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      <title>Pirandello - Il fu Mattia Pascal by elena casazza</title>
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      <language>en-us</language>
      <pubDate>2017-10-12 13:56:29 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>elena_casazza</author>
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         <pubDate>2017-10-12 13:56:37 UTC</pubDate>
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         <title>Una vita insopportabile</title>
         <author>elena_casazza</author>
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         <description><![CDATA[<div>Posso dire che da allora ho fatto il gusto a ridere di tutte le mie sciagure e d'ogni mio tormento. Mi vidi, in quell'istante, attore d'una tragedia che più buffa non si sarebbe potuta immaginare: mia madre, scappata via, così, con quella matta; mia moglie, di là, che... lasciamola stare!; Marianna Pescatore lì per terra; e io, io che non avevo più pane, quel che si dice pane, per il giorno appresso, io con la barba tutta impastocchiata, il viso sgraffiato, grondante non sapevo ancora se di sangue o di lagrime, per il troppo ridere. (cap. V; 1973, p. 360)</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-10-12 21:14:27 UTC</pubDate>
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         <title>Illusione di libertà e disillusione</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/mattia_pascal/wish/196641884</link>
         <description><![CDATA[<div><strong>Recisa di netto ogni memoria</strong> in me della vita precedente, fermato l'animo alla deliberazione di ricominciare da quel punto una nuova vita, <strong>io era invaso e sollevato come da una fresca letizia infantile; mi sentivo come rifatta vergine e trasparente la coscienza, e lo spirito vigile e pronto a trar profitto di tutto per la costruzione del mio nuovo io</strong>. Intanto l'anima mi tumultuava nella gioja di quella nuova libertà. Non avevo mai veduto così uomini e cose; l'aria tra essi e me s'era d'un tratto quasi snebbiata; e mi si presentavan facili e lievi le nuove relazioni che dovevano stabilirsi tra noi, poiché ben poco ormai io avrei avuto bisogno di chieder loro per il mio intimo compiacimento. <strong>Oh levità deliziosa dell'anima; serena, ineffabile ebbrezza! La Fortuna mi aveva sciolto di ogni intrico, all'improvviso, mi aveva sceverato dalla vita comune, reso spettatore estraneo della briga in cui gli altri si dibattevano ancora</strong> [...]. (cap. VIII; 1973, p. 408)<br><br>Subito, non tanto per ingannare gli altri, che avevan o voluto ingannarsi da sé, con una leggerezza non deplorabile forse nel caso mio, ma certamente non degna d'encomio, quanto per obbedire alla Fortuna e soddisfare a un mio proprio bisogno, mi posi a far di me un altr'uomo. </div><div> Poco o nulla avevo da lodarmi di quel disgraziato che per forza avevano voluto far finire miseramente nella gora d'un molino. Dopo tante sciocchezze commesse, egli non meritava forse sorte migliore. </div><div> Ora mi sarebbe piaciuto che, non solo esteriormente, ma anche nell'intimo, non rimanesse più in me alcuna traccia di lui. </div><div> Ero solo ormai, e più solo di com'ero non avrei potuto essere su la terra, sciolto nel presente d'ogni legame e d'ogni obbligo, libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato, e con I'avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacer mio. </div><div> Ah, un pajo d'ali! Come mi sentivo leggero! </div><div> Il sentimento che le passate vicende mi avevano dato della vita non doveva aver più per me, ormai, ragion d'essere. Io dovevo acquistare un nuovo sentimento della vita, senza avvalermi neppur minimamente della sciagurata esperienza del fu Mattia Pascal. </div><div> Stava a me: potevo e dovevo esser l'artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi. </div><div> « E innanzi tutto, » dicevo a me stesso, « avrò cura di questa mia libertà: me la condurrò a spasso per vie piane e sempre nuove, né le farò mai portare alcuna veste gravosa. Chiuderò gli occhi e passerò oltre appena lo spettacolo della vita in qualche punto mi si presenterà sgradevole. Procurerò di farmela più tosto con le cose che si sogliono chiamare inanimate, e andrò in cerca di belle vedute, di ameni luoghi tranquilli. Mi darò a poco a poco una nuova educazione; mi trasformerò con amoroso e paziente studio, sicché, alla fine, io possa dire non solo di aver vissuto due vite, ma d'essere stato due uomini. » </div><div> </div><div>Recisa di netto ogni memoria in me della vita precedente, fermato l'animo alla deliberazione di ricominciare da quel punto una nuova vita, io era invaso e sollevato come da una fresca letizia infantile; mi sentivo come rifatta vergine e trasparente la coscienza, e lo spirito vigile e pronto a trar profitto di tutto per la costruzione del mio nuovo io. Intanto l'anima mi tumultuava nella gioja di quella nuova libertà. Non avevo mai veduto così uomini e cose; l'aria tra essi e me s'era d'un tratto quasi snebbiata; e mi si presentavan facili e lievi le nuove relazioni che dovevano stabilirsi tra noi, poiché ben poco ormai io avrei avuto bisogno di chieder loro per il mio intimo compiacimento. Oh levità deliziosa dell'anima; serena, ineffabile ebbrezza! La Fortuna mi aveva sciolto di ogni intrico, all'improvviso, mi aveva sceverato dalla vita comune, reso spettatore estraneo della briga in cui gli altri si dibattevano ancora, e mi ammoniva dentro: </div><div> « Vedrai, vedrai com'essa t'apparirà curiosa, ora, a guardarla cosi da fuori! Ecco là uno che si guasta il fegato e fa arrabbiare un povero vecchietto per sostener che Cristo fu il più brutto degli uomini... » </div><div><br><br>Avevo già sperimentato come la mia libertà, che a principio m'era parsa senza limiti, ne avesse purtroppo nella scarsezza del mio denaro; poi m'ero anche accorto ch'essa più propriamente avrebbe potuto chiamarsi <strong>solitudine e noja</strong>, e che mi condannava a una terribile pena: quella della compagnia di me stesso; <strong>mi ero allora accostato agli altri</strong>; ma il proponimento di guardarmi bene dal riallacciare, fors'anche debolissimamente, le fila recise, a che era valso? Ecco: s'erano riallacciate da sé, quelle fila; e la vita, per quanto io, già in guardia, mi fossili opposto, <strong>la vita mi aveva trascinato</strong>, con la sua foga irresistibile: la vita che non era più per me. (cap. XV; 1973, p. 511)<br><br>Morto? Peggio che morto; me l'ha ricordato il signor Anselmo: i morti non debbono, più morire, e io sì: <strong>io sono ancora vivo per la morte e morto per la vita</strong>. Che vita infatti può esser più la mia? La noja di prima, la solitudine, la compagnia di me stesso? (cap. XV; 1973, p. 521)<br><br>Ma sì! così era! il simbolo, lo spettro della mia vita era quell'ombra: ero io, là per terra, esposto alla mercé dei piedi altrui. Ecco quello che restava di Mattia Pascal, morto alla <em>Stìa</em>: la sua ombra per le vie d Roma. </div><div>Ma aveva un cuore, quell'ombra, e non poteva amare; aveva denari, quell'ombra, e ciascuno poteva rubarglieli; aveva una testa, ma per pensare e comprendere ch'era la testa di un'ombra, e non l'ombra d'una testa. Proprio cosi! (cap. XV; 1973, p. 524)</div><div><br>Ed ecco, ora, dopo essermi aggirato per due anni, come un'ombra, in quella illusione di vita oltre la morte, mi vedevo costretto, forzato, trascinato peri capelli a eseguire su me la loro condanna. Mi avevano ucciso davvero! Ed esse, esse sole si erano liberate di me... [...] Ma sì! <strong>ma sì! Io non dovevo uccider me, un morto, io dovevo uccidere quella folle, assurda finzione che m'aveva torturato</strong>, straziato due anni, quell'Adriano Meis, condannato a essere un vile, un bugiardo, un miserabile; quell'Adriano Meis dovevo uccidere, che essendo, com'era, un nome falso, avrebbe dovuto aver pure di stoppa il cervello, di cartapesta il cuore, di gomma le vene, nelle quali un po' d'acqua tinta avrebbe dovuto scorrere, invece di sangue: <strong>allora sì! Via, dunque, giù, giù, tristo fantoccio odioso! Annegato, lí, come Mattia Pascal! Una volta per uno! </strong>(cap. XVI; 1973, p. 546)<br><br><strong>Folle! Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco reciso dalle sue radici?</strong> (XVII; 1993, p. 219)<br><br>IL FU MATTIA PASCAL – FINALE</div><div>Sceso giù in istrada, mi trovai ancora una volta sperduto, pur qui, nel mio stesso paesello nativo: solo, senza casa, senza mèta. </div><div> « E ora? » domandai a me stesso. « Dove vado? » </div><div> Mi avviai, guardando la gente che passava. Ma che! Nessuno mi riconosceva? Eppure ero ormai tal quale: tutti, vedendomi, avrebbero potuto almeno pensare: « Ma guarda quel forestiero là, come somiglia al povero Mattia Pascal! Se avesse l'occhio un po' storto, si direbbe proprio lui ». Ma che! Nessuno mi riconosceva, perché nessuno pensava più a me. Non destavo neppure curiosità, la minima sorpresa... E io che m'ero immaginato uno scoppio, uno scompiglio, appena mi fossi mostrato per le vie! Nel disinganno profondo, provai un avvilimento, un dispetto, un'amarezza che non saprei ridire; e il dispetto e l'avvilimento mi trattenevano dallo stuzzicar l'attenzione di coloro che io, dal canto mio, riconoscevo bene: sfido! dopo due anni... Ah, che vuol dir morire! Nessuno, nessuno si ricordava più di me, come se non fossi mai esistito... </div><div> </div><div>(…) Basta. Io ora vivo in pace, insieme con la mia vecchia zia Scolastica, che mi ha voluto offrir ricetto in casa sua. La mia bislacca avventura m'ha rialzato d'un tratto nella stima di lei. Dormo nello stesso letto in cui morì la povera mamma mia, e passo gran parte del giorno qua, in biblioteca, in compagnia di don Eligio, che è ancora ben lontano dal dare assetto e ordine ai vecchi libri polverosi. </div><div> Ho messo circa sei mesi a scrivere questa mia strana storia, ajutato da lui. Di quanto è scritto qui egli serberà il segreto, come se l'avesse saputo sotto il sigillo della confessione. </div><div> Abbiamo discusso a lungo insieme su i casi miei, e spesso io gli ho dichiarato di non saper vedere che frutto se ne possa cavare. </div><div> - Intanto, questo, - egli mi dice: - che fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere. </div><div> Ma io gli faccio osservare che non sono affatto rientrato né nella legge, né nelle mie particolarità. Mia moglie è moglie di Pomino, e io non saprei proprio dire ch'io mi sia. </div><div> Nel cimitero di Miragno, su la fossa di quel povero ignoto che s'uccise alla <em>Stìa</em>, c'è ancora la lapide dettata da Lodoletta: </div><div><em> </em></div><div><em>COLPITO DA AVVERSI FATI</em>  -  <em>MATTIA PASCAL -</em>   <em>BIBLIOTECARIO -</em>   <em>CUOR GENEROSO ANIMA APERTA</em> - <em>QUI VOLONTARIO</em> - <em>RIPOSA</em>  - <em>LA PIETA' DEI CONCITTADINI</em>  - <em>QUESTA LAPIDE POSE</em> </div><div> </div><div> Io vi ho portato la corona di fiori promessa e ogni tanto mi reco a vedermi morto e sepolto là. Qualche curioso mi segue da lontano; poi, al ritorno, s'accompagna con me, sorride, e - considerando la mia condizione - mi domanda: </div><div> - Ma voi, insomma, si può sapere chi siete? </div><div> Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo: </div><div> - Eh, caro mio... Io sono il fu Mattia Pascal.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-10-12 21:17:11 UTC</pubDate>
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         <title>Il fallimento del progresso</title>
         <author>elena_casazza</author>
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         <description><![CDATA[<div>«Oh perché gli uomini,» domandavo a me stesso, smaniosamente, «si affannano così a rendere man mano più complicato il congegno della loro vita? Perché tutto questo stordimento di macchine? <strong>E che farà l'uomo quando le macchine faranno tutto? Si accorgerà allora che il così detto progresso non ha nulla a che fare con la felicità? Di tutte le invenzioni, con cui la scienza crede onestamente d'arricchire l'umanità (e la impoverisce, perché costano tanto care), che gioja in fondo proviamo noi, anche ammirandole?</strong>» (cap. IX; 1973, p. 429)<br>Eppure la scienza, pensavo; ha l'illusione di render anche più facile e più comoda L'esistenza! Ma, ammettendo che la renda veramente più facile, con tutte le sue macchine così difficili e complicate, domando, io: <strong>«E qual peggior servizio a chi sia condannato a una briga vana, che rendergliela facile e quasi meccanica?</strong>». (cap. IX; 1973, p. 429)<br><br>È una esperienza dolorosa, ma pazientemente seguita quella che ci rimette Dio sulle labbra; e non su queste soltanto, ma nell’ardore del desiderio; che ce ne fa riapparire il pensiero come un’altissima cima [...]. Lo spirito moderno è profondamente malato, e invoca Dio come un moribondo pentito. [...] <br>La filosofia moderna ha mirato a spiegar l’universo come una vivente macchina, e s’è ingegnata di precisar la conoscenza che ne abbiamo. È poi passata a stabilire il posto dell’uomo nella natura, a interpretar la vita e a dedurne gli scopi. [...] Malinconico posto però questo che la scienza ha assegnato all’uomo nella natura, in confronto almeno a quello ch’egli s’imaginava in altri tempi di tenervi. [...] Sappiamo tutti, pur troppo, a che mai essi han ridotto ora la terra, questa povera nostra terra! Un atomo astrale incommensurabilmente piccolo, una trottoletta volgarissima lanciata un bel giorno dal sole e aggirantesi in torno a lui, così, per lo spazio, su immutabili orme. <strong>Che è divenuto l’uomo? [...]<br>Se voi investigaste meglio questa legge e l’eterna necessità che governa il reale, non fareste più certe stolte domande frutto dell’orgoglio umano che vuol farsi centro dell’universo. Siete dei pazzi petulanti! Donde si viene? dove si va? Che si aspetta qui nel dubbio della sorte? A quale scopo vivo io? – Ma la vita non ha scopo; la vita ha cause che la determinano, giacché anche noi, come tutto il creato visibile, siamo soggetti alla legge universale della causalità. [...] Intanto per qual via andare? Qual criterio direttivo seguire?</strong><br>(Arte e coscienza d'oggi, 1892)</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-10-12 21:19:55 UTC</pubDate>
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         <title>forse esistono un &quot;io&quot; e un &quot;tu&quot;</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/mattia_pascal/wish/196645808</link>
         <description><![CDATA[<div><strong>Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali.</strong> Han bisogni lor proprii e loro proprie aspirazioni le anime, di cui il corpo non si dà per inteso, quando veda l’impossibilità di soddisfarli e di tradurle in atto. E ogni qualvolta due che comunichino fra loro così, con le anime soltanto, si trovano soli in qualche luogo, provano un turbamento angoscioso e quasi una repulsione violenta d’ogni minimo contatto materiale, una sofferenza che li allontana, e che cessa subito, non appena un terzo intervenga. Allora, passata l’angoscia, le due anime sollevate si ricercano e tornano a sorridersi da lontano. &nbsp; (cap. XI)</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-10-12 21:38:03 UTC</pubDate>
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         <title>un punto vivo (Uno, nessuno, centomila)</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/mattia_pascal/wish/196647778</link>
         <description><![CDATA[<div>Ebbene, da quella risata  mi sentii ferire all'improvviso come non mi sarei mai aspettato che potesse accadermi in  quel momento, nell'animo con cui un pò m'ero messo e un pò lasciato andare a quella  discussione: <strong>ferire addentro in un punto vivo di me che non avrei saputo dire né che né dove  fosse</strong>; tanto finora m'era apparso chiaro ch'io alla presenza di quei due, io come io, non ci  fossi, e ci fossero invece il "Gengè" dell'una e il "caro Vitangelo"dell'altro; nei quali non  potevo sentirmi vivo. Fuori d'ogni immagine in cui potessi rappresentarmi vivo a me stesso,  come qualcuno anche per me, fuori d'ogni immagine di me quale mi figuravo potesse essere  per gli altri;<strong> un "punto vivo" in me s'era sentito ferire cosi addentro, che perdetti il lume degli  occhi.   </strong></div><div><br></div><div>[…]   </div><pre>Già. <strong>Ma dove la ferita? In me? A toccarmi, a strizzarmi le mani, si, dicevo "io", ma a chi lo  dicevo? e per chi? Ero solo. In tutto il mondo, solo. Per me stesso, solo.</strong> E nell'attimo del  brivido, che ora mi faceva fremere alle radici i capelli, sentivo l'eternità e il gelo di questa  infinita solitudine.   A chi dire "io"? Che valeva dire "io", se per gli altri aveva un senso e un valore che non  potevano mai essere i miei; e per me, cosi fuori degli altri, l'assumerne uno diventa subito  l'orrore di questo vuoto e di questa solitudine.  (cap V)</pre>]]></description>
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         <pubDate>2017-10-12 21:51:19 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>elena_casazza</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2017-10-12 22:04:18 UTC</pubDate>
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         <title>La vita è una molto triste buffoneria</title>
         <author>elena_casazza</author>
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         <description><![CDATA[<div>Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza poter sapere né come né perché né da chi, <strong>la necessità d'ingannare di continuo</strong>, noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre <strong>vana e illusoria</strong>. <strong>Chi ha capito il giuoco, non riesce più ad ingannarsi</strong>; ma chi non riesce più ad ingannarsi non può più prendere né gusto né piacere alla vita. Cosi è. La mia arte è piena di compassione amara per tutti quelli che s'ingannano; ma questa compassione non può non essere seguita dalla feroce irrisione del destino, che condanna l'uomo all'inganno ». (lettera autobiografica)&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-10-12 22:04:36 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>elena_casazza</author>
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         <pubDate>2017-10-12 22:54:16 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>elena_casazza</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2017-10-12 23:00:08 UTC</pubDate>
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         <title>Addio, allora, conclusioni!  (1909)</title>
         <author>elena_casazza</author>
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         <description><![CDATA[<div>Io odio a morte tutti coloro che si son composti e quasi automatizzati in un dato numero di pensieri e di movimenti, paghi, tranquilli e sicuri d’aver capito il congegno dell’universo, d’aver trovato la chiave per caricarne o scaricarne le molle, per regolarne il registro. Io li chiamo <strong>conclusioni ambulanti</strong>. Vogliono vedere in tutto, trarre da tutto una conclusione, dalla storia antica e moderna, da ogni avvenimento, da ogni piccolo incidente. Amo invece ed ammiro le anime sconclusionate, irrequiete, quasi in uno stato di fusione continua, <strong>che sdegnano di rapprendersi, di irrigidirsi in questa o in quella forma determinata</strong>. </div>]]></description>
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         <pubDate>2017-10-19 23:23:15 UTC</pubDate>
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         <title>L&#39;UMORISMO (saggio) - 1908</title>
         <author>elena_casazza</author>
         <link>https://padlet.com/elena_casazza/mattia_pascal/wish/526999918</link>
         <description><![CDATA[<div><br></div><div>La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perchè noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci. Ma dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo, componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente; e anche quello che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti, ma che si scopre a noi distinto e che noi abbiamo con cura incanalato nei nostri affetti, nei doveri che ci siamo imposti, nelle abitudini che ci siamo tracciate, in certi momenti di piena straripa e sconvolge tutto.<br><br></div><div><br>Vi sono anime irrequiete, quasi in uno stato di fusione continua, che sdegnano di rapprendersi, d’irrigidirsi in questa o in quella forma di personalità. Ma anche per quelle più quiete, che si sono adagiate in una o in un’altra forma, la fusione è sempre possibile: il flusso della vita è in tutti.<br><br></div><div><br>E per tutti però può rappresentare talvolta una tortura, rispetto all’anima che si muove e si fonde,<br><br></div><div><br>il nostro stesso corpo fissato per sempre in fattezze immutabili. Oh perchè proprio dobbiamo essere così, noi? — ci domandiamo talvolta allo specchio, — con questa faccia, con questo corpo? — Alziamo una mano, nell’incoscienza; e il gesto ci resta sospeso. Ci pare strano che l’abbiamo fatto noi. <em>Ci vediamo vivere</em>. Con quel gesto sospeso possiamo assomigliarci a una statua; a quella statua d’antico oratore, per esempio, che si vede in una nicchia, salendo per la scalinata del Quirinale. Con un rotolo di carta in mano, e l’altra mano protesa a un sobrio gesto, come pare afflitto e meravigliato quell’oratore antico d’esser rimasto lì, di pietra, per tutti i secoli, sospeso in quell’atteggiamento, dinanzi a tanta gente che è salita, che sale e salirà per quella scalinata!<br><br></div><div><br>In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, e in sè stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, una realtà vivente oltre la finzione colorata dei nostri sensi, oltre la vista umana, fuori delle forme dell’umana ragione. Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza quotidiana, quasi sospesa nel vuoto di quel nostro silenzio interiore, ci appare priva di senso, priva di scopo; e quella realtà diversa ci appare orrida nella sua crudezza impassibile e misteriosa, poichè tutte le nostre fittizie relazioni consuete di sentimenti e d’immagini si sono scisse e disgregate in essa. Il vuoto interno si allarga, varca i limiti del nostro corpo, diventa vuoto intorno a noi, un vuoto strano, come un arresto del tempo e della vita, come se il nostro silenzio interiore si profondasse negli abissi del mistero.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-23 22:02:00 UTC</pubDate>
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