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      <title>Cambiamenti urbanistici in età angioina by ALESSIA DANGELO</title>
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      <pubDate>2021-01-07 02:04:19 UTC</pubDate>
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         <author>adangelo19076</author>
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         <description><![CDATA[<div>In epoca medioevale anche Napoli assiste ad una forte contrazione economica, sociale e demografica. Sotto la dominazione angioina, nel 1262 la città divenne la capitale del Regno di Sicilia anche se, di lì a pochi anni, con la cacciata degli Angioini dalla Sicilia, iniziò un lungo periodo di conflitti fra Napoli e la Sicilia Aragonese.</div><div>Tra gli edifici di maggior importanza costruiti in questo periodo ricordiamo il Castel Capuano che permise l'apertura della città verso l'hinterland a nord-ovest, il Castel Sant'Elmo che difendeva a monte la città, ed il Castel dell'Ovo. Questi tre bastioni permettevano il controllo della città da nord-ovest, dalle colline del Vomero e dal mare. Con l'avvento degli Angioini si ebbe anche l'edificazione (1279-82) di una nuova fortezza, Castel Nuovo (o Maschio Angioino), che ereditò la funzione di dimora dei sovrani di Napoli. Tra le iniziative di Carlo I si ricordano, tra l'altro, la bonifica di vasti territori paludosi, l'incoraggiamento all'edificazione privata, la costruzione della chiesa di San Eligio[3], della Torre di San Vincenzo, di un ospedale e di un nuovo mercato, la sistemazione di strade, acquedotti e canali di irrigazione. Con l’arrivo degli Angioini, Napoli diviene capitale del Regno di Sicilia e subisce profondi cambiamenti sia nel tessuto urbanistico che in quello sociale e istituzionale. Carlo I arriva a Napoli nel 1266 e il dominio angioino durerà fino al 1442 (Figura 3). All’epoca la popolazione oscillava tra le 31.000 e le 34.000 unità, con rispettivamente 25.000 e 28.000 abitanti entro le mura e circa 6.000 abitanti fuori le mura nei numerosi casali, cioè più di un quarto dell’intera popolazione .Gradualmente si concentrarono nella città gli organi supremi di governo e i principali uffici amministrativi del Regno che contribuirono, insieme ai nuovi insediamenti mendicanti –francescani, domenicani, celestini, carmelitani ed agostiniani– al rimodellamento dell’intero spazio urbano. Il disegno urbanistico dei primi Angioini può essere visto come un iniziale tentativo di decentrare le attività produttive e residenziali per dare spazio a nuove fabbriche religiose. I sovrani vollero un profondo rinnovamento urbanistico della loro capitale, che modificò l’organizzazione cittadina. Agli inizi del Trecento il rifacimento con ammodernamento del più antico porto Pisano, servito da una nuova strada costiera che si concludeva col nuovo arsenale, fu una delle più significative trasformazioni. Nello spazio compreso tra il porto Pisano, le mura occidentali della città e il promontorio di Monte Echia, nel luogo fino ad allora occupato dal convento francescano di Santa Maria ad Palatium, venne costruito il palazzo del re, il Castel Nuovo. La realizzazione di quest’ultimo favorì l’espansione della città verso Ovest dove sorsero le residenze degli Orsini e di altre nobili famiglie del Regno,13 le dipendenze della corte, gli edifici dell’ammiragliato, dell’archivio regio, della curia del vicario e della camera Razionale. La nuova dinastia, appoggiata e sostenuta dalla chiesa, fu la protagonista altresì di un preciso programma politico teso a proteggere gli ordini mendicanti, giunti a Napoli tra gli anni venti-trenta del Duecento, per caratterizzare la conquista del Regno anche come missione di “pietà” richiesta dal Papato. La fondazione di nuove chiese e conventi contribuì a cambiare sostanzialmente il volto della città, non solo da un punto di vista dello spazio urbano, ma anche stimolandone la rinascita artistica e culturale. L’edificazione di queste fabbriche religiose fu favorita da un lato dal consolidamento delle attività economiche nella città, dall’altro dai privilegi e dalle sovvenzioni che la corte francese concesse agli ordini religiosi e in particolare agli Ordini mendicanti. Risalgono a questo periodo i complessi monastici di Sant’Eligio Maggiore, Santa Maria Donna Albina, Sant’Agostino alla Zecca, Santa Maria la Nova, San Pietro Martire, San Pietro a Maiella, San Domenico Maggiore, San Lorenzo Maggiore, Santa Chiara, Sant’Agrippino a Forcella e i rifacimenti del Duomo, di San Pietro a Castello e di Santa Maria Donnaregina. Una prima struttura composta da una chiesa, con annesso ospedale e comunità monastica, fu eretta nel campo Moricino e dedicata a Sant’ Eligio; mentre la chiesa e il convento di San Lorenzo furono completamente rifatti al tempo di Carlo I, tra il 1270 e il 1275 e affidata ai frati Minori che già dal 1234 avevo in custodia quegli spazi .Per consentire l’espansione di quest’ultimo convento francescano e del monastero benedettino di San Gregorio Armeno, alle iniziali insulae doppie furono successivamente aggregate parti delle contigue insulae singole; conseguentemente furono inglobati due stenopoi, strade più strette che servivano come collegamento nord-sud tra i plateai, corrispondenti ai cardines romani: tratti di queste vie sono stati ritrovati in occasione di scavi archeologici, effettuati negli ultimi cinquant’anni (pinto 2009: 127). Una struttura antica dei bagni, realizzati dal vescovo Nostriano, era stata inglobata dal complesso di San Gregorio Armeno, mentre di quelli antichi di sant’Aspreno si erano perse le tracce (capone, Feniello 1996: 97-105). Eppure, da pochi ma certi elementi i bagni nella città di Napoli erano importanti e contribuivano all’aspetto del paesaggio urbano in maniera interessante fino al periodo angioino, elementi nodali tra il tessuto urbano, la morfologia del territorio e l’idrologia dell’area, gestite, come si è già evidenziato, dai monasteri. A ridosso delle mura, nella parte sudoccidentale nei pressi della zona portuale, nell’area occupata dalla diroccata torre Mastra si procedette a edificare, a partire dal 1279, il complesso francescano di Santa Maria la Nova, per accoglie la comunità dei frati minori di Santa Maria ad Palatium. Difatti questa prima fondazione francescana di Napoli, che risaliva al 1216, venne soppressa per far posto, come già detto, alla costruzione di Castel Nuovo. Utilizzando l’area che si veniva a creare demolendo la vecchia murazione, il monastero maschile di Sant’Agostino alla Zecca,14 affidato ai frati eremiti, venne costruito nel luogo dove sorgeva la torre Falero, nell’area sudorientale della città . Per sottolineare l’importanza della nuova zona di espansione orientale della città nel 1283 furono avviati i lavori per la realizzazione del complesso carmelitano di Santa Maria del Carmine, situato dove si svolgevano già da anni fiere e mercati, uno spazio limitato a est da Sant’Eligio che la corona andò a ridisegnare. Al fine di rivalutare, anche sul piano ambientale, la regione Calcaria, posta a ridosso della costa nella parte occidentale, venne fondato il monastero domenicano di San Pietro Martire. La prima pietra fu posta nell’aprile del 1294, con la partecipazione delle più alte cariche del regno. La chiesa era nel 1340 ancora in costruzione e fu notevolmente danneggiata dal maremoto del 25 novembre 1343, episodio che però permise una più rapida conclusione dei lavori. I Domenicani stabilirono la loro sede principale in città, tra il 1231 e il 1324, sul sito dove precedentemente era un cenobio basiliano, poi divenuto luogo di culto benedettino, il convento di Sancti Angeli de illi Morfisa, le cui origini risalgono al 721. San Domenico Maggiore,15 sede dello studium, insieme a San Lorenzo e a Sant’Agostino a cui la corona assegnava ingenti somme ricavate dalle gabelle della città, furono cantieri aperti per anni, come ha ben evidenziato Carolina Bruzelius (bruzeliuS 2005). La chiesa e il convento di Santa Maria Donnaregina furono patrocinate da Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II. Il complesso fu eretto su un’area occupata nel VII secolo da un cenobio basiliano intitolato a San Pietro del Monte e, successivamente, passato alle monache benedettine ma con una fase mendicante femminile risalente già al 1236. I tempi della realizzazione furono particolarmente lunghi in quanto si ha notizia che nel 1298 era ancora in costruzione il dormitorio, mentre solo dal 1307 si fa cenno alla costruzione della chiesa, che non dovette essere terminata prima degli anni venti del Trecento (bertini, Di cerbo e paone 2017: 11-69). Il complesso dei Celestini di San Pietro a Maiella sorse sui resti della porta Dominae Ursitatae e l’edificazione della chiesa modificò non poco la fisionomia dell’area occidentale: scomparvero infatti gli orti e i giardini, fino ad allora numerosi nella zona, e furono assorbite dalla fabbrica le chiese di Sant’Agata ad Ficariola e di Sant’Eufemia. La chiesa e il convento di Santa Chiara furono fondati per volere di Sancia di Maiorca. Il convento –dapprima intitolato al Santo Corpo di Cristo– ebbe una dimensione tale da renderlo tra i più considerevoli dell’età angioina, simile a una struttura fortificata, tanto da essere definito “una mezza città” (leone 1996: 168). La chiesa, edificata tra il 1310 e il 1328, sorse su un’area a Nord del monastero di Santa Maria Donnalbina e il suo muro di cinta fu allineato a Est con il tracciato dell’antica murazione cittadina. Alla stessa sovrana maiorchina, si devono le fondazioni di due altri complessi monastico assistenziali e la nuova struttura dell’antico ospedale dell’Annunziata che portarono alla creazione di un’area urbana dedicata all’assistenza femminile, spazi per progetti di tutela e di accoglienza che potremmo definire in termini contemporanei “microcosmi di alterità”. Nel 1324 Sancia fondò l’Ospizio di Santa Maddalena delle Penitenti a Forcella, nel 1342 la chiesa e il monastero di Santa Maria Egiziaca per il ricovero delle prostitute e nel 1343 finanziò il nuovo edificio dell’Ospedale della SS. Annunziata (Marino 2014). Come era già accaduto per gli altri monasteri fondati da Sancia, anche a queste istituzioni furono concessi beni immobili e rendite e lei stessa stabilì che bisognava seguire la regola agostiniana .È possibile che la costruzione di una serie d’istituzioni sociali e religiose, strettamente legate a un particolare orientamento della spiritualità francescana, sia stata pensata non solo come un tentativo di dare una nuova identità alla città di Napoli, ma anche come una possibilità data ad al cune istituzioni che contribuirono a cambiare la funzione di un intero rione della capitale, nel tentativo di migliorare la qualità di vita di molte donne, fornendo loro la possibilità di cambiare o di potersi sposare e far crescere i loro figli illegittimi.</div>]]></description>
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         <pubDate>2021-01-29 10:41:51 UTC</pubDate>
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