc exaudiri gemitus iraeque leonum </em></div><div><em>Vincla recusantum et sera sub nocte rudentum.</em></div><div> </div><div>Che ve ne pare? Quelle cose che sono sentimentali in natura, non sono parimente e forse da vantaggio in queste imitazioni? Come dunque diranno che i poeti antichi non sono sentimentali, quando e la natura è sentimentale, e questi imitano e per poco non contraffanno la natura?</div><div>Ma io so bene che questo per li romantici è un nulla: vogliono che il poeta a bella posta scelga, inventi, modelli, combini, disponga, per fare impressioni sentimentali, che ne’ suoi poemi non sol tanto le cose ma le maniere sieno sentimentali, che prepari e conformi gli animi de’ lettori espressamente ai moti sentimentali, che ce li svegli pensatamente e di sua mano, che in somma e il poeta sia sentimentale saputamente e volutamente, e non quasi per ventura come d’ordinario gli antichi, e ne’ poemi il colore sentimentale sia risoluto ed evidente e profondo.</div><div><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-09-18 06:34:28 UTC</pubDate>
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