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      <title>Scienza e tecnica al tempo di Vanvitelli by Arianna Delfino</title>
      <link>https://padlet.com/moodyari2016/CucinaBorboneVanvitelli</link>
      <description> Le tradizioni, la cultura e la cucina.</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2020-04-20 11:22:42 UTC</pubDate>
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         <author>moodyari2016</author>
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         <description><![CDATA[<div>&nbsp;<strong>Un po' di storia:<br>Le origini</strong> <strong>&nbsp;<br></strong>Il nome Caserta deriva dal latino <strong><em>Casa hirta</em></strong><em> </em>(Casa Erta), riconducibile al fatto che durante il Medioevo l’antico centro urbano nel quale la città sorgeva, ovvero Casertavecchia, si trovava in posizione elevata rispetto alla pianura circostante.&nbsp; L’enciclopedia Treccani sulla storia di Caserta racconta che: <strong><em>«Le origini dell’odierna Caserta vanno ricercate in una borgata che sorge a nord est della città, e a circa 7 km. di distanza, cioè nella piccola borgata di Casertavecchia, che, a 400 m. s. m., si trova sul pendio del Monte Virgo (620 m.), in quel gruppo di alture che è compreso fra il Monte Tifata e il Monte Longano e al quale alcuni danno per l’appunto il nome di monti di Caserta, ma che i più (comprendendo il Tifata stesso) distinguono col nome di monti Tifatini.</em></strong> <strong><em>Casertavecchia è ora un minuscolo centro abitato (257 ab.), frazione del comune stesso di Caserta; la nuova Caserta sorse nel piano, al posto dell’antico villaggio della Torre; essa si sviluppò a scapito del vecchio centro, da cui scese, col nome del paese, una parte della popolazione e in cui finirono col trasferirsi (nel 1842) i vescovi di Caserta, i quali avevano pur essi abbandonato il vecchio paese oramai in piena decadenza, ma si erano per lungo tempo fermati nel casale di Falciano, in prossimità del villaggio della Torre».</em></strong>&nbsp; Andiamo adesso a scoprire come si è evoluta la storia di <strong>Caserta e provincia </strong>dall’età antica.&nbsp; <strong>Primi abitanti: età antica e medievale</strong>&nbsp; Quali furono i primi abitanti di Caserta città? Alcuni fanno risalire le sue origini agli Osci, altri ai Sanniti. Di certo sappiamo che fu una necropoli del V secolo a.C. e che intorno al 423 a.C. venne completamente popolata dai Sanniti sotto il nome di <strong>Calatia</strong> (o Galatia). Finché subì una frammentazione del proprio territorio, a seguito della condanna all’esproprio e centuriazione dovuta all’essersi schierata in favore di Annibale contro i romani nel 211 a.C. Sino alla caduta dell’Impero Romano, dopo il 476 d.C., <strong>Galatia</strong> rimase una colonia. Con le successive invasioni barbariche la città cominciò il suo lento declino sino alla devastante distruzione dell’863 d.C. ad opera di Pandone il Rapace. A seguito di tali avvenimenti, i suoi abitanti ripararono sulle alture limitrofe. Lo stesso Pandone fece costruire una torre come simbolo di conquista, attorno alla quale in epoca longobarda si formò il nucleo urbano. Tutto il periodo della dominazione longobarda nella storia di Caserta, fu interessato da violente lotte di successione. La città fu a lungo contesa dai principati vicini di Napoli, Salerno e Capua, restando a quest’ultima nell’879. Successivamente il regno passò nelle mani degli Svevi, degli Angioini poi di Alfonso V d’Aragona. Storia della città moderna Un importante periodo di svolta per la storia di Caserta, ebbe inizi nel 1509. Anno in cui Caterina Della Ratta sposò Andrea Matteo Acquaviva, uno dei feudatari più ricchi del regno. Seguì anche il matrimonio fra il nipote Giulio Antonio e la pronipote della contessa di Caserta, Anna Gambacorta. Avvenimenti che segnarono l’inizio della <strong>Signoria degli Acquaviva</strong>, che contraddistinguerà la zona fino al 1634, segnando l’epoca di maggiore sviluppo del villaggio presso la torre e trasformando quella che era una contea in principato. Ma la storia di Caserta ha attraversato anche periodi bui, come la grave peste che decimò la popolazione nel 1656. Altro periodo di maggiore splendore, invece, coincide con l’arrivo di <strong>Carlo di Borbone</strong>, a partire dal 1734. A lui si deve la riedificazione della città e la costruzione del <strong>Palazzo Reale di Caserta</strong> simbolo ancora oggi della città. La Reggia di Caserta è uno splendido palazzo reale. Il re di Napoli volle costruire una reggia che potesse gareggiare in bellezza e magnificenza con la reggia di Versailles, situata vicino a Parigi, e con quelle di altre capitali europee. Chiamò quindi un famoso architetto, <strong>Vanvitelli</strong>, e gli chiese di realizzare un progetto. Nel giro di pochi anni la costruzione fu avviata con l’aiuto di ingegneri, costruttori, giardinieri tra i più bravi d’Europa. Ma, né Vanvitelli né il sovrano riuscirono a vedere la Reggia di Caserta conclusa perché morirono entrambi prima che terminassero i lavori. Al Re Carlo successero Gioacchino Murat, Ferdinando IV, Francesco I, Ferdinando II e Francesco II col quale terminò in Italia la dinastia dei Borbone. Vanvitelli, invece, lascia il posto a suo figlio Carlo, sicuramente meno estroso di suo padre, che cercò di onorarlo il più possibile seguendo fedelmente il progetto originario. I lavori terminarono ufficialmente nel 1845 anche se il Palazzo era stato già inaugurato nel 1774. Negli anni dell’annessione al Regno d’Italia la Reggia di Caserta venne usata solo sporadicamente come residenza dai Savoia, nel 1919 venne ceduta da Vittorio Emanuele III allo Stato italiano.&nbsp; Nel <strong>1997 è stata dichiarata dall’UNESCO</strong>, insieme con l’acquedotto di Vanvitelli e il complesso di San Leucio, <strong>patrimonio dell’umanità</strong>».&nbsp; <br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2023-03-17 18:24:16 UTC</pubDate>
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         <author>moodyari2016</author>
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         <description><![CDATA[<div>L ’ASCENSORE E IL PRIMO BIDET D’ITALIA<br>Dato che la Reggia era (ed è) immensa, nel <strong>1884</strong> si decise di pensare ad una soluzione per ovviare alla difficoltà di salire da un piano all’altro installando al suo interno una sorta di ascensore, chiamato a quei tempi <strong>“sedia volante”</strong>. Si trattava di una sedia in legno che si muoveva su e giù grazie ad un meccanismo azionato a braccia che innescava due ruote al cui interno passavano delle corde. Altro primato molto particolare e sicuramente divertente da citare legato alla Reggia di Caserta è relativo all’igiene personale: l’uso del <strong>bidet</strong>. Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, moglie di Ferdinando IV, volle che all’interno del suo bagno privato nella Reggia di Caserta fosse installato un bidet. L’aneddoto divertente legato a questo è che quando, dopo il <strong>1860</strong>, il Regno di Napoli cadde e fu annesso al Piemonte, i funzionari del regno sabaudo dovettero fare l’inventario dei beni all’interno della Reggia di Caserta e dinnanzi ad un oggetto mai visto e utilizzato prima, un ufficiale sabaudo annotò: <strong>“strano oggetto sconosciuto a forma di chitarra”</strong>. Ed era proprio il bidet. <strong>&nbsp;<br><br></strong><br>&nbsp;La Napoli borbonica e i suoi dintorni apparivano a molti dei viaggiatori del Grand Tour una sorta di luogo incantato, dove antico e moderno si fondevano con dolcezza del ben vivere e ben mangiare.<br>&nbsp;"<em>Non v'è stagione in cui non ci si veda circondati d'ogni parte da generi commestibili; il napoletano non solo ama mangiare, ma esige pure che la merce in vendita sia bellamente presentata" ( W.Goethe )</em>. Nel 1786 Johann Wolfgang <strong>Goethe</strong> si trova in Italia; oltre che uno dei più importanti romanzieri ottocenteschi è stato un acuto cronista; nel suo celeberrimo <strong>Italienische Reise, Viaggio in Italia</strong>, descrive anche il suo soggiorno a Caserta, ammira la nuova reggia : “Degno invero d’un re”, definisce il Palazzo reale dopo averne ammirata la mole ed il numero dei cortili. Goethe rimane colpito non solo dalla lussureggiante armonia dei giardini, ma anche dallo straordinario impianto idraulico in grado di convogliare l’acqua in un unico punto scosceso, generando una splendida cascata. Agli occhi dello scrittore, dunque, appare il perfetto connubio fra l’ingegno umano (in questo caso le straordinarie capacità ingegneristiche del Vanvitelli) e il rigoglio della natura. La reggia, tuttavia, non appare molto animata: il re si dedica, scrive il tedesco, alla sua passione, la caccia, in un’altra residenza di montagna adatta agli svaghi mondani (cfr. il Casino reale di San Leucio).&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2023-03-17 18:26:54 UTC</pubDate>
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         <author>moodyari2016</author>
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         <description><![CDATA[<div>&nbsp;<strong>A tavola con i Borbone: storia e curiosità</strong> <br>A Napoli mangiare è sempre stata un’arte. Oltre alla famosa pizza, i napoletani hanno un vasto repertorio di piatti tipici, alcuni di origine popolare, contadina o marinara, altri di origine nobile che sono nati alla corte dei re, in particolare dei Borbone. Nel ‘700 si inizia a delineare la cucina napoletana così come la conosciamo oggi, a partire da Carlo di Borbone, ma ancor di più con Ferdinando IV (1751-1825), che era un grande appassionato di cibo e vino. Dopo il suo matrimonio con Maria Carolina d’Austria, arrivò a corte una schiera di cuochi francesi, i <strong><em>messieurs</em></strong><em> </em>che in napoletano diventavano <strong><em>monsù</em></strong><strong>.</strong> Da allora l’influsso della cultura francese, insieme all’introduzione di cibi inediti come il pomodoro o la patata, diede vita a una serie di piatti che ancora oggi conosciamo: il <strong>ragù</strong> (da <em>ragout</em>), il <strong>gattò</strong> (da <em>gateau</em>), i <strong>crocchè</strong> (da <em>croquettes</em>), il <strong>sartù</strong> (<em>surtout</em>). Presto questi piatti dalla corte si diffusero nelle case dei nobili e della borghesia, arrivando di fatto fino a noi.&nbsp; <br> | Nei documenti riguardanti la Mensa Reale la pasta non è menzionata ma vari elementi attestano che, già dalla seconda metà del Settecento, presso la Corte reale questo alimento era d’uso frequente: la presenza di “due <strong>maccaronari</strong>” a San Leucio, l’atto relativo all’acquisto di una macchina per fabbricare maccheroni nel 1796. La pasta veniva spesso inserita anche nei menù delle feste ufficiali: “un gran pàté, fatto di maccheroni, burro e formaggio” era servito a mezzanotte nel corso delle serate danzanti nel Palazzo di Caserta. Anche <strong>il pane</strong> era consumato quotidianamente ma con evidenti disparità sociali: la nobiltà preferiva diverse tipologie di pani francesi confezionati con farina bianca; alla servitù era invece riservato il pane bruno. Tra le pietanze di carne erano particolarmente gradite quelle di fagiano. Proprio nel Boschetto di Caserta, infatti, nei primi anni dell’800 alcune aree furono destinate a fagianaie per la riproduzione di questi uccelli. Oltre ai <strong>maiali nostrani denominati “Neri”</strong>, è attestata la presenza di esemplari di razza cinese. Nel Parco della Reggia di Caserta la venagione includeva anche lepri, galline della Numidia, pavoni, anitre domestiche e beccacce per le battute di caccia in inverno. Anche le pietanze di <strong>pesce </strong>erano particolarmente gradite ai Sovrani. Alla fornitura del pesce di mare provvedevano i pescivendoli di Santa Lucia e di Procida; in inverno, quando la pesca di mare era meno proficua per le avverse condizioni climatiche, il re gustava soprattutto pesci d’acqua dolce: trote, capitoni e tinche che, al momento della richiesta, venivano acquistati dagli appaltatori della pesca nei fiumi Volturno, Calore o nelle acque del Fizzo (sorgenti dell’Acquedotto Carolino), del lago di Telese e del lago Patria oppure <strong>prelevati direttamente dalle Peschiere del Real Sito di Caserta</strong> grazie ad una fiorente attività di itticoltura: carpe nella Fontana dei Delfini, cefali nella Peschiera grande, trote nella Fontana di Eolo, granchi nella Fontana di Venere e Adone, capitoni presso la Castelluccia, cefalotti e anguille nel Giardino Inglese. Ferdinando IV amava talmente il pesce da far impiantare, nelle acque del lago Fusaro dove lui si dilettava nell’esercizio della pesca, un allevamento di ostriche, fatte arrivare da Taranto, che arrivò a produrre svariate migliaia di libbre di ostriche da immettere sul mercato a buon prezzo sia a Napoli che sulle rive stesse del lago; <strong>&nbsp;La cucina portatile di re Ferdinando</strong> Nel Palazzo Reale di Caserta dove per l’alimentazione dei reali vi era una complessa organizzazione che faceva capo agli uffici detti “di bocca”. Esistevano due cucine: una piccola cucina situata al pianterreno al di sotto dell’Appartamento di S. M., o una grande cucina nel lato orientale dei sotterranei. La Regina Maria Carolina, inoltre, aveva una cucina privata ed un cuoco personale che le preparava biscotti e pietanze tipiche del suo Paese.&nbsp; <strong><em>“Il re Ferdinando IV, invece, aveva a disposizione una “cucina portatile” in ferro da utilizzare durante le battute di caccia realizzata nel 1782 su progetto di Carlo Vanvitelli.”</em></strong> Ravioli, gnocchi, maccheroni al pomodoro, vermicelli al burro, tagliolini, maccheroni con salsicce, lasagne. Ma anche qualche piatto tipico siciliano, soprattutto dopo il trasferimento del re a Palermo: così entrano spezie, pinoli, capperi, pepe, uva e cannella. La cucina borbonica richiedeva un grande sforzo. Anche dal punto di vista dell’approvvigionamento. Ma che cosa si comprava? “Bevande e ogni genere commestibile: soprattutto pesce fresco, ma anche animali caprini, pecorini e pollami”. <strong>Le provviste per la cucina, dunque, arrivavano giornalmente a Caserta non solo da Napoli ma anche da Maddaloni, Durazzano, Capua, Limatola e Morrone</strong>. Nell’Ottocento venne dato un forte impulso dato all’agricoltura, soprattutto da Francesco I e Ferdinando II. “Furono i Real Siti di Caserta, San Leucio e Carditello – scrive la storica Paola Viola – a fornire gran parte dei viveri per i Sovrani: San Leucio e Caserta fornivano vini nobili, olio fino, frutti e ortaggi prelibati; Carditello invece, grazie all’eccezionale ricchezza dei pascoli, offriva in gran quantità frumento, legumi, latte e carne di armenti (bufale e vacche) sostanziosa e abbondante. <strong>&nbsp;MA LA PIZZA???</strong> La pizza è gradita alle classi sociali meno agiate e, in particolare, ai lazzaroni della città, e le sue origini napoletane sono fuori discussione. Certo, la pizza appartiene alla famiglia delle numerose varianti di focacce o piadine preparate con pane lievitato e non, in diverse regioni del Mediterraneo. Ma a distinguerla è l’incontro con il pomodoro che, arrivato dall’America, per un po’ non è apprezzato, ma poi trova a Napoli un’accoglienza molto calorosa. <strong>I pomodori coltivati nel napoletano risultano particolarmente dolci</strong>, a causa del terreno vulcanico, e vengono ben presto utilizzati per guarnire focacce che fino ad allora erano state farcite soltanto con aglio, lardo e sale e arricchite con caciocavallo e cecinelli, minuscoli pesciolini. Non è certo se il connubio con il pomodoro dati agli inizi del ‘700 o al secolo successivo. Quel che invece è sicuro è che <strong>alla metà del Settecento la pizza è un cibo ampiamente diffuso a Napol</strong>i, dove cominciano ad aprire le prime pizzerie dotate di tavoli, anche se il modo più comune di consumarle è in piedi, per strada. Così <strong>le mangiano ad esempio, a colazione, i pescatori, abitudine da cui sarebbe derivato il nome della “marinara”</strong>. Le pizze cotte nei forni vengono vendute da ambulanti che girano con scatole piene di pizze da cui tagliano tranci di misure diverse, proporzionali alle tasche degli avventori. Che, per la verità, sono abbastanza poveri. La pizza è infatti un cibo capace di saziare gli appetiti più esigenti a un prezzo estremamente contenuto. Per questo è considerato un alimento per i giorni feriali, che consente di risparmiare denaro per poi poter mangiare maccheroni di domenica. Essenzialmente cibo dei poveri, la pizza è però destinata a conquistare anche le classi medio-alte, nonché estimatori regali. <strong>Pare che Ferdinando IV ne sia stato un vero estimatore e, oltre a godersi il delizioso alimento nelle sue frequenti evasioni che lo portano nei quartieri popolari della città, aveva fatto costruire un forno nella sua residenza estiva</strong>. La prima pizzeria fu aperta nel 1830 a “Port'Alba”, Raffaele Esposito, famoso pizzaiolo napoletano nel giugno 1889 riceve l'incarico di preparare le pizze per il Re e la Regina d'Italia, Umberto I e Margherita di Savoia, che si trovavano a Napoli e volevano assaggiare questo famoso piatto consumato dalle famiglie modeste della città. Raffaele Esposito ha quindi preparato e consegnato alla residenza reale tre diverse pizze: la prima, “<strong>Mastunicola</strong>”, a base di strutto, formaggio e basilico; la seconda, la “<strong>Marinara</strong>”, con aglio, olio e pomodorini; e il terzo, che ha chiamato “<strong>Monarca</strong>” in onore dei re, nei colori della bandiera nazionale italiana (verde, bianco e rosso), “colorato” con basilico, mozzarella e pomodoro.<br> E all'improvviso, come tutti volevano assaggiare la pizza preferita dalla regina che aveva preso il nome di <strong>Margherita</strong> proprio in suo onore, si diffuse in tutta Italia e divenne rapidamente il simbolo gastronomico del paese e un elemento unificante, poiché tutti la mangiavano, dai contadini alla famiglia reale.<br> Ben presto la pizza iniziò a farsi conoscere e apprezzare oltre i confini d'Italia e alla fine conquistò il mondo.&nbsp; Nascono nel ‘700 anche il “<strong>cuoppo</strong>” di alici fritte e il “<strong>polpo alla Luciana</strong>”, forse nel borgo marinaro di Santa Lucia, i cui abitanti erano abili pescatori di polpi e riportandone anche parte della tecnica di pesca. Veri e propri capolavori, combinazioni di sapori da assaggiare esclusivamente a Napoli: sartù di riso, frittata di maccheroni, pastiera, casatiello, taralli, sfogliatelle, zeppole e quant’altro, un repertorio di piatti, sapori, valori rituali che sfidando i secoli sono oggi segni incancellabili e distintivi dell’identità partenopea. *L'etimologia del nome "pizza" (che non è necessariamente legata all'origine del prodotto) deriverebbe secondo alcuni, da pinsa (dalla <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_napoletana">lingua napoletana</a>), <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Participio_passato">participio passato</a> del verbo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_latina">latino</a> pinsere oppure del verbo "pansere", cioè pestare, schiacciare, pigiare che deriverebbe da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Pita">pita</a> mediterranea e balcanica, in greco πίττα, derivato da πεπττος ossia "infornato”.&nbsp; <br> | <strong>LA MOZZARELLA, una delizia contesa</strong> Oggetto di una secolare disfida campanilistica, rinverdita dalle rivendicazioni leghiste di qualche tempo fa, l’origine della mozzarella di bufala è da sempre avvolta nel mistero. Da tempo circolano sul prelibato formaggio tre teorie legate alla diffusione della bufala in Italia: la prima sostiene la presenza autoctona dell’animale nella nostra penisola da tempi remotissimi, la seconda la lega alla dominazione longobarda e l’ultima all’introduzione della “vacca egiziana” ad opera dei Saraceni con la complicità dei Normanni che nel XII secolo colonizzarono il Meridione. Per fare un po’ di ordine sarebbe meglio dire che un fondo di verità, con qualche dubbio sulla prima, esiste in tutte le tre teorie. Le bufale, secondo quanto riferito nel IX° secolo dal monaco dell’abbazia di Montecassino Paolo Diacono, furono utilizzate come bestie da soma per traghettare le zattere lungo i fiumi navigabili e per arare i campi, anche se non ci sono fonti dell’epoca che attestino già una produzione di latticini. Successivamente alla sconfitta patita dal re Desiderio nella battaglia di Pavia ad opera di Carlo Magno, i Longobardi, considerati i primi unificatori dell’Italia, dovettero trasferirsi verso Sud in cerca di territori non controllati direttamente dai Franchi. Così occuparono i ducati di Spoleto e Benevento, formalmente proprietà del Papa, collocandosi a nord e a sud di Napoli creando successivamente per motivi dinastici il regno longobardo-capuano e il regno longobardo-salernitano. In Campania non essendoci fiumi da navigare, le bufale trovarono un habitat congeniale per la propria sopravvivenza nelle paludi nei dintorni di Capua e nella piana del Sele dove il loro allevamento consentiva di sfruttare al meglio terreni inadatti a qualsiasi altro uso agricolo. <strong>Mozze e provature</strong> La prima testimonianza scritta riguardo alle “mozze” risale però solo al XII° secolo, in epoca normanna, in quanto si riferisce all’offerta di questi latticini fatta dalla principessa longobarda Isoara e realizzate presso il convento dei benedettini di Aversa oltre che a delle offerte di pane e mozza fatte dai monaci ai visitatori. In realtà la produzione casearia del latte di bufala era all’epoca incentrata sulla produzione di provature (provole), ossia un formaggio fresco affumicato, prodotto per favorire la conservazione ed il trasporto di grosse quantità di un latte che, non consumato fresco, non avrebbe altrimenti potuto essere utilizzato. Con questa testimonianza ci ricolleghiamo alla terza teoria, quella delle vacche egiziane: infatti nel frattempo i Saraceni, provenienti dalla Libia, avevano importato i bovini dall’Egitto in Sicilia per le complesse vicende che a quell’epoca vedevano continue invasioni e capovolgimenti di fronte. I Normanni, che controllavano il territorio in maniera più stabile, avevano trasferito le bufale nel resto del Mezzogiorno peninsulare e fondato la città di Aversa, dove la produzione di mozzate diventò prassi comune, non più solo appannaggio dei monaci. Quindi lo scenario che possiamo verosimilmente configurare è quello di una produzione iniziata nell’ambiti dei monasteri benedettini intorno all’anno mille ed in particolare nel convento di San Vincenzo al Volturno, oggi in provincia di Isernia. Troviamo poi le mozzarelle nel casertano, dopo che le frequenti incursioni saracene avevano spinto i monaci del suddetto convento a spingersi più a sud, appunto ad Aversa, per godere di maggior protezione. Da allora la diffusione della mozzarella non ha più conosciuto soste: dalle mense dei papi rinascimentali in poi, attraverso una serie di alti e bassi nell’allevamento delle bufale fino alla definitiva valorizzazione ad opera dei Borbone con la vaccheria di Carditello, arriva ancora oggi a ricordarci che inventata a nord o a sud è espressione della cultura monastica che ha sempre unito il nostro Paese. &nbsp;<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2023-03-17 18:27:29 UTC</pubDate>
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         <author>moodyari2016</author>
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         <title>SAN LEUCIO</title>
         <author>moodyari2016</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>SAN LEUCIO - Ferdinandopoli</strong> Nel 1750, Carlo III di Borbone, acquistò dagli Acquaviva&nbsp; di Aragona,&nbsp; principi di Caserta,&nbsp; il&nbsp; podere di San Leucio costituito da&nbsp; numerose terre e da alcuni edifici&nbsp; uno dei quali&nbsp; chiamato “<strong>Lo Bello Vedere</strong>”&nbsp; già nel ‘600,&nbsp; perché consentiva&nbsp; allo sguardo del visitatore di spaziare su un panorama incantevole. L’intento del re era quello di farne riserva di caccia e residenza secondaria della famiglia reale. Qualche anno dopo, però, Carlo , diventato re di Spagna, lasciò Napoli&nbsp; e nominò&nbsp; successore il suo terzogenito&nbsp; <strong>Ferdinando IV che utilizzò&nbsp; la tenuta di San Leucio come luogo di svago</strong> fin quando la morte del figlio Tito Livio, suo primogenito, proprio durante una battuta di caccia, non lo indusse a mutarne&nbsp; la destinazione e a trasformarlo in opificio della seta. L’intento principale, già precedentemente rincorso, era quello di creare una vera e propria città industriale in cui era prevista anche una formazione gratuita per gli abitanti. Il complesso fu affidato a <strong>Francesco Collecini</strong>, allievo e collaboratore di Vanvitelli ; fu portato a compimento nel 1776 , anno di nascita della Real Colonia di San Leucio, comunità di operosi ed eccellenti artigiani, abili in tutte le attività necessarie alla produzione dei tessuti di seta, dall’allevamento dei bachi alla tessitura di stoffe preziose. il re, secondo alcuni storici su sollecitazione della moglie Maria Carolina d’Asburgo, diede incarico a&nbsp; Planelli&nbsp; di redigere un Codice di&nbsp; leggi regolanti la Colonia di San Leucio. <strong>Nel 1789 il Codice fu pubblicato dalla Stamperia Reale</strong> del Regno in 150 esemplari. I punti essenziali ruotano intorno ai concetti di: Uguaglianza, Solidarietà, Assistenza, Previdenza sociale, Diritti umani. Ai lavoratori era assegnata, una casa all’interno della colonia. Ogni unità abitativa era composta da&nbsp; ingresso con telaio, cucina e bagno al piano terra; due camere da letto , al piano superiore. Un piccolo giardino completava l’abitazione. Tutto ruotava intorno alla seteria che produceva&nbsp; preziosi tessuti per parati, per abbigliamento, per arredamento: rasi, stoffe broccate di seta, d’argento, d’oro, merletti, corpetti, veli e calze di seta. <strong>Si produceva un tessuto chiamato “ leuceide”. </strong>I colori, tutti naturali, avevano nomi particolari: verde salice, noce peruviana, orecchio d’orso, palombina, tortorella, acqua del Nilo, fumo di Londra, verde Prussia. Il Codice sanciva i diritti degli abitanti del borgo: casa con acqua corrente, servizi igienici interni alla casa, sicurezza del lavoro, obbligo all’istruzione, cure in caso di malattie, assistenza&nbsp; per i bisognosi.&nbsp; Tre erano i principi sui quali si fondava : 1) l’educazione del singolo, base della tranquillità individuale e familiare; 2) l’istruzione obbligatoria, base&nbsp; della convivenza sociale; 3) il merito, sola distinzione tra gli individui e base della tranquillità sociale. Era vietato il lusso: a tutti era imposta perfetta uguaglianza, soprattutto nell’abbigliamento.&nbsp;<br>Il Codice delle leggi fu firmato nel 1789.&nbsp; Termina, al Cap.V , con queste parole: Quest’è la legge, ch’Io vi dò per la buona condotta di vostra vita. Osservatela, e sarete felici. A Parigi ribolliva la Rivoluzione, a San Leucio si realizzava quello che da molti è stato definito&nbsp; “socialismo reale”. Tutto ciò mentre la testa di Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, cadeva sotto la mannaia della ghigliottina. E non solo la sua!&nbsp; Nel 1681 purtroppo, finì questo grande sogno reale. Il regno fu occupato dai sabaudi e annesso al Piemonte. Tuttavia, l’arte è sopravvissuta a questa dominazione, e anche al Regno delle Due Sicilie . Oggi è possibile visitare gran parte delle bellezze conservate dal tempo all’interno del Museo della Seta, sito nel Palazzo del Belvedere, meraviglioso posto dove è possibile scorgere un panorama perfetto, alla vista di Capri. È possibile tutt’oggi vedere i macchinari del Settecento con i quali si tesseva la seta più famosa del mondo. Attualmente questa tradizione è ancora viva, e le meravigliose creazioni tessili del posto adornano non solo le case campane, ma anche la Reggia di Caserta, la Camera dei Deputati, il Senato italiano e la Casa Bianca.&nbsp;</div>]]></description>
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         <title>Chef Rosanna Marziale</title>
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         <title>Caseificio LEUCI</title>
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         <title>Sasà MARTUCCI - PIZZERIA MASANIELLI</title>
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         <title>TOAST ART</title>
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         <title>ARTE E CIBO</title>
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         <title>250 anniversario </title>
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         <title>Lapbook : ricettario, invento la mia ricetta con i prodotti tipici locali</title>
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         <title>AMEDEO COLELLA</title>
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         <title>ROSANNA MARZIALE</title>
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