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      <title>Teste verdi by Simone</title>
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      <language>en-us</language>
      <pubDate>2018-09-22 04:50:52 UTC</pubDate>
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         <title>Teste verdi</title>
         <author>s_frontini</author>
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         <description><![CDATA[<div>Teste verdi li aveva chiamati mia sorella il giorno in cui li aveva visti, lì, in fila, ordinati, costretti in cappotti pesanti, quasi per beffa davanti al Palazzo di Giustizia della nostra città derelitta. Da diversi anni – io non potevo rendermi conto da quanto, vista la giovane età che mangiava e digeriva i giorni con morso famelico – da diversi anni la vita nel nostro paese era cambiata e le radio avevano imparato a parlare anche altre lingue, prima il tedesco, poi l’inglese. C’erano stati giorni in cui l’eco di parole, urlate da un balcone di piazza Venezia, avevano riempito di gioia i cuori di mio padre, di mio nonno e, di conseguenza di noi bambini, che alzavamo il braccio e, sull’attenti, anche noi dai balconi cinguettavamo “viva l’Italia”! Poi c’erano stati inverni più cupi, serate dalla tavola spoglia e mamma, ormai sola, che, senza preavviso, spegneva la luce e ci faceva scendere nel seminterrato. </div><div>Fu in una di quelle occasioni, con l’urlo della sirena nelle orecchie, con la mano nella mano di mia madre e le lacrime agli occhi per un gioco lasciato a metà, che mi ritrovai seduto vicino a Mario. Capitava in quei momenti di incontrarsi con qualcuno di mai visto, anche di scontrarsi con qualcuno, soprattutto tra noi ragazzi: gente che si vedeva un giorno, si trattava con la cura di un parente, ma che poi si dimenticava e sostituiva la volta dopo. Mario si fermò. Mario salì con me le scale e non lasciò la mia mano neanche quando fummo di nuovo nella sala di casa, al buio. Mia madre, quando si accorse di lui, gli chiese solo il nome: Mario Ferrara. A quelle parole i suoi occhi si addolcirono e gli passò una mano tra i capelli. Forse lo conosceva o aveva avuto modo di incontrarlo nel suo appartamento, quando magari era andata a prendere le misure a sua madre per una gonna nuova o l’aveva visto dal droghiere. Queste domande non videro tuttavia la luce, rimasero nella mia fantasia, perché ero stanco, perché la paura era finita, perché avevo solo sorelle. Mia madre gli diede un pezzo di pane e poco dopo rimboccò le coperte del mio letto, ora un po’ più stretto. </div>]]></description>
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         <pubDate>2018-09-22 04:53:46 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>s_frontini</author>
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         <description><![CDATA[<div>Il quartiere, affaccendato nella raccolta di vivere e nelle beghe di una vita di stenti, non si domandò, neanche lui, da dove fosse uscito Mario e, in parte, ciò avvenne per la spontaneità che da subito il mio nuovo amico dimostrò a tutti. Mario era solare, con un simpatico sorriso sdentato, che confondeva chi aveva di fronte. I suoi occhi verdi brillavano indefessi, quasi avesse una febbre continua, e illuminavano un faccino scarno e allungato, nascosto da un firmamento di efelidi e da ciocche rosso arancio. Esile di corporatura era tuttavia uno schizzo, un salto, un guizzo, un grido di gioia. Suppergiù eravamo coetanei. Era disponibile ad aiutare mamma e anche le donne e i vecchi della strada in piccoli lavori e con me girava per le soffitte e gli appartamenti disabitati o passava ore a contare le nuvole, disteso sulle tegole sconnesse dei tetti, finché la scia bianca di aerei in avvicinamento non ci lanciava in corse affannate verso il buio. </div><div>A volte, quando i pomeriggi sembravano tranquilli, accarezzati qua e là da foglie ballerine, ci allontanavamo, da soli o con mia sorella piccola, Ada. Andavamo in giro per la città e fingevamo di esserci persi. Entravamo allora in una delle poche botteghe con qualcosa di buono in vetrina, chiedevamo aiuto a qualche voluminosa e raggrinzita signora e cercavamo di parlare le parole educate, che in altri tempi avevamo appreso sui banchi di legno dalla maestra. “Abbiamo perso di vista la nostra mamma e ora non la troviamo più; può <em>cortesemente</em> aiutarci, <em>gentile signora</em>?”, chiedevamo o io o Mario con voce supplichevole, strizzando nel contempo il visetto di Ada in un forzato abbraccio fraterno. A domande come queste, ad occhi come quelli, a volte, ma di rado, capitava che la gentile signora si impietosisse e davvero credesse alla nostra momentanea sventura, così, con l’intenzione di confortarci, ci offriva l’agognato biscotto; noi allora, mentre quella si affaccendava a cercare gli spiccioli nel portamonete, intascato il bottino, fuggivamo come schegge in ogni direzione. </div><div>Quando con il caldo – forse era domenica, forse era un’occasione particolare, magari una festa – mia madre volle portarci in campagna, Mario mi insegnò ad andare in bicicletta. Eravamo in una casa colonica fuori Roma, gli uomini non lavoravano e, riempiti piccoli bicchieri di vino, li scolavano cantando. Le donne, tra cui anche mia madre, facevano la spola tra il lungo tavolo sull’aia e le stanze interne, dove mani esperte fin dall’alba avevano impastato farina, lavato pomodori, mondato verdure e infornato patate con qualche sparuto pezzetto di carne. Appoggiata alla parete, una bicicletta; il padrone, un bimbo scuro, scalzo e scarno. Lui e Mario, grandi giri dell’aia: piedi dietro ruote e braccia sulla schiena, sudore e polvere tra risa e chiasso. Io più in disparte, col sorriso dell’imbarazzo, ad intrecciare spighe e a schiantare sassi al muro. Ad un tratto, Mario scartò il compagno e cavalcò il bolide fino a un passo da me, dove inchiodò la bestia stridente, in piedi sui pedali, fiero come un antico condottiero romano. “Monta tu!”, mi ordinò febbrile con gli occhi sgranati e il caldo respiro sul mio volto. “No, non ne ho voglia! Gioca però anche con me!”, fu la mia risposta. </div>]]></description>
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         <pubDate>2018-09-22 04:55:35 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>s_frontini</author>
         <link>https://padlet.com/s_frontini/testeverdi/wish/284593747</link>
         <description><![CDATA[<div>Mario capì e, arrivato l’altro a fianco a noi, semplicemente disse: “Ora tocca a lui, perché deve imparare ad andare in bicicletta”. I miei occhi sorrisero grati. I due fecero a gara per insegnarmi chi una mossa chi una posizione. Alla fine Mario lasciò sola la mia mano sul manubrio e mi diede una spinta. Pedalai e fui forte, un vincitore; poi caddi e le risa sono il mio ultimo ricordo di quella giornata. </div><div>Qualche tempo dopo, l’inverno entrò dalle finestre, da sotto le porte e invase la sala, la cucina, le camere, dove solo di mattina il lavoro del sonno faceva trovare un tepore accennato e umido. Anche nelle strade l’inverno delle anime sembrava imperversare: cumuli di macerie, rari cappotti di fretta, alcune automobili dalle curve sghembe. Grigio ovunque. </div><div>Mario, Ada ed io arriviamo in un quartiere dove non eravamo mai stati. Mario dall’angolo dell’isolato scruta una palazzina signorile. Ada si mette a correre e a saltellare in quella direzione e canta un motivetto d’invenzione. Noi maschi ci irrigidiamo e con i peli irti sulle cosce nude, le corriamo dietro, con la comune intenzione di farla tacere. Lì tutto è spettrale. Arrivati al portone della palazzina, siamo sopra Ada, le tappiamo la bocca e scivoliamo in un atrio con, alle pareti, figure che un tempo erano state belle. Io voglio salire, mentre mia sorella prende a danzare con i resti riccioluti e istoriati di un grande vaso ornamentale. Mario tituba e stranamente non sorride. I suoi occhi brillano, ma non di vita. Solo i capelli, più lunghi, ravvivano di rame la sua immagine. Io salgo i primi scalini, lui mi trattiene. Mi divincolo e arrivo al pianerottolo del primo piano, su cui si affacciano due appartamenti. Mario è ancora fermo laggiù e io non capisco. Una porta è aperta, voglio entrare; magari troviamo un tesoro, magari ci sono i fantasmi. Mario mi chiama, Ada mi raggiunge e canticchia. Io le faccio segno di star zitta. Entriamo. Ci sono disordine e rovina, libri a terra e cassetti aperti. Un pianoforte, una o più coperte a terra, a fianco delle stoviglie e cocci di porcellane. Lunga serie di corridoi e camere con quadri scuri alle pareti e foto, tante foto a terra, che sembrano fuggire da una valigia scomposta. Le prendo in mano: signore vestite a festa, giardini  con carretti e bambini in bilico su bici dalle ruote immense, pranzi di nozze. Nel silenzio compatto e ricco di sogni sento d’un tratto il rumore di un camion in corsa che si ferma da basso. Voci, urla e strepiti. Ritorno nella sala. Una finestra è aperta e penzoloni. Mi sporgo circospetto e Ada si arrampica su di me. “Teste verdi…” sussurra.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-09-22 04:56:15 UTC</pubDate>
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         <author>s_frontini</author>
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         <description><![CDATA[<div>Dal carro scoperto escono persone avvolte in stracci e vengono fatte allineare tra calci e la paura di incomprensibili parole urlate. Cappotti pesanti imbracciano fucili e il griglio è spesso, quasi nebbia nei miei occhi. Ada tace. Sento nelle orecchie un fischio, un fastidio, quasi un dolore, mentre il freddo mi invade e mi fa tremare. I denti strepitano e non li controllo. Il grigio è sempre più spesso e denso di suoni acuti, stridenti. Poi il silenzio, la posizione è assunta, tiepidi miagolii dalla fila incomprensibile di cose appese al grigio, di fronte ad un palazzo sopra il cui portone penzolano immote delle bandiere rosse e nere. Raffica di piombo. Pupazzi a terra. Fuoco nelle mie gambe e ghiaccio negli occhi. Poi nella pace trepidante il <em>no</em> urlato da sotto i miei piedi. Mario! No, che fai? Fuggi! Un nuovo colpo. Solo rumore di polvere, mentre la chioma rosso arancio del mio amico si scioglie in un’aureola scarlatta sul selciato. Prendo Ada per mano e fuggo. Scale, cantine, rovine, legno, ferro e cemento. Mi ferisco, mentre trascino la mia piccola sorella, sento il bruciore su tutto me e le lacrime, che cercano di lavare via quelle immagini e di smorzare il terrore. </div><div>Solo qualche tempo dopo tornai sul posto. C’era il sole e gente rinnovata attraversava la strada con sotto il braccio un cartoccio di pane bianco. Mia madre mi teneva la mano e mi sorrideva. “È tutto finito e non tornerà più” dicevano i suoi gesti puliti e distesi. Arrivati davanti alla palazzina, mi accorsi che molte macerie erano state ammonticchiate in un lato seminascosto. Un passante distratto avrebbe potuto addirittura non accorgersene o scambiarle per i resti di un lavoro di ristrutturazione. Il portone era aperto e con mia madre entrai nell’atrio. Era stato riordinato alla meglio, ma per il resto tutto era rimasto uguale: le pareti, le scale, i portoni. Rividi Mario e i suoi occhi, la sua chioma rosso arancio. Salii le scale, feci per entrare nell’appartamento, ma rimasi in bilico, freddato: sul portone spalancato quel giorno non avevo letto il nome degli antichi abitanti: i signori Ferrara.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-09-22 04:56:50 UTC</pubDate>
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