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      <title>La 5 d nel novecento (brunelleschi) by Salvatore Improta</title>
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      <description>Realizzato con gli alunni</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2018-12-06 07:13:17 UTC</pubDate>
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         <title>Masseria delle Allodole</title>
         <author>valentinagalante</author>
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         <description><![CDATA[<blockquote><pre>“Prima il fuoco , poi la testa “</pre></blockquote><div><br><strong>È il 1915. In una cittadina della Turchia vive la benestante famiglia armena degli Avakian. Alla morte dell'anziano capofamiglia, vengono invitati alle esequie anche alcuni Turchi, tra cui il colonnello Arkan, capo della guarnigione locale, nella speranza che i passati contrasti tra Turchi e Armeni siano ormai superati.. ma non fu così!</strong><br><strong>Intanto Assadur, il figlio maggiore del patriarca, che da molti anni vive a Padova e a cui il padre aveva vietato di tornare in patria, apprende che quest'ultimo ha comunque lasciato a lui la vecchia Masseria delle Allodole. Assadur decide che è venuto il momento di tornare in Anatolia e riunire di nuovo tutta la famiglia. La masseria viene così rimessa a nuovo, e inaugurata con una splendida festa.</strong><br><strong>Questi momenti di felicità sono però bruscamente interrotti. Le autorità turche contattano il generale Arkan, dicendogli senza mezzi termini che è arrivato il momento di sbarazzarsi degli Armeni, una volta per tutte: “tutti i maschi devono essere uccisi, le donne deportate.”</strong><br><strong>Pertanto , il popolo armeno cercano di rifugiarsi alla Masseria delle Allodole per non essere uccisi, ma tale posto viene scoperto dai turchi, ed ecco che uccidono tutti a sangue freddo.</strong><br><strong>Sotto la stretta sorveglianza dei soldati turchi, inizia così per le donne armene una lunga ed estenuante marcia verso il deserto. Qui le donne armene vengono maltrattate sotto le porte di Aleppo finché non verranno uccise tutte. Durante la sosta sotto le mura Nunik, la nipote del patriarca morto all'inizio del film, tenta di prostituirsi ad un soldato (Yasuf) per avere del cibo per i bambini. Quest'ultimo la riveste e le dà del cibo per nulla in cambio, quindi si crea un rapporto tra i due nel quale ci sarà la promessa del soldato che in casi estremi avrebbe dovuto uccidere Nunik per evitarle la sofferenza della tortura di cui lei aveva paura. Terrà questa promessa quando lei tenterà di scappare , ma i turchi la scoprono , e a chi si ribella diranno “prima il fuoco e poi la testa “, così cominciano a denudare la ragazza, ma arriverà  il soldato Yasuf e si incolperà di tutto. Quattro anni dopo, la guerra finisce e lui stesso denuncia se stesso per quest'atto cruento durante un processo.<br><br>Valentina Galante <br></strong><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-12-11 06:42:51 UTC</pubDate>
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         <title>Grande Esposizione universale -  Nello Caputo</title>
         <author>nellocaputo3</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/313523483</link>
         <description><![CDATA[<div><br><a href="http://www.mifacciodicultura.it/wp-content/uploads/2016/04/aff1_expo_1900.jpg">http://www.mifacciodicultura.it/wp-content/uploads/2016/04/aff1_expo_1900.jpg</a><br>L’ultimo frammento del millennio scorso, si apriva il 14 Aprile del 1900, con La prima esposizione universale del Novecento, realizzata a Parigi dal 14 Aprile al 10 Novembre.<br>La Francia guarda al futuro con ottimismo: è repubblicana, economicamente fiorente, molto ammirata per il suo fervore artistico e intellettuale e Parigi sa attrarre i potenti del mondo intero per tutto ciò che promette agli amanti del lusso, della gastronomia e del divertimento.<br>Tutto è pronto perché Parigi si autoproclami capitale del mondo e dia vita ad una Esposizione Universale che renderà visibili i cambiamenti del secolo; sarà una vetrina per tutte le nazioni. Il tema sarà:”Il bilancio di un secolo”.<br>Il discorso inaugurale dell’allora Ministro del Commercio francese, Alexandre Millerand,il primo socialista in Europa entrato a far parte di un governo borghese, compendiava il vangelo della religione del progresso, che l’uomo europeo aveva creato e diffuso nel mondo.  Il tempo e lo spazio stavano per essere divorati dalle nuove macchine e dalle nuove idee. Niente sarebbe più stato come prima. Tutto era destinato a cambiare. L’umore era alle stelle. I sogni stavano per essere realizzati. Il progresso rappresentava il bene, il destino al quale consegnare con fiducia il mondo intero. Era la nuova religione e con la fede di tutte le religioni veniva accolta.<br>Universale per la varietà dei temi illustrati, l’esposizione parigina fu ampiamente internazionale per i numerosi paesi che vi parteciparono.<br>All’Esposizione si accedeva da Place de la Concorde e si estendeva sulle due rive della Senna fino al Champ de Mars ed al Trocadero, oltre ai 104 ettari di Esposizione al Bois de Vincenne, dedicati all’automobile, alle piccole imprese ed ai giochi Olimpici.<br>Fu proprio al Bois de Vincenne, che la Lohner-Porsche con motori elettrici direttamente applicati alle ruote, provocò un enorme clamore tra gli appassionati dell’auto e nel pubblico in genere.<br>Le sue ruote anteriori erano trainate da ruote con motore elettrico incorporato, che</div><div> Ferdinand Porsche, appena 25enne, aveva sviluppato come ingegnere capo della casa K.u.K. La presentazione all’Expo di Parigi, rese Porsche famoso e Lohner produsse circa 300 di questi veicoli.</div><div>Sempre nello stesso padiglione fu presentato il primo motore diesel,alimentato da olio di arachidi, brevettato dal francese Rudolf Diesel, che solo trent’anni più tardi trovò applicazione nel settore automobilistico.<br>Molti monumenti parigini furono costruiti per l’occasione, inclusi la Gare de Lyon, la Gare d’Orsay (ora Museo d’Orsay), il PonteAlessandro III, il Grand Palais, La Ruche e il Petit Palais.  Di maggiore impatto sui turisti e sulla qualità dei trasporti cittadini si rivelò la nuova metropolitana (tra le prime in Europa), che tagliava la città da est ad ovest che venne completata in tempo per l’inaugurazione dell’Exposition Universelle del 14 aprile, così come venne completata in tempo la Torre Eiffel.<br><br></div><div>L’opera più rimarchevole, sarà comunque, la realizzazione del Petit Palais, un gioiello all’angolo con gli Champs Elysées, progettato dall’achitetto Charles Girault, che sarà anche il direttore dei lavori del Grand Palais, progettato da altri tre diversi architetti francesi. Questi due edifici, saranno nel cuore di Parigi e dedicati alle arti. Una straordinaria retrospettiva dell’arte francese, fu organizzata per l’occasione,  al fine di mostrare al grande pubblico internazionale tutte le maggiori correnti artistiche del secolo appena passato, una retrospettiva all’insegna della diversità e dell’eclettismo. Gli artisti rappresentati ebbero visibilità e accesso ad un mercato dell’arte in pieno sviluppo, animato da mercanti come Durand Ruel, Ambroise Vollard, Berthe Weill.<br>L’Esposizione Universale del 1900 non celebrò solo il passato, ma guardava anche al futuro dell’arte e diventa vetrina di una nuova corrente artistica, la nascente Art nouveau che segna, forse, il vero inizio del design moderno.<br>Se tutto questo non bastasse, l’Esposizione Universale di Parigi del 1900 propone un’altra attrazione: La Parisienne, la parigina, o meglio, le donne parigine. Persino nelle guide d’epoca dedicate all’Esposizione Universale, ad esempio nella guida Vingt jours à Paris pendant l’Exposition universelle de 1900 (Venti giorni a Parigi durante l’Esposizione universale del 1900), si invitano tutti i visitatori ad ammirare questo mito vivente, questa evanescente figura che si aggirava per la capitale con i suoi immancabili e raffinati stivaletti e, magari, con una bella veletta a coprire lo sguardo misterioso.<br>Parigi del 1900 vuole quindi proporsi al mondo come la capitale della modernità e della tecnologia, presentando palazzi come, il “Palais de l’Optique” con un telescopio di 120 metri per vedere la luna da vicino, come non si era mai vista, o il “Globe Céleste” , dove i visitatori comodamente seduti in poltrona potevano godersi una proiezione del sistema solare.<br>Le scoperte scientifiche giovarono, sia i dotti sia i gaudenti perché, il diffondersi dell’illuminazione pubblica rese possibile la vita notturna e la Parigi del 1900 diventò la città del divertimento sfrenato, delle tentazioni proibite, delle feste e degli spettacoli più svariati. Dal teatro, al balletto, al cabaret, l’intrattenimento si addiceva a tutte le tasche e a tutti i gusti, più o meno raffinati.<br>L’Esposizione Universale, farà un bilancio del secolo trascorso, proponendosi come laboratorio di modernità fondata sul progresso tecnico e sulla scienza. Gli espositori saranno 83.047 di cui 44.694 gli stranieri. Saranno presentati i risultati della operosità e genialità umana, tanto da attribuire alla mostra un carattere di universalità. L’Esposizione avrà 51 milioni di visitatori. <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-12-11 17:42:28 UTC</pubDate>
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         <title>“L’homme machine“</title>
         <author>marcusavatar</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/313564120</link>
         <description><![CDATA[<div>Tempi moderni (Modern Times) è un film statunitense del 1936 interpretato, scritto, diretto e prodotto da Charlie Chaplin.<br><br>Charlot (The Tramp, il vagabondo) è il nome del celebre personaggio comico del cinema muto ideato e interpretato da Charlie Chaplin. Il personaggio compare per la prima volta nel film Charlot ingombrante (1914). Charlot è un personaggio maldestro, ma di buon cuore, presentato come un vagabondo che si sforza di comportarsi con le buone maniere e la dignità di un gentiluomo, nonostante il suo status sociale effettivo. Tuttavia usa anche la sua astuzia per ottenere ciò che gli serve per sopravvivere e per sfuggire alle figure di autorità che non tollerano le sue buffonate.<br><br>Charlot, operaio alla catena, è vittima e cavia delle macchine che letteralmente lo "mangiano" e lo mandano in tilt. Perde il posto, trova lavori occasionali, se ne va con una monella. Cinque anni dopo Luci della città (1931) C. Chaplin fa un film sonoro, ma non parlato (con dialoghi ridotti a borborigmi e una canzone di parole informi, cantata dallo stesso Chaplin di cui si ascolta la voce per la prima volta). Satira sociale in difesa della dignità dell'uomo contro il dominio della macchina. Almeno una mezza dozzina di scene memorabili. ". C. attaccò l'asservimento dell'uomo ai dogmi della produttività, sia nel regime del profitto sia in quello dello stakanovismo. Tempi moderni è ora più moderno che mai perché anticipa quella fede anarchica nella coppia, quella semimilitante moda "beatnik" che è sempre più emergente non soltanto tra i giovani anglosassoni, ma anche tra la gioventù dei paesi comunisti" (R. Durgnat, 1972).<br><br>La parola beatnik è stata inventata dal giornalista Herb Caen, del San Francisco Chronicle, in un suo articolo del 2 aprile 1958, come termine denigratorio per riferirsi ai beats, ovvero ai membri della Beat Generation, come unione di parole con il satellite sovietico Sputnik, per sottolineare sia la distanza dei beat dalla società statunitense corrente, sia il fatto che erano vicini alle idee comuniste, in un'epoca in cui gli Stati Uniti vivevano un profondo sentimento di anticomunismo e una paranoica paura rossa durante il periodo maccartista della guerra fredda.<br>Gli appartenenti a questo gruppo beatnik hanno messo in discussione i canoni tradizionali di "rispettabilità", ribellandosi al conformismo alienante della società dei consumi, al segregazionismo e alla disperazione del proletariato bianco agricolo, cercando alternative di vita nelle droghe, che avrebbero dovuto dare un approfondimento della consapevolezza interiore e nell'"attività sessuale" che avrebbe avuto una forza catartica di liberazione, la rivoluzione sessuale, secondo la teoria della funzione dell'orgasmo di Wilhelm Reich.<br><br>Chaplin e l'indipendenza creativa<br>Negli anni della Depressione, Charlie Chaplin possedeva piu controllo creativo di qualunque altro regista a Hollywood. Regista, sceneggiatore, attore: Chaplin era, in tutto e per tutto, l’eccezione che confermava la regola. Raggiunta un’indipendenza creativa praticamente senza precedenti a Hollywood fin dagli anni Venti, mantenne questa condizione fino a quando non lasciò il paese nel 1952. Il successo delle comiche interpretate e poi dirette tra il 1914 e il 1917 gli aveva valso una fortuna: dopo gli inizi alla Keystone di Mack Sennett a 150 dollari a settimana (il doppio del suo salario nel music-hall), il compenso di Chaplin aumento vertiginosamente con il passaggio alla Essanay, alla Mutual e, infine, alla First National, con la quale, nel giugno del 1917, concluse un accordo da un milione di dollari per otto comiche. Poco dopo Chaplin investi parte di questa fortuna nella costruzione dei suoi studi cinematografici a Hollywood, all’angolo tra Sunset Boulevard e La Brea Avenue, che vennero completati all’inizio del 1918. In seguito, nel 1919, si unì al regista D.W. Griffith e ad altre due grandi star, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, nella fondazione della United Artists, di fatto una compagnia di distribuzione che gestiva tutte le loro singole produzioni. Tutti i film di Chaplin da La donna di Parigi (1923) a Luci della ribalta (1952) furono distribuiti dalla United Artists. Due mosse indubbiamente astute, che permisero a Chaplin di consolidare la sua indipendenza creativa durante gli anni degli studios. <br>Gli anni della Depressione<br>Appare chiaro che furono le tensioni economiche, le condizioni sociali e il clima intellettuale dei primi anni Trenta a suggerire a Chaplin un film in cui il rapporto tra il suo personaggio, Charlot, (con tutte le convenzioni comiche a lui legate) e le problematiche sociali dell’epoca fosse piu diretto di quanto accaduto nelle sue opere precedenti. Tempi moderni nasce indubbiamente dalle riflessioni di Chaplin sulla Depressione. Negli Stati Uniti l’economia precipito in una spirale negativa dagli inizi del crollo della Borsa, nell’ottobre del 1929, fino ai primi mesi del 1933. Durante quel periodo, il PIL diminui del 29%, il settore dell’edilizia accuso una flessione del 78% e gli investimenti precipitarono del 98%. Il tasso di disoccupazione in tutti settori, agricoltura a parte, balzò da poco piu del 3% a quasi il 25% e il valore della maggior parte dei prodotti agricoli diminuì drasticamente. Come osservo Robert S. McElvaine, “gli Stati Uniti attraversarono la loro crisi peggiore dai tempi della Guerra civile”. Fu allora che il candidato democratico Franklin D. Roosevelt riportò una vittoria schiacciante e molti americani attesero con ansia un intervento attivo del governo federale mirato a risollevare le sorti della nazione. [...]<br>Un comico vede il mondo<br>Uno sguardo generale alle attivita di Chaplin agli inizi degli anni Trenta aiuta a fornire una maggiore specificita storica al contesto della Depressione di Tempi moderni. Dopo l’uscita di Luci della città, nel gennaio del 1931, Chaplin si imbarcò in un giro del mondo di sedici mesi che lo condusse, tra gli altri, in paesi come Germania, Austria, Italia, Francia, Inghilterra, Singapore e Giappone. Dal luglio 1932 fino al febbraio 1933, mese precedente all’insediamento del presidente Roosevelt, Chaplin scrisse per la rivista “A Woman’s Home Companion” una serie di articoli intitolati Un comico vede il mondo. Malgrado Chaplin dedichi buona parte del suo racconto alle personalità incontrate e agli eventi mondani a cui prese parte, questo diario di viaggio e uno strumento prezioso per comprendere la posizione politica di Chaplin e la sua visione della società nel periodo immediatamente precedente a Tempi moderni.<br>Quattro i temi direttamente riconducibili al film. Il primo e la solidarietà di Chaplin nei confronti di coloro che soffrivano maggiormente la Depressione: le classi operaie e i disoccupati. […] La naturale empatia espressa da Chaplin in questa serie di articoli e facilmente comprensibile. L’esperienza della povertà vissuta in prima persona durante l’infanzia è ben documentata, e non stupisce che il suo personaggio, Charlot, appartenga alla classe sociale più depressa.<br>Un secondo insieme di preoccupazioni che emerge da Un comico vede il mondo è riconducibile al sospetto che le istituzioni sociali moderne mirassero più a controllare e opprimere i lavoratori che a garantire loro la stabilità necessaria per migliorare le proprie condizioni di vita. [...]<br>Il terzo elemento di interesse della serie riguarda il punto di vista di Chaplin sull’arte, difesa in quanto fine a se stessa, visione che muterà proprio con la realizzazione di Tempi moderni. [...] Inoltre il clima sociale dei primi anni Trenta chiamava sempre piu a gran voce gli artisti e li incoraggiava a uscire dal loro isolamento estetico e a occuparsi di temi sociali e politici. Tempi moderni e sicuramente un prodotto di questa transizione.<br>Infine, l’incredibile incontro che Chaplin ebbe a Londra con Gandhi sembra aver fornito degli spunti importanti per Tempi moderni. Non appena arrivato in Inghilterra, Chaplin disse a Winston Churchill che uomini come Gandhi erano “spinti dalle masse a dare una voce al loro volere”.<br>Durante l'ideazione del film tra scontri e simpatie laburiste<br>Opinioni della critica a parte, il periodo in cui Chaplin realizzo Tempi moderni fu particolarmente turbolento per la vita politica della nazione. In particolare, mentre si dedicava alla scrittura della sceneggiatura, tra l’inizio del 1933 e l’ottobre 1934, crebbe la popolarità di alcune figure politiche così come il sostegno di una serie di programmi di riforma sociale. [...]<br>Sempre durante l’ideazione di Tempi moderni, si acuirono i conflitti tra classe operaia e classe dirigente, altro tema che trovò poi spazio nel film. Il National Recovery Act (1933) di Roosevelt, giudicato incostituzionale da una Corte Suprema a maggioranza conservatrice nel 1935, garantiva ai lavoratori il diritto alla contrattazione collettiva. Gli scontri tra i lavoratori e una classe dirigente riluttante divennero sempre più frequenti e a tratti violenti, come accadde nel 1934, quando furono dichiarati ben 1800 scioperi che coinvolsero oltre un milione e mezzo di lavoratori.<br>Durante la campagna del 1934 per la nomina di governatore della California, che da molti storici viene indicata come l’ingresso del cinema hollywoodiano nella sfera politica del paese, Chaplin si schierò a sostegno di Upton Sinclair e del suo programma EPIC. Le sue simpatie per il Partito laburista inglese erano note, così come il suo sostegno al New Deal di Roosevelt, espresso anche durante un suo intervento radiofonico nell’ottobre del 1933 a favore del National Recovery Administration (NRA). In poche parole, durante il periodo in cui lavorava a Tempi moderni, Chaplin poteva essere definito un ‘progressista’, apartitico, orientato a sinistra, solidale nei confronti dei lavoratori e di quanti risentivano della depressione economica.<br>La catena di montaggio<br>Ovviamente il bersaglio della satira chapliniana in Tempi moderni – la catena di montaggio – precede la Depressione. Introdotta da Henry Ford nel settore automobilistico negli anni Dieci e Venti, l’utilizzo della catena di montaggio fu anche associato al piano di ‘management scientifico’ promosso da Frederick W. Taylor. Chaplin rivelò che era stata la conversazione avuta con un cronista del “World” di New York a dargli lo spunto per la lunga sequenza iniziale: “mi parlò delle catene di montaggio adottate dalle fabbriche di Detroit: la storia angosciosa dei robusti giovanotti strappati alle fattorie con la prospettiva di più lauti guadagni, che dopo quattro o cinque anni di lavoro alle catene di montaggio diventavano rottami umani col sistema nervoso a pezzi”. <br>Dal punto di vista puramente visivo e della satira sociale alcune delle trovate più divertenti sono proprio all’inizio del film, con Charlot che fa da cavia per la sperimentazione di un macchinario per alimentare gli operai e lentamente perde la salute mentale alla catena di montaggio nel nome di una maggiore produttività industriale. Anche il proprietario della fabbrica, che passa il tempo facendo puzzle e leggendo fumetti, ma che allo stesso tempo spia i suoi dipendenti e ordina che la catena di montaggio venga azionata a una velocità inumana, è una figura antagonista piuttosto tipica nei film sulla Depressione.<br><br>Un film ancorato alla realtà<br>Come rispose, dunque, Chaplin al contesto determinato dalla Depressione durante la realizzazione di Tempi moderni? Semplicemente inglobando la questione sociale all’interno della stessa formula cinematografica sviluppata nelle sue precedenti commedie. Una formula che comprendeva almeno quattro caratteristiche: un protagonista, Charlot, il Vagabondo, o una variante del personaggio interpretata da Chaplin; una ‘figura romantica’, una compagna, di cui egli si innamora; un sistema sociale e individuale antagonista che gli rende la vita difficile; un senso del comico fortemente caratterizzato da invenzioni visive, spesso innescato dall’interazione di Charlot con altri personaggi o altri oggetti che popolano il suo mondo; infine due ‘universi morali’ contrastanti, uno associato a Charlot e al suo desiderio di soddisfare i bisogni primari – mangiare, essere amati, avere un luogo dover ripararsi e dei vestiti da indossare – e l’altro associato alla figura o alle figure antagonista/e che ostacolano Charlot nella realizzazione dei suoi desideri. All’interno di questa struttura, e rispondendo così a chi lo criticava di essere eccessivamente sentimentale e politicamente irrilevante, Chaplin fu in grado di includere nella sua poetica alcune delle tematiche sociali legate alla Depressione. [...]<br>Le aspirazioni delle persone comuni come Charlot e la Monella sono molto semplici: una casa comoda e cibo in abbondanza, ma la realtà sembra concedere loro al massimo una baracca ai margini della città. Persino quando sembrano aver trovato un lavoro e la sicurezza economica appare possibile alla fine del film, i servizi sociali infrangono i loro sogni. Malgrado l’obiettivo di Tempi moderni non sia quello di suggerire una riforma radicale del sistema sociale – nonostante il futuro dei due protagonisti sia molto incerto il film si conclude con un invito di Charlot a non arrendersi mai – il film è sicuramente molto più ancorato alla realtà sociale di quanto lo siano state tutte le opere precedenti di Chaplin.<br><br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-12-11 18:55:20 UTC</pubDate>
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         <title>FUTURISMO </title>
         <author>favicchiogiulio</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Il futurismo è il movimento d’avanguardia più importante di inizio secolo. Si basa sul rifiuto di tutte le forme artistiche tradizionali; cerca un linguaggio adeguato alla nuova civiltà delle macchine e basato sul vitalismo dell'epoca moderna. Il futurismo coinvolge tutte le forme artistiche dando origine a veri e propri capolavori nell'ambito delle arti plastiche e visive. Volle essere soprattutto un nuovo costume rivoluzionario di vita individuale e collettiva; per questo si diffuse in vari modi in tutta Europa e finì per anticipare l'ideologia fascista.</strong></div><div><br></div><div><strong>Caratteri generali</strong></div><div><strong>Alla base del futurismo fu l'intuizione che la cultura del Novecento non avrebbe potuto non tener conto dei poderosi processi di trasformazione socio-economica in atto: la rapida industrializzazione, la nuova struttura e la nuova funzione delle città, il trionfo della velocità, protagonista dei mezzi di comunicazione (come la radio) e dei mezzi di trasporto (l'automobile, l'aereo e in generale quelli mossi dal motore a scoppio), infine la stessa violenza distruttiva delle nuove armi. Ai futuristi risultò inadeguata la vecchia concezione della cultura come riflessione e comprensione razionale della realtà; così le contrapposero l'idea di una cultura incentrata sul bisogno di agire e su un progetto artistico capace di rappresentare il dinamismo.</strong></div><div><strong>L'elaborazione teorica fu affidata ai cosiddetti "manifesti". Il primo Manifesto del futurismo fu pubblicato il 20 febbraio 1909 da F.T. Marinetti, sulle pagine del quotidiano "Le Figaro" di Parigi e richiamava l'atto di fondazione di un movimento politico: i futuristi aspiravano a modificare radicalmente la società. Il futurismo, dunque, si pose in un'ottica dichiaratamente antiborghese: fu contro il perbenismo, ogni forma di tradizione, il parlamentarismo e la democrazia; sostenne invece la positività assoluta del gesto ribelle e libertario, dell'eroismo fine a se stesso, del disprezzo dei sentimenti, della guerra come "sola igiene del mondo". Tra i vari successivi manifesti che ribadivano e ampliavano l'intento provocatorio del primo, il più interessante per l'elaborazione culturale e le conseguenze fu il Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912), che propose la distruzione di tutti i nessi sintattici per lasciare le "parole in libertà" e realizzare l'espressione dell'"immaginazione senza fili", fondata su un uso estremo dell'analogia e dell'onomatopea per restituire sulla pagina l'effetto bruto e immediato del rumore. Una "rivoluzione tipografica" doveva realizzarsi con l'abolizione della punteggiatura e l'assunzione di una grafica capace di trasmettere immediatamente la diversa importanza delle parole. Apparvero anche manifesti tecnici di altre arti quali la pittura, la musica e l'architettura. Il Manifesto del teatro futurista sintetico (1915) suggeriva di sorprendere il pubblico con spettacoli brevissimi o addirittura inesistenti per provocarne la reazione anche violenta. Le posizioni del futurismo italiano in ambito politico trovarono espressione sulla rivista "Lacerba", furono meno originali e rimasero legate a forme di nazionalismo. Allo scoppio della prima guerra mondiale i futuristi si schierarono decisamente a favore dell'interventismo e parecchi di loro partirono volontari.</strong></div><div><strong>Le opere dei futuristi appaiono completamente diverse da quelle tradizionali dell'arte figurativa, il soggetto non appare mai fermo, ma in movimento. </strong></div><div><strong>La sensazione dinamica è provocata mediante la scomposizione e la compenetrazione delle cose, con l'uso delle linee curve ed oblique, così gli oggetti, le forme e gli spazi si incastrano, si sovvrappongono, entrano l'uno nell'altro. </strong></div><div><strong>Lo scopo è di raffigurare il dinamismo di un'azione e non più un oggetto, che spesso nelle opere appare infatti irriconoscibile. E evidente che per i futuristi il problema fondamentale non è tanto quello di studiare e scoprire i segreti del paesaggio reale in movimento, ma di isolare i movimenti estetici e poetici dell'immagine in movimento: cioè non l'oggetto che si muove, ma il moto dell'oggetto, la struttura dinamica di esso, raffigurando la simultaneità delle azioni e quindi le varie forme che assume durante il movimento. In questo studio dell'immagine reale in tutti i suoi aspetti, un ottimo strumento è rappresentato dalla fotografia che ha stimolato a raffigurare la realtà secondo nuovi canoni, permettendo di ottenere successioni di forme che riproducevano la sequenza completa dei movimenti. Lo spettatore non guarda passivamente l'opera, ma ne è coinvolto, testimone di un azione rappresentata nel suo svolgersi.</strong></div><div><br></div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-12-11 21:20:59 UTC</pubDate>
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         <title>GIORNALISMO</title>
         <author>santonecarmine00</author>
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         <description><![CDATA[<div>https://m.youtube.com/watch?v=76xsTmEaH9M<br>-Video realizzato da Carmine Santone </div>]]></description>
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         <pubDate>2018-12-11 22:25:05 UTC</pubDate>
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         <title>Pubblicità</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>-Gianluca Moceri<br>LA PUBBLICITÀ.                                                                                              <br>La pubblicità, così come la intendiamo noi, nacque con la Rivoluzione Industriale, quando l’aumento della produzione, la varietà dei prodotti e la concorrenza fra imprenditori imposero una maggiore informazione degli acquirenti.<br><br>Fino all’invenzione della stampa, infatti, la funzione di pubblicizzare merci ed eventi era stata svolta essenzialmente dalla comunicazione orale e, in particolare, da banditori, imbonitori e strilloni.<br><br>Già sui muri di Pompei esistevano scritte per dare notizia di feste, gare sportive, spettacoli e fiere o per esaltare le qualità dei bagni pubblici.<br><br>Nel Medioevo esistevano i cosiddetti banditori che, elogiando a parole un prodotto, davano luogo ad una semplice, ma efficace forma di pubblicità. La loro funzione era essenzialmente quella di leggere ad alta voce gli avvisi al pubblico; essi, peraltro, venivano impiegati anche dai mercanti, per decantare a squarciagola i pregi delle loro merci.<br><br>La scoperta della stampa permise una più larga diffusione della pubblicità: il primo annuncio stampato fu esposto nel 1480 in Inghilterra, per facilitare la vendita di un libro; il primo annuncio su giornale apparve in Germania nel 1525. Un annuncio a pagamento fu inserito da un medico nel 1651 sul sesto numero della <em>Gazette</em> (divenuta poi <em>Gazette de France</em>).<br><br>In Inghilterra lo sviluppo della pubblicità sui giornali procedette quasi di pari passo con quello francese (la <em>London Gazette </em>fece uscire nel 1666 un supplemento pubblicitario), ma la tassa per gli annunci o inserzioni crebbe in tal misura da renderli quasi impossibili; solo dopo che la tassa in questione fu soppressa (1833), la pubblicità potè avere in Inghilterra grande incremento.<br><br>I maggiori progressi furono compiuti negli Stati Uniti d’America, dove la prima forma pubblicitaria fu quella dell’invio di cataloghi per opera dei produttori di sementi e di case editrici. A partire dal 1870 la pubblicità sui giornali ebbe come grandi fruitrici le industrie farmaceutiche che, realizzando enormi profitti, potevano reinvestirne una parte cospicua per pubblicizzare i propri prodotti.<br><br>Nella seconda metà del XIX secolo, il manifesto pubblicitario assunse una grande importanza in seguito alla Rivoluzione industriale e contribuì allo sviluppo del mercato, poichè accelerò i consumi.</div><div>La pubblicità trovò nella seconda metà dell’Ottocento due grandi canali di comunicazione: i quotidiani, dove incominciarono ad apparire sempre più frequentemente le inserzioni pubblicitarie, e i manifesti, dove si mescolarono l’immagine, la parola, il colore. Questi manifesti spesso erano firmati da artisti di valore, fra cui Toulose-Lautrec (uno dei primi pittori ad intuire l’importanza del nuovo genere artistico), De Chirico, i Futuristi, etc.</div><div>Nel 1812 a Londra nacque la prima agenzia pubblicitaria.<br><br><em>Marchio e slogan.</em></div><div>Dagli inizi del XX secolo cominciò ad affermarsi il concetto di marchio pubblicitario. C’era più attenzione alla psicologia del consumatore, ai suoi desideri.<br>Iniziarono gli slogan, con ricorso anche alle immagini. La pubblicità volle suggerire che esisteva un nesso tra il prodotto e le persone che lo usavano.<br>Valeva il concetto: "La felicità si raggiunge solo con determinati prodotti".</div><div><em> </em></div><div><br></div><div><em>Marketing.</em></div><div>Nel corso del XX secolo nacque anche il marketing, in cui si inserì la pubblicità.</div><div>Con riferimento alle imprese produttrici di beni di largo consumo, per "marketing" si intende ancora oggi il complesso dei metodi atti a collocare col massimo profitto i prodotti in un dato mercato attraverso la scelta e la pianificazione delle politiche più opportune di prodotto, di prezzo, di distribuzione, di comunicazione, dopo aver individuato, attraverso analisi di mercato, i bisogni dei consumatori attuali e potenziali.</div><div><br><em>Pubblicità e mass-media.</em></div><div>Nel 1904, a Parigi , destò scandalo il fatto che mentre si stava proiettando, agli esordi della cinematografia, un film con un rudimentale proiettore a manovella, apparve in primo piano uno spot dei fratelli Lumière, dedicato allo champagne "Moet et Chandau".</div><div>In questo modo la pubblicità iniziò ad essere divulgata, soprattutto a partire dagli anni Venti, anche attraverso il cinema e la radio.</div><div>Dopo la prima guerra mondiale, stimolata dal grande progresso tecnico, la pubblicità si trasformò in un’industria di dimensioni gigantesche. L’invenzione dell’elettricità consentì di utilizzare le insegne luminose; la fotoincisione e altre moderne tecniche di stampa accrebbero sensibilmente le sezioni pubblicitarie e redazionali dei giornali.</div><div>L’avvento della radio, sempre negli anni Venti, diede impulso alla creazione di tecniche di vendita che si basavano sulla viva voce.</div><div>In quegli anni Venti, la pubblicità si avviò ad operare secondo regole scientifiche, tanto che nel 1925 Daniel Stach pubblicò il primo trattato di tecnica pubblicitaria, in cui venivano fissate le regole fondamentali di ogni messaggio pubblicitario, in gran parte valide ancora oggi, per cui un prodotto deve:</div><ol><li>essere visto, perciò bisogna conferirgli la necessaria attrattiva;</li><li>essere letto, perché molti annunci sono guardati, ma non osservati;</li><li>essere creduto, perché un buon annuncio deve convincere l’acquirente della veridicità di quanto promette;</li><li>essere ricordato;</li><li>essere capace di spingere il compratore ad agire, cioè ad acquistare un determinato prodotto.</li></ol><div><br><em>Anni Sessanta: gli spot pubblicitari in TV.<br></em>Il vero concetto dello spot televisivo apparve nel 1955, in America. Il presidente della NBC Pat Weaver, avanzò la proposta di una pubblicità televisiva simile a quella già praticata su giornali e riviste. Due anni dopo in Italia cominciò <a href="http://www.liceogalvani.it/lavori-multimediali/linguaggio/pubblicita/carosello.htm"><strong>"Carosello"</strong></a><strong>:</strong> un contenitore di cinque spot abbastanza lunghi, studiati come piccole storie.<br><br></div><div> </div>]]></description>
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         <pubDate>2018-12-12 00:10:14 UTC</pubDate>
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         <title>Pubblicità Mulino Bianco</title>
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         <description><![CDATA[<div><a href="https://youtu.be/lX_3NpxcnZA">https://youtu.be/lX_3NpxcnZA</a></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-12-12 00:35:19 UTC</pubDate>
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         <title>Suffragette</title>
         <author>nelloderosa</author>
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         <description><![CDATA[<div><em>-Aniello De Rosa</em><br>Suffragette è un film del 2015 che racconta gli inizi del movimento suffragista femminile del Regno Unito. La protagonista è Maude, una donna che lavora da tempo in una lavanderia. Nelle strade impazzano le proteste delle donne che lottano per il suffragio universale, ma la ragazza,  intimorita dai subbugli, rimane estranea a qualsiasi rivendicazione politica. Dopo l'arrivo in fabbrica della suffragetta Violet, però, Maud si lascerà sedurre dalla solare caparbietà della compagna, fino a rimettere in discussione i fondamenti della sua intera esistenza. La pacata protesta delle donne inglesi si trasformò radicalmente, le suffragette organizzarono delle rappresaglie che costrinsero l'intervento delle forze dell'ordine, le quali arrestarono anche alcuni membri delle suffragette.  Il governo inglese prende seriamente la minaccia militante delle suffragette, tentano di ottenere delle sentenze di condanna penale di alcune donne del movimento. Le donne subirono diversi soprusi, Maud in particolare perse il lavoro, e le istituzioni minimizzavano sempre più gli eventi.  L'obiettivo delle suffragette era quello di attirare l'attenzione mediatica, quindi iniziano lo sciopero della fame. Dopo cinque giorni di digiuno, viene brutalmente costretta ad alimentarsi. Esse riusciranno nel loro intento grazie al gesto di Emily.  Il parlamento britannico concesse il diritto di voto alle donne al di sopra dei 30 anni nel 1918, a condizione che fossero già iscritte al registro degli elettori provinciali o che lo fosse il loro marito, oppure che avessero delle proprietà, o che fossero studentesse universitarie in una circoscrizione universitaria.  Nel 1928 tutte le donne al di sopra dei 21 anni ottennero il diritto di votare come i coetanei maschi.<br><br>Il primo paese in assoluto che concesse alle donne il diritto di voto fu la Nuova Zelanda; in Europa il primo stato che concesse tale diritto fu la Finlandia. In Italia le donne votarono per la prima volta il 2 Giugno 1946. <br><a href="https://www.youtube.com/watch?v=-G4fJ9I_wQg">https://www.youtube.com/watch?v=-G4fJ9I_wQg</a><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-12-16 10:30:19 UTC</pubDate>
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         <title>GIOLITTI</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2018-12-19 11:39:07 UTC</pubDate>
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         <title>GRANDE GUERRILLA</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2019-01-09 12:18:03 UTC</pubDate>
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         <title>La Rivoluzione messicana </title>
         <author>nadiacozzi12</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/325499225</link>
         <description><![CDATA[<div>Cozzi Nadia <br><br>Iniziata nel 1910, la Rivoluzione messicana fu una delle maggiori rivoluzioni del Novecento. Durò un ventennio ed ebbe quali principali obiettivi la formazione di un regime costituzionale democratico e la riforma agraria. Mobilitò le grandi masse dei contadini poveri e fu assai sanguinosa<br><br></div><div><strong>Il crollo della dittatura di Díaz e le origini della rivoluzione<br></strong><br></div><div>A partire dal 1876 il Messico era caduto sotto il potere autoritario, trasformatosi in aperta dittatura, del generale Porfirio Díaz. In tale periodo il paese aveva conosciuto un processo di relativa modernizzazione economica i cui frutti erano andati però quasi esclusivamente a vantaggio delle classi alte urbane e dei proprietari terrieri, con l’esclusione delle masse popolari e in particolare dei contadini, in gran parte Indios. Nel 1910, Francisco Madero, un ricco proprietario creolo progressista, chiamò le masse popolari e i proprietari più illuminati all’insurrezione, che dilagò rapidamente. Il regime di Díaz crollò e Madero nel 1911 venne eletto presidente.<br><br></div><div>Quando la rivoluzione scoppiò, il Messico aveva una popolazione intorno ai 15 milioni di abitanti, di cui circa tre quarti vivevano nelle campagne. La proprietà delle terre era nelle mani di poco più di 800 grandi latifondisti e di circa 400 mila piccoli e medi proprietari, di fronte ai quali stavano 12 milioni di <em>peones</em>, braccianti che conducevano una vita miserabile, brutalmente sfruttati e sottoposti a continue violenze.<br><br></div><div><strong>La guerra civile<br></strong><br></div><div>Di fronte al fatto che le correnti rivoluzionarie più radicali, guidate da Emiliano Zapata, agitavano lo spettro della riforma agraria, le forze conservatrici guidate dal generale Victoriano Huerta fecero assassinare Madero e nel 1913 occuparono la capitale. Contro Huerta mossero le truppe dei generali Venustiano Carranza e Álvaro Obregón e le formazioni irregolari di Zapata e Francisco (Pancho) Villa, che sconfissero Huerta, il quale lasciò il Messico nel 1914. Carranza formò allora nel 1914 un governo <em>costituzionalista</em>, inteso a dare al paese una costituzione e la libertà politica e a inaugurare un corso di riforme sociali. Villa e Zapata, tuttavia, continuarono la lotta con l’obiettivo di dare la terra ai contadini poveri. Il Messico piombò nel caos. Le masse popolari si divisero: mentre gli operai appoggiavano i costituzionalisti, i contadini poveri seguivano Zapata e Villa (che si sarebbe poi trasformato in un vero e proprio bandito).<br><br></div><div>Nel 1917 Carranza fu eletto presidente e varò una costituzione assai avanzata che sanciva la laicità dello Stato, il matrimonio civile, la sottrazione dell’insegnamento primario alla Chiesa cattolica, la nazionalizzazione delle miniere, l’avvio della riforma agraria, i diritti politici e civili, il carattere legale dei sindacati. Il che però non valse ad assicurare la pace interna. Zapata, rimasto su posizioni radicali, venne assassinato nel 1919, lo stesso Carranza cadde vittima di un attentato nel 1920 e Villa fu a sua volta assassinato nel 1923.<br><br></div><div><strong>La fine della rivoluzione e l’avvio della stabilità<br></strong><br></div><div>Tra il 1920 e il 1924 la presidenza venne retta da Obregón e tra il 1924 e il 1928 dal generale Plutarco Elías Calles. Nel 1928, subito dopo la sua rielezione a presidente, Obregón cadde sotto i colpi di un fanatico cattolico. Questi presidenti avviarono importanti riforme politiche e sociali, in un clima di scontro violento con la Chiesa cattolica, privata dei suoi privilegi e delle sue proprietà. Durante la sua presidenza, Calles si fece garante dell’attuazione della Costituzione. La riforma dell’istruzione e la riforma agraria suscitarono la reazione dei cattolici e dei latifondisti, i quali promossero un’insurrezione (detta dei <em>cristeros</em>) che venne duramente repressa. Calles riorganizzò inoltre l’esercito nazionale e fondò il Partito nazionale rivoluzionario (poi denominato Partito rivoluzionario istituzionale). Quando nel 1928 egli lasciò la presidenza, la Rivoluzione messicana poteva dirsi conclusa.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 17:13:09 UTC</pubDate>
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         <title>QUATTORDICI PUNTI DI WILSON </title>
         <author>salvatore_improta71</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/325559015</link>
         <description><![CDATA[<div>I "<strong>Quattordici punti</strong>" è il nome dato ad un discorso pronunciato dal presidente Woodrow Wilson l'8 gennaio 1918 davanti al Senato degli Stati Uniti e contenente i propositi di Wilson stesso in merito all'ordine mondiale seguente la prima guerra mondiale,basati su appunto quattordici principi di base.</div><div>Essi enunciavano:</div><ol><li>Pubblici trattati di pace, stabiliti pubblicamente e dopo i quali non vi siano più intese internazionali particolari di alcun genere, ma solo una diplomazia che proceda sempre francamente e in piena pubblicità.</li><li>Assoluta libertà di navigazione per mare, fuori delle acque territoriali, così in pace come in guerra, eccetto i casi nei quali i mari saranno chiusi in tutto o in parte da un'azione internazionale, diretta ad imporre il rispetto delle convenzioni internazionali.</li><li>Soppressione, per quanto è possibile, di tutte le barriere economiche ed eguaglianza di trattamento in materia commerciale per tutte le nazioni che consentano alla pace, e si associno per mantenerla.</li><li>Scambio di efficaci garanzie che gli armamenti dei singoli stati saranno ridotti al minimo compatibile con la sicurezza interna.</li><li>Regolamento liberamente dibattuto con spirito largo e assolutamente imparziale di tutte le rivendicazioni coloniali, fondato sulla stretta osservanza del principio che nel risolvere il problema della sovranità gli interessi delle popolazioni in causa abbiano lo stesso peso delle ragionevoli richieste dei governi, i cui titoli debbono essere stabiliti.</li><li>Evacuazione di tutti i territori russi e regolamento di tutte le questioni che riguardano la Russia senza ostacoli e senza imbarazzo per la determinazione indipendente del suo sviluppo politico e sociale e assicurarle amicizia, qualsiasi forma di governo essa abbia scelto. Il trattamento accordato alla Russia dalle nazioni sorelle nel corso dei prossimi mesi sarà anche la pietra di paragone della buona volontà, della comprensione dei bisogni della Russia, astrazion fatta dai propri interessi, la prova della loro simpatia intelligente e generosa.</li><li>Il Belgio – e tutto il mondo sarà di una sola opinione su questo punto – dovrà essere evacuato e restaurato, senza alcun tentativo per limitarne l'indipendenza di cui gode al pari delle altre nazioni libere.</li><li>Il territorio della Francia dovrà essere completamente liberato e le parti invase restaurate. Il torto fatto alla Francia dalla Prussia nel 1871, a proposito dell'Alsazia–Lorena, che ha compromesso la pace del mondo per quasi 50 anni, deve essere riparato affinché la pace... possa essere assicurata di nuovo nell'interesse di tutti.</li><li>Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatta secondo le linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le nazionalità.</li><li>Ai popoli dell'Austria–Ungheria, alla quale noi desideriamo di assicurare un posto tra le nazioni, deve essere accordata la più ampia possibilità per il loro sviluppo autonomo.</li><li>La Romania, la Serbia e il Montenegro dovranno essere evacuati, i territori occupati dovranno essere restaurati; alla Serbia sarà accordato un libero e sicuro accesso al mare, e le relazioni specifiche di alcuni stati balcanici dovranno essere stabilite da un amichevole scambio di vedute, tenendo conto delle somiglianze e delle differenze di nazionalità che la storia ha creato, e dovranno essere fissate garanzie internazionali dell'indipendenza politica ed economica e dell'integrità territoriale di alcuni stati balcanici.</li><li>Alle regioni turche dell'attuale impero ottomano dovrà essere assicurata una sovranità non contestata, ma alle altre nazionalità, che ora sono sotto il giogo turco, si dovranno garantire un'assoluta sicurezza d'esistenza e la piena possibilità di uno sviluppo autonomo e senza ostacoli. I Dardanelli dovranno rimanere aperti al libero passaggio delle navi mercantili di tutte le nazioni sotto la protezione di garanzie internazionali.</li><li>Dovrà essere creato uno stato indipendente polacco, che si estenderà sui territori abitati da popolazioni indiscutibilmente polacche; gli dovrà essere assicurato un libero e indipendente accesso al mare, e la sua indipendenza politica ed economica, la sua integrità dovranno essere garantite da convenzioni internazionali.</li><li>Dovrà essere creata un'associazione delle nazioni, in virtù di convenzioni formali, allo scopo di promuovere a tutti gli stati, grandi e piccoli indistintamente, mutue garanzie d'indipendenza e di integrità territoriale.</li></ol><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 19:00:17 UTC</pubDate>
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         <title>recensione film la grande guerra</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 19:02:42 UTC</pubDate>
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         <title>gustave le bon. Il potere tirannico sulle masse</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>vardaro...... LE FONTI DEL TOTALITARISMO</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 19:03:48 UTC</pubDate>
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         <title>Film &quot;La verità negata&quot; </title>
         <author>teresacassa</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/325563179</link>
         <description><![CDATA[<div>CASSANDRO TERESA<br><br>Nel 1996 il saggista britannico negazionista ed esperto di Adolf Hitler David Irving intentò una causa di diffamazione contro l'editore Penguin Books e l'accademica americana ebrea Deborah Lipstadt. Ne seguì una lunga istruttoria che culminò nel 2000 in un processo di 4 mesi tenuto a Londra. Coinvolti furono i migliori avvocati del Regno Unito a difesa della donna, mentre Irving decise di rappresentarsi da solo. Dalle vicende processuali, la Lipstadt scrisse un libro nel 2005 intitolato "Denial: Holocaust History on Trial" a cui si ispira il film di Mick Jackson. </div><div>Contrariamente a quanto si possa pensare, "La verità negata" non è un film sull'Olocausto. O meglio, lo è solo nella misura in cui esso costituisce l'oggetto della negazione che rimanda al processo di cui argomenta il film. Di fatto, come viene più volte riferito nel testo, "è come affermare che Elvis è vivo". Pesi diversi ma concetti identici: al centro vi è la rimozione forzata dell'evidenza, della Verità. Perfetta (per una volta) è quindi la traduzione italiana dell'originale Denial in quanto contiene le parole chiave d'apertura alla comprensione di un'opera più filosofica che storica. </div><div>Legal drama per eccellenza, il film del britannico Mick Jackson naviga felicemente su due binari: da una parte aderisce egregiamente alla materia d'ispirazione, dall'altra utilizza tale materia per innalzarla a un livello simbolico. Il merito va al talentuoso sceneggiatore David Hare, capace di restituire alla parola tutti i sensi che il semplice significato spesso trascura, pur attingendo termini e frasi direttamente dagli atti processuali. La Parola è infatti la grande protagonista di questa solida pellicola, ingigantita da interpreti di incontestabile perfezione tra cui spicca la performance sensibile eppure potente di Tom Wilkinson. Il suo avvocato Richard Rampton costituisce l'emblema fra il professionista che cerca le prove persino ad Auschwitz (misurando distanze fra oggetti che dovevano esserci e non ci sono più) e l'uomo che tenta di trattenere una causa ad alto tasso emotivo dentro ai ranghi razionali di una corte. Se il sistema giudiziario britannico fa il suo (pare che, dopo questo processo, sia persino cambiato) nella impostazione del dispositivo dialettico, il vero nucleo semantico del testo risiede in ciò che non è detto e non è esibito. Tutto è confutabile fino a prova contraria e non cè sterminio che tenga: basta mettere in discussione 4 fori nel tetto di una camera a gas per negare l'Olocausto. Allora, come saggiamente accetta di fare Deborah Lipstadt, vale la pena delegare altrove la propria coscienza, per il bene di una causa che non può riguardare il proprio ego. </div><div>Se lo stile registico del film non presenta scossoni da nessun punto di vista tanto da poterlo definire classico, è la profondità della sceneggiatura a fornire il valore più pregiato. Perché difendere la libertà di parola non significa difendere le menzogne. </div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 19:08:31 UTC</pubDate>
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         <title>CAUSE, EVOLUZIONE, CONSEGUENZE</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/325567921</link>
         <description><![CDATA[<div>timpani</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 19:16:40 UTC</pubDate>
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         <title>perchè l&#39;italia diventa fascista?</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>varracchio</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 19:16:50 UTC</pubDate>
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         <title>                  VERSO L’EMANCIPAZIONE: IL RUOLO DELLA DONNA DURANTE LA GRANDE GUERRA</title>
         <author>matadorcavani2000</author>
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         <description><![CDATA[<div>-Di Palo Emanuele<br>Ancora oggi, spesso, lo studio degli eventi storici relativi al primo conflitto mondiale ci trasmette un’idea della guerra come di un universo tutto maschile, in cui rivestono un ruolo centrale i soldati, le battaglie, le decisioni dei grandi generali e la vita di trincea. Eppure, anche le donne, pur non combattendo in prima persona, diedero un apporto fondamentale allo sforzo bellico. Ciò contribuì a modificare il loro ruolo nella società e a dare una spinta decisiva al processo di emancipazione femminile.<br><br></div><div>Mentre la memoria e l'immagine maschile, che sono in gran parte memoria e immagini dei campi di battaglia, sono caratterizzate generalmente dal senso dell’orrore della violenza gratuita, della sofferenza e della tragedia, alcune testimonianze orali di donne, raccolte da numerosi studiosi, lasciano intravedere piuttosto un senso di liberazione e di orgoglio retrospettivo, nonchè di accresciuta fiducia in se stesse.<br><br></div><div>Non tutte le donne vissero il tempo di guerra allo stesso modo, ma almeno per alcune la memoria di quel tempo “felice” appare oggi comprensibile, perché rinvia al senso di liberazione da un mondo chiuso nell'ambito privato e domestico, nel ruolo di madri e spose, nel quale si trovavano comunque “prigioniere” ancora in quel tragico agosto del 1914.<br><br></div><div> Una cosa era la condizione delle donne di classi popolari, costrette a subire ristrettezze economiche e alimentari, il peso di nuove responsabilità e il superlavoro derivante dall'accumulo di compiti per l'assenza dei maschi; un'altra quella delle giovani operaie da poco entrate nel lavoro di fabbrica, esposte a lavori pesanti e pericolosi, ma pronte ad approfittare di qualche spazio di libertà dalla tutela maschile e in particolare paterna che cosi gli era offerto; un altro aspetto, infine, era quello delle donne appartenenti alla classe media, che trovarono per la prima volta il modo di uscire dall'ambito familiare, di sentirsi valorizzate in compiti socialmente utili e pubblicamente riconosciuti. Ma vi fu anche il caso estremo di quelle donne che dovettero subire le violenze sessuali degli eserciti occupanti.<br><br><br></div><div><br></div><div>Le donne furono chiamate ad affiancare e in molti casi anche a sostituire gli uomini in una vasta gamma di occupazioni: moltissime vennero impiegate nell’industria bellica, le crocerossine fornirono assistenza ai soldati, altre confezionavano da casa indumenti da inviare al fronte. Lavorarono come braccianti agricole, cuoche, medici, telegrafiste, dattilografe, macchiniste e poliziotte, continuando nello stesso tempo a svolgere le mansioni domestiche. In alcuni casi straordinari servirono anche come combattenti. Fu una vera e propria rivoluzione quella che si verificò nelle relazioni fra generi, in una società in cui il lavoro delle donne (soprattutto quelle di classe agiata) costituiva ancora un’eccezione. Grazie alla guerra furono messi in discussione modelli di comportamento fino ad allora ritenuti immutabili e gerarchie e distinzioni che sembravano ormai fortemente consolidate.<br><br></div><div>All’inizio del XX secolo, le donne non sposate vivevano all’ombra del padre e quelle sposate erano completamente sottomesse al marito, capo unico e assoluto. Le loro condizioni variavano però in base alla classe di appartenenza. Le donne dell’alta borghesia erano esclusivamente mogli e madri e si occupavano dell’educazione dei figli e della gestione della casa senza poter svolgere un lavoro autonomo, mentre quelle della piccola borghesia spesso erano occupate già da prima del matrimonio in professioni tipicamente femminili, come l’insegnante o la bambinaia. Le donne della classe operaia, oltre a fare i lavori di casa, lavoravano come governanti nelle famiglie più abbienti o nelle fabbriche come operaie sottopagate. In ogni caso, per intraprendere un’attività professionale era indispensabile il consenso del marito.<br><br></div><div>Già da prima della guerra, in tutta Europa venivano condotte campagne per far ottenere alle donne i diritti completi di cittadinanza. Le cosiddette “suffragette” erano soprattutto donne della borghesia che si battevano per il diritto di voto con la resistenza passiva, con scioperi della fame o disturbando manifestazioni ufficiali. Il movimento si impegnò anche per il diritto alla parità di istruzione, di occupazione e di reddito tra donne e uomini. Quando la crisi internazionale cominciò a dispiegarsi fra il giugno e il luglio del 1914, le donne erano ancora quasi ovunque prive del diritto di voto e non avevano possibilità di pronunciarsi sulle questioni politiche. Ad esclusione di alcune leader di organizzazioni internazionali femministe, che incitarono le donne a chiedere ai governi di arrestare la rapida chiamata alle armi, furono rare le voci femminili che si fecero sentire nel criticare pubblicamente i governi a guerra dichiarata. Fra queste, le italiane Linda Malnati e Carlotta Clerici, che collaborarono nel 1914 al “Comitato pro umanità” per sostenere la formazione di una Lega italiana per la neutralità, e l’austriaca Marianne Hainisch, che nello stesso anno assunse la guida della Commissione di pace dell’Unione delle Associazioni delle donne in Austria.<br><br></div><div>Lo scoppio della guerra rappresentò un passo molto significativo verso l’indipendenza della donna; con la partenza degli uomini per il fronte, alla donna spettava il compito di allevare da sola i figli e di prendersi cura dell’abitazione, ma soprattutto di sostituire gli uomini in tutte quelle attività che fino ad allora erano state prerogativa esclusivamente maschile. Molte lavoravano nelle città, come telefoniste e conduttrici di tram o negli uffici della posta militare. Oltre al lavoro, si impegnavano in attività di beneficenza e assistenza ai soldati, in organizzazioni volontarie di soccorso e nella cura di feriti e ammalati.<br><br></div><div>Il numero delle donne che svolgeva lavori in fabbrica crebbe moltissimo: nel 1918, in Italia, le donne rappresentavano un quarto della manodopera negli stabilimenti ausiliari di Torino, il 31% in quelli di Milano, l’11% a Genova e il 20% in quelli non ausiliari della stessa città. Le lavoratrici e le donne più povere della classe media erano addette ai lavori più faticosi. Nel settore industriale e commerciale esse lavoravano in condizioni spaventose, a causa dell’abrogazione del riposo domenicale, del mancato pagamento degli straordinari e dell’aumento delle ore di lavoro fino a tredici giornaliere: fattori che moltiplicarono gli incidenti, le malattie e gli aborti spontanei.<br><br></div><div>L’attività più importante era l’industria bellica e, in particolare, la produzione di munizioni. La manipolazione di sostanze chimiche velenose provocò spesso problemi di salute a molte donne; inoltre, le fabbriche e i depositi di esplosivi erano a costante rischio di incidenti. Il più grande disastro di cui si sia a conoscenza, avvenne nella fabbrica di munizioni di Wöllesdorf, in Austria. Nello stabilimento circa 500 ragazze e donne confezionavano cariche di lancio per i bossoli di artiglieria dei grossi calibri. L’esplosione che si verificò ebbe effetti devastanti, provocando la morte  di quasi tutte le lavoratrici.<br><br></div><div>                                    <br><br></div><div> <br><br></div><div>I compiti in cui la donna e' più frequentemente rappresentata al tempo della Grande Guerra, sono quelli più tradizionali dell'infermiera e della dama di carità, che sottolineano il ruolo tipicamente femminile di angelo consolatore, di custode, assistente e supplente dell'uomo.<br><br></div><div>Nonostante ciò, in alcune donne l’entusiasmo per la guerra fu così grande che vollero partecipare ai combattimenti fingendo di essere uomini. Fra le figure di donna che combatterono in prima persona va ricordata Flora Sandes, che inizialmente si arruolò volontaria nella Croce Rossa britannica e operò in Serbia presso il secondo reggimento di fanteria. Durante la ritirata verso l’Albania rimase separata dal suo gruppo e si unì per sicurezza a un reggimento serbo. Fu la prima donna ad essere nominata ufficiale dell’esercito serbo e la prima donna inglese a essere ufficialmente reclutata come soldato.<br><br></div><div> <br><br></div><div> <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 21:07:19 UTC</pubDate>
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         <title>Lega delle Nazioni 2-0</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Marco Pagan<br>La Società delle Nazioni (francese: Société des Nations; inglese: League of Nations; spagnolo: Sociedad de Naciones), in sigla SDN, anche conosciuta come Lega delle Nazioni, è stata la prima organizzazione intergovernativa avente come scopo quello di accrescere il benessere e la qualità della vita degli uomini. Il suo principale impegno era quello di prevenire le guerre, sia attraverso la gestione diplomatica dei conflitti sia attraverso il controllo degli armamenti.<br>La Società delle Nazioni fu fondata nell'ambito della conferenza di pace di Parigi del 1919, formalmente il 28 giugno 1919 con la firma del trattato di Versailles del 1919 – e fu estinta il 19 aprile 1946 in seguito al fallimento rappresentato dalla seconda guerra mondiale e alla nascita, nel 1945, di un'organizzazione con identico scopo, le Nazioni Unite. Il fallimento rappresentato dalla seconda guerra mondiale fu così grande che si pensò infatti a una nuova organizzazione, anche perché uno dei principali attori positivi della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti, non ne era membro, nonostante fosse stato proprio un suo presidente, Thomas Woodrow Wilson, il maggior promotore della Società delle Nazioni (per questo impegno Woodrow Wilson fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1919).<br>Le conquiste diplomatiche che si raggiunsero con la Società delle Nazioni – nonostante questa mancasse di proprie forze armate e perciò spettasse alle grandi potenze economico-militari il compito di imporre le risoluzioni politiche e le sanzioni economiche da essa deliberate fornendo, quando necessario, un esercito – rappresentarono comunque un deciso passo avanti rispetto al secolo precedente.<br><br>Un primo riferimento filosofico a una concezione pacifistica delle comunità sovranazionali si può trovare nella celebre opera politica di Immanuel Kant del 1795 Per la pace perpetua in cui il filosofo tedesco propose un proprio progetto di ordinamento giuridico a tutela della pace mondiale.<br>A partire dalla convenzione di Ginevra del 1864 si sviluppò un movimento diplomatico internazionale a carattere pacifista che raggiunse la sua massima espressione nella convenzione dell'Aia del 1907, un trattato internazionale nato nell'ambito della conferenza di pace dell'Aia del 1907, la seconda dopo quella del 1899. La Confederazione degli Stati dell'Aia, come il giurista e pacifista neokantiano Walther Schücking chiamò gli Stati aderenti alla convenzione dell'Aia del 1907, costituì un'alleanza globale che ambiva al disarmo parziale e alla guida diplomatica delle contese fra le nazioni.<br><br>In seguito al fallimento della convenzione dell'Aia del 1907 rappresentato dallo scoppio della prima guerra mondiale, l'idea della Società delle Nazioni sembra essere nata dal politico inglese Edward Grey, che all'epoca ricopriva nell'Impero britannico la carica di segretario di Stato per gli affari esteri e del Commonwealth. L'idea fu in seguito adottata dal presidente degli Stati Uniti d'America Thomas Woodrow Wilson e dal suo consigliere, il colonnello Edward M. House, i quali videro in essa lo strumento per evitare eventi sanguinari come la prima guerra mondiale, all'epoca ancora in corso. L'idea fu infatti inserita da Woodrow Wilson nei "Quattordici punti", il discorso che Woodrow Wilson tenne l'8 gennaio 1918 davanti alle due camere del Congresso degli Stati Uniti riunite in seduta comune. Nello storico discorso il presidente statunitense espose la sua strategia per porre termine alla prima guerra mondiale e gettare le basi per una pace mondiale stabile e duratura. Tale strategia ispirò la sua azione nella conferenza di pace di Parigi del 1919-1920, la riunione in cui al termine della prima guerra mondiale gli Stati che vi avevano partecipato fissarono i termini della pace.<br>La proposta di Wilson di creare un'organizzazione sovranazionale a salvaguardia della pace mondiale fu accettata dalla conferenza di pace di Parigi del 1919-1920 il 25 gennaio 1919. Il compito di redigere lo statuto dell'organizzazione, la convenzione della Società delle Nazioni, fu affidato a una speciale commissione. Come presidente della commissione fu scelto lo stesso Wilson, assecondando il suo volere.<br>Una forma definitiva dello statuto della Società delle Nazioni fu approvata il 28 aprile 1919 e inserita nella prima parte del trattato di Versailles del 1919 (articoli 1-26). Il trattato fu firmato nella Galleria degli Specchi del Palazzo di Versailles (Versailles, Francia) il 28 giugno 1919 da 44 Stati (31 di essi avevano preso parte alla prima guerra mondiale al fianco della Triplice Intesa).<br>Nonostante fossero stati proprio gli sforzi del presidente statunitense Wilson a far nascere la Società delle Nazioni, gli Stati Uniti non vi aderirono mai a causa dell'opposizione che fece il Partito Repubblicano al Senato (di particolare influenza fu l'azione dei politici Henry Cabot Lodge, del Massachusetts, e William E. Borah, dell'Idaho) impedendo la ratifica del trattato di Versailles del 1919.<br><br>	•	Non disponeva di forze armate. Famosa la risposta di Mussolini alle accuse della Lega riguardo all'occupazione dell'Abissinia: «La Lega va molto bene quando sparano i passeri, ma non quando le aquile scendono in picchiata».[5]<br>	•	Era richiesto il voto unanime, il che corrispondeva a un vero e proprio veto generalizzato.<br>	•	L'esclusione della proposta giapponese sulla clausola di eguaglianza razziale dal patto della Società paralizzò, secondo molti storici, l'autorità morale della Società.<br>	•	Alcune importanti nazioni non vi erano incluse. Gli Stati Uniti non ne fecero mai parte, anche se il presidente Woodrow Wilson era stato uno dei promotori della sua nascita: dopo il rifiuto di ratificare il trattato di Versailles, il Senato statunitense bocciò il 19 gennaio 1919 la proposta di adesione alla Società. Il Giappone e l'Italia furono tra i Paesi fondatori, disponendo anche di un membro permanente nel Consiglio, ma ne uscirono, il primo nel 1933 e la seconda l'11 dicembre 1937. La Germania fu membro dal 1926 al 1933. L'Unione Sovietica entrò nel 1934 e venne espulsa per aggressione nel 1939 quando invase la Finlandia e occupò l'Estonia, la Lettonia e la Lituania in seguito al patto Molotov-Ribbentrop.<br>	•	I precedenti fallimenti mostrarono che era inefficace: il sanzionamento dell'invasione italiana dell'Etiopia nel 1935 fu uno dei casi più significativi.<br>	•	Un consiglio e un'assemblea non permanenti rendevano lente le decisioni.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 21:39:38 UTC</pubDate>
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         <title>café chantant in ItaliaFrancesco Titone VD</title>
         <author>francesco_titone10</author>
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         <description><![CDATA[<div>il café chantant divenne in Italia non solo un lugo ed un genere teatrale, ma anche qui, come in Francia un verp e proprio simbolo della bella vita e della spensieratezza che caratterizzarono la belle epoque.<br>Sul finire del XIX sec, quando Parigi divenne il simbolo del divertimento, i café chantant valicarono le alpi. La novità esplose a Napoli dove nel 1890 venne inaugurato il Salone Margherita, incastonato nello splendido contesto della nascente Galleria Umberto I, quando la diffusione dei café concert coincise con l'epoca d'oro della canzone Napoletana. L'idea fu vincente e ricalcò  totalmente il modello francese, infatti oltre ai menu qui anche le insegne e persino i contratti degli artisti erano scritti in francese. gli artisti poi, fintamente d'oltralpe ricamavano i loro nomi sui modelli delle vedettes parigine, le ballerine ballavano il can can nuovo stile di danza, più lascivo e che non lasciava niente all'immaginazione, che meglio si adattava al nuovo stile di vita delle nuove personalità dell'epoca. Purtroppo per tutti la vita del locale fu breve, gli spettacoli chiusero nel 1912 con il finire  della belle epoque e il locale rimase aperto come luogo storico fino al 1982.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 23:03:17 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2019-01-30 09:14:05 UTC</pubDate>
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         <title>Luisa Di Mauro GLI EBREI SONO CRISTIANI </title>
         <author>luisadimauro2000</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/327913077</link>
         <description><![CDATA[<div> Nazaret tradisce la religione e il gruppo etnico di provenienza per i quali viene catturato, separato dalla sua famiglia, messo ai lavori forzati, poi condannato a morte e (scampato miracolosamente) vessato ogni qual volta incontri l'autorità. Nell'impero Ottomano degli anni della prima guerra mondiale, assieme a molti altri armeni, la sua famiglia è vittima di uno dei primi genocidi programmati a tavolino. L'aver scampato la morte costa a Nazaret le corde vocali ma senza curarsi del problema d'essere muto affronterà viaggi nel deserto, nelle città e infine attraverso l'oceano per ritrovare le figlie da cui è stato diviso.<br>É con un quasi-kolossal, un affresco storico tra due continenti nello stile di <a href="http://www.mymovies.it/biografia/?r=595">David Lean</a> o più prosaicamente delle europroduzioni dall'obbligata (e fastidiosissima) lingua inglese, che Fatih Akin chiude la sua trilogia su Amore, Morte e Satana. Il demonio di questo film non è difficile da individuare, è sia da una parte ben precisa che in tutti gli uomini che compaiono, dovunque il protagonista si rechi c'è un suo simile pronto ad atti immondi che Akin si assicura di filmare per sottolinearne la malvagità, non aderendo a nulla che non sia il punto di vista del suo piccolo uomo dal "culo secco".<br>Muto e determinato il protagonista di Tahar Rahim è il testardo motore perpetuo di questo film, protagonista di mille avventure alla ricerca delle figlie gemelle<br>QUESTA SONO IO TRISTE PER LE SCENE VIOLENTE E CRUDELI DEL FILM</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-05 17:43:15 UTC</pubDate>
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         <title>LAWRENCE D&#39;ARABIA(Santone Carmine)</title>
         <author>santonecarmine00</author>
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         <description><![CDATA[<div><br>LAWRENCE D'ARABIA<br> Il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence è stato un agente segreto, militare, archeologo e scrittore britannico di Galles.È ricordato per essere stato uno dei capi della rivolta araba di inizio Novecento.Allo scoppiare della Prima guerra mondiale, venne destinato al Cairo presso il Servizio cartografico dell’Intelligence dell’esercito britannico con il grado di Maggiore. La fraternizzazione del maggiore Lawrence con la “situazione” araba culminò nel 1916 quando, per idealismo prima e per incarico ufficiale, inizio a fomentare la rivolta delle tribù nomadi della penisola araba contro gli occupanti turchi, alleati con i Tedeschi nella Quadruplice Alleanza.<br> La sue maggiore impresa di carattere militare fu l’inattesa conquista dell’inespugnabile città di Aqaba, porto di rilevante importanza strategica sul Mar Rosso.Sbloccata la situazione strategica in Medio Oriente il sogno d’Indipendenza arabo sciamò, non più sostenuto dall’interesse britannico che ormai aveva raggiunto i suoi Scopi. Con l'accordo Sykes-Picot, Gran Bretagna e Francia, si spartirono buona parte della regione. La Francia ottenne Siria e Libano, alla Gran Bretagna furono assegnati la Palestina e l'Iraq.Ma non fu così semplice procedere operativamente perché occorreva discutere sui confini, i governi da mettere in piedi, le rivendicazioni contrastanti.Winston Churchill inventò uno stato che oggi si chiama Giordania. Dietro pressioni dei libanesi cattolici, il governo francese aumentò le dimensioni del Libano a scapito della Siria.<br> Ma ovviamente il problema maggiore era rappresentato dal controllo della Terra Santa o Palestina, un problema reso ancor più complicato dal fatto che Londra aveva promesso questo territorio sia agli arabi sia ai sionisti ed in seguito ha mantenuto il controllo sul territorio con l'accordo Sykes-Picot.<br> A distanza di un secolo, si può dire che l'accordo ha avuto un'influenza pressoché nefasta senza alcuna qualità positiva,diventando il simbolo per eccellenza della perfidia europea.. Esso ha gettato le basi dei futuri Stati canaglia della Siria e dell'Iraq, della guerra civile libanese, esacerbando anche il conflitto arabo-israeliano.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-05 19:05:51 UTC</pubDate>
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         <title>La febbre spagnola</title>
         <author>GiuseppeC</author>
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         <description><![CDATA[<div>Giuseppe Casillo //<br><br>L'influenza spagnola dilagò in Europa, Asia e Nord America subito dopo il termine della "Grande Guerra", nel biennio 1918-1919, devastando popolazioni già duramente provate dal conflitto. Furono proprio le condizioni di vita precarie a favorire il diffondersi della pandemia, che provocò 50 milioni di morti (75 milioni secondo altre fonti), contagiando oltre un miliardo di persone. A rendere ancor più pesante il bilancio delle vittime contribuì il fatto che furono i giovani maschi adulti sani a pagare il prezzo maggiore in termini di vite perdute.<br><br>L'influenza spagnola fu così chiamata perché si riteneva che i primi casi fossero insorti nella penisola iberica. In realtà, il virus fu probabilmente portato in Europa dalle truppe statunitensi e trovò terreno fertile per la sua propagazione nelle trincee sovrappopolate e fatiscenti.<br><br></div><div>Responsabile dell'influenza spagnola fu il cosiddetto virus influenzale H1N1, frutto di una mutazione spontanea del comune virus dell'influenza. Tale mutazione cambiò in maniera importante gli antigeni di superficie del virus, rendendolo pressoché invisibile alle cellule della memoria sviluppate dall'organismo nei confronti di precedenti antigeni influenzali. Fu proprio la mancanza di immunità acquisita nella popolazione a rendere così letale l'influenza spagnola</div><div><br></div>]]></description>
         <pubDate>2019-02-05 23:19:59 UTC</pubDate>
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         <title>Divisione dei poteri</title>
         <author>nadiacozzi12</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/347985199</link>
         <description><![CDATA[<div>Cozzi <br>Per la teoria della separazione dei poteri (Montesquieu “spirito delle leggi 1748”) ogni funzione pubblica deve essere attribuita ad un potere distinto (legislativo: elabora leggi; esecutivo: applica leggi; giudiziario: applica le leggi e dirime le controversie), per evitare che concentrazione di attribuzioni possano spianare la strada alla tirannia.  Tuttavia i poteri devono potersi condizionare in modo da bilanciarsi reciprocamente secondo uno schema di pesi e contrappesi (ceck and balance):  in Italia il presidente della repubblica ha come compito principale quello di  garantite gli equilibri fra i diversi poteri.<br> Ma l’evoluzione costituzionale ha modificato il  principio della separazione dei poteri, infatti:<br> -la funzione legislativa:  assume sempre più leggi provvedimento, ovvero regole valevoli per soggetti e situazioni determinate, e l’esecutivo trova in alcuni sistemi la possibilità di emanare degli atti con forza di legge, cosi come avviene in Italia per decreti legge e decreti legislativi;<br> <br> -la funzione giurisdizionale: si è allontanata dai modelli tradizionali, infatti i giudici assumono sempre più importanza per la definizione dei contenuti normativi dei testi legislativi;<br> -la funzione di indirizzo politico:  va ad aggiungersi alle  tre tradizionali forme di potere. Si tratta  della preventiva determinazione delle linee direttrici dell’azione statale a cui dovranno attenersi poi le attività legislative ed esecutive Il sistema politico italiano è organizzato secondo il principio di separazione dei poteri: il potere legislativo è attribuito al Parlamento, al governo spetta il potere esecutivo, mentre la magistratura, indipendente dall'esecutivo e dal potere legislativo, esercita invece il potere giudiziario; il presidente della Repubblica è la massima carica dello stato e ne rappresenta l'unità.<br> <br> La legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione, ossia il codice che indica i principi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini e ne fissa l'ordinamento. Il potere legislativo statale spetta al Parlamento ai sensi dell'art. 70 della Costituzione, suddiviso in due camere: il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati. Tutte le leggi, in ultima istanza, devono essere promulgate dal presidente della Repubblica il quale può rinviare al Parlamento una legge se ritiene che questa sia in contrasto con la Costituzione (il cosiddetto veto sospensivo), ma esclusivamente per la prima volta. Il Consiglio dei ministri si regge su una maggioranza parlamentare, tipicamente costituita a partire da una consultazione elettorale tra tutti gli aventi diritto di voto.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-04-03 09:44:47 UTC</pubDate>
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         <title>Di mauro</title>
         <author>luisadimauro2000</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/357100434</link>
         <description><![CDATA[<div><strong>Art. 83</strong><br>Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri.<br>All'elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d'Aosta ha un solo delegato.<br>L'elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell'assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.<br><br><strong>Art. 84</strong><br>Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d'età e goda dei diritti civili e politici.<br>L'ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica.<br>L'assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.<br><br><strong>Art. 85</strong><br>Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni.<br>Trenta giorni prima che scada il termine, il Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.<br>Se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove. Nel frattempo sono prorogati i poteri del Presidente in carica.<br><br><strong>Art. 86</strong><br>Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato.<br>In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione.<br><br><strong>Art. 87</strong><br>Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.<br>Può inviare messaggi alle Camere.<br>Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.<br>Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.<br>Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.<br>Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.<br>Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.<br>Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere.<br>Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.<br>Presiede il Consiglio superiore della magistratura.<br>Può concedere grazia e commutare le pene.<br>Conferisce le onorificenze della Repubblica.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-06 09:32:46 UTC</pubDate>
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         <title>Art. 13 a 17 &quot;Rapporti civili&quot;</title>
         <author>ludo99paone</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/357101258</link>
         <description><![CDATA[<div><strong> Paone Ludovico</strong></div><div><strong>Art. 13.</strong></div><div>La liberta' personale e' inviolabile.</div><div>Non e' ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, ne' qualsiasi altra restrizione della liberta' personale, se non per atto motivato dell'autorita' giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.</div><div>In casi eccezionali di necessita' ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l'autorita' di pubblica sicurezza puo' adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'autorita' giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.</div><div>E' punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di liberta'.</div><div>La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.</div><div><strong>Art. 14.</strong></div><div>Il domicilio e' inviolabile.</div><div>Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della liberta' personale.</div><div>Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanita' e di incolumita' pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.</div><div><strong>Art. 15.</strong></div><div>La liberta' e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.</div><div>La loro limitazione puo' avvenire soltanto per atto motivato dell'autorita' giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.</div><div><strong>Art. 16.</strong></div><div>Ogni cittadino puo' circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanita' o di sicurezza. Nessuna restrizione puo' essere determinata da ragioni politiche.</div><div>Ogni cittadino e' libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge.</div><div><strong>Art. 17.</strong></div><div>I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi.</div><div>Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non e' richiesto preavviso.</div><div>Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorita', che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumita' pubblica.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-06 09:36:52 UTC</pubDate>
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         <title>Gli articoli intoccabili della costituzione italiana</title>
         <author>nellocaputo3</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/357570198</link>
         <description><![CDATA[<div><br><br>La parte iniziale della Costituzione riporta gli   che riguardano i principi fondamentali su cui si fonda la Repubblica Italiana. Gli articoli 1 a 12<strong> </strong>spiegano quali sono le basi principali della Costituzione, in altre parole sono il fulcro dei fondamenti che definiscono il nostro Stato. Per questo motivo, questi articoli non potranno essere modificati in nessun modo, neanche quando la Costituzione viene revisionata. Ecco quali sono i principi fondamentali:<br><br></div><ol><li><strong>Democraticità</strong> – art. 1, 1° comma</li><li><strong>Sovranità popolare</strong> – art. 1, 2° comma</li><li><strong>Inviolabilità dei diritti</strong> – art. 2</li><li><strong>Uguaglianza formale ed uguaglianza sostanzial</strong>e – art. 3</li><li><strong>Diritto al lavoro</strong> – art. 4</li><li><strong>Riconoscimento delle autonomie locali</strong> – art. 5</li><li><strong>Tutela delle minoranze linguistiche</strong>– art. 6</li><li><strong>Libertà religiosa</strong> – art. 8</li><li><strong>Sviluppo della cultura, della tutela ambientale e del patrimonio storico ed artistico</strong> – art. 9</li><li><strong>Riconoscimento di collaborazioni internazionali</strong> – art. 10</li><li><strong>Ripudio della guerra come strumento di offesa</strong> – art. 11</li><li><strong>Struttura della bandiera italiana</strong> – art. 12</li></ol>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-07 12:03:32 UTC</pubDate>
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         <title>IL BOOM ECONOMICO DEGLI ANNI 60 E LA RIVOLUZIONE SESSUALE</title>
         <author>imma_russotesta25</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/363782550</link>
         <description><![CDATA[<div>Russo Testa <br>Il miracolo economico italiano (anche detto boom economico) è un periodo della storia d'Italia, compreso tra gli anni 50 e sessanta del XX secolo, appartenente dunque al secondo dopoguerra italiano ovvero ai primi decenni della Prima Repubblica e caratterizzato da una forte crescita economica e sviluppo tecnologico dopo l'iniziale fase di ricostruzione. <br>La fine del Piano Marshall (1951) coincise inoltre con l'aggravarsi della Guerra di Corea (1950-1953), il cui fabbisogno di metallo ed altre materie lavorate fu un ulteriore stimolo alla crescita dell'industria pesante italiana. Si erano poste così le basi d'una crescita economica spettacolare, il cui culmine si raggiunge nel 1960, destinata a durare sino alla fine degli anni sessanta e a trasformare il Belpaese da Paese sottosviluppato, dall'economia principalmente agricola, ad una potenza economica mondiale. Questa grande espansione economica fu determinata in primo luogo dallo sfruttamento delle opportunità che venivano dalla favorevole congiuntura internazionale. Più che l'intraprendenza e la lungimirante abilità degli imprenditori italiani, ebbero effetto l'incremento vertiginoso del commercio internazionale e il conseguente scambio di manufatti che lo accompagnò . Anche la fine del tradizionale protezionismo dell'Italia giocò un grande ruolo in quella fase. In conseguenza di quell'apertura, il sistema produttivo italiano ne risultò rivitalizzato, fu costretto ad ammodernarsi e ricompensò quei settori che erano già in movimento. La disponibilità di nuove fonti di energia e la trasformazione dell'industria dell'acciaio furono gli altri fattori decisivi. <br>Il sistema economico marciava a pieno regime, il reddito nazionale stava crescendo e la gente era rinfrancata dall'incremento dell'occupazione e dei consumi. Si erano infine dimenticati gli anni bui del secondo dopoguerra, quando il paese era ridotto in brandelli. È pur vero che tanti erano ancora i problemi da affrontare, fra cui la carenza di servizi pubblici, di scuole, di ospedali e di altre infrastrutture civili. Ma in complesso prevaleva un clima di ottimismo. D'altra parte, all'inizio del 1960 l'Italia si era fregiata di un importante riconoscimento in campo finanziario. Dopo che un giornale inglese aveva definito col termine miracolo economico il processo di sviluppo allora in atto, dalla Gran Bretagna era giunto un altro attestato prestigioso per le credenziali e l'immagine dell'Italia. Una giuria internazionale interpellata dal Financial Times aveva infatti attribuito alla lira l'Oscar della moneta più salda fra quelle del mondo occidentale.<br>In questi anni ci furono numerose rivoluzioni tra cui la rivoluzione sessuale, nota anche come liberazione sessuale, è stata un movimento sociale avvenuto attorno al 1968 principalmente nei paesi occidentali, e modificò i tradizionali codici di comportamento relativi alla sessualità e alle relazioni interpersonali. Il cambiamento più importante avvenuto a seguito di questa rivoluzione, fu l'accettazione del sesso al di fuori delle tradizionali relazioni eterosessuali e monogame (il matrimonio). Oltre allo sdoganamento del sesso prematrimoniale, seguirono l'introduzione del divorzio, l'abrogazione del reato di adulterio e del delitto d'onore, la normalizzazione della contraccezione e della pillola, il cambiamento della morale riguardo la nudità pubblica, l'accettazione dell'omosessualità e della pornografia, la possibilità di forme alternative di sessualità e la legalizzazione dell'aborto. La liberazione sessuale avvenne dopo che terminò la prima ondata femminista (1900-1960), e coincise con il periodo della seconda ondata femminista (1960-1980).<br>Una delle cause suggerite della rivoluzione sessuale degli anni '60 è stata lo sviluppo della pillola anticoncezionale nel 1960, che ha dato alle donne l'accesso a una contraccezione facile e affidabile. Un'altra probabile causa era un enorme miglioramento dell'ostetricia, riducendo notevolmente il numero di donne che morivano a causa della gravidanza, aumentando così l'aspettativa di vita delle donne. Una terza causa, più indiretta, era il gran numero di bambini nati negli anni '40 e nei primi anni '50 in tutto il mondo occidentale - la "generazione del baby boom" - molti dei quali sarebbero cresciuti in condizioni relativamente prospere e sicure, all'interno di una classe media in aumento e con un migliore accesso all'istruzione, e quindi crebbero con una visione più laica della vita e di conseguenza la chiesa (che da sempre nella storia fu contraria alla liberazione sessuale) perse potere. Le scoperte mediche e scientifiche concernenti i metodi anticoncezionali e abortivi quindi, posero le premesse per il controllo da parte delle donne della sfera della procreazione separandola dalla sessualità. La possibilità di controllare le nascite consentì alla donna di recuperare una sessualità indipendente dalla riproduzione, di rapportarsi in modo nuovo col proprio partner, di scoprire e conoscere il proprio corpo, affermandosi sempre più come soggetto autonomo e indipendente. Si può dunque dire che sulla scia della rivolta studentesca del '68 la nuova libertà si manifesta come una rivendicazione della società ma anche come una più generale rivolta intellettuale, quindi un comportamento sessuale più libero viene semplicemente inteso come segno di modernità. </div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-27 16:00:16 UTC</pubDate>
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         <title>https://padlet.com/francescocastaldo33/ocvoroje21za</title>
         <author>francescocastaldo33</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/364080633</link>
         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2019-05-28 16:28:59 UTC</pubDate>
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         <title>Marnie</title>
         <author>nadiacozzi12</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/364087271</link>
         <description><![CDATA[<div> Cozzi Nadia<br>L’abile cleptomane Margaret Edgar, Marnie, (Tippi Hedren) è appena scappata con il contenuto della cassaforte del suo ultimo datore di lavoro, Mr. Strutt di New York, che ha nel suo portafoglio clienti la facoltosa ditta di Mark Rutland (Sean Connery) di Philadelphia. Mark aveva notato la donna durante una visita agli uffici di Strutt.</div><div>Margaret mette al sicuro il malloppo, cambia il colore dei capelli ma, prima di cercarsi un nuovo lavoro dove mettere a segno un altro colpo, va a trovare il suo amato purosangue Florio che tiene in pensione presso una scuderia, e sua madre zoppa, che la crede segretaria di un facoltoso milionario. Tra la madre poco espansiva e la figlia esiste un muro di tensione le cui ragioni ci sono ignote, ma capiamo che Marnie, non si sente amata e scopriamo che è terrorizzata dal colore rosso e dai temporali.</div><div>Marnie si trasferisce a Philadelphia dove viene assunta con il nome di Mary Taylor, presso la ditta di Mark Rutland, non sapendo dei rapporti tra la ditta Rutland e Strutt. Mark è vedovo, vive nella sua lussuosa tenuta con l’anziano padre e la giovane cognata, Lil, innamorata di lui e rimasta a vivere con il cognato anche dopo la morte della sorella. Il facoltoso uomo d’affari ha riconosciuto la ladra, ma l’ha assunta perché attratto e incuriosito da lei. Un sabato pomeriggio, mentre Marnie sta facendo degli straordinari nell’ufficio di Mark, scoppia un temporale che provoca nella donna un attacco di panico. Mark l’aiuta a ritrovare la calma e la bacia. I due cominciano a vedersi e Marnie sembra attratta da Mark, pur rimanendo alquanto fredda. Quando Mark la presenta a suo padre e alla cognata, la cleptomane decide che è arrivato il momento di svaligiare la cassaforte di Rutland e di scappare. Questa volta però Mark la trova subito e la obbliga a restituire il denaro e a sposarlo, per non andare in prigione. Ha intuito che alla base del comportamento di Marnie c’è un trauma e la vuole aiutare, anche perché è interessato a tutte le patologie della psiche. Ma Mark non ha valutato in pieno la gravità della situazione che verrà fuori durante il viaggio di nozze: Marnie è frigida e non può neanche essere toccata dagli uomini. Il marito per qualche tempo asseconda la moglie cercando di conquistarla ma poi, in un momento di frustrazione e di rabbia, la violenta. Marnie tenta il suicidio e la coppia torna a casa prima del tempo.</div><div>Mark per guadagnare la fiducia e l’affetto della moglie, le porta Florio, il suo amato cavallo, e visto che lei non si vuole far curare, diventa il suo analista e scopre l’esistenza della madre a Baltimora, una donna che si guadagnava da vivere facendo la puttana, e che ha ammazzato un marinaio durante una colluttazione, quando la figlia aveva cinque anni. Dopo questo incidente la madre è rimasta zoppa.</div><div>Il padre di Mark e Lil organizzano una festa e una caccia alla volpe per presentare Marnie “in società”. Lil di nascosto ha invitato Strutt che riconosce subito la ladra. Mentre Mark decide di convincere Strutt a ritirare la denuncia, Marnie, impegnata nella caccia alla volpe, ha un incidente, cade da cavallo e ammazza Florio. Sconvolta Marnie cerca ancora di scappare, va presso gli uffici della Rutland per rubare il denaro, ma non ci riesce, viene raggiunta da Mark che la porta dalla madre a Baltimora. Sarà la scena finale e il confronto tra madre e figlia a farci scoprire, insieme alla protagonista, il grande segreto della sua infanzia: è stata lei ad ammazzare il marinaio per difendere la madre che l’uomo stava picchiando. Finalmente la madre non deve più nascondere la verità, abbassa le sue difese e spiega alla figlia cosa effettivamente è successo facendole capire che le ha sempre voluto bene. Non sappiamo se Marnie sia definitivamente guarita, intuiamo dei rapporti futuri più sereni tra madre e figlia, anche se non facili, e il film si conclude con la protagonista che esprime il desiderio di stare accanto al marito.</div><div>Il film è tratto da un romanzo di Winston Graham ed ha avuto una realizzazione laboriosa.</div><div>Marnie è un film complesso e intenso, come la sua protagonista, che vuole indagare sul problema dei traumi infantili e le loro conseguenze sulla vita di chi li subisce. È anche un film che indaga sui rapporti madre – figlia e uomo – donna, che rimangono instabili e angoscianti per tutto il film.</div><div>Marnie vuole l’amore di sua madre. Come una bambina desiderosa di piacere porta a quest’ultima regali costosi, le invia dei soldi, vuole apparire come il modello di donna “decente”, frigida e impeccabile che la madre le ha dato, ma tutti i suoi sforzi risultano vani, perché sua madre neanche riesce a toccarla. Il suo amore frustrato allora si tramuta in odio e Marnie sfoga la sua rabbia provocando una reazione violenta nella madre che la tocca solo per darle uno schiaffo. Ma questa madre zoppa, così fredda all’apparenza, ha anche lei un atteggiamento ambivalente: quando la figlia si ripresenta a casa, immaginiamo dopo un periodo di tempo abbastanza lungo, sembra sinceramene felice di vederla, dapprima la loda per “non avere bisogno degli uomini” e poi la critica ferocemente per il colore troppo chiaro dei suoi capelli che serve solo a “dare la caccia agli uomini”. Si erge così un muro d’incomprensione e risentimento tra le due donne impossibile da scalfire, e dovremo aspettare la scena finale per capire le ragioni di questa costruzione tanto assurda quanto inquietante. Lo spettatore rimane coinvolto, incuriosito e affascinato dai due infelici personaggi femminili, non riesce a giudicarle, prova inquietudine e desidera scoprire quel “qualcosa” di importante che appartiene presumibilmente al passato e che è il responsabile dei loro comportamenti.</div><div>I rapporti di Marnie con gli uomini sono anche loro ambigui. Questa donna sembra aver capito alla perfezione come usare la sua bellezza, come muoversi a “piccoli gesti” (si tira la gonna verso le ginocchia quando si sente osservata) per stimolare le fantasie sessuali nel sesso opposto. Si guadagna la fiducia sul posto di lavoro rimanendo riservata e lavorando in modo ineccepibile per poi rubare con più facilità. Eppure intuiamo sin dall’inizio che Marnie non è solo una semplice furbissima ladra. Forse percepiamo che dietro al sorriso di convenienza stampato sul viso della protagonista ci sia “dell’altro”, o forse il personaggio derubato Strutt, che la descrive all’inizio del film, ci rimane da subito antipatico, o ancora l’amore di Marnie per il suo cavallo ci rende accondiscendenti, sicuramente affascinati. Fatto sta che quando Marnie incontra Mark desideriamo che s’innamori, e durante la scena del furto da Rutland rimaniamo dalla sua parte, non vogliamo che venga scoperta anche se sta commettendo un crimine.</div><div>Mark, interpretato da un bravissimo Sean Connery, è un uomo solido e sicuro ma anche eccentrico, forse feticista. Si innamora della ladra perché è ladra, perché rappresenta un tipo di donna fuori dal comune che lui deve “domare” più che dominare, perché sia contraccambiato il suo amore e la sua passione. E Marnie lo capisce benissimo. Infatti quando Mark dichiara il suo amore la protagonista risponde: “Tu non sei innamorato di me, sono qualcosa che hai catturato, un specie di animale che hai intrappolato.”</div><div>Ma ad un’analisi più approfondita dei gesti della protagonista, Marnie non è poi una frigida irrecuperabile. Anche lei è attratta da Mark, lo capiamo ad esempio dall’espressione del volto che ha perso il sorriso “stampato” quando lavora nell’ufficio di Mark, da come si lascia baciare dopo l’attacco di panico, che ha demolito tutte le sue “difese” e da come, realizzato che Mark si sta innamorando di lei, e che lei prova attrazione per l’uomo, decida in tutta fretta di derubarlo e di scappare. Per la prima volta nella sua vita, a dispetto di se stessa, un uomo è riuscito a scalfire l’imponente muro di protezione che lei stessa aveva fabbricato. Infatti quando Mark la trova e la riporta a Philadelphia, lei gli spiega la sua fuga così: “Avevo bisogno di scappare, scappare da Rutland, non lo capisci? Le cose erano… noi eravamo…”, a significare che i due si stavano innamorando. Poi aggiunge: “Dovevo andarmene prima di farmi del male.” Ma purtroppo questa iniziale attrazione viene risucchiata dai problemi più profondi della protagonista e si dovrà aspettare la rivelazione finale perché la donna infine riesca a vivere le sue emozioni e ad avere, si spera, rapporti più sereni con suo marito.</div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-28 16:48:52 UTC</pubDate>
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         <title>La corsa nello spazio e la guerra fredda-Nello Caputo</title>
         <author>nellocaputo3</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/364095858</link>
         <description><![CDATA[<div>Lo sbarco sulla Luna, il 20 luglio 1969, fu il coronamento della vita di Neil Armstrong. Ma fu anche e soprattutto un evento epocale nella storia dell'umanità, destinato a segnare l'apice della corsa allo spazio fra Stati Uniti e Unione Sovietica.<br>Per quasi 20 anni le imprese spaziali furono un nuovo teatro della Guerra Fredda, una gara tecnologica senza risparmio di colpi cominciata ufficialmente il 4 ottobre 1957 con il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1. Il suo segnale, dallo spazio, segnò il primo punto a favore dell'Urss. Quel 'bip' emesso dal satellite per 20 giorni consecutivi prese alla sprovvista gli Stati Uniti. Per l'Urss fu un orgoglio nazionale e per il mondo segnò l'inizio dell'era spaziale.<br>Neppure un mese più tardi, il 3 novembre 1957, l'Urss lanciò lo Sputnik 2: fu un altro primato perchè a bordo c'era un essere vivente, la cagnetta Laika. E poichè Laika sopravvisse all'ingresso in orbita ma poi morì per lo stress e il surriscaldamento, nel 1960 l'esperimento si ripetè, stavolta con successo, con i cani Belka e Strelka.<br>Per gli Usa fu l'inizio di un rinnovamento frenetico. Due anni prima il presidente Dwight Eisenhower aveva annunciato il progetto Vanguard, che prevedeva il lancio di un satellite fra il 1957 e il 1958: battuti sul tempo, gli Stati Uniti cercarono di mantenere comunque la promessa lanciando il primo razzo Vanguard, il 6 dicembre 1957, ma fu un fallimento. Il primo febbraio dell'anno successivo si tentò con un razzo progettato dall'Esercito e dall'ingegnere tedesco passato agli Stati Uniti Wernher Von Braun, l'Explorer I: fu il primo successo a stelle e strisce.<br>Era il momento di concentrare gli sforzi per recuperare il terreno e così il 29 luglio 1958 gli Usa fondarono la loro agenzia spaziale, la Nasa, diretta da Von Braun.<br>La gara continuò serrata, un primato dopo l'altro, fino al 12 aprile 1961, quando Yuri Gagarin venne lanciato con la navetta Vostok I: il primo uomo nello spazio era russo.<br>Qualche settimana dopo, il 5 maggio, Alan Shepard fu il primo americano nello spazio, a bordo di una Mercury 3, in un volo suborbitale. Il primo a raggiungere l'orbita fu invece John Glenn il 20 febbraio 1962, a bordo di una Mercury 6.<br>Appena 40 giorni più tardi, il 25 maggio 1961, il presidente Usa John Kennedy annunciò al Congresso l'inizio del Programma Apollo, destinato  portare l'uomo sulla Luna entro dieci anni.<br>Il primo passo fu il programma Gemini, per sperimentare la fattibilità tecnica. <br>Nonostante i successi americani, furono però ancora i sovietici a fare nuovi passi avanti clamorosi: il 16 giugno 1963 Valentina Tereskova fu la prima donna cosmonauta.<br>Gli Usa risposero con la prima sonda verso Marte, la Mariner 4, lanciata il 28 novembre 1964. <br>Il 18 marzo dello stesso anno il sovietico Alexej Leonov fece invece la prima passeggiata spaziale.<br>La corsa allo spazio restò col fiato sospeso il 27 gennaio 1967, quando l'Apollo 1 esplose sulla rampa di lancio, ma il programma andò avanti. Nel Natale 1968 l'Apollo 8 entrò in orbita lunare e in quello stesso anno i sovietici lanciarono in orbita lunare i primi animali, due tartarughe, sulla capsula Zond 5. Gli Usa raggiunsero alla fine il loro obiettivo il 20 luglio 1969, quando Neil Armstrong potè muovere il primo passo sul suolo lunare.  <br>I sovietici non si arresero e cominciarono a lavorare alla prima stazione spaziale, la Salyut, che lanciarono il 19 aprile 1971. Solo qualche anno dopo ci furono le prime aperture alla collaborazione: il simbolo della fine della guerra fredda spaziale fu, nel luglio 1975, l'aggancio fra Apollo 18 e Soyuz 19 nella prima missione spaziale congiunta Usa-Urss.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-28 17:13:35 UTC</pubDate>
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         <title>Apollo 13-Nello Caputo</title>
         <author>nellocaputo3</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/364100528</link>
         <description><![CDATA[<div><br>Il film si apre con la storica trasmissione TV dell'allunaggio dell'apollo 11. Jim Lovell e Fred Haise facevano parte dell'equipaggio di riserva. Giorni dopo la Nasa nomina Lovell come comandante della missione Apollo 13 dopo che Alan Shepard è stato trattenuto a terra per un problema all'apparato uditivo.<br>L'11 aprile 1970 dalla base di Cape Kennedy decolla la missione. Tre giorni dopo il lancio si verifica un incidente: l'esplosione dei serbatoi d'ossigeno durante la procedura di rimescolamento danneggia gravemente la navicella e - oltre ad impedire la prosecuzione della missione, annullando il previsto allunaggio - rende estremamente difficoltoso il rientro sulla Terra, con la possibilità che i tre uomini non sopravvivano.<br>Superati i primi momenti di sconcerto, l'intera NASA si attiva e il direttore di volo Gene Kranz mobilita tutte le forze possibili per porre rimedio alla difficile situazione; si rende determinante anche il richiamo di un componente dell'equipaggio originale: Ken Mattigle, questi trattenuto a terra a causa del sospetto di morbillo, per comporre una procedura straordinaria finalizzata a riportare sulla Terra la navicella nonostante il malfunzionamento o l'indisponibilità di molti sistemi di bordo.<br>Il mondo intero, per tre lunghissimi giorni, seguì la vicenda con il fiato sospeso, nella speranza che i tre astronauti riuscissero a fare ritorno sani e salvi. Dopo il loro rientro, avvenuto nell'Oceano Pacifico, il comandante Lovell si ritirò, lavorando fino al suo pensionamento nella sala controllo della NASA; Fred Haise si ritirò dal lavoro dopo che il progetto dell'Apollo 18 fu annullato per via dei tagli di budget; Jack Swigert lasciò la NASA e fu eletto al congresso per lo stato del Colorado, ma morì di cancro prima di assumere la carica; Gene Kranz è andato in pensione da poco tempo; infine, Ken Mattingly continuò la sua attività di astronauta: raggiunse la Luna con l'Apollo 16 e partecipò al Programma Space Shuttle<br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-28 17:27:23 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title>Mahatma Gandhi e l&#39;indipendenza dell&#39;India =Nello Caputo</title>
         <author>nellocaputo3</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/364157683</link>
         <description><![CDATA[<div>Gandhi nasce il 2 ottobre 1869 a Porbandar, la sua famiglia appartiene alla comunità modh, gruppo tradizionalmente dedito al commercio, quindi ad una casta ricca e privilegiata. <br>All'età di diciassette anni parte per studiare da avvocato presso la University College di Londra. A Londra Gandhi si adatta in una certa misura alle abitudini inglesi, vestendosi e cercando di vivere come un gentleman.<br>Gandhi torna in India e la ditta Dada Abdullah &amp; C. per cui lavora, lo incarica di difendere una causa in Sudafrica.<br>In Sudafrica entra in contatto con l'apartheid (segregazione dei neri), ma viene soprattutto a contatto con il pregiudizio razziale e con le condizioni di quasi schiavitù nelle quali vivono i suoi 150 mila connazionali. Questa situazione lo spinge a compiere un'evoluzione interiore spettacolare. </div><div>In quanto testimone diretto dell'intolleranza, del razzismo, dei pregiudizi e dell'ingiustizia verso gli indiani in Sudafrica, Gandhi comincia a riflettere sullo stato del suo popolo e sul proprio posto nella società. <br>Incomincia dunque in Sudafrica una serie di proteste, petizioni, tutte indirizzate verso la fine dei soprusi, opponendosi a molte leggi ingiuste e divenendo molto popolare tra i suoi compatrioti abitanti nello Stato sudafricano.<br>È l’inizio di una lunga carriera che lo porterà a divenire uno dei personaggi più conosciuti e ammirati di tutto il mondo per il suo impegno a favore dei diritti umani e civili del suo popolo.<br><br>Comincia la pratica del digiuno e smette di consumare latte. Si taglia da solo i capelli e pulisce le latrine, attività che in India era riservata alla casta degli intoccabili paria, che Gandhi chiamava harijan, figli di Hari (Dio). Egli invita i suoi seguaci a sfidare le diverse leggi razzia in atto e a subire le punizioni previste, senza ricorrere alla violenza. Migliaia di indiani, nella lotta che durerà sette anni, vengono imprigionati e frustati; molti di essi vengono uccisi. In seguito la metodologia di lotta utilizzata in quella occasione venne chiamata con un nuovo vocabolo coniato tramite un concorso su Indian opinion: satyagraha. </div><div>Ormai erano chiari gli ideali e gli intenti di Gandhi: la disobbedienza civile, sì, ma senza mai ricorrere alla violenza. Egli infatti ripudiava la violenza come strumento per risolvere i conflitti politici. In seguito, questi stessi ideali si diffusero in Europa; una Europa più civilizzata dell’India, più industrializzata e con una più vasta diffusione della cultura, ma devastata dalla Prima guerra mondiale ; così si diffusero le correnti di pensiero pacifiste contro la guerra e la violenza.<br>Storicamente,dopo la prima guerra mondiale dopo la prima’amministrazione inglese aumentò lo sfruttamento dei propri domini coloniali, di cui l’India rappresentava la colonia più importante sul piano economico e strategico.<br> Gli inglesi cercarono anzitutto di adeguare al modello occidentale il sistema di vita del paese, che era caratterizzato da molti aspetti ancora primitivi. Tentarono perciò di indebolire il sistema delle caste in cui la società indiana era tradizionalmente divisa e – in ambito religioso – abolirono riti superstiziosi e crudeli come: l’uso di sopprimere le bambine appena nate perché non garantivano la continuità della famiglia nonché il rito della sati (in sanscrito «donna virtuosa»), che prevedeva l’obbligo per le vedove di gettarsi vive sul rogo del marito.<br> <br> Gli inglesi realizzarono anche numerosi progressi materiali: trasformarono suoli sterili in terreni coltivabili, costruirono ospedali, strade e linee telegrafiche; aprirono scuole per insegnare la lingua inglese e la cultura europea. Questo favorì la formazione di una classe di indiani educati in stile occidentale, che auspicava un rinnovamento della società tradizionale, ma che iniziava anche a rivendicare una maggiore partecipazione al governo del paese.<br> <br> Nel frattempo aumentava sensibilmente il numero di indiani che criticavano il governo inglese e giudicavano arrogante la sua pretesa di mantenere il dominio coloniale sull’India. Si svilupparono così i primi movimenti nazionalisti, che invitavano le masse a lottare per l’autogoverno e l’indipendenza dell’India.<br> <br> Di fronte al crescente clima di malcontento generale, il governo britannico emanò nel 1919 l’Indian Act, che prevedeva l’istituzione di un’assemblea elettiva indiana con funzioni consultive; ma i nazionalisti e gli indipendentisti ritennero del tutto insufficienti le concessioni inglesi e ripresero la lotta per l’indipendenza.<br> <br> Gandhi e il movimento per l’indipendenza dell’India<br> <br> A guidare il movimento per l’indipendenza dell’India fu il Partito del Congresso con a capo Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma, la «Grande Anima». Gandhi viaggiò per tutta l’India per convincere la sua gente a portare avanti una battaglia contro le imposizioni e le ingiustizie del regime inglese: le armi per questa lotta sarebbero state la resistenza passiva, le manifestazioni pacifiche, la disobbedienza civile e il boicottaggio delle merci di monopolio inglese.<br> <br> Le intenzioni di agire pacificamente, tuttavia, degenerarono e Gandhi venne arrestato. Una volta scarcerato, promosse una clamorosa iniziativa chiamata «La marcia del sale», tenutasi dal 12 marzo al 5 aprile 1930: Gandhi e i suoi seguaci, dopo aver marciato fino alla spiaggia di Dandy, vicino a Bombay, raccolsero l’acqua del mare per produrre il sale autonomamente e trasgredire così le leggi del monopolio britannico. Gandhi e 60 000 persone furono arrestati.<br> <br> Nello stesso anno si tenne a Londra una conferenza per discutere una nuova costituzione per l’India; Gandhi vi partecipò come rappresentante del suo paese, ma smise di collaborare quando si rese conto che il governo inglese non avrebbe concesso l’autogoverno.<br> Negli anni successivi seguirono altre campagne di disobbedienza civile, che furono represse duramente, ma di fronte al persistere delle proteste, gli inglesi furono costretti a concedere agli indiani uno spazio maggiore nell’amministrazione locale e un’autonomia più ampia alle singole province.<br> <br> Indipendenza di India e Pakistan<br> <br> Durante la seconda guerra mondiale il governo inglese costrinse migliaia di soldati indiani a partecipare al conflitto e in cambio di questa fedeltà promise all’India l’autonomia:l’indipendenza all’India fu concessa il 15 agosto 1947, imponendo la formazione di due nazioni distinte:<br> – l’Unione Indiana, con popolazione per lo più induista;<br> – il Pakistan, abitato prevalentemente da musulmani ed era a sua volta diviso in due parti, il Pakistan vero e proprio a ovest, e il Bengala, l’odierno Bangladesh, a est, separati da 1700 km di territorio indiano.<br> <br> Tra musulmani e indù scoppiò una sanguinosa guerra di religione che causò un milione di morti </div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-28 20:40:13 UTC</pubDate>
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      </item>
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         <title>Terrorismo e Caso Moro</title>
         <author>mariarcatuccillo12</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/364234553</link>
         <description><![CDATA[<div>Tuccillo<br>In questi anni l'Italia era scossa da continui atti terroristici, messi in pratica da estremisti sia di destra che di sinistra, i quali agivano con intenti chiaramente differenti. Il terrorismo di destra, o terrorismo nero, fu caratterizzato dal ricorso ad attentati dinamitardi in luoghi pubblici, che, provocando stragi di innocenti, diffusero il panico nel Paese. Le stragi della destra terrorista restano tristemente famose nella storia italiana, sia per la quantità di vittime che per le difficoltà delle indagini, che più di vent'anni dopo, rimanevano ancora sospettosamente irrisolte: la bomba di Piazza Fontana, a Milano, nel 1969; quella di Piazza della Loggia, a Bologna e quella sul treno Italicus, nel 1974; l'attentato alla stazione di Bologna, nel 1980; e l'esplosione nella galleria 'direttissima' tra Firenze e Bologna, nell'84, si seguirono in una scia di sangue e terrore.</div><div>Alla base del terrorismo di sinistra, o terrorismo rosso, vi era invece la protesta contro un governo dimostratosi debole e corrotto, che permetteva al terrorismo di destra di proliferare gettando il Paese nella psicosi del colpo di stato. Poiché la lotta armata era sempre stato un principio ispiratore delle lotte rivoluzionarie (come il America Latina ed in Palestina), si formarono dei nuclei armati. Lo scopo dei terroristi rossi era quello di fornire un atto esemplare, per mobilitare la classe operaia a rovesciare il sistema capitalistico e lo Stato borghese. La strategia seguita iniziò con atti incendiari, evolvendosi, tra il '72 e il '76, verso sequestri di industriali e magistrati, culminando nel '76 con l'uccisione programmata del procuratore generale di Genova, Coco, ad opera delle Brigate Rosse, il gruppo di terroristi di sinistra più temuto e lungamente attivo fino ad anni più recenti. Alle Brigate Rosse, tra il '75 ed il '76, si aggiunsero anche i Nuclei Armati Proletari e Prima Linea. Uno dei casi più famosi attribuiti alle Brigate rosse e il caso Moro.</div><div>Nel libro di Giovanni Fasanella, "Il Puzzle Moro", l'analisi di documenti inglesi e americano oggi desecretati raccontano che non erano le Brigate rosse le sole nemiche del presidente della Dc sequestrato il 16 marzo 1978 e ucciso 55 giorni dopo. Usa, Uk, Francia e Germania erano preoccupate dal rischio di un Pci al governo e dalla sua apertura verso il mondo arabo. Nei vertici al massimo livello l'ipotesi di intervenire anche con "metodi per noi ripugnanti" </div><div>Non è questione di dietrologia e complotti. Sono i documenti a parlare. E i documenti mostrano che non erano solo le Brigate rosse a vedere in Aldo Moro un nemico. E’ il filo conduttore del libro di Giovanni Fasanella Il puzzle Moro,basato su testimonianze e documenti inglesi e americani oggi desecretati. Negli anni Sessanta e Settanta Londra, Washington, Parigi e Berlino temono innanzitutto che in Italia il Partito comunista italiano più forte d’Europa possa andare al potere, sia pur legittimamente attraverso il voto, sconfiggendo una Dc minata da scandali e clientele. E neppure gradiscono le aperture del nostro Paese verso il mondo arabo, Libia e Palestina incluse. Moro era il volto che meglio incarnava questi pericoli, come dimostra il brano tratto dal libro che pubblichiamo di seguito per gentile concessione di Chiarelettere.</div><div><br></div><div>Questo non significa che le potenze straniere siano state partecipi del sequestro e dell’assassinio del presidente della Democrazia cristiana, avvenuti quarant’anni fa a Roma. Ma, scrive Fasanella, i brigatisti sono rimasti ancora oggi “convinti di essere stati il motore esclusivo di avvenimenti che sono invece più grandi di loro”, pur non ammettere il loro ruolo da “utili idioti”. Lasciati fare, in quei 55 giorni, in nome di altri interessi. E se l’ultima commissione parlamentare d’inchiesta ha concluso che quella accumulata finora dai processi è solo “la verità dicibile”, i documenti desecretati illuminano quella indicibile: “Ciò che non si poteva dire”, scrive ancora l’autore, “era che l’assassinio di Moro fu un vero e proprio atto di guerra contro l’Italia anche da parte di Stati amici e alleati, un attacco alla sovranità di una nazione e alle sue libertà politiche portato da interessi stranieri con la complicità di quinte colonne interne”.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-29 05:15:55 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title>Repubblica Cinese </title>
         <author>luisadimauro2000</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/eah5irgkpm1y/wish/364263888</link>
         <description><![CDATA[<div>La Repubblica di Cina o Repubblica cinese fu l'entità politica che si costituì in Cina alla caduta dell'ultimo imperatore della Cina, Pu Yi nel 1912 in seguito al successo della Rivoluzione Xinhai.</div><div>In seguito a una serie di eventi nel periodo compreso tra il 1912 e il 1949 il territorio sotto il controllo della Repubblica di Cina si ridusse all'isola di Taiwan, mentre la Cina continentale passò sotto il controllo della neonata Repubblica Popolare Cinese. A questa vera e propria rivoluzione negli anni sessanta ne fece seguito una seconda, passata alla storia come grande rivoluzione culturale cinese.</div><div>La Repubblica Popolare Cinese fu fondata da Mao Zedong il 1º ottobre 1949 e la prima attività del nuovo sistema politico, stabilitosi con la vittoria rivoluzionaria, fu quella di riportare sotto la sovranità della Cina territori periferici quali il Tibet e lo Xinjiang (1951)</div><div>La rivoluzione cinese ebbe inizio con la rivolta di Wuchang (1911), durante la quale la maggioranza delle province meridionali della Cina aderirono alla nuova entità statale. La proclamazione della repubblica avvenne il 1º gennaio 1912 e Sun Yat-sen fu nominato presidente provvisorio dal Consiglio delle province. Pochi mesi dopo Sun Yat-Sen, per evitare ulteriori conflitti, rinunciò alla presidenza a favore di Yuan Shikai, generale dell'esercito del nord, che aveva nel frattempo fatto dichiarare la caduta dell'ultimo imperatore della Cina, Aisin-Gioro Pu Yi.</div><div>Alla caduta della monarchia le province periferiche del Tibet e dello Xinjiang si resero autonome. La Mongolia divenne indipendente perché era un territorio della Corona e, alla dissoluzione della dinastia, non sussistevano ormai più legami con la Cina.</div><div>Il 12 agosto 1912 fu fondato il Guomindang (partito nazionalista), di cui lo stesso Sun Yat-sen fu acclamato presidente. Nel novembre 1913 Yuan Shikai sciolse il parlamento e iniziò un processo di accentramento su di sé del potere che lo avrebbe quasi portato, nel 1916, a essere insediato come imperatore. Il 6 giugno di quello stesso anno però, pur essendo già iniziati i riti di intronizzazione, Yuan Shikai morì lasciando la Cina alla mercé dell'anarchia del governo dei signori locali, detti anche i "signori della guerra" (vedi periodo dei signori della guerra).</div><div>Nel frattempo nel 1915 l'Impero giapponese aveva presentato al debole governo cinese le "ventuno richieste", nelle quali si imponeva il riconoscimento degli interessi giapponesi sul territorio cinese, nonché la partecipazione di consiglieri giapponesi alla pubblica amministrazione. Questo episodio fu di ispirazione per il movimento di Nuova Cultura che ebbe come uno dei maggiori ispiratori Chen Duxiu (1879-1942). Il movimento si proponeva una rinascita culturale in virtù della scienza e della democrazia, nel rifiuto della cultura tradizionale.</div><div>Nel luglio 1921 venne fondato a Shanghai il Partito Comunista Cinese, che ebbe come primo segretario Chen Duxiu. Nello stesso periodo il Guomindang venne riorganizzato come moderno partito di massa da consiglieri sovietici. La prima fase di esistenza del Partito Comunista Cinese viene definita epoca delle "basi rosse" (1927-1934) ed è individuata dalla storiografia quale "prima fase dell'esperimento degli istituti politici e giuridici" su cui si sarebbe fondata la Repubblica Popolare Cinese. Nelle "aree liberate" furono adottati importanti atti normativi, tra i cui intenti comparivano la ridistribuzione delle terre, l'ottenimento della parità dei diritti tra uomini e donne, la repressione dell'usura, del brigantaggio e della corruzione morale che regnavano nel Paese.</div><div>Il Partito Comunista Cinese cercò di sviluppare, nelle basi rivoluzionarie rurali sotto il suo controllo, un proprio sistema giudiziario e di governo. Grazie alla figura predominante di Mao Zedong si giunse, alla fine del 1931, alla fondazione della Repubblica Sovietica Cinese. La legittimazione legislativa dell'evento fu fornita dalla stesura e, dalla conseguente promulgazione, di una bozza costituzionale che distribuiva tutto il potere nelle mani di operai, contadini, soldati dell'Armata Rossa Cinese (il nuovo nome attribuito all'esercito comunista) e chiunque appartenesse ad una classe sociale riconosciuta povera. Essa enunciava per la prima volta il principio di "dittatura del proletariato".</div><div>Seguirono alcuni anni con un'alternanza al potere repubblicano di alcune "cricche" militari. Il 12 marzo 1925 morì Sun Yat-sen; a ciò seguì l'ascesa del generale Chiang Kai-shek, che durante la Spedizione del Nord, per riunificare la Cina contro il Governo Beiyang e i signori della guerra, eliminò in un primo tempo la componente comunista dall'esercito (1926) e in un secondo tempo costrinse le forze comuniste alla clandestinità (1927) dando inizio a una guerra civile che sarebbe terminata solo nel 1950. Da questo momento iniziò il cosiddetto "decennio di Nanchino" (1927-1937).</div><div>La crescente aggressività giapponese portò all'invasione della Manciuria (1931) e di Shanghai (1932). Il governo di Chiang Kai-shek così da un lato continuò la guerra civile e dal 1937 combatté gli invasori nella seconda guerra sino-giapponese che durò fino al 1945. I comunisti di Mao Zedong, che nel frattempo avevano istituito la Repubblica Sovietica Cinese nel sud del Paese, furono costretti a intraprendere una "Lunga Marcia" (1934-1935) per sfuggire all'accerchiamento delle truppe di Chiang. Nel 1936 i generali di quest'ultimo lo arrestarono a Xi'an, costringendolo a parlamentare con i comunisti e a formare un fronte unico antigiapponese. Da parte comunista l'epoca di Yan'an (1935-1945) ossia la seconda fase della "sperimentazione", coincise con la fine della Lunga Marcia e fu caratterizzata dall'uso indiscriminato della legislazione comunista e nazionalista, con l'esclusione dei provvedimenti nazionalisti ritenuti assolutamente incompatibili con l'ideologia e l'etica rivoluzionaria.[non chiaro]</div><div>Con la sconfitta dei Paesi dell'Asse nella seconda guerra mondiale la Cina - che il 9 dicembre 1941 aveva dichiarato guerra a Germania, Giappone e Regno d'Italia - si ritrovò fra le potenze vincitrici, ottenendo un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'ONU.</div><div>La terza e ultima fase, l'epoca post-bellica (1946-1949), si sviluppò nell'arco di tempo che va dalla capitolazione del Giappone alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. In questo periodo il partito provvide al perfezionamento delle istituzioni che avrebbero amministrato il Paese. Nel 1946 riprese la guerra civile e le forze comuniste si assestarono nel nord del Paese, mentre quelle nazionaliste arretrarono verso sud. La debolezza dell'esercito nazionalista si dimostrò nell'avanzata quasi incontrastata degli avversari che costrinse infine Chiang Kai-shek a rifugiarsi con le sue ultime truppe sull'isola di Formosa (luglio 1949).</div><div>Il 1º ottobre del 1949 avvenne la fondazione della Repubblica Popolare Cinese a opera del Partito Comunista Cinese. I comunisti, che non mancarono mai di fare ampio ricorso ai mezzi politici per sostenere l'azione militare, promossero diverse riforme nelle zone sotto il loro controllo anche durante i periodi di guerra civile. Come si è precedentemente detto, il partito aveva provveduto già da un ventennio alla compilazione di una legislazione adatta allo Stato che si approntava a governare. La fondazione della Repubblica Popolare Cinese pose le basi per l'instaurazione di un sistema politico socialista e diede vita a una nuova era nella storia della legislazione cinese. Per concludere il processo di costruzione della base giuridica del futuro governo, pochi mesi prima dell'instaurazione della Repubblica Popolare Cinese, il comitato centrale del Partito Comunista Cinese abolì tutta la legislazione nazionalista definita "lo strumento volto a proteggere il potere reazionario dei latifondisti, dei compradore, dei burocrati e dei borghesi e l'arma con la quale opprimere e vessare le masse popolari".</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-29 08:08:17 UTC</pubDate>
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         <title>Fondamentalismo islamico</title>
         <author>santonecarmine00</author>
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         <description><![CDATA[<div>Santone Carmine<strong><br>Alle origini del fondamentalismo islamico<br></strong><br></div><div><br>Associare la nozione di fondamentalismo all’Islam non è facile. Per molti aspetti è anche improprio. Infatti, il fondamentalismo è nato sul terreno protestante agli inizi del ’900 e, per estensione, è stato poi applicato anche ad altri campi religiosi, ivi compreso l’Islam.<br><br></div><div><br>Per poter continuare a parlare di fondamentalismo islamico, perciò, occorre quanto meno precisare entro quali limiti storici e terminologici possiamo usare questa categoria in riferimento alla religione musulmana. Vediamone alcuni.<br><br></div><div><br>Il primo limite riguarda il rapporto fra fede e Testo sacro nell’Islam. In generale un credente che si rifà alle correnti fondamentaliste ritiene che il Testo sacro (Bibbia o Corano), che contiene la Parola rivelata da Dio ad un Suo Messaggero, racchiuda la Verità non solo circa il destino della salvezza di tutto il genere umano, ma anche sui principi di funzionamento della società nella sua interezza. Egli perciò avversa qualsiasi tentativo di interpretare la Parola contenuta nel Testo sacro con l’ausilio della ragione umana e degli strumenti scientifici (dalla storia alla filologia), di cui la ragione si serve per intendere il senso di quanto è scritto nei sacri testi. Da questo atteggiamento di fondo il credente di tipo fondamentalista fa discendere solitamente la convinzione che nel Testo sacro siano tracciate le coordinate non solo dei rapporti fra uomo e Dio, ma anche le regole basilari alle quali attenersi nei vari campi di azione sociale (dalla politica all’economia, dalle relazioni familiari al ruolo della donna).<br><br></div><div><br>Il Testo sacro viene così considerato come la grande carta costituzionale di una società ideale fondata sulla giustizia di Dio e sulla pura verità da Dio annunciata agli esseri umani.<br><br></div><div><br>Se questa è, ridotta all’essenziale, la mappa cognitiva del credente di tipo fondamentalista, non c’è dubbio che anche nell’Islam possiamo trovare un simile modo di accostarsi al Testo rivelato. Non fosse altro perché alle origini dell’Islam la compenetrazione tra sfera religiosa e sfera politica si è realizzata grazie alla forza unificatrice e potente del carisma del suo fondatore, Muhammad.<br><br></div><div><br>Questi, infatti, ha vissuto una vicenda profetica particolare. Le condizioni storiche che sono state teatro della sua predicazione hanno favorito la fusione dell’originaria estasi del profeta nel realismo proprio del capo politico. Nel passaggio - l’emigrazione del 622 - da Mecca a Yathrib (la città del Profeta: <em>al-Medina</em>) Muhammad apprende a far convivere nella sua persona la funzione del profeta con quella del capo carismatico politico di una nuova società modellata sul calco della Parola di Dio.<br><br></div><div><br>Muhammad, infatti, a Medina si trova di fronte alla necessità di armonizzare la Verità eterna con le scelte contingenti che sono alla base dell’arte di governare uomini e cose. Egli concretamente, dunque, si sforza di dare alla primitiva comunità dei credenti una forma politica. Il faticoso equilibrio - perché così appare a chi legge il Corano - fra religione e politica che Muhammad riesce a raggiungere nella città di Medina rimarrà impresso nelle menti e nei cuori dei musulmani di tutti i tempi come un mitico, perfetto esempio di città fondata integralmente sulla Legge di Dio. Ogni credente così può vedere rappresentata nelle pagine del Testo sacro la società giusta per eccellenza e a quelle pagine ispirarsi nel corso della storia per giudicare gli ordinamenti sociali e politici in cui vive.<br><br></div><div><br>E’ comprensibile, da quanto sin qui detto, come nell’Islam si sia sviluppata fin dalle sue origini una corrente di pensiero che ha sempre guardato a questo modello di società, narrata nelle pagine coraniche, come ad una <em>forma conclusa di città ideale per tutti i tempi e luoghi.<br></em><br></div><div><br>Ma come ripetere nel tempo un’esperienza profetica che per definizione è stata eccezionale, legata alla figura dell’ultimo vero profeta (Muhammad è, infatti, definito come il sigillo della profezia)?<br><br></div><div><br>La mediazione fra il modello ideale e la realtà storica è stata oggetto di controversie sin dalle origini dell’Islam. Il punto di compromesso fra le varie posizioni emerse ben presto in seno al mondo musulmano e fu raggiunto attorno al principio del <em>primato della Legge (coranica)</em>. Tra la fine del VII e gli inizi dell’VIII sec. d.C., infatti, viene messa a punto dagli esperti in cose religiose, sotto l’impulso delle dinastie imperiali allora regnanti, l’idea della Legge coranica, <em>sharî’a</em>. Secondo questa idea si ritiene che fra il Testo sacro che contiene integralmente in tutte le sue parti la Verità (principio dell’<em>inerranza del Testo</em>) e l’organizzazione della Città terrena (lo Stato) ci sia una <em>cerniera</em>costituita dalle norme sociali ricavate dal Testo sacro e da altre fonti subalterne. Queste norme, illuminate dal verbo divino, rappresentano l’insieme dei codici che regolano tutte le sfere della vita individuale e collettiva (dal diritto privato al diritto pubblico, da quello penale alle regole per la spartizione dell’ereditàe del bottino di guerra).<br><br></div><div><br>Si comprende perché sia per il passato che nel tempo presente, ci siano stati nell’Islam movimenti religiosi e politici che hanno richiamato i governanti a porre a <em>fondamento</em>della società la Legge coranica, allorché questi ultimi sono apparsi o troppo disinvolti nel non applicarla integralmente o addirittura propensi a disfarsene per meglio gestire il potere. Chi ha il potere, infatti, governa sotto l’imperio della Legge di Dio: egli non può disattenderla, pena la ribellione dei governati. I tempi cambiano, la Legge resta. E non c’è modernizzazione della società che tenga, da questo punto di vista, a giustificare un qualche compromesso fra la Verità e la realtà che cambia. Nell’Islam si sono venute affermando, soprattutto in tempi moderni, correnti di pensiero che hanno cercato di distinguere la sfera della religione da quella politica, in antitesi ad altre che hanno ritenuto di non poter accettare nessuna distinzione, per le ragioni che abbiamo spiegato.<br><br></div><div><br>Possiamo parlare perciò di fondamentalismo anche nell’Islam, quando emerge un modo di credere e di mettersi in rapporto con il Testo sacro che assolutizza il primato della Legge coranica e rifiuta qualsiasi mediazione culturale e politica fra essa e l’evoluzione storica delle società umane.<br><br></div><div><br>Fin qui il primo limite che occorre tenere presente quando parliamo di fondamentalismo islamico.<br><br></div><div><br>Un secondo limite riguarda le differenze interne all’Islam. Esse, come già accennato, ci sono state e ci sono. La differenza - secondo un detto attribuito a Muhammad - è considerata una benedizione di Dio.<br><br></div><div><br>Per questo, quando parliamo di fondamentalismo islamico, alludiamo ad <em>una particolare corrente</em> di pensiero e di azione presente da lungo tempo nell’Islam e che si ripresenta ciclicamente nella sua storia. Il che vuol dire che non tutto l’Islam si riconosce in questo particolare modo di accostarsi al Testo rivelato. Ci sono correnti mistiche e correnti che, con qualche cautela, vengono chiamate laiche, le quali hanno espresso e continuano ad esprimere punti di vista diversi e opposti a quelli di ispirazione fondamentalista.<br><br></div><div><br>Ci sono, in altre parole, musulmani che ritengono che religione e politica non debbano necessariamente essere fuse e confuse in un indistinto sistema di credenza. Si tratta di tutti quei musulmani che hanno vissuto la stretta relazione fra religione e politica come una progressiva prevaricazione della seconda sulla prima e come riduzione della religione a strumento di potere. Sulla base della riflessione storica questi musulmani hanno ritenuto e ritengono, al contrario dei fondamentalisti, che una funzionale distinzione di piani - fra fede religiosa e agire politico - possa giovare alla religione stessa, liberandola dal rischio di una eccessiva contaminazione negli affari di 'questo' mondo.<br><br></div><div><br>Questa linea interpretativa muove dalla constatazione che l’esperienza di Medina si sia chiusa con Muhammad; essa non può essere replicata all’infinito, proprio perché il Profeta ha concluso la sua vicenda terrena.<br><br></div><div><br>Chi sostiene il contrario - e solitamente fa parte del ramo minoritario degli sciiti - è portato a credere che il ciclo della profezia non si sia realmente esaurito con Muhammad e, dunque, che l’imitazione della società perfetta di Medina costituisca ancora una doverosa meta da raggiungere qui ed ora.<br><br></div><div><br>In conclusione, possiamo affermare che il termine fondamentalismo può essere esteso dall’originario significato che assume nel contesto del mondo protestante anche all’Islam. Esso individua un particolare <em>modo di credere</em> e un particolare modo di concepire la relazione fra <em>religione e politica</em>.<br><br></div><div><br>Queste modalità hanno a che fare con una lettura del Testo sacro sulla base del principio della <em>sua integrale inerranza</em>: nel Corano e nella Legge che da esso deriva riposa una Verità immutabile che la ragione umana non può interpretare alla luce della storia e dei cambiamenti che dovessero imporsi per l’evoluzione della società.<br><br></div><div><strong><br>2. Il neo-fondamentalismo islamico<br></strong><br></div><div><br>Chiarito il termine e, attraverso l’analisi terminologica, inquadrate schematicamente le condizioni religiose e allo stesso tempo storiche che favoriscono lo sviluppo di una corrente di tipo fondamentalista nell’Islam, vediamo ora più da vicino i movimenti contemporanei che sembrano oggi riflettere maggiormente questo tipo di credenza.<br><br></div><div><br>Per comodità espositiva e per tenere meglio distinto il fondamentalismo in quanto atteggiamento possibile di manifestare la fede nell’Islam dai movimenti contemporanei, parleremo d’ora in poi in riferimento a questi ultimi di neo-fondamentalismo.<br><br></div><div><br>Lo facciamo perché intendiamo mostrare come essi nascano e siano espressione nella e della <em>modernità</em>. Non dunque arcaici ritorni al passato.<br><br></div><div><br>Essi sono un fenomeno moderno nel senso che al fondo delle lotte culturali, religiose e politiche condotte dai movimenti in questione c’è un <em>conflitto politico con la forma moderna di Stato</em><strong>, </strong>così come essa si è venuta affermando dopo la fine del colonialismo negli ultimi trenta-quaranta anni in molti Paesi di tradizione islamica. Forma moderna di Stato vuol dire in sintesi:<br><br></div><div><br>a) l’emergere di indipendenti Stati nazionali il cui principale problema politico è la creazione di una salda coscienza nazionale;<br><br></div><div><br>b) l’avvio di processi di modernizzazione della vita economica e sociale (urbanesimo, prima industrializzazione, sradicamento di masse di contadini dalle campagne, scolarizzazione diffusa, rottura degli equilibri della famiglia patriarcale, nuovo ruolo pubblico della donna e così via);<br><br></div><div><br>c) la graduale creazione di un apparato burocratico e di un sistema politico e giuridico relativamente o decisamente, a seconda dei casi, autonomi rispetto alla Legge coranica, con l’introduzione, dunque, del principio della separazione fra religione e politica (nei fatti, magari, anche quando nelle costituzioni dei nuovi Stati si afferma che l’Islam è religione di Stato).<br><br></div><div><br>Il neo-fondamentalismo, infatti, è espressione sociale delle fratture che si aprono nei processi di modernizzazione che le nuove classi dirigenti impongono alle loro rispettive società, imitando spesso i modelli economici e politici occidentali (sia di area liberale che di ascendenza marxista, riflesso fino a non molto tempo fa del mondo diviso in due blocchi, fra Usa e Urss).<br><br></div><div><br>Il neo-fondamentalismo, inoltre, rappresenta la terza ondata di un lungo processo di risveglio dell’Islam nella storia moderna. Dalla fine del Settecento ad oggi si susseguono movimenti di Rinascita islamica (<em>nahda</em>) che possiamo sintetizzare in tre fasi:<br><br></div><div><br>- <em>prima fase</em> (1780-1830): movimenti di risveglio religioso in aree periferiche (come l’attuale Arabia saudita o la Nigeria, ad esempio) in nome del ritorno alla purezza dei caratteri originari della Città del Profeta e della Legge coranica;<br><br></div><div><br>- <em>seconda fase</em> (1830-1960): movimenti riformisti, che al contrario si sforzano di conciliare Islam e modernità (con esiti diversi: dal successo dei movimenti dei Giovani Ottomani e poi dei Giovani Turchi in Turchia, che diventa il primo esempio di Stato laico nel mondo musulmano, alle riforme incerte avviate in Egitto da Nasser negli anni Sessanta sino agli strappi riformatori di Bourghiba in Tunisia negli anni Cinquanta);<br><br></div><div><br>- <em>terza fase</em> (1980- giorni nostri): nascita di movimenti neo-fondamentalisti che si ispiravano ad un modello organizzativo - primo esempio in assoluto di movimento orientato in tal senso - come quello creato in Egitto nel 1929 da Hasan al-Banna e denominato associazione dei Fratelli Musulmani.<br><br></div><div><br>C’é un filo rosso che lega queste tre fasi e che può essere sintetizzato nella seguente ricorrente domanda che inquieta le menti e i cuori di milioni di musulmani da almeno duecento anni: come accogliere la modernità, così come essa si presenta nelle società occidentali, senza distruggere il patrimonio ideale custodito nel modello di civiltà plasmato dall’Islam?<br><br></div><div><br>Di fronte a questa questione l’Islam conosce una pluralità di risposte, come al solito del resto. C’è chi realisticamente pensa che conservare tutta intera la grande tradizione culturale, religiosa e giuridica dell’Islam, ritenendola immutabile, costituisca un ostacolo insormontabile per realizzare una moderna società capace di competere con l’Occidente. C’è chi, invece, ritiene che si possa modernizzare l’Islam, nel senso che si possa assumere dalla scienza e dalla tecnologia moderne tutto quanto di buono è in esse contenute e armonizzare il tutto con una parte della tradizione islamica, accentuando una funzionale distinzione fra il piano religioso e quello giuridico e politico (laicizzando gradualmente il diritto e rendendo autonome sfere come l’economia e la politica); c’è, infine - ed è il caso che stiamo esaminando - chi pensa che si debba decisamente islamizzare la modernità, cioè trarre dalla tradizione islamica i principi e le risorse per realizzare una modernità che non sia supina imitazione di concezioni e modelli occidentali.<br><br></div><div><br>I movimenti neo-fondamentalisti rappresentano una via radicale di opposizione a qualsiasi ipotesi di modernizzazione della vita sociale e politica che passivamente si adegui a modelli percepiti come estranei alla propria tradizione culturale e religiosa. C’è, insomma, in forme esasperate, una domanda di autosviluppo che orgogliosamente non accetta lezioni dall’Altro (in questo caso la civiltà occidentale).<br><br></div><div><strong><br>3. L’anno mirabile: il 1979<br></strong><br></div><div><br>Se per noi occidentali l’anno mirabile è stato il 1989 - la caduta del Muro di Berlino - per il mondo musulmano la data va spostata indietro di dieci anni.<br><br></div><div><br>Nel 1979, infatti, la rivoluzione in Iran, guidata dall’ayatollah Khomeyni, mostra al mondo islamico la possibilità di cambiare il corso politico in nome di valori e princìpi familiari alla propria tradizione. E mostra, più tardi, come fosse possibile costruire un modello di stato che potesse incarnare la Legge di Dio: come fosse possibile dare vita ad una Repubblica dei Guardiani di Dio, una forma di organizzazione moderna (la repubblica) che però rispecchiasse dalle fondamenta alle articolazioni interne più minute la perfetta corrispondenza con la Parola rivelata e tramandata dalla Legge coranica.<br><br></div><div><br>Dal 1979 in poi, nonostante le disillusioni che ben presto sono arrivate dopo le degenerazioni in senso autoritario del regime degli ayatollah, i movimenti collettivi di ispirazione fondamentalista cominciano ad uscire allo scoperto ed ad organizzare le prime forme di contestazione sociale e politica in vari Paesi (dall’Egitto alla Tunisia, dall’Algeria al Pakistan, dalla Malesia al Sudan). Ciascuno di questi movimenti si è misurato con i problemi del proprio Paese. Da qui le diversità fra un movimento ed un altro: è diversa, ad esempio, la strategia di un movimento neo-fondamentalista come Hamas, che agisce nei territori occupati in Israele e che è critico nei confronti della politica di pacificazione voluta da Arafat, da quella di un movimento come il Fronte di salvezza islamico attivo sino al 1991 in Algeria sulla scena politica e ricacciato nella clandestinità dopo il colpo di stato dell’esercito avvenuto appunto in quell’anno. Così come diversa è la vicenda del movimento fondamentalista sudanese che riesce ad andare al potere da quella di un movimento come Tendenza islamica in Tunisia che vive nella clandestinità perché messo ben presto al bando dal regime al potere.<br><br></div><div><br>Il riferimento al 1979 non è casuale, perché esso ci permette di chiarire quale sia la differenza fra il fondamentalismo e il neo-fondamentalismo islamico. Essa concerne l’uso politico del Testo sacro che nel neo-fondamentalismo assume una forma nuova e particolare. I neo-fondamentalisti, infatti, amano dare sostanza religiosa alle loro parole d’ordine politiche, ricorrendo ai versetti del Corano e della tradizione, senza preoccuparsi troppo se le interpretazioni che propongono di volta in volta siano effettivamente in linea con la tradizione stessa.<br><br></div><div><br>Essi in realtà compiono uno sforzo per riaprire le porte dell’interpretazione del Testo sacro, che da almeno mille anni sono rimaste chiuse. I vari leaders dei movimenti neo-fondamentalisti si sono spesso cimentati nella rilettura del Corano e di altre fonti della Tradizione islamica sotto l’urgenza di affermare due postulati:<br><br></div><div><br>a) nel Corano è possibile trovare una risposta a tutti gli interrogativi dell’uomo e della società moderna;<br><br></div><div><br>b) e perciò non è necessario uscire fuori della propria tradizione religiosa e culturale per rifondare su nuove basi etiche la società moderna.<br><br></div><div><br>Prendiamo un esempio che illustra efficacemente quanto appena detto. Quando nel mondo arabo-islamico contemporaneo si parla di democrazia, si affrontano almeno due scuole di pensiero (in realtà sono di più, ma ai fini del nostro esempio non è rilevante approfondirle tutte). Ci sono coloro che guardano ai modelli occidentali e ritengono che l’unica soluzione possibile per le società di tradizione islamica sia quella di adeguarvisi gradualmente, riconoscendo la libertà di associazione e di stampa, la pluralità effettiva dei partiti, l’autonomia della società civile, unitamente alla reale tutela dei diritti umani fondamentali. E ci sono coloro, al contrario, che ritengono di poter dimostrare 'Corano alla mano' che nel Testo sacro è descritto come debba essere intesa e fondata la democrazia secondo l’Islam.<br><br></div><div><br>Chi afferma queste cose è sicuro, infatti, di poter trovare come funziona la democrazia secondo la Parola di Dio nei passi del Corano nei quali si parla della consultazione. Con questa formula si fa riferimento ad un insuccesso riportato dall’esercito di Muhammad in guerra contro le tribù di Mecca che lo osteggiavano. Il Profeta ammette che se avesse seguito i consigli dei suoi fedelissimi la battaglia avrebbe avuto esito diverso. Dio avrebbe messo alla prova la comunità dei credenti, insegnando loro la pratica della consultazione. Ora il passaggio logico dalla pratica della consultazione alle forme di partecipazione democratica proprie degli Stati moderni non è molto evidente: la prima è in fondo un retaggio della mentalità tribale (il capo che si consulta con gli anziani della sua tribù prima di prendere una decisione importante), le seconde implicano una complessa macchina organizzativa e di tutela dei diritti di base molto distante dalla semplicità e dall’immediatezza dei rapporti fra capo e suoi fedelissimi. Inoltre, mentre la pratica della consultazione fa perno sulla figura indiscussa del capo e della selezione che egli compie dei suoi consiglieri, il principio democratico reclama non la selezione, ma l’elezione dei rappresentanti del popolo.<br><br></div><div><br>Siamo di fronte ad una interpretazione che dà la misura esatta della realtà politica dei movimenti neo-fondamentalisti. Nati sul terreno della politica moderna essi ricorrono al linguaggio religioso di ampia e facile comprensione, fanno opposizione utilizzando un codice che ha tutti i requisiti per apparire autorevole e di grande impatto emotivo. Ecco perché molti studiosi propongono di chiamarli movimenti dell’Islam politico o semplicemente movimenti radicali, per sottolineare la dimensione politica prevalente del loro impegno. In realtà, se è vero che la politica è la bussola che aiuta a capire quanto accade in questi movimenti, è altresì vero che non sarebbe giusto sottovalutare il carattere religioso degli stessi: c’è un’ondata di risveglio religioso e di identità culturale, soprattutto nelle nuove generazioni acculturate, che va non dimenticata se non si vuole distorcere la realtà.<br><br></div><div><br>Il paradosso del neo-fondamentalismo è allora tutto qui: esso si fa portavoce dell’esigenza di una lettura creativa (e spesso anarchica) della tradizione in vista di una rinnovata presenza della religione nella società, ma al tempo stesso pone questa esigenza al servizio di un progetto politico, secolare, parziale (com’è la politica del resto), riducendo il messaggio religioso ad arma della critica e sempre più spesso a critica delle armi.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-29 09:22:59 UTC</pubDate>
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         <title>Don Lorenzo Milani</title>
         <author>ludo99paone</author>
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         <description><![CDATA[<div>Don Lorenzo Milani (1923-1967), sacerdote ed educatore, è stato il fondatore e l'animatore della famosa scuola di Sant'Andrea di Barbiana, il primo tentativo di scuola a tempo pieno espressamente rivolto alle classi popolari. I suoi progetti di riforma scolastica e la sua difesa della libertà di coscienza, anche nei confronti del servizio militare, compaiono nelle opere Esperienze pastorali, Lettera a una professoressa e L’obbedienza non è più una virtù (questi ultimi due testi scritti insieme con   i suoi ragazzi di Barbiana), nonché una serie importantissima di lettere e articoli.<br>A lungo frainteso e ostacolato dalle autorità scolastiche e anche da una parte di quelle religiose, don Milani è stato una delle personalità più significative del dibattito culturale del dopoguerra e la sua vita rappresenta ancora oggi una grande testimonianza di fedeltà nelle  sua scelta  di essere dalla parte degli ultimi.<br>Nel libro "Lettera ad una professoressa", giunge a rivoluzionare completamente il ruolo di educatore, denunciando la natura classista dell’istituzione scolastica italiana e proponendo nuovi obiettivi e nuovi strumenti che potessero concretamente andare incontro ai bisogni dei ceti meno privilegiati.<br>Una delle scelte piu' forti di Don Milani fu quella di usare come unico mezzo di comunicazione le lettere inviate non solo a conoscenti ma anche a riviste e giornali.<br>Nello scrivere testi come "Lettera ad una professoressa" fece la scelta di scrivere non lui ma di far scrivere ai ragazzi e questo non certo solo per evitare la censura ecclesiastica.<br>"Lettera a una professoressa", realizzata nel maggio del 1967 gli alunni, con la collaborazione di Don Milani, mettono in evidenza le contraddizioni di un metodo didattico e di un sistema scolastico che costringono la maggior parte del Paese all'analfabetismo favorendo unicamente l'istruzione dei ragazzi che appartengono alle classi sociali più ricche.<br>Tra l'altro, Lorenzo Milani adotta lo slogan "I care" (che significa "Mi interessa", "Mi importa", in contrapposizione con il motto "Me ne frego" tipico del fascismo): la frase viene riportata su un cartello posizionato all'ingresso della scuola, e mette in evidenza lo scopo principale di un'istruzione finalizzata alla consapevolezza civile e alla coscienza sociale.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-06-06 06:11:59 UTC</pubDate>
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         <author>luisadimauro2000</author>
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