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      <title>STORIE DI VITTIME INNOCENTI by LIBERA PIOVE DI SACCO</title>
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      <description>Un luogo dove vengono raccontate molte storie di uomini e donne che nella loro vita hanno SCELTO DI VIVERE DA PROTAGONISTI</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2025-03-03 16:53:58 UTC</pubDate>
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         <title>Maria Teresa Pugliese</title>
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         <description><![CDATA[<p>Maria Teresa era una casalinga di 54 anni, venne uccisa il 26 marzo 1994 a Locri. Suo marito, Domenico Speziali, era un pediatra molto noto nell’intera Calabria ed era stato sindaco di Locri. Fu verificato grazie alle indagini che la morte della donna non fu casuale e che invece i killer agirono con il preciso obiettivo di ucciderla.</p><p>La famiglia era stata minacciata molteplici volte ma un sabato sera, Maria Teresa Pugliese, il marito e un loro amico stavano uscendo per partecipare a una cena al Rotary. L’amico si era posteggiato davanti alla villa di famiglia. La moglie si era attardata in casa. Stava per uscire, quando, improvvisamente, due giovani in sella a una moto si sono avvicinati all’ingresso della abitazione. È stato un attimo. La moto ha rallentato la corsa, il killer ha estratto da sotto il giaccone il fucile e ha fatto fuoco per due volte. Poi l’improvvisa accelerazione del conducente. il loro amico aveva visto Maria Teresa a terra e aveva pensato che fosse svenuta dalla paura ma soltanto quando ha visto il suo viso insanguinato, si è reso conto di cosa fosse successo. Dopo una notte di vari accertamenti da parte della polizia e dei carabinieri ha sciolto ogni dubbio. I sicari non potevano non accorgersi della presenza della donna sugli scalini di casa. Il pianerottolo era illuminato, così come l’ intera zona quindi arrivarono alla conclusione che non è stato un errore ma che l’uccisione della donna era voluta.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-05-04 15:21:21 UTC</pubDate>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2025-05-04 17:14:38 UTC</pubDate>
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         <description><![CDATA[<p>Questa storia mi ha fatto sentire come se fossi impotente e più mi informo di quanto succede legato alla mafia più capisco che il mondo ha un lato oscuro che esiste da sempre ma che noi non comprendiamo completamente. Ma grazie a persone come Beppe Alfano risultano più chiare e riconoscibili le cose ai nostri occhi. </p><p>Perciò ringrazio tutti coloro che mettono a rischio la propria vita per farci conoscere la verità.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-05-06 17:57:22 UTC</pubDate>
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         <title>Ricostruzione storia di Giovanni Megna</title>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2025-05-28 14:26:07 UTC</pubDate>
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         <title>Domenico Cannatà</title>
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         <description><![CDATA[<p>Domenico Cannatà, figlio dello schedato mafioso Vincenzo Cannatà, è morto a San Ferdinando in provincia di Reggio Calabria all'età di 11 anni. La sera del 4 novembre 1983, insieme a un altro ragazzo di nome Serafino Trifarò, è stato coinvolto in una sparatoria avvenuta davanti a un locale. Secondo la ricostruzione della sparatoria, l'obiettivo dei sicari mandati dalla 'ndrangheta, i quali hanno sparato da una macchina in corsa numerosi colpi di pistola e di fucile da caccia, era il padre del piccolo Domenico Cannatà, Vincenzo, di 39 anni, schedato come mafioso. Vincenzo si trovava accanto al figlio e al ragazzo Serafino Trifarò. I due ragazzi sono stati colpiti al petto e alla testa da numerosi pallettoni e la loro morte è</p><p>stata istantanea. Vincenzo Cannatà, non essendo stato ferito, ha cercato di soccorrere il figlio e Serafino e li ha accompagnati egli stesso all'ospedale di Gioia Tauro. I ragazzi sono morti poco prima di entrare in sala operatoria e Vincenzo in seguito si è allontanato facendo perdere le sue tracce. L'uomo non ha ancora capito che l'agguato non lo riguardava direttamente: il commando assassino ha puntato al ragazzo di casa Trifarò, figlio del boss Pasquale, dato in quota Piromalli (una delle cosche più potenti della 'ndrangheta calabrese), titolare di una ditta di trasporti e movimento terra attiva nel porto di Gioia Tauro. Quei due ragazzi morti sono un macabro messaggio recapitato all’ambiente. Nè il primo né l’ultimo. E’ inutile dire che per l’omicidio di Cannatà e Trifarò nessuno ha pagato.</p><p>Per questo motivo la realtà mafiosa va combattuta a tutti i costi, perchè i bambini e i ragazzini che vivono in un contesto di questo genere non debbano essere reputati mafiosi, ma possano venire sradicati da quella società il prima possibile, per garantirgli una vita degna di essere definita tale.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:07:20 UTC</pubDate>
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         <title>La storia di Giuseppe Aliotto</title>
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         <description><![CDATA[<p><strong>ricostruzione&nbsp;</strong></p><p>La sera del 31 dicembre 1991 avvenne un evento che segnò profondamente la comunità di Palma di Montechiaro, città in provincia di Agrigento: la cosiddetta “strage di Capodanno”.&nbsp;</p><p><br/></p><p>Intorno alle 20:00, un uomo fece irruzione nel “Bar 2000”, situato lungo il corso principale del paese, armato di mitraglietta ed aprì il fuoco. Il suo obiettivo era colpire Felice Allegro, 61 anni, il quale era ritenuto affiliato a una delle cosche locali. Questo episodio infatti si inserisce all’interno della sanguinosa faida tra clan mafiosi rivali, in particolare tra le famiglie Ribisi-Allegro di Palma di Montechiaro e gli Iocolano di Gela. Questa faida aveva trasformato la zona in un teatro di violenza e terrore attraverso numerosi omicidi e vendette.</p><p><br/></p><p>A morire quella sera non fu solamente Felice Allegro, ma anche l’assalitore stesso, Salvatore Caniolo, 20 anni, colpito dalla reazione armata di un agente di custodia presente nel bar, e Giuseppe Aliotto un giovane trentenne che si trovava lì per puro caso. Altre sette persone rimasero ferite, tra cui un bambino di nove anni, figlio del proprietario del bar.&nbsp;</p><p><br/></p><p>La morte di Giuseppe aliotto, vittima innocente di questa guerra tra clan, suscitò profonda commozione nella comunità. Tuttavia, non emergono delle informazioni dettagliate riguardanti iniziative specifiche che sono state intraprese per mantenere viva la sua memoria. Il suo nome però, proprio perché innocente, è incluso nell'elenco delle vittime Innocenti di mafia commemorato annualmente il 21 marzo.&nbsp;</p><p><br/></p><p>Dopo la strage, la comunità di Palma di Montechiaro ha continuato a confrontarsi con le conseguenze della violenza mafiosa. La faida ha lasciato una profonda cicatrice nel tessuto sociale, alimentando un clima di paura e umiltà. Negli anni successivi le forze dell'ordine hanno intensificato gli sforzi per contrastare la criminalità organizzata nella regione portando all’arresto di numerosi affiliati ai clan coinvolti. Tuttavia il percorso verso una completa rinascita sociale e culturale rimane complesso e richiede un impegno costante da parte di tutte le componenti della società.</p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p><p><strong>pensiero personale</strong></p><p>Ripensando alla storia di Giuseppe Aliotto, provo un senso profondo di ingiustizia. La sua morte, così improvvisa e crudele, rappresenta una delle più dolorose testimonianze di quanto la violenza mafiosa possa colpire in modo cieco e inesorabile. Giuseppe si trovava in quel bar semplicemente per caso, in un momento che avrebbe dovuto essere di festa e condivisione, e invece è diventato vittima innocente di una guerra che non gli apparteneva.</p><p>La sua figura, purtroppo poco ricordata al di fuori della commemorazione ufficiale del 21 marzo, meriterebbe maggiore attenzione e rispetto. Non solo per ciò che ha subito, ma per ciò che simbolicamente rappresenta: un cittadino qualunque, strappato alla vita per colpe non sue, travolto da un conflitto generato da logiche criminali che da troppo tempo contaminano la nostra società.</p><p>Trovo profondamente ingiusto che la sua memoria non sia custodita con l’impegno che meriterebbe. Credo che ricordare Giuseppe significhi anche assumersi una responsabilità collettiva: quella di opporsi con forza all’indifferenza, di scegliere ogni giorno la legalità, la giustizia, la solidarietà.</p><p>Anche se non l’ho conosciuto, sento il dovere morale di non dimenticarlo. La sua storia deve continuare a interrogarci, a scuoterci, a spingerci a costruire una società in cui nessuno debba più morire così, senza motivo.</p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:09:15 UTC</pubDate>
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         <title>Storia di Dario Scherillo</title>
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         <description><![CDATA[<p>Dario Scherillo nasce a Casavatore, un piccolo paesino a due passi da Secondigliano, vicino Napoli, era un ragazzo perbene, solare e onesto. Viveva in una famiglia normale, suo padre era funzionario della Motorizzazione civile, sua mamma era una donna amorevole, aveva anche due fratelli e stava con la sua fidanzata da ben 8 anni.</p><p>Dario sognava di diventare un servitore dello Stato ma a causa di un incidente che gli ha riportato danni alla colonna vertebrale ha dovuto rinunciare, tuttavia non si è dato per vinto e insieme ai fratelli Pasquale e Marco ha aperto una Scuola di guida. Dario lavorava là e lo facevo in modo onesto.</p><p>Dario è morto all’età di 26 anni, il 6 dicembre del 2004, ed era innocente, lui non aveva niente a che fare con la Camorra che gli ha tolto la vita ingiustamente.</p><p>Dario quel fatale giorno stava lavorando nella sua scuola guida, Pasquale non era presente perché era impegnato con degli esami, intorno alle 20 Dario lascia la scuola per dirigersi a cercare un ragazzo che l’indomani avrebbe dovuto svolgere l’esame di guida, perciò, una volta montato sul suo scooter, una Honda SH, imbocca via Segre e si dirige verso un bar, al tempo molto frequentato dai giovani convinto di trovarci il ragazzo, tuttavia il ragazzo non c’era però là trova un suo amico, con il quale si ferma a parlare, tuttavia Dario non sa di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.</p><p>Quel bar in cui Dario si trovava era il punto in cui è avvenuto lo scambio di persona, infatti Dario è stato ucciso per sbaglio, il target dell’omicidio era un altra persona, di cui ancora oggi non si sa l’identità, e il motorino di Dario era molto simile a quello della persona ingaggiata quindi poco dopo essersi fermato a parlare con il suo amico, due killer arrivarono e vedendo il mezzo simile di dario non esitarono a sparargli a freddo alle spalle. Dario morì in pochi minuti e cadde vittima della faida sanguinosa al tempo in atto tra i “di Lauro” e gli “Scissionisti” che entrambi tentavano di ottenere il monopolio dei traffici di quel territorio, in particolare il controllo dei traffici di droga.&nbsp;</p><p>I familiari di Dario appresero la notizia da due carabinieri che si recarono a casa della famiglia per una perquisizione e da quel giorno la loro vita non fu più quella di prima, il loro povero Dario era stato ucciso ingiustamente perché scambiato per un'altra persona.</p><p>Pochi giorni dopo al funerale di Dario si presentarono all’incirca quattromila persone, le uniche a riconoscere Dario come vittima innocente di mafia (in particolare della camorra), le istituzioni non erano presenti al suo funerale. La famiglia di dario ha a lungo cercato una risposta ma soprattutto i nomi degli assassini che dopo 21 anni sono ancora ignoti tale che il caso di dario è stato archiviato. In quei anni Pasquale e Marco volevano chiudere la loro attività a scappare da quella terra, tuttavia hanno pensato fosse più utile mantenere viva la memoria di Dario e per questo nel 2007 nacque l’associazione “Dario Scherillo- la solidarietà è vita” che si cura di far conoscere la storia di dario e la crudeltà della mafia alla gente, i familiari hanno anche intrapreso un percorso in cui hanno cominciato a parlare all’interno delle scuole della vicenda per sensibilizzare i più giovani su questo importantissimo tema.</p><p><br/></p><p>Pensiero personale:<br>la storia di Dario Scherillo così come l’attività al cinema mi ha molto toccata, ho pensato a quanto possa essere difficile vivere una realtà così, mi ha fatto provare un forte sentimento di dolore misto al ribrezzo il fatto che Dario non avesse commesso alcuna azione per ricevere una morte così brutale, penso inoltre che chiunque fosse stato il target dei due killer non avrebbe meritato di morire, nessuno al nostro mondo lo merita.</p><p>I miei pensieri vanno alla famiglia di dario, a cui da un giorno all’altro è stato strappato un figlio, un nipote, un fratello. Penso a come possa essere stato difficile scoprire la vicenda, o non ricevere una risposta all’eterna domanda: “chi è stato?” o “perchè?”, o scoprire l’archiviazione del caso, tuttavia ammiro fortemente la loro forza con la quale sono riusciti a portare avanti le loro vite, senza scappare dalle continue voci che circolavano, e ammiro molto il loro coraggio con cui si fanno strada tra la gente e con cui hanno deciso di fondare la loro associazione e di parlare all’interno delle scuole.</p><p>Vorrei che tanto che la vita di Dario e di tutte le altre vittime innocenti di mafia potessero essere restituite loro, vorrei tanto che questi avvenimenti non fossero mai accaduti, tuttavia questo non è possibile, è per questo che spero in un domani di giustizia e libertà affinché tutte queste morti non siano rimaste nell’ombra e nel silenzio.&nbsp;</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:10:08 UTC</pubDate>
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         <title>Pasquale Lino Romano</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<p>Pasquale Romano viveva a Cardito e lavorava come operaio.&nbsp;</p><p>Era il 15 ottobre 2012 quando all’ età di 30 anni fu ucciso da 14 proiettili.</p><p>Prima di andare a giocare una partita di calcetto con gli amici, decise di raggiungere la fidanzata a Marianella, quartiere della periferia nord di Napoli. Intorno alle 21:30, Pasquale uscì dallo stabile dove viveva la fidanzata e si diresse verso l'auto. È proprio in quel momento che gli spararono.</p><p>Non era lui il bersaglio ma un pregiudicato per droga, Domenico Gargiulo. L'esecutore materiale del delitto, Salvatore Baldassarre, viene arrestato e portato a processo insieme a chi aveva preso parte in vario modo alla pianificazione dell'agguato;</p><p>L'assurda morte di Pasquale richiama l'attenzione dell'opinione pubblica tanto che dopo pochi giorni una mobilitazione spontanea dà vita ad una manifestazione sul luogo del delitto e viene dichiarato il lutto cittadino dal sindaco della città.</p><p>Il 28 ottobre, in occasione della partita di calcio Napoli-Chievo, viene osservato un minuto di silenzio per Pasquale Romano. A bordo campo viene aperto lo striscione del Coordinamento Campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità e pure dopo un anno dall'omicidio di Pasquale la pièce teatrale ha inteso ricordare Lino e commemorare con lui tutte le vittime innocenti di criminalità.</p><p>Il 14 maggio 2015 è stata intitolata alla memoria di Lino Romano l'area sportiva all'interno del Parco Taglia di Cardito.</p><p>Domenico Gargiulo era il vero obiettivo del raid. Era un traditore in quanto era passato con il clan avverso, aveva scampato la morte già due volte e sul suo capo pendeva una sentenza di morte della camorra.&nbsp;</p><p>La camorra è un'organizzazione criminale di connotazione mafiosa originaria della Campania e una delle più antiche e potenti organizzazioni criminali in Italia risalente al XVII secolo. La struttura organizzativa della Camorra è divisa in singoli gruppi chiamati clan, diversi tra loro per tipo di influenza sul territorio, struttura organizzativa, forza economica e modus operandi. Ogni "capo" o "boss" è il leader di un clan, in cui ci possono essere decine o centinaia di affiliati, secondo il potere e la struttura di ogni clan.</p><p>A settembre del 2019 la moglie di Domenico inoltrata denuncia per presunta scomparsa del marito per poi essere ritrovato strangolato nel bagagliaio di un’automobile rubata a Scampia.</p><p>La storia di Pasquale Romano è un esempio tragico della violenza e dell'arbitrarietà della camorra, ma anche una storia di vita e di memoria. È importante che la società italiana continui a mobilitarsi contro la criminalità perché è inaccettabile che, ancora oggi, in certe zone si possa morire così, per mano della criminalità organizzata, senza alcuna colpa. Pasquale è una delle tante vittime innocenti di un sistema criminale che non guarda in faccia nessuno. La sua storia dovrebbe farci riflettere sull’urgenza di combattere la mafia con ogni mezzo, ma anche sull'importanza della memoria: ricordare Pasquale significa onorare tutte le vittime innocenti e lottare per una società più giusta e sicura.</p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:12:20 UTC</pubDate>
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         <title>Salvatore Benigno</title>
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         <description><![CDATA[<p>Nel 1986, la Sicilia è segnata da una guerra tra bande mafiose, principalmente tra la fazione di Corleone e la Commissione, chiamata “seconda guerra di mafia”. È scoppiata a Palermo nel 1979 perché i Corleonesi&nbsp; hanno iniziato a gestire il traffico di droga in modo indipendente, senza il consenso della Commissione, e il clan, con la sua forza e il suo controllo del territorio, ambiva ad assumere un ruolo di leadership nella mafia palermitana.</p><p>La guerra si caratterizza per una violenza estrema, con numerosi attentati, rapimenti e omicidi, tra cui quello di Salvatore Benigno.</p><p><br/></p><p><br/></p><p>Salvatore Benigno era originario di Belmonte Mezzagno, in Sicilia, dove la mafia continua a condizionare la vita dei cittadini. A trentasette anni è stato ucciso a Palermo il 26 agosto 1986 da due sicari mafiosi che lo hanno scambiato per un poliziotto.</p><p>Lavorava invece come cassiere in un cinema, e una sera, rientrando</p><p>verso casa, è passato accanto a un distributore di Benzina, tra via Oreto e la</p><p>Circonvallazione, mentre due uomini stavano dando fuoco a una Giulietta.&nbsp;</p><p>Lui si è fermato per curiosare e, siccome indossava una camicia</p><p>azzurra, simile a quella delle forze dell'ordine, i killer, spaventati, gli hanno sparato sette colpi di pistola calibro 38, di cui due sul fianco sinistro e sono fuggiti. Avevano appena ucciso il mafioso</p><p>Sebastiano Briottola e stavano bruciando la sua auto. Egli aveva già dei precedenti: era stato denunciato con altri mafiosi in Corso dei Mille per l’assalto a un treno e una rapina.&nbsp;</p><p>Gli assassini sono stati poi sanzionati con gli ergastoli comminati</p><p>ai membri della Cupola di Cosa Nostra.&nbsp;</p><p><br/></p><p>Nello stesso anno viene aperto il Maxiprocesso di Palermo, che vede coinvolti 476 imputati.&nbsp;Nato grazie alle rivelazioni di un pentito, Tommaso Buscetta, rappresenta una svolta importante nella lotta alla mafia, anche alla luce degli attentati che si erano verificati in quel periodo: le stragi di Porto Empedocle tra l'86 e l'87 (un periodo di violenza che vede attentati tra la Stidda e Cosa nostra) e la strage di Pizzolungo nell'85 (un attentato mal riuscito a un magistrato,Carlo Palermo, provoca invece la morte di una donna e dei suoi due figli).</p><p><br/></p><p>Numerosi uomini delle istituzioni italiane, che hanno tentato di combattere la mafia attraverso nuove&nbsp;leggi, indagini e azioni di&nbsp;Polizia, sono caduti sotto i colpi dell'organizzazione criminale.</p><p><br/></p><p><br/></p><p>Riflessione</p><p>Nonostante venga spesso spettacolarizzata dall'industria del cinema, la mafia è una delle piaghe che più fa soffrire l'Italia e tutto il resto del mondo. Essa limita la libertà&nbsp; delle persone, imprigionandole in un sistema basato su favoritismi, accordi illegali, rapporti di vassallaggio, il quale finisce per sostituirsi allo Stato, minacciando coloro che si rifiutano di sottomettersi e disseminando terrore. Chiunque si opponga, infatti, corre il rischio di essere ucciso, spesso insieme ai propri famigliari, e questo spinge chi viene a conoscenza di atti mafiosi o ne è direttamente spettatore a non sporgere denuncia, aggiungendo così un mattone al muro di omertà dietro a cui la mafia si nasconde.&nbsp;</p><p><br/></p><p>Denunciare i reati è essenziale nella lotta contro la mafia, ma se i cittadini devono temere per la loro vita per non essere rimasti in silenzio, non si tratta forse di un segnale che indica che le reti mafiose vengono percepite come più forti ed efficaci rispetto alla protezione dello Stato? C’è bisogno di più solidarietà, e chi collabora con la giustizia non dovrebbe mai essere abbandonato.</p><p><br/></p><p>Per estirpare la mafia, inoltre, è necessario non solo perseguire i criminali, ma anche assicurarsi che la mentalità mafiosa non cresca nelle giovani menti. Così facendo, sarà possibile interrompere il circolo vizioso che porta chi è nato nelle famiglie mafiose a compiere le stesse azioni del proprio padre, o del proprio nonno. Bisogna fornire aiuto e opportunità a chi desidera cambiare vita.</p><p><br/></p><p>-La mafia è un fenomeno umano- come ha detto Giovanni Falcone, giudice in prima linea nella lotta contro la malavita -e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine-, ma ciò accadrà solo se la combattiamo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:15:25 UTC</pubDate>
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         <title>Carmine Moccia</title>
         <author></author>
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         <pubDate>2025-06-03 11:17:02 UTC</pubDate>
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         <title>                             ROSA ZAZA</title>
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         <description><![CDATA[<p>Rosa Zaza, una donna di 31 anni viveva in una villetta al piano terra nel parco De Luca a Pozzuoli con il marito Ennio Petrosino di 33 anni. Lui era un appassionato di moto e quando poteva le cambiava. Ogni giorno andavano insieme al lavoro in auto da Pozzuoli, dove abitavano dopo aver ristrutturato una vecchia casa. Lavoravano insieme nello stesso edificio, in uno studio di ragioneria del centro direzionale di Napoli. Erano sposi novelli e stavano tornando in moto dalle vacanze passate in Croazia; era la notte del 25 agosto 1999 ed erano sbarcati a Bari alle 22. Fra pochi giorni avrebbero festeggiato il loro primo anniversario di matrimonio e volevano farlo a Pozzuoli dove vivevano, insieme a parenti e amici che li ricordano come una coppia unita e cortese. Così hanno imboccato l'autostrada A16 con la loro Suzuki in direzione Napoli dove li aspettavano i parenti per accoglierli, ma dopo circa settanta chilometri, poco prima di mezzanotte, sono stati travolti e uccisi da una Renault 21 di assassini e contrabbandieri di sigarette all'altezza di Candela (FG), che invertendo il senso di marcia a fari spenti, ha attraversato uno dei tanti varchi aperti dell'autostrada Bari-Napoli per evitare un posto di blocco lungo il tragitto visto che trasportavano 172 chili di sigarette. L’impatto è stato inevitabile e così terribile che Ennio e Rosa sono volati dalla moto e si sono schiantati sull'asfalto. Ma erano ancora vivi. I contrabbandieri sono scesi dall'auto senza soccorrere i feriti e sono fuggiti a piedi nelle campagne. Un automobilista ha dato l'allarme e poco dopo è arrivata l'ambulanza, ma non c'è stato nulla da fare. Dopo la loro morte Sandro Petrosino, uno dei due fratelli di Ennio con la camicia sudata afferma piangendo che le strade sono diventate una vergogna e altre persone concordano con lui gridando, urlando e invocando la pena di morte contro i finanzieri che invece stanno muti, e dicono che anche se riuscissero a prenderli, tra qualche giorno sarebbero di nuovo in libertà. Poi è cominciata una caccia all'uomo guidata dalla guardia di Finanza e dalla polizia stradale con tratti autostradali blindati e campagne setacciate per trovare i due contrabbandieri. Successivamente si è scoperto che la Renault 21 è intestata a un uomo di Torre Annunziata (NA): probabilmente un prestanome, ma non si è più scoperto nulla riguardo gli altri aspetti dell’incidente. La morte dei due coniugi non è stata provocata soltanto da un operazione criminale, ma anche dalla cattiva gestione della rete stradale. Per diversi anni il fratello di Ennio è stato alla guida&nbsp; di un'associazione per la difesa dei diritti di chi è rimasto vittima della strada. La storia della coppia è raccontata in un libro intitolato <em>Plenilunio con pistola </em>di Francesco Forleo edito da Rubettino nel 2003 e nel testo di Antonella Mascali <em>Lotta Civile </em>pubblicato da Chiarelettere nel 2009.</p><p>Da questo episodio si può capire che la mafia non colpisce solo le persone direttamente coinvolte come boss mafiosi, spacciatori o corrieri, ma anche persone oneste che per una serie sfortunata di coincidenze perdono la vita o si trovano coinvolte in affari loschi. Come Rosa e suo marito ci sono state altre vittime innocenti che è importante ricordare e se non si fa qualcosa ce ne saranno ancora. La mafia è come l'edera che avvolge tutto quello che trova, infatti infesta il sistema culturale e il suo potere si infiltra nella vita quotidiana, nelle istituzioni e nell'economia, alimentando sentimenti negativi come paura e rassegnazione, ma anche corruzione e ingiustizia. Bisognerebbe sensibilizzare maggiormente le persone per fare capire loro che l'attività mafiosa non agisce solo nel Sud Italia o all'interno delle famiglie già coinvolte, ma è un problema che coinvolge tutti; per questo ognuno deve impegnarsi a contrastarla con azioni semplici come denunciare quando si assiste a un'ingiustizia o aiutare le persone coinvolte in attività illecite a uscirne.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:17:08 UTC</pubDate>
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         <title>Salvatore Benaglia </title>
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         <description><![CDATA[<p>Salvatore Benaglia aveva 53 anni e lavorava al comune di Napoli, il destino non gli aveva ancora fatto incontrare la donna giusta da sposare, ma era molto legato alla sorella maggiore e al figlio, nonché suo nipote. La sua più grande passione erano le moto, lui stesso ne guidava una, ma oltre a questo piccolo sfizio conduceva una vita normale e abbastanza monotona.</p><p>La sera dell’11 luglio 1989 si trovava nel bar Sayonara, uno dei posti più frequentati del quartiere Ponticelli, lì vicino c’era una gelateria altrettanto affollata e delle aiuole dove dei bambini stavano giocando. Questa tranquilla scena ordinaria tuttavia in pochi secondi venne stravolta, all'improvviso arrivarono otto uomini con il passamontagna, divisi in tre auto, e senza prestare alcuna attenzione iniziarono a sparare con mitragliette, fucili a canne mozze e pistole. Subito si diffuse il caos e la disperazione tra i presenti; come raccontano i superstiti la scena sembrava essere uscita da un film: urla, orrore e rivoli di sangue sui marciapiedi. Ci furono moltissimi feriti, e sei morti, quattro dei quali innocenti; tra questi Salvatore Benaglia, che vide finire ingiustamente la sua vita, dopo uno sparo che non gli lasciò nessuna via di scampo se non una morte istantanea. </p><p>Quando arrivarono le autorità trovarono così tanti proiettili che la polizia inizialmente ipotizzò che i carnefici non avessero un obiettivo specifico, o che non ne conoscessero il volto. In realtà anni dopo si scoprì, grazie alla lettera di confessione del mandante della strage Ciro Sarno, che i killer ingaggiati per compiere l’omicidio di Borelli Antonio, unico obbiettivo della sparatoria, erano sotto effetto di stupefacenti. Così un pareggiamento di conti interno alla camorra, con il clan Andreotti da una parte e quello degli "alleati" Sarno e Aprea dall'altra, si trasformò in un inutile strage senza motivazioni. Lo stesso giudice Antonella Terzi, nell’ordinanza per la custodia cautelare di uno dei complici, scrisse: “Ho cercato invano nel mio limitato vocabolario aggettivi che potessero rappresentare i sentimenti suscitati dalla vicenda oggetto della richiesta cautelare. Nessuno, tra quelli che mi venivano alla mente (feroce, folle, crudele, insensato) mi é parso adatto a descrivere quell’orrore”. </p><p>Quest’accaduto scosse fin da subito le forze dell’ordine, che lavorarono molto sul caso, ma solo nel mese di febbraio del 2016 la corte di Cassazione emanò la sentenza di 11 ergastoli, con l’imputazione oltre che dei veri artefici della sparatoria anche dei loro mandanti, ponendo una fine al caso di quella che venne chiamata “la strage del bar Sayonara”. </p><p>Ancora oggi Ponticelli, un quartiere a ovest di Napoli, rimane un posto dove molte famiglie vivono quotidianamente la povertà, e subiscono le ripercussioni delle lotte tra clan per le zone di spaccio o per il controllo del territorio. Tuttavia molti cittadini non rimasero indifferenti di fronte a ciò e, dal 2010, ogni anno organizzano una marcia in memoria delle vittime innocenti di mafia. Inoltre scuole e associazioni, come “Libera”, progettano dei momenti di sensibilizzazione, per esempio letture o film, rivolti sia ai grandi che ai più piccoli, per cercare di impedire che possa accadere di nuovo qualcosa di simile. Un altro chiaro esempio della forte attenzione che mostrano gli abitanti di Ponticelli nei confronti di questa problematica è il murales di piazza Egizia, vicino al luogo della strage, quest’opera è stata realizzata da degli studenti del posto come segno di protesta e resistenza verso la mafia, e sopra c’è scritto “hanno provato a seppellirci, ma non sapevano che eravamo semi”.</p><p>A molte persone può sembrare una frase insensata, o ritengono il gesto inutile, perché non sentono che dopo esso sia cambiato qualcosa, ma secondo me sottovalutano il potere della parola: bisogna continuare a porre al centro dei media e ricordare ai nostri politici quanto sia ancora attuale e incalzante il problema della criminalità organizzata, che coperta da un velo d’ombra ed omertà, agisce indisturbata; solo così coloro che nascono in contesti difficili sapranno che ci sono altre opzioni, oltre che l'adattarsi e la catena di crimini, che sembra quasi ereditaria, potrà essere spazzata. Non importa quanto siano estremi i gesti di forza e prepotenza che la mafia può attuare, o quante vittime seppellirà lungo il suo cammino; come in un frutto ci sono molti semi, allo stesso modo dalla voce di un solo uomo possono nascere infiniti germogli, per questo non bisogna mai arrendersi anche se avvolte combattere contro qualcosa di così grande può sembrare inutile e inconcludente, poiché i boss mafiosi sono riparati da una forte rete di conoscenze, e non sono facilmente riconducibili ai crimini che fanno compiere a terzi. Ma ricordiamoci che anche una sola voce può muovere il mondo, e finché essa avrà il coraggio di lottare allora ci sarà speranza.</p><p>Grazie a questa ricerca ho trovato una voce che sta urlando, urla da anni, ed anche se spesso le persone fanno finta di non ascoltare lei non si arrende, è la figlia di un’altra delle vittime della stessa strage: Silvia Guarracino. Collabora con l’associazione “Libera” da molto tempo per tenere in vita la memoria del padre, ma appena l’ho contattata per sapere di più anche sulla storia delle altre vittime, si è resa subito disponibile e mi ha permesso di ricostruire meglio questa storia e di associare al nome di Salvatore Benaglia un volto. Ammiro tutto il suo lavoro e il suo coraggio, perché quando una vita viene a mancare nei giornali non si riporta poco più che il nome, ma quel giorno una sorella ha perso il fratello, un nipote lo zio, una figlia il padre…e non è giusto che di queste persone ne rimanga solo un asettico insieme di lettere, dove sono finite tutte le loro speranze? le paure? i sogni? e tutto l’amore che erano ancora disposti a dare al mondo? Purtroppo non si può tornare indietro nel tempo per evitare che questa inutile strage avvenga, ma  possiamo e dobbiamo continuare a ricordare l’uomo che era, imparando ad ascoltare le testimonianze delle persone che l’hanno conosciuto e le loro parole, affinché ciò non accada di</p><p> nuovo.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:23:30 UTC</pubDate>
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         <author></author>
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         <description><![CDATA[<p>LA VITA</p><p><br/></p><p>Di Moussafir Driss sappiamo solo che era&nbsp; alto quasi due metri, che tutti lo chiamavano Mustafà, aveva 44 anni, che era originario del Marocco e che era molto conosciuto nella zona di Porta Venezia in provincia di Milano. Viveva per lo più in strada, di espedienti, ma nessuno ne aveva paura. Non sappiamo quando, come e perché fosse arrivato in Italia. Si arrangiava con qualche lavoretto e, quando era a corto di soldi, chiedeva qualche spicciolo, facendosi offrire un caffè. Capitava sparisse per settimane, per poi puntualmente riapparire in zona, nei bar del quartiere.</p><p><br/></p><p>LA MORTE</p><p><br/></p><p>La sera del 27 luglio 1993 era entrato nei giardini pubblici che danno su via Palestro, scavalcando l’inferriata. Si era adagiato su una panchina e si era addormentato, del tutto ignaro di ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto poco lontano da lui.</p><p><br/></p><p>Intorno alle 23.00, del tutto casualmente, il vigile urbano Alessandro Ferrari si stava dirigendo su via Palestro a bordo della pattuglia Monza 3. La sua attenzione fu richiamata da due ragazzi, che gli segnalarono la presenza di una Fiat Uno grigia parcheggiata di fronte al Padiglione di arte contemporanea e dalla quale fuoriusciva un fumo biancastro. Alessandro capì che qualcosa non andava e decise di allertare i Vigili del Fuoco.</p><p><br/></p><p>Dalla caserma di via Benedetto Marcello partì la Squadra C, che arrivò sul posto pochi minuti dopo. Erano in sette, guidati dal caposquadra Stefano Picerno. Si avvicinarono all’auto per ispezionarla. Stefano aprì il bagagliaio e si rese conto che in quella macchina c’era una bomba. Poco lontano, Alessandro si sbracciava per cercare di allontanare il maggior numero di persone possibile.</p><p><br/></p><p>Fu una questione di istanti: l’esplosione che sconvolse la notte milanese fu di una violenza inaudita. Apocalittica la scena che si presentò ai primi soccorritori giunti sul posto.Era un inferno di fuoco, che i pompieri fecero fatica a domare. La sacca di gas che si era creata esplose poco più tardi, provocando altri danni alla Galleria e alla Villa Reale. Via Palestro si trasformò in una scena di guerra dove si contavano cinque morti.</p><p><br/></p><p>Nei minuti successivi vennero man mano recuperati i corpi delle cinque persone. Tra questi, quello di Stefano Picerno, 36 anni, il caposquadra dei Vigili del Fuoco appena rientrato dal viaggio di nozze. Con lui, i colleghi Sergio Pasotto, che proprio quel giorno aveva compiuto 34 anni, e Carlo La Catena, 25 anni e in servizio da appena 40 giorni. C’era Alessandro Ferrari, il vigile urbano che per primo era intervenuto sul posto. E c’era Moussafir Driss, quell’immigrato marocchino che dormiva su una panchina del parco pubblico poco lontano. Fu ucciso da un pezzo di lamiera che lo fece passare dal sonno alla morte. Il suo corpo venne ritrovato poco lontano da quello di Alessandro.</p><p><br/></p><p>Finisce così brutalmente, a soli 44 anni, la vita di Moussafir Driss. Una vita vissuta per strada, sotto gli occhi di tutti, eppure invisibile per molti. Le prime notizie danno i nomi dei tre pompieri e del vigile urbano, e parlano genericamente di “un extracomunitario”, il cui nome viene comunicato soltanto in seguito. Nella sua dichiarazione iniziale, il sindaco Marco Formentini non menziona affatto Moussafir e parla solo degli uomini “morti nell’adempimento del proprio dovere”. Lo nomina solo giorni dopo, riferendosi a un “poveraccio costretto a vivere da barbone”. La sua è l’unica bara al cimitero di Lambrate a non ricevere né visite né omaggi da parte del sindaco e delle autorità, che invece conferiscono la medaglia d’oro della città alle altre quattro vittime.</p><p><br/></p><p>Milano è sconvolta. L’Italia intera piange altre cinque vittime innocenti uccise dal terrorismo mafioso. Sì, perché è evidente il collegamento con Firenze, il legame con quella strategia stragista con cui Cosa nostra tenta di mettere in ginocchio la Repubblica. Poche ore più tardi, saranno le bombe di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a confermare che il Paese è nella morsa del terrore.</p><p><br/></p><p>LA SUA MEMORIA</p><p><br/></p><p>Finisce così brutalmente, a soli 44 anni, la vita di Moussafir Driss. Una vita vissuta per strada, sotto gli occhi di tutti, eppure invisibile per molti. Le prime notizie danno i nomi dei tre pompieri e del vigile urbano, e parlano genericamente di “un extracomunitario”, il cui nome viene comunicato soltanto in seguito. Nella sua dichiarazione iniziale, il sindaco Marco Formentini non menziona affatto Moussafir e parla solo degli uomini “morti nell’adempimento del proprio dovere”. Lo nomina solo giorni dopo, riferendosi a un “poveraccio costretto a vivere da barbone”. La sua è l’unica bara al cimitero di Lambrate a non ricevere né visite né omaggi da parte del sindaco e delle autorità, che invece conferiscono la medaglia d’oro della città alle altre quattro vittime.</p><p><br/></p><p>PENSIERO PERSONALE&nbsp;</p><p><br/></p><p>La vita di Moussafir Driss fino al momento della sua morte non era sicuramente stata una vita agiata e felice nonostante lui sicuramente avrebbe sempre sperato che un giorno potesse cambiare finché quella speranza non si è spenta definitivamente a causa della mafia con il quale molto probabilmente lui non aveva nulla a che fare.</p><p>Inoltre un'altra ingiustizia che questa vittima di mafia ha subito è avvenuta dopo la sua morte con la sua mancata commemorazione,infatti il sindaco Marco Formentini dopo la strage commemorò solamente le 4 vittime che quella notte stavano adempiendo al loro dovere mentre per Moussafir Driss non fu spesa alcuna parola per ricordarlo.</p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:24:19 UTC</pubDate>
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         <title>Armando Loddo </title>
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         <description><![CDATA[<p>ARMANDO LODDO </p><p>  &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</p><p>Armando Loddo era un giovane carabiniere di soli 22 anni, morto come vittima di mafia in quella che è conosciuta come “La strage di Passo di Rigano-Bellolampo”.</p><p>La strage avvenne nel difficile contesto del secondo Dopoguerra, il 19 Agosto del 1949 alle 21.30.</p><p>Nel tardo pomeriggio di quel giorno, cinquanta banditi armati e incappucciati, appartenenti alla banda di Salvatore Giuliano, detto “Turiddu”, assaltarono la caserma dei Carabinieri di Bellolampo, allora una piccola borgata a 10 km da Palermo, posta in piena campagna sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città, che era, dunque, di obbligato passaggio. L'assalto era, infatti, in realtà, un attacco dimostrativo, che doveva fungere da esca per attirare quante più forze di polizia in un territorio difficile, sia per l'aspra orografia del terreno, sia per l'orario notturno.&nbsp;</p><p>Il piano di Giuliano si divideva in tre tempi: attacco dimostrativo alla Caserma di Bellolampo, con lo scopo di attirare le forze di polizia in una zona particolarmente adatta all'agguato; fare strage della colonna di auto dei carabinieri sulla via di ritorno, e assaltare le forze che da Palermo sarebbero accorse di conseguenza.</p><p>A Passo di Rigano i banditi avevano posto una grossa mina legata con un filo di ferro, e si erano nascosti sul lato opposto in un folto boschetto, attendendo il rientro a Palermo dell'autocolonna, formata 5 autocarri pesanti e da due autoblindo, che trasportavano complessivamente 60 Carabinieri. Il rumore dei motori annunciò agli attentatori l'arrivo dei mezzi delle forze dell'ordine: bastò uno strappo al filo di ferro e la mina si posizionò tra le ruote posteriori dell'ultimo autocarro, che aveva a bordo 18 Carabinieri.</p><p>Nell'attentato morirono, oltre ad Armando Loddo, altri sette Carabinieri.</p><p>La terza fase dell'attentato, fortunatamente, non andò a segno, perché le forze di polizia che giunsero da Palermo riuscirono a scampare all'aggressione del terzo gruppo di attentatori, che li attendeva sulla strada che da Palermo portava a Passo di Rigano e a Bellolampo.&nbsp;</p><p>A seguito di questo avvenimento tragico, il ministro dell'Interno Mario Scelba dispose la nascita del Comando forze repressione banditismo, costituito da una forza di duemila uomini tra Carabinieri e Polizia.</p><p>Armando Loddo è una delle tante vittime innocenti di mafia. Di lui ci resta il suo splendido esempio di altissimo senso del dovere e virtù civiche, il suo ammirevole coraggio, e la determinazione con cui si è battuto e sacrificato in nome della giustizia, compiendo un estremo sacrificio.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:25:57 UTC</pubDate>
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         <title>Calogero di Bona</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/liberapiovedisacco/21marzopiove/wish/3477287724</link>
         <description><![CDATA[<p>Calogero di Bona nasce a Villarosa, un piccolo comune della provincia di Enna, il 29 agosto del 1944.</p><p>Sin da bambino cresce con un forte senso di giustizia e di rispetto delle istituzioni e delle regole, infatti, nel 1964 a soli vent'anni entra nel corpo degli Agenti di Custodia, ovvero coloro che hanno il compito di mantenere in sicurezza le carceri. Inoltre grazie al suo duro lavoro e alla sua passione diventa maresciallo ordinario nel giro di pochi anni.</p><p>Negli stessi anni, Calogero si sposa con Rosa e cresce tre bambini in un ambiente familiare sano e pieno di amore.</p><p>Sia come agente semplice che come maresciallo lavora presso la casa circondariale di Palermo, il carcere dell'Ucciardone dove, fino al 1992, i detenuti condannati per associazione mafiosa non sono soggetti a particolari restrizioni e anzi impongono i loro metodi e la loro violenza all'interno dell'Istituto Penitenziario con facilità.</p><p>Eppure Calogero, essendo un uomo fedele sia allo Stato sia alla sua legge morale, insieme a molti suoi colleghi si oppone fermamente ai soprusi di questi detenuti.</p><p>In questo clima difficile e corrotto il 6 agosto 1979 il boss Michele Micalizzi, che era in carcere per aver assassinato l’agente di polizia Cappiello, e altri cinque mafiosi pestano a sangue l’agente di custodia Antonio Angiulli che, tra l'altro, era un collega e amico di Calogero. Eppure non viene preso nessun provvedimento da parte della direzione del carcere, ma i colleghi di Angiulli non restano in silenzio e una lettera anonima, scritta da degli agenti, denuncia l'accaduto sia alla Procura Generale che al quotidiano “Ora”, che inizialmente non pubblica la lettera.</p><p>Dopo la pubblicazione della lettera, vengono presi dei provvedimenti verso i detenuti mafiosi che iniziano una serie di episodi intimidatori verso gli agenti di custodia con lo scopo di trovare gli artefici della lettera e vendicarsi.</p><p>Il 28 agosto dello stesso anno Calogero, finito il turno di lavoro, accompagna la famiglia a mangiare dai parenti."Passo a prenderti più tardi" sono le ultime parole che rivolge a Rosa e ai suoi bambini, ma  nessuno di loro lo sa che lui non farà più ritorno a casa.</p><p>Infatti, dopo ore di silenzio, Rosa decide di dare l'allarme ai carabinieri che iniziano la ricerca dell’agente in tutti i posti che frequenta di solito, ma soltanto la mattina dopo viene trovata la sua macchina, una Fiat 500, parcheggiata in via dei Nebrodi con gli sportelli aperti.</p><p>Il suo corpo non venne mai ritrovato.</p><p>Avrebbe compiuto 35 anni di lì a poco.</p><p>La procura, quindi, apre un'inchiesta contro ignoti e il giudice che si occupa del caso è Rocco Chinnici, che senza indizi e prove è costretto a chiudere il caso due anni dopo, ma riguardo al caso dichiara che Calogero è stato sicuramente ucciso per il suo operato nel carcere e con una modalità tipica dei mafiosi. </p><p>Successivamente, dopo due anni, il giudice Chinnici viene assassinato e i familiari di Calogero decidono di scoprire la verità da soli collaborando con la direzione investigativa Antimafia di Palermo.</p><p>Nel 2012, tre decenni dopo la scomparsa di Calogero, un avviso di conclusione delle indagini viene notificato al capomafia di San Lorenzo Salvatore, Il Piccolo e ad un anziano boss di Partanna. Loro due sono gli autori del delitto; e l'attività investigativa della direzione investigativa Antimafia di Palermo raccoglie delle prove schiaccianti nei confronti dei due boss di Cosa Nostra.</p><p>Quindi è possibile ricostruire gli avvenimenti di quel 28 agosto del 1979: Calogero è stato attirato in un tranello, strangolato e poi bruciato dentro un forno. La sua uccisione rappresenta la vendetta dei mafiosi per l’oltraggio che l’agente aveva rivolto al boss detenuto, che nel 2012 aveva già scontato la sua pena di 20 anni.</p><p>L’omicidio di Calogero, inoltre, provoca indignazione tra gli abitanti della zona perchè il forno usato da Cosa Nostra per bruciare il corpo è in un terreno nella zona residenziale di Città Giardini e, dopo alcune analisi, si venne a sapere che veniva usato dai mafiosi regolarmente per bruciare dei cadaveri senza lasciare alcuna traccia.</p><p>Successivamente, con la dichiarazione dei due mafiosi artefici dell’omicidio, si venne a sapere che quel giorno furono strangolati anche due ladruncoli, ma nessuno ne parlò perché era una cosa di routine. </p><p>Invece l’asssassinio del vice Comandante del reparto della casa circondariale di Palermo, Calogero Di Bona era sulla bocca di tutti.</p><p>Dal suo omicidio moltemklte più persone si unirono ad associazioni contro la Mafia e ancora oggi la Casa di Reclusione Ucciardone di Palermo è intitolata alla sua memoria. Inoltre è stato riconosciuto “Vittima del dovere” e nel 2017 è stato insignito della medaglia d'oro al merito civile.</p><p>Riportiamo ora una dichiarazione di Giuseppe, figlio di Calogero.</p><p>“Da quel giorno è iniziata la nostra vita senza di lui e non è semplice imparare a conoscerlo attraverso fredde fotografie. Sarebbe stato bello poterlo avere accanto nei momenti importanti della vita, averlo accanto nel nostro primo giorno di scuola, o nei momenti in cui avrebbe voluto e dovuto regalarci carezza o rimproveri. Vederlo tornare a casa magari stanco ma orgoglioso del lavoro difficile che aveva scelto di fare.</p><p>Non è vero che il tempo cura tutti i mali, quando poi scopri d'aver già superato l'età che aveva tuo padre quel giorno, comprendi che esistono sofferenze che chi non le vive non può comprendere fino in fondo, chi le vive non ha bisogno di ulteriori racconti.</p><p>Non lo abbiamo visto invecchiare ma, io e la mia famiglia, abbiamo scelto di ascoltare, i racconti di chi lo ha conosciuto, di chi ha lavorato con lui per respirare quella sua stessa aria; un modo, come tanti altri, per provare a colmare quel vuoto attraverso l'esempio delle oneste intenzioni, le stesse che avrebbe sicuramente saputo trasmetterci se fosse stato.".</p><p><br/></p><p>Il crudele omicidio di Calogero Di Bona non solo è una tragica perdita per la sua famiglia e i suoi colleghi, ma anche per tutta la società perchè rappresenta il potere della criminalità organizzata e l'inefficienza delle istituzioni che non sono riuscite a prevenire tale tragedia.</p><p>Calogero era un poliziotto che ha dedicato la sua vita a proteggere gli altri, e lui come tutte le altre vittime innocenti ci ricordano l'importanza della lotta contro la mafia e il bisogno di unire le forze per costruire un futuro libero dalla violenza e dall'ingiustizia. La sua memoria deve rimanere viva, spingendoci a non arrenderci mai nella nostra battaglia per la legalità e la giustizia.</p><p><br/></p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:26:51 UTC</pubDate>
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         <title>Giuseppe Cuttitta </title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<p><br/></p><p>Giuseppe Cuttitta nasce a Godrano, un piccolo paese di montagna, fuori Palermo. È il più piccolo tra 4 fratelli e nasce in una famiglia di grandi lavoratori fondata su forti e sani principi. Cresce con un carattere determinato e allegro attraverso un’infanzia felice.</p><p>&nbsp;Nonostante la perdita del padre a 14 anni, Giuseppe continua a coltivare la sua passione per i mezzi meccanici e ben presto, grazie alla sua determinazione arriva a comprarsi un camion e lavorando mattina e sera riesce a mettere da parte il denaro necessario per fondare la sua Cooperativa San Leone insieme ad alcuni soci. In seguito si sposa e con la moglie ha 3 figli. Giuseppe è felice della sua vita e tutto fila per il meglio fino a quando l’ombra della mafia non inizia a oscurare la sua esistenza. Fu un esponente della famiglia Lorello, conosciuta per i suoi affare loschi con i trasporti, il primo ad avvicinarsi alla cooperativa e a richiedere il pizzo, che inizialmente Cuttitta asseconda. Con il passare del tempo però il ricatto diventa sempre più frequente e Giuseppe inizia a rifiutarsi di pagare le somme richieste e così i mafiosi prima lo avvertono bruciandogli un camion e, in seguito, lasciato solo dai soci nella sua battaglia contro la mafia, lo uccidono il 3 Agosto 1981. Lascia la famiglia in disperazione&nbsp;</p><p>Giuseppe Cuttitta non ebbe mai giustizia, poiché il presunto assassino Giovanni Lorello, venne condannato a 6 anni e poi assolto per mancanza di prove. Nel 1998 venne riconosciuto come vittima innocente di mafia.</p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:28:11 UTC</pubDate>
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         <title>GIACINTO PULEO</title>
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         <description><![CDATA[<p>Giacinto Puleo fu uno di quei tanti braccianti uccisi dalla mafia mentre compivano il proprio lavoro. Era un uomo onesto e laborioso, che aveva deciso di tornare a Bagheria, sua città natale, dopo aver passato diversi anni in Germania per racimolare abbastanza denaro col sogno di comprare un terreno da poter coltivare per potersi mettere in proprio e migliorare la sua situazione economica. Una volta tornato al paese l’uomo riuscì a prendere in gestione un limoneto grazie all’aiuto di un amico senza però sapere che oramai l’appezzamento era stato occupato abusivamente da un membro della mafia locale. Puleo fu avvertito del problema solo il giorno prima del raccolto, ma non volendo cedere alle minacce e mandare in fumo tutti i suoi sforzi e sacrifici decise di continuare a lavorare ugualmente nel terreno che tanto caro gli era costato. L'ormai proprietario dell'appezzamento era un componente di Cosa Nostra.</p><p>Cosa Nostra è un'organizzazione criminale mafiosa nata in Sicilia, strutturata in famiglie gerarchiche e segrete. È nota per il controllo del territorio attraverso estorsioni, traffico di droga, omicidi e infiltrazioni nell'economia e nella politica. Ha avuto un forte impatto sulla storia italiana, soprattutto tra gli anni '70 e '90, con figure come Totò Riina e Bernardo Provenzano. Oggi, pur indebolita, continua a operare in modo più discreto.</p><p>Fu così che la mattina del 2 Luglio 1962 il povero Giacinto fu brutalmente assassinato. Tommaso Scaduto e altri malviventi lo raggiunsero mentre andava a lavoro e, senza alcuna pietà, gli tolsero la vita con due colpi di lupara. La storia di Giacinto Puleo non rappresenta solo la cronaca di un omicidio, ma una vera e propria dichiarazione di intenti. L’uomo non solo aveva deciso di non abbandonare il terreno, ma fino all’ultimo momento aveva inseguito il suo sogno opponendosi alle continue minacce arrecategli e diventando un emblema di vero coraggio e determinazione nell’opposizione alla mafia. La prepotenza della mafia è così spietata da non tener conto dei sogni e dei sacrifici degli uomini onesti, si appropria indebitamente di tutto ciò che le interessa senza rispettare i diritti delle persone, per tale ragione commemorare le infinite vite strappate è un atto dovuto verso le vittime e verso il nostro Paese, perché dimenticare, tacere, nascondere rafforza e dà nuova linfa alla criminalità organizzata che tenta di coprire con l'olezzo della paura, del sangue e della morte il profumo della legalità e della libertà.</p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 11:28:19 UTC</pubDate>
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         <title>Quinto Reda</title>
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         <pubDate>2025-06-03 11:28:26 UTC</pubDate>
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         <title>Gaetano di Nocera </title>
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         <pubDate>2025-06-03 11:29:40 UTC</pubDate>
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         <title>FILIPPO SALSONE </title>
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         <description><![CDATA[<p>Filippo Salsone è nato il 28 maggio 1942 a Brancaleone, in provincia di Reggio Calabria, e là è morto il 7 febbraio 1986.</p><p>Viene da una famiglia umile, il padre era uno stagnino e la madre una casalinga che si occupava dei loro quattro figli; proprio per le difficoltà economiche della famiglia, sin da bambino impara il senso della disciplina e, dopo la leva obbligatoria, nel 1967 si arruola nel Corpo degli Agenti di custodia(l'attuale Polizia Penitenziaria). Lavorerà nelle carceri di molte città tra cui quello di Messina, nel quale resterà fino al 1977. Nel frattempo, nel 1970 sposa Concetta Minniti con la quale avrà due figli: Antonino nel 1971 e Paolo nel 1974; nonostante il suo impiego gli occupi molto tempo, è un marito e un padre presente. </p><p>Nei penitenziari è conosciuto per le sue caratteristiche: il rigore e la serietà, le regole sono regole; il suo essere integerrimo, onesto e perbene lo porta a ricevere minacce e atti intimidatori che tuttavia non lo hanno mai persuaso ad "ammorbidirsi". Dopo Messina, viene trasferito a Cosenza, dove avverrà una svolta di vita e carriera: è al comando degli Agenti di custodia nel carcere il cui direttore è Sergio Cosmai, un uomo in cui Filippo si riconosce e con il quale stringe uno stretto legame professionale. Quando Cosmai viene assassinato il 13 marzo 1985 dalla ‘ndrangheta, Filippo è nel carcere di Reggio Calabria, con il grado di maresciallo e vicecomandante. L’anno successivo, il 1986, viene trasferito a Napoli, dove entra nelle guardie carcerarie di Poggioreale. Approfitta di alcuni giorni di congedo a inizio febbraio per tornare a Brancaleone dalla famiglia. Il 7 febbraio è un venerdì; verso le 20:30, mentre Filippo esce di casa con i due figli per dare da mangiare al cane, dal secondo piano di un edificio in costruzione distante una trentina di metri dalla sua abitazione arrivano dei colpi di lupara che lo feriscono mortalmente e colpiscono alla testa Paolo, che sopravvivrà, allora undicenne. Filippo muore tra le braccia di Antonino, che di anni ne aveva quattordici. Dalle indagini svolte non si scopre nulla; si ottiene una pista nel 1995, quando Franco Pino, un pentito di ‘ndrangheta, suggerisce che i quattro killer sono stati armati da un suo rivale di cosca: Franchino Perna; in seguito, però, Pino si autoaccuserà, ammettendo di essere il mandante e di aver commissionato l’omicidio di Cosmai e Salsone per dimostrare di essere di ugual valore anche sul piano miitare. Filippo Salsone verrà dichiarato “vittima del dovere”, poiché dal tribunale non si ha una sentenza e dunque non può essere considerato “vittima di mafia”. Negli anni successivi si prenderanno provvedimenti per mantenere viva la sua memoria: nel 2002 viene dedicata sia una via sia una caserma a suo nome nel Comune di Brancaleone, nel 2007 il carcere di Palmi, il più importante della Calabria, è intitolato a lui e il 12 maggio 2010, in occasione della festa della Polizia Penitenziaria, la famiglia riceve la Medaglia d’Oro al Merito Civile con la seguente motivazione:</p><p><br/></p><p><em>“Consapevole del grave rischio personale, si impegnò con coraggio e fermezza a ripristinare il rispetto delle regole e la disciplina all’interno di alcuni Istituti penitenziari, ove erano detenuti elementi di spicco delle locali cosche criminali, rimanendo quindi vittima di un vile agguato. Fulgido esempio di elevato spirito di servizio e non comune senso del dovere, spinti sino all’estremo sacrificio.”   </em></p><p><br/></p><p>                                           </p><p><br/></p><p>La vicenda di Filippo Salsone, come quella di altre Vittime Innocenti di mafia, è sconosciuta a molte persone. Spesso vengono ricordate solo quelle già famose, lasciando cadere nell’oblio tutte le altre altre: questo è l’errore più grave. Dimenticare significa, seppur implicitamente, negare l’esistenza dell’accaduto e permettere alla criminalità organizzata di continuare a prosperare indisturbata. Filippo Salsone merita di essere noto al pari di Falcone o Borsellino; la sua incorruttibilità e il suo rispetto delle regole lo hanno condotto alla morte per mano della ‘ndrangheta, che la distribuisce a chiunque abbia il coraggio di opporvisi e contrastarla. Quest'uomo ha dedicato la sua intera vita alla giustizia, dunque è degno di essere ricordato come esempio da seguire, come prova della presenza di persone oneste, che vogliono vivere liberi dai tentacoli della mafia.</p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-03 13:37:57 UTC</pubDate>
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         <title>Lavoro su un personaggio assegnato </title>
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         <pubDate>2025-06-04 09:22:09 UTC</pubDate>
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         <title></title>
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         <pubDate>2025-06-04 09:27:42 UTC</pubDate>
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         <title>FIRDAOUS EL JATTARI </title>
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         <description><![CDATA[<p>Firdaous El Jattari era una bambina di 11 anni di origine marocchina uccisa, in seguito ad una sparatoria, il 9 gennaio del 2023 a Merksem, un quartiere di Anversa, in Belgio.</p><p>La polizia locale ha riferito che i colpi di arma da fuoco sono stati esplosi contro la porta di un garage, dietro la quale c’era un soggiorno trasformato in soggiorno e cucina.</p><p>Firdaous sarebbe stata uccisa dall’esplosione del forno a microonde crivellato dagli spari.</p><p>La bambina faceva parte di una famiglia di baroni della droga.</p><p>Secondo un quotidiano locale, i genitori della bambina non sarebbero stati direttamente coinvolti nel narcotraffico, ma sarebbero stati legati alla famiglia più potente della malavita di Anversa.</p><p>Firdaous sarebbe stata la nipote di due boss ricercati dalle autorità, che avrebbero guidato il commercio della droga in Belgio da Dubai.</p><p>Il sospetto è che il fratello maggiore della bambina avesse seguito le orme degli zii e che fosse stato lui il vero obiettivo della sparatoria che uccise la sorella.</p><p>Secondo gli inquirenti si sarebbe trattato, dunque, di un regolamento di conti tra bande del traffico di droga.</p><p>Attualmente in Belgio è in corso una guerra alla droga: criminali stanno attaccando le case di altri criminali legato al mondo del narcotraffico di Anversa, diventata, insieme a Rotterdam, la porta d'ingresso della cocaina sudamericana in Europa.</p><p>Questo tragico evento ha sfatato il diffuso pregiudizio che la guerra degli ultimi anni non rappresenti un pericolo per i civili innocenti.</p><p>Da circa 10 anni, infatti, il Belgio è diventato uno degli hub di ingresso principali della cocaina in Europa.</p><p>La crescita del traffico di droga è stata accompagnata da un aumento della presenza delle mafie sul territorio, tra cui la 'Ndrangheta, la mafia albanese e la Moccro Maffia, un gruppo composto originariamente da criminali europei di origine marocchina.</p><p>Secondo gli ultimi dati forniti dalla dogana belga nel 2022, le autorità hanno sequestrato quasi 110 tonnellate di cocaina nel porto di Anversa. È la prima volta che la soglia delle 100 tonnellate viene superata. A causa dell'aumento della presenza delle mafie, c'è stato anche un aumento della violenza e degli omicidi, in particolare a Bruxelles e ad Anversa.</p><p>La morte di Firdaous ha suscitato profonda commozione in Belgio e non solo.</p><p>Oltre mille persone hanno partecipato alla cerimonia funebre nella moschea El Fath En Nassr a Hoboken e, successivamente, il suo corpo è stato trasportato in Marocco per la sepoltura nel villaggio natale del padre.</p><p>Sui social media, in particolare su TikTok, sono stati condivisi diversi video in sua memoria, riflettendo l’impatto emotivo della sua tragica morte.</p><p>La vicenda di Firdaous El Jattari rimane un simbolo delle conseguenze della violenza legata al traffico di droga, suscitando un dibattito pubblico sulla sicurezza e la giustizia.</p><p><br/></p><p>Approfondendo la storia di questa bambina ho capito che, nonostante non se ne senta parlare molto della mafia, è ancora presente e purtroppo, alcune volte, persino i bambini come Firdaous, si ritrovano coinvolti in situazioni simili.</p><p>Ma solo perché non se ne sente parlare al telegiornale non significa che le forze dell’ordine non lavorino giorno e notte per cercare di diminuire questo problema.</p><p>E proprio perché è ancora presente, bisognerebbe discuterne di più in modo da rendere tutti partecipi, poiché non vuol dire che se non accade vicino a noi allora non ci debba riguardare.</p><p>Per questo trovo che la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie sia molto importante per mantenere vivo il loro ricordo.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-04 16:53:30 UTC</pubDate>
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         <title>Gennaro de Angelis </title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<p>VITTIMA DEL DOVERE E DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA</p><p>La sera del 15 ottobre 1982, Gennaro de Angelis fu assassinato per non essersi piegato alle minacce della Camorra, a causa del suo rigoroso senso del dovere professionale e del profondo rispetto per la legge.</p><p><br></p><p>A soli ventuno anni, Gennaro De Angelis, nato a Cesa (CE) il 26 ottobre 1945, scelse di arruolarsi nell'ex Corpo degli Agenti di Custodia, ora chiamato Polizia Penitenziaria. Dopo quattro anni di servizio a Pisa, venne assegnato alla Casa Circondariale di Poggioreale G. Salvia, a Napoli, per rimanere vicino ai suoi affetti familiari. Tuttavia, questa scelta si rivelò fatale. Lì era stato incaricato alla gestione della ricezione dei pacchi e della spesa per i detenuti, un ruolo che, sebbene potesse sembrare secondario, allora risultava incredibilmente pericoloso in Campania, soprattutto per chi si rifiutava di favorire detenuti “particolari” che cercavano di far entrare armi negli istituti di pena. Infatti, negli anni ‘80 la Nuova Camorra Organizzata (NCO), il clan del boss Raffaele Cutolo, ammazzava chiunque si rifiutasse di mettersi al suo servizio e gli negasse favori.</p><p><br></p><p>Il 15 ottobre 1982 al circolo della Madonna dell’Arco di Cesa entrarono due ragazzi, coperti in volto e con le pistole in pugno. Non era una rapina. Si diressero immediatamente al tavolo a cui Gennaro era accomodato e dopo averlo riconosciuto gli spararono alla testa a bruciapelo, ferendo a morte anche un sessantenne, Pasquale Marino, che era vicino a lui. Tutti i presenti e gli assassini fuggirono all'istante e la notizia dell'omicidio si diffuse velocemente, arrivando fino alla moglie del poliziotto, Adele, al primogenito Vincenzo che stava giocando a pallone lì vicino, e alle due figlie, Annamaria e Marianna.</p><p>Dopo tre anni dall’assassinio, i carabinieri di Aversa individuarono in quattro appartenenti alla NCO gli autori del delitto. Erano già in carcere per altri motivi.</p><p><br></p><p>Per molti anni Gennaro De Angelis è stato dimenticato, tenuto vivo solo nel ricordo dei familiari, ma a distanza di anni dalla sua morte, all'incirca dal 2010, sono state promosse alcune iniziative di commemorazione per questo valoroso agente.</p><p>Infatti, la vicenda di Gennaro De Angelis è ricordata nel libro "Al di là della notte", promosso dalla Fondazione Polis, scritto da Raffaele Sardo ed edito da Pironti nel 2010, e nel "Dizionario enciclopedico delle Mafie in Italia" apparso per Castelvecchi nel 2013.&nbsp;&nbsp;</p><p>E il 13 ottobre 2013 ad Aversa, presso la Scuola media F. Bagno, in un incontro con diverse autorità casertane, il magistrato C. Sirignano, Don Luigi Ciotti e una delegazione del sindacato di polizia COISP, si è discusso sui temi della legalità in sua memoria.&nbsp;</p><p>Il 19 novembre 2014 a Casal di Principe è stata celebrata una messa per tutte le vittime di camorra dell'agro-aversano e dell'area nord di Napoli, tra queste si è ricordato anche Gennaro. L'iniziativa è stata sostenuta da diverse associazioni tra cui Comitato Don Peppe Diana, associazione di volontariato Jerry Essan Masslo, il coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti di camorra.</p><p>Inoltre, il carcere di Arienzo è stato intitolato al ricordo di De Angelis. Alla cerimonia, che si è tenuta nel piazzale dell’istituto, hanno partecipato Vincenzo De Angelis, Bernardo Petralia, capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Antonio Fullone, provveditore del DAP per la Campania, Annalaura Fusco, direttore del carcere, e Pasquale Spampanato, comandante del Reparto di Polizia penitenziaria. Al termine degli interventi, è stata scoperta una stele commemorativa e deposta dal capo del DAP una corona di alloro.</p><p>Più recentemente, nell’ottobre 2022 l'auditorium della Scuola Media "Bagno" di Cesa (CE) è stato intitolato con il nome di Gennaro De Angelis.</p><p><br><br></p><p>Gennaro De Angelis è stato un uomo di grande valore, una persona onesta e in particolare un simbolo di coraggio e determinazione per tutti quanti. La sua storia è un richiamo all'eroismo silenzioso di molti servitori dello Stato che, come lui, hanno affrontato, o lo fanno tuttora, situazioni estreme per difendere i valori della legalità e della giustizia.</p><p>La memoria di Gennaro De Angelis è un monito per tutti noi: la lotta contro la criminalità organizzata è una battaglia che richiede impegno e unione, affinché il sacrificio di uomini come lui non sia vano.</p><p><br><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-05 06:33:47 UTC</pubDate>
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         <title>Grazia Scimé</title>
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         <description><![CDATA[<p>Correva l'anno 1988, era il 12 settembre, quando Grazia Scimé, una casalinga di 56 anni, decise di andare al mercato in piazza Salandra, a Gela. Forse un'amica la chiamò e le chiese di raggiungerla, o forse si rese conto di aver finito qualcosa che le serviva per il pranzo: devono essere stati questi i motivi che la spinsero a compiere quelli che lei non sapeva essere i suoi ultimi gesti. Quel 12 settembre dei killer montarono su una Vespa e si diressero in piazza Salandra, alla ricerca di Giuseppe Nicastro, mafioso di 36 anni.</p><p>L'obiettivo era ucciderlo, perché a Gela in quegli anni impera una guerra di mafia tra i "Stidda" e Cosa Nostra. Spararono all'impazzata sulla folla e quando il sipario calò, dopo i sicari ripartirono indisturbati sul loro motorino e a terra giacevano</p><p>cinque persone: Grazia, Concetta, Saveria,</p><p>Antonella e ovviamente Giuseppe Nicastro.</p><p>Due di loro erano gravi, ma mai come Grazia che venne subito portata all'ospedale "Vittorio Emanuele" di Gela e poi trasferita d'urgenza a Catania dove, poche ore dopo l'arrivo, la donna morì. Al contrario, il pregiudicato Giuseppe Nicastro quella volta se la cavò.</p><p><br/></p><p>In quella piazza, su cui si affaccia un convento di frati agostiniani e il teatro comunale “Eschilo”, il mercato non si fa più. In onore di Grazia Scimé fu posta una targa sulle mura del teatro, poi rimossa per lavori di ristrutturazione e mai rimessa. Nel 2013 degli ignoti posarono un’altra targa vicino ad un albero della piazza: “Gela piange vittime innocenti”. Firmato: “un cittadino gelese”. Due anni prima, nel 2011, era stato condannato all’ergastolo, in Corte d’Assise d’appello di Caltanissetta, il boss gelese Alessandro Emmanuello.</p><p><br/></p><p>La storia di Grazia Scimè mi fa pensare a quanto sia terribile la violenza mafiosa, che può colpire chiunque, anche in un posto normale come un mercato. È una tristezza infinita che una persona innocente perda la vita così. Spero che la giustizia possa dare un po' di pace a chi l'ha conosciuta.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-05 09:41:57 UTC</pubDate>
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         <title>SALVATORE DE FALCO</title>
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         <description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;</p><p>Salvatore De Falco era un giovane di 21 anni, residente a Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli. Lavorava come operaio presso il Pastificio Russo, insieme ai suoi amici e colleghi Alberto Vallefuoco e Rosario Flaminio. Erano ragazzi onesti, impegnati nel loro lavoro e senza alcun legame con la criminalità organizzata.</p><p>Il 20 luglio 1998, durante la pausa pranzo, i tre si recarono al bar per un caffè. Mentre stavano per salire sulla loro auto, furono sorpresi da alcuni killer a bordo di una Lancia Y. I sicari, armati di kalashnikov e con il volto coperto da passamontagna, spararono circa quaranta colpi, uccidendo all’istante Alberto e Rosario. Salvatore tentò la fuga, ma fu raggiunto e colpito a morte all’interno del bar. La cassiera del locale, Monica Nacca, fu ferita di striscio al polpaccio .</p><p>Le indagini rivelarono che i tre operai erano stati scambiati per membri di un clan rivale, in un contesto di faida tra i clan Cirella e Veneruso. Per questo triplice omicidio furono condannati all’ergastolo Modestino Cirella, Giovanni Musone, Pasquale Cirillo, Pasquale Pelliccia e Cuono Piccolo, riconosciuti come mandanti ed esecutori dell’agguato, parti della camorra.</p><p>La tragica morte di Salvatore, Alberto e Rosario ha lasciato un segno profondo nella comunità. Le loro famiglie, insieme ad associazioni come Libera, si sono impegnate a mantenere viva la loro memoria e a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla lotta alla criminalità organizzata. A loro sono stati dedicati presidi di legalità, cooperative sociali e strade, affinché il loro sacrificio non sia stato vano.</p><p><strong>Riflessione personale</strong></p><p>La storia di Salvatore De Falco e dei suoi amici ci insegna quanto sia importante ricordare le vittime innocenti della mafia. Erano giovani come noi, con sogni e progetti futuri, uccisi ingiustamente da una realtà che non gli apparteneva e con cui non centravano niente. Il loro ricordo ci sprona a impegnarci per una società più giusta, dove la legalità e il rispetto per la vita umana siano valori fondamentali.</p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-05 09:43:06 UTC</pubDate>
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         <title>VITTIMA DI MAFIA INCORONATA SOLLAZZO</title>
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         <pubDate>2025-06-05 09:43:16 UTC</pubDate>
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         <title>Francesco Pepi</title>
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         <pubDate>2025-06-05 09:43:26 UTC</pubDate>
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         <title>Egidio Campaniello</title>
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         <pubDate>2025-06-05 09:43:26 UTC</pubDate>
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         <pubDate>2025-06-05 09:43:57 UTC</pubDate>
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         <title>vittima mafia </title>
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         <pubDate>2025-06-05 09:44:11 UTC</pubDate>
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         <title>Vittima innocente di mafia </title>
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         <description><![CDATA[<p>Maurizio Cerrato aveva 61 anni, era un uomo onesto, un padre affettuoso e un</p><p>marito premuroso. Lavorava come dipendente della soprintendenza</p><p>archeologica di Pompei ed era molto conosciuto nella sua città, Torre</p><p>Annunziata, in provincia di Napoli. Una città bella, ma purtroppo segnata dalla</p><p>presenza soffocante della criminalità organizzata.</p><p>Il 19 aprile 2021, Maurizio è stato ucciso in modo brutale per un gesto di amore</p><p>e di giustizia: difendere sua figlia. La ragazza aveva parcheggiato l’auto in un</p><p>posto pubblico che però era stato “occupato” illegalmente con una sedia da</p><p>persone legate alla malavita locale. Una pratica purtroppo diffusa in molte</p><p>città, dove la criminalità pretende di decidere chi può fare cosa, anche nello</p><p>spazio pubblico. Di fronte alle minacce e alle aggressioni verbali rivolte alla</p><p>figlia, Maurizio è intervenuto con calma e dignità, cercando di proteggerla e</p><p>riportare la situazione alla normalità. Ma la risposta che ha ricevuto è stata la</p><p>violenza: è stato aggredito da più persone, colpito con ferocia e infine</p><p>accoltellato al petto. È morto poco dopo, lasciando un vuoto enorme nella sua</p><p>famiglia e in tutta la comunità. La sua morte non è stata il risultato di un</p><p>semplice litigio, ma l’ennesima dimostrazione del potere oppressivo della</p><p>cultura mafiosa, che si impone anche nelle piccole cose, pretendendo di</p><p>comandare con l’intimidazione e la forza. Maurizio Cerrato è stato ucciso per</p><p>essersi opposto, senza violenza, a un’ingiustizia.</p><p>Oggi è riconosciuto ufficialmente come vittima innocente di mafia. Il suo gesto,</p><p>pur nato da un atto semplice e umano come difendere la propria famiglia, è</p><p>diventato un simbolo di legalità e coraggio civile. Non cercava gloria, non</p><p>voleva essere un eroe. E proprio per questo, lo è diventato: perché la vera forza</p><p>sta nella normalità delle azioni giuste.</p><p>Ricordare Maurizio Cerrato significa scegliere da che parte stare. Significa dire</p><p>no alla violenza, all’illegalità, alla sopraffazione. E significa affermare con</p><p>convinzione che le strade, come la libertà, appartengono a tutti.</p><p><br/></p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-05 09:44:28 UTC</pubDate>
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         <title>Claudio Sanfilippo </title>
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         <pubDate>2025-06-05 09:44:35 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author></author>
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         <pubDate>2025-06-05 09:45:30 UTC</pubDate>
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         <title>GIOVANNI MILETO</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<p>Giovanni Mileto lavorava come Caposquadra cantonieri della FCL di Cittanova. È stato ucciso nel 7 Novembre 1987 a 57 anni a Cittanova in provincia di Reggio Calabria mentre cercava di soccorrere una persona coinvolta in un attentato,fu colpito a morte da un fucile per un’altra vita <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="http://umana.La">umana.La</a> Mafia colpevole è ‘Ndrangheta. Giovanni Mileto è stato riconosciuto come vittima innocente della mafia.</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-05 09:45:45 UTC</pubDate>
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         <title>Antonio Sanginiti </title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<p>Antonio Sanginiti era un maresciallo dei Carabinieri di Petrizzi, un piccolo paese in provincia di Catanzaro, in <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="http://Calabria.Il">Calabria. Il</a> 3 agosto 1951 a Delianuova erano stati uccisi,&nbsp; in un conflitto a fuoco con i Carabinieri: Gianni Macrì, latitante, e l'amico Leo Palumbo. Il successivo 30 agosto, il fratello di Gianni, Angelo Macrì, parte del clan della mafia calabrese della ‘ndrangheta, uccise per vendetta Antonio Sanginiti. Il motivo dell’omicidio, quindi, non fu personale. Antonio fu ucciso per vendetta, come gesto contro tutte le forze dell’ordine. In quegli anni, in molte zone del Sud Italia, la mafia e altre forme di criminalità organizzata cercavano di imporsi con la violenza e l’intimidazione. Chi, come Sanginiti, rappresentava lo Stato e cercava di fermare i comportamenti illegali, diventava un bersaglio. Antonio Sanginiti è una delle tante vittime innocenti che hanno perso la vita per colpa della mafia. La sua morte ha fatto cambiare il modo di pensare delle persone, che iniziarono a parlare di più di mafia, a voler giustizia e a stare dalla parte della legalità. La memoria di Antonio Sanginiti viene mantenuta viva grazie all’associazione “Libera” , che si impegna a ricordare tutte le vittime innocenti della mafia, e grazie alla sua famiglia, che continua a raccontare la sua storia per non farla dimenticare.</p><p><strong>Riflessione personale:<br></strong>Quando ho letto la storia di Antonio Sanginiti, mi ha colpito molto il fatto che sia stato ucciso solo per aver fatto il suo dovere. È triste pensare che ci siano persone pronte a togliere la vita a chi cerca di fare del bene. Credo sia nostro dovere ricordare queste persone e imparare dai loro gesti. Così potremmo sperare in un futuro giusto e libero dalla mafia. Grazie all'aiuto dell'associazione Libera, ci siamo tutti resi conto, che non si sono verificati solo alcuni episodi che vanno nominati e ricordati, ma, se nessuno fermerà questa piaga, continuano e continueranno a verificarsi e persone innocenti continueranno ad andarsene.</p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-05 09:57:22 UTC</pubDate>
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         <title>KWADWO OWUSU WIAFE VITTIMA INNOCENTE DI MAFIA</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<p>KWADWO OWUSU WIAFE</p><p>VITTIMA INNOCENTE DI MAFIA</p><p><br/></p><p>Kwadwo Owusu Wiafe era un giovane migrante africano arrivato in Italia con la speranza di una vita migliore. Come molti suoi connazionali, lavorava duramente nei campi, svegliandosi ogni giorno prima dell’alba per spostarsi a Giugliano o a Villa Literno, dove veniva reclutato per la raccolta dei pomodori. Viveva a Castel Volturno, in Campania, e trascorreva spesso le sue serate presso la sartoria "Ob Ob Exotic Fashion", punto di ritrovo per la comunità africana locale.</p><p>Castel Volturno e la mafia Castel Volturno, un tempo località balneare, era divenuta negli anni un simbolo di degrado urbano e sociale, dominata dal controllo criminale del clan dei Casalesi. Era un luogo dove convivevano disperazione, povertà e una forte presenza di migranti. La sartoria di Ibrahim Muslim “Alhaji” rappresentava uno dei pochi spazi di aggregazione e solidarietà per la comunità africana.</p><p>La sera del 18 settembre 2008, mentre Napoli si preparava a festeggiare San Gennaro, un commando del clan dei Casalesi travestito da polizia fece irruzione presso la sartoria. I killer aprirono il fuoco indiscriminatamente, uccidendo sei giovani africani: Kwadwo Owusu Wiafe, Ibrahim Muslim, Karim Yakubu, Julius Francis, Eric Affun Yeboah e Justice Sonny Abu. L’unico sopravvissuto fu Joseph Ayimbora, che si finse morto per salvarsi.</p><p>Il processo iniziato nel 2009 portò alla condanna all’ergastolo di Giuseppe Setola e di altri esponenti del clan. La Corte di Cassazione ha riconosciuto l'aggravante dell'odio razziale. La strage suscitò indignazione e proteste da parte della comunità migrante, che manifestò per le strade di Castel Volturno. Finalmente l'Italia fu costretta ad aprire gli occhi su quella realtà dimenticata. Oggi i presidi di Libera a Castel Volturno e a Fabriano tengono viva la memoria delle vittime della strage. Il nome di Kwadwo Owusu Wiafe è tra quelli che "non devono essere dimenticati".</p>]]></description>
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         <pubDate>2025-06-05 15:25:40 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2025-06-07 13:34:11 UTC</pubDate>
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