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      <title>Remake of Gabriele D&#39;Annunzio, un poeta italiano ed europeo by Antonella Barile</title>
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      <description>Percorso interdisciplinare - classe terza</description>
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      <pubDate>2020-04-27 15:12:18 UTC</pubDate>
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         <author>barileantonella06</author>
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         <description><![CDATA[<div>Il tema centrale di questa poesia è quello dell’amore del poeta per Eleonora Duse. D’Annunzio ebbe una relazione con questa bellissima attrice ed è lei ad ispirare non solo questo componimento ma l’intera raccolta. Qui la donna amata accompagna il poeta durante una passeggiata estiva in campagna finché un temporale non li sorprende, lasciandoli soli e intimi nel pineto, sotto l’acqua che cade e che crea un’atmosfera surreale. La donna viene chiamata “Ermione”, un nome che ricorda un personaggio della mitologia greca, sposata e abbandonata da Oreste: D’Annunzio è come Oreste che torna a lei e alla Natura dopo aver dimenticato di contemplare questo mondo incontaminato, perso nella vita caotica e mondana della città.      <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-27 15:14:52 UTC</pubDate>
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         <author>barileantonella06</author>
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         <description><![CDATA[<div>Gabriele D’Annunzio, soprannominato il “Vate”, nasce a Pescara in Abruzzo, da una famiglia medio benestante; terzo di cinque figli, avrà soprattutto con le tre sorelle maggiori un rapporto molto speciale. La sua vita è contrassegnata da continui spostamenti, da scelte forti e contrastanti, soprattutto in campo politico-militare, da momenti di eccessiva ricchezza, fino ad arrivare quasi sul lastrico. E, in più, la sua figura è ricordata come quella di un amante passionale che aveva un debole per le donne belle e talentuose.<br><br></div><div>La poetica dannunziana (ma forse sarebbe più esatto parlare di poetiche, o d’una poetica composita) è l’espressione più appariscente del Decadentismo italiano. Dei poeti «decadenti» europei D’Annunzio accoglie modi, forme, immagini, con una capacità assimilatrice notevolissima; quasi sempre, però, senza approfondirli, ma usandoli come elementi della sua arte fastosa e portata a un’ampia gamma di sperimentazioni. Per quest’ultimo aspetto lo si può avvicinare al Pascoli, anch’egli impegnato in una ricerca di nuove tematiche linguistiche. Anche per D’Annunzio fu importante l’incontro col Simbolismo europeo, soprattutto francese, a cominciare dal Poema paradisiaco (1893; ma le liriche sono frutto d’un triennio), dove s’avverte la ricerca della parola suggestiva, dell’analogia simbolistica, l’ansia d’una poesia che evochi li «mistero» attraverso raffinate atmosfere sentimentali e di sensibilità e oggetti ridotti a emblemi d’una realtà più profonda: il non dicibile delle cose e dell’animo, aperto soltanto all’intuizione, al presentimento, alla ricerca d’una rifondazione poetica della realtà. E' stato spesso osservato che D’Annunzio subisce l’influsso prevalentemente dei Simbolisti «minori», e rimane fuori dalla linea</div><div> </div><div>Baubelaire-Verlaine-Rimbaud-Mallarmé, quella, cioè, più ricca di futuro nella letteratura europea; e si è parlato, per lui e per il Pascoli, d’una sorta di simbolismo «indigeno», di livello, cioè «provinciale». Ma la condanna non pare sempre giustificata, per quel che riguarda la prima accusa e, in effetti, non dovrebbe neppure essere una condanna, ma il segno d’un mondo poetico diverso , e quanto al provincialismo degli atteggiamenti meno persuasivi dei due poeti, converrebbe confrontarli con altri «provincialismi» europei. Del D’Annunzio in particolare si può dire che egli aderì soprattutto alla tendenza irrazionalistica e al misticismo estetico, fondendoli con la propria ispirazione naturalistica e sensuale,  ben evidente nelle sue prime raccolte poetiche e non mai rinnegata, che potremmo schematicamente definire così:</div><div> </div><div>a)  Rigetto della ragione come strumento primario di conoscenza e   </div><div>     fondazione di valori spirituali;</div><div> </div><div>b)  Abbandono delle suggestioni del senso e dell’istinto come mezzo per </div><div>     porsi in diretto contatto - inteso come unica conoscenza possibile </div><div>     con le forze primigenie della natura</div><div><br></div><div> </div><div>Nasce di qui quello che fu detto il panismo di molta poesia dannunziana: per un verso un dissolversi dell’io, un suo farsi forma, colore, suono, un immergersi totale nelle cose, dietro la suggestione dei sensi e dell’istinto; per un altro verso, una nuova creazione della realtà in una luce di bellezza, coincidente con l’impeto inesausto della vita, con il moltiplicarsi costante delle forme davanti alla vigile «attenzione» del poeta. La poesia diviene così per D’Annunzio scoperta dell’armonia del mondo; il poeta a suo avviso continua e completa l’opera della natura. E' questo, in sostanza, il nucleo primario dell’ispirazione dannunziana, evidente soprattutto nella poesia, da Primo vere alle ultime raccolte; spesso sommerso dall’enfasi, quando il poeta complica il suo naturalismo istintivo col desiderio di dire cose mai dette o di rivelare una sensibilità d’eccezione o di esaltare un proprio dominio creativo sulle cose. Abbiamo allora i falsi miti del barbarico, del primitivo, dell’erotismo, del proprio io, nelle due direzioni dell’estetismo o del superumanismo. Comunque ad entrambe è l’esaltazione di quella che il poeta chiamò la sua «quadriglia imperiale» cioè l’unione di voluttà e istinto, orgoglio e volontà. Estetismo e superumanismo rappresentano, in sostanza, due aspetti concomitanti e complementari dell’ispirazione sensuale. Con questo aggettivo alludiamo non tanto al contenuto erotico di molte opere dannunziane, ma all’accettazione della vitalità pura e istintiva come norma suprema, con piena negazione della razionalità e della storia.</div><div> </div><div>D’ANNUNZIO E IL DECADENTISMO</div><div><br></div><div>D’Annunzio è, insieme con il Pascoli, il poeta più rappresentativo del Decadentismo italiano; ma essi, pure essendo quasi contemporanea - appena otto anni separano D’Annunzio (1863) dal Pascoli (1865) - e pur muovendosi nell’ambito del Decadentismo, sono poeti, sotto molti aspetti, assai differenti. Anzitutto il Decadentismo del Pascoli fu più istintivo che consapevole, con scarse o inesistenti sollecitazioni e influenze esterne (ad eccezione del Poe e di Baudelaire, infatti, non pare che il Pascoli conoscesse altri testi del Decadentismo europeo); il Decadentismo del D’Annunzio fu invece frutto di scelte precise, operate nell’ambito delle più svariate tendenze del Decadentismo europeo, assimilate e padroneggiate per l’eccezionale disponibilità del suo spirito alla più varie e ardite esperienze di vita e di arte. Al D’Annunzio alludeva il Pascoli quando ne "Il fanciullino" scriveva che «il poeta non è un’artista che nielli e ceselli l’oro che altri gli porga».E` vero che il D’Annunzio assimilò le tendenze più appariscenti e superficiali del Decadentismo europeo, come l’estetismo, il sensualismo, il vitalismo, il panismo, l’ulissismo ( inteso però in senso dinamico, attivistico, come ricerca di esperienze sempre nuove ed eccezionali, e non in senso vittimistico, di perseguitato dal destino, come quello del Foscolo ), ma ne ignorò il misticismo gnoseologico (ossia la concezione della poesia come strumento di conoscenza del mondo ultrasensibile) ed il dramma della solitudine umana e dell’angoscia esistenziale. Tuttavia, nonostante questo limite vistoso, egli non solo divenne parte integrante del movimento decadente europeo, ma seppe creare un proprio stile di vita e di arte che va sotto il nome di « dannunzianesimo », un fenomeno culturale e di costume tanto diffuso che si può dire che all’Italia largamente carducciana della seconda metà dell’Ottocento, successe, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, un Italia altrettanto largamente dannunziana, nonostante l’accanita polemica degli oppositori e dei denigratori.</div><div> FINE</div><div>«Vittoria nostra, non sarai mutilata», con questo ammonimento lanciato sulle colonne del Corriere della Sera (24 Ottobre 1918), Gabriele D’Annunzio conia l’espressione che segnerà ogni fase di revanscismo nazionalista nella storia italiana a venire. Proprio alla tradizione francese di fine Ottocento – revanche (rivincita) per i territori dell’Alsazia e della Lorena contesi alla Germania – si deve la diffusione di quello spirito di rivendicazione territoriale che in Italia si raccoglie intorno al movimento risorgimentale per l’unificazione delle «terre irredente» di Trento, Trieste e della Venezia Giulia austriache. Con la fine del primo conflitto mondiale e l’apertura delle consultazioni per la Conferenza di Pace di Parigi (gennaio 1919), sono la città di Fiume e la regione della Dalmazia sulla costa adriatica nord-orientale – escluse dagli accordi del Patto di Londra (26 aprile 1915) – ad incarnare fisicamente le membra mutilate del territorio nazionale italiano. Almeno per D’Annunzio, i suoi legionari, e l’opinione pubblica nazionalista, costituita per la gran parte, da ex-combattenti e interventisti della prima ora, scontenti della politica liberale post-bellica interna, e delusi dalla politica estera internazionale riservata all’«Italia vittoriosa». È la questione di Fiume a risaltare sul piano dell’opinione pubblica, fin dal gennaio 1919, quando il viaggio del presidente americano Wilson in Italia anticipa nel dibattito interno i nodi critici degli accordi internazionali che si sottoscriveranno a Versailles (giugno 1919). La forza discorsiva del Vate-D’Annunzio e l’azione esemplare dell’Eroe-D’Annunzio riescono, contro ogni segreta pratica diplomatica e ogni negoziazione ufficiale, in un’impresa anche più invasiva di quella di occupazione militare della città dalmata. A pochi mesi dalla fine del conflitto, infatti, il Comandante-D’Annunzio risveglia, di nuovo, la mobilitazione degli animi al sostegno bellico attingendo dallo scontento delle masse disorientate nel caos del dopoguerra, perché «Non bastano quattordici punti a ricucire gli squarci» (Lettera ai Dalmati, «Il Popolo d’Italia» – Anno VI, N.14 – Martedì 14 Gennaio 1919). Così alimentato, lo spirito di rivincita per quel «grande olocausto» di operai e contadini, vincitori mutilati nel corpo della Patria, se non basterà a fare di Fiume una propaggine adriatica italiana, riuscirà però a consacrarla alla retorica vendicativa del nascente Fascismo per il Ventennio a venire.</div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-27 15:15:42 UTC</pubDate>
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         <author>barileantonella06</author>
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         <description><![CDATA[<div>La prima guerra mondiale porta in Europa una scarsità di ogni genere di prodotti, che porta gli stati ad esercitare un ampio controllo del mercato, soffocando l’iniziativa privata. Negli Usa, il democratico Wilson, con i suoi Quattordici punti, si è posto come difensore della democrazia e sostenitore dell’economia liberista; anche la conferenza di Parigi del 1919 fa sperare in un sistema economico mondiale aperto, ma la situazione economica dell’Europa è precaria: la scarsità di merci è accompagnata da una svalutazione della moneta.Al contrario dei paesi europei, gli Usa impiegano nella guerra solo il 9% della loro ricchezza, quindi nel dopoguerra conoscono uno sviluppo dell’economia, grazie anche ai prestiti concessi agli alleati, diventando così la nazione di riferimento del mondo capitalistico. L’adesione alla Società delle Nazioni, nata per preservare la pace facilitare gli scambi commerciali, però, fa scaturire dubbi ed incertezze all’interno degli Usa, che non vedono bene l’ingerenza americana negli affari degli altri stati; questo porterà alla caduta di Wilson, che nel 1920, lascerà il posto al repubblicano Harding, la cui linea politica si basa su:</div><div>- distacco dagli affari europei;</div><div>- sfruttamento rientro di prestiti;</div><div>- aumento iniziativa privata;</div><div>- protezionismo: divieto di commercio dell’alcool, che colpisce gli stranieri, giudicati dediti al bere, e preserva la produzione industriale, minacciata dall’alcolismo degli operai; verrà abrogato nel 1933, perché favorisce il contrabbando.Harding è sorretto dalla destra religiosa, dalle donne, dai calvinisti, ai wasp (bianchi anglosassoni anticattolici e antirlandesi) e dal movimento nazionalista e xenofobo, che si sviluppa maggiormente in questi anni e che porterà anche ad azioni violente e alla riaffermazione di società segrete quale il Ku Klux Klan, ultraconservatori e anticattolici.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-27 15:16:15 UTC</pubDate>
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         <description><![CDATA[<div>Prima di lanciare il movimento, Marinetti ha dato vita a "Poesia" (1905-1909), rivista internazionale, aperta agli autori di varie tendenze, romantici, simbolisti, parnassiani, crepuscolari, dialettali (Verhaeren, Laforgue, Claudel, Cocteau, Jarry, Yeats, Paul Fort, Rachilde, Gozzano, Ada Negri, Guido Da Verona, Trilussa, ecc.), che da un lato prende come pun-to di riferimento l'area culturale di lingua francese, dall'altro fa i conti con le tre corone della letteratura italiana del tempo, Carducci, Pascoli, d'Annunzio. Marinetti nutre una vera ammirazione per i primi due, di cui traduce versi per giornali francesi, ma nei confronti dell'Immaginifico esprime un giudizio mutevole, favorevole in principio e sempre più ironico e sferzante in seguito.</div><div><br></div><div>Martinetti e d’Annunzio non simpatizzeranno mai: d'Annunzio dirà di Marinetti, agli amici, che è "una nullità tonante"o "un cretino fosforescente" o anche -sembra - "un cretino con qualche lampo d'imbecillità"; e Marinetti ricambierà definendolo confidenzialmente un passatista, un "Montecarlo di tutte le letterature", "noioso e anacronistico". Ma in pubblico, a denti stretti, si loderanno a vicenda e negl'infrequenti incontri si scambieranno persino fiori, doni e abbracci: ferme restando in Marinetti l'ammirazione per la "vita futurista" di d'Annunzio e in questi, durante gli anni futuri, una sia pur soffocata e riduttiva consapevolezza delle novità introdotte dal Futurismo nelle lettere, nelle arti figurative, nella musica e anche nelle più correnti espressioni del gusto: dal giornalismo alla réclame e alla moda.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-27 15:16:54 UTC</pubDate>
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         <author>barileantonella06</author>
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         <description><![CDATA[<div>Lo racconta Paola Sorge nella lunga introduzione ai tre scritti dannunziani, certo non fra i più conosciuti dagli italianisti, che parlano, figuratevi un po', di musica: anomalia quasi inconcepibile nella cultura della Terza Italia (e della Quarta, e della Quinta...). Magistrale nell'avvicinare noi lettori ai testi dell'ingombrante e irrimediabilmente geniale poeta, la curatrice ci conduce così bene per mano da non lasciarci altra opzione se non ascoltarla mentre ci narra che la sera di lunedì 30 agosto 1920, a Fiume, Gabriele d'Annunzio (seguiamo fedelmente la «d» minuscola, come vuole l'eccellente italianista e germanista) lesse il Nuovo Ordinamento dello Stato libero. I paragrafi 64 e 65, conclusivi, si riferivano alla musica, e si badi all'enfasi posta sulla collocazione: in rilievo, a suggello. «La Musica, considerata come linguaggio rituale, è l'esaltatrice dell'atto di vita, dell'opera di vita. Non sembra che la grande Musica annunzii ogni volta alla moltitudine intenta e ansiosa il regno dello spirito?». Un proposito che oggi ci stordisce, increduli: l'istituzione, in ogni comune della Reggenza, di formazioni corali e strumentali, e la costruzione di un auditorium (una «Rotonda») di almeno 10mila posti, E, a conclusione: «Le grandi celebrazioni corali e orchestrali sono totalmente gratuite come dai Padri della Chiesa è detto delle grazie di Dio». Osserva Paola Sorge: un sogno che sembra conciliare Wagner e Nietzsche. Ardenti nella stessa fiamma, dopo il 1877 parvero inconciliabili. Per inciso, oggi nella nostra coscienza occidentale divergono molto meno, una volta dissolto qualche equivoco. Wagner si radicò nelle passioni e nei sogni dannunziani dopo il 1890. Fu per il poeta un grande amore: «Ebbe il suo culmine durante la composizione del Trionfo della morte e delle Vergini delle rocce, conobbe il declino con Il Fuoco; come tutti i grandi amori, lasciò un'impronta indelebile nello spirito». Paola Sorge spiega perché l'intervento dannunziano fu tardivo, rispetto all'apparizione del pamphlet nell'originale tedesco: nella tarda primavera 1893 ne era uscita la traduzione francese di Robert Dreyfus e Daniel Halévy. Edita da Schultz, lo stesso che aveva pubblicato gli Extraits degli «opera omnia» di Nietzsche, studiati da d'Annunzio. Quest'ultimo, tra il luglio e l'agosto di quel 1893, scrisse tre articoli per il quotidiano romano «La Tribuna», illustrando criticamente la posizione di Nietzsche, e intitolandoli nel loro insieme, con testuale replica in italiano, Il caso Wagner. La collocazione che d'Annunzio vuol darsi nei suoi tre scritti è nettissima. «Accuse, rampogne, ironie di tal genere sono ormai vanissime e indegne, specialmente d'un filosofo, anche se il filosofo "s'è messo fuori del suo tempo". Il musico, come il pittore, come il romanziere, come il poeta, come tutti gli artisti che educano e affinano le nostre sensazioni, non è se non un fenomeno irresponsabile. L'opera d'arte è determinata dalle condizioni generali dello spirito e dei costumi presenti nell'epoca. Ora, lo sviluppo straordinario della musica nel nostro tempo è promosso da certe speciali condizioni dello spirito pubblico». Una definizione quasi deterministica, vagamente sociologica, o almeno difficilmente riconoscibile negli scritti dannunziani di vent'anni dopo.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-27 15:18:51 UTC</pubDate>
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         <author>barileantonella06</author>
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         <description><![CDATA[<div>Con i versi della poesia “Un sogno onesto“, introduco una delle figure più affascinanti della lirica moderna nel cui sogno di felicità, apparentemente realizzabile, si percepisce l’utopia di quell’armonia a cui anela un uomo che vede in un focolare, in una donna intelligente in grado di comprendere il suo animo, nella serena presenza di un gatto che s’infila silenziosamente tra i suoi libri, fedeli compagni di assorte meditazioni, nonché nelle conversazioni rilassate con amici di lunga data con cui potersi intendere con un semplice sguardo, quella visione di appagamento non facile da raggiungere.</div><div>Un sogno che non tutti riescono ad attuare.</div><div>Un sogno di serenità in un mondo feroce e grossolano che sembra cospirare contro i vagheggiamenti degli artisti e degli animi delicati.</div><div>E spesso non resta che smarrirsi nelle parole dei grandi uomini che hanno saputo sapientemente donarci poesie simili a quadri in cui perdersi anche per pochi istanti, e lasciar scivolare nell’oblio la durezza della realtà quotidiana, senza mai consentire che prenda il sopravvento sulle nostre più intime aspirazioni.</div><div>Guillame Apollinaire, biografia, opere e citazioni </div><div>Annoverato tra i più grandi poeti moderni, Guillaume Apollinaire, artista estremo, assetato di vita e sperimentazioni continue, riesce ad esprimere attraverso la poesia le contraddizioni che agitano la società europea degli inizi del Novecento, con la crisi del Simbolismo e la nascita di varie correnti avanguardiste volte alla creazione del verso libero e alla frantumazione della continuità discorsiva che conduce al ricorso del “calligramma” con componimenti in cui la disposizione dei versi raffigura un oggetto.</div><div>Uomo passionale e fantasioso, la sua vita disordinata, alla perenne ricerca di sensazioni forti e amori fugaci, si riflette nella sua poesia, ricca di immagini e raffigurazioni stravaganti accompagnate da un fervido sperimentalismo provocatorio e insolente il cui obiettivo è quello di scatenare tensioni imprevedibili per poter esprimere la molteplicità della rappresentazione attraverso una forma che anela ad una libertà assoluta. </div><div>La posizione di Apollinaire oscilla tra tradizione e modernità. Desidera infatti dar vita ad un nuovo percorso d’ispirazione da elargire liberamente, senza costrizione alcuna. Ciò rende comprensibile la miriade di voci interiori espresse nella sua poesia il cui costante gioco tra continuo e discontinuo e associazione di immagini diverse rendono evidente il disordine dell’animo umano.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-27 15:26:24 UTC</pubDate>
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         <author>barileantonella06</author>
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         <description><![CDATA[<div>Le cause degli incidenti sono: per il 95.5% sono del comportamento scorretto sulla strada, il 19% guida distratta,il 16% mancano il rispetto del diritto di precedenza, il 15% mancano rispetto della distanza di sicurezza, il 12% per l'eccesso di velocità, il 2,3% sono causati dallo stato delle infrastrutture,il 0,4% per i difetti o avarie del veicolo, il 74% degli avviene sulle strade urbane e 1/3 degli incidenti gravi sono causati da persone che usano gli alcool e/o sostanze stupefacenti.</div><div>I motivi della sicurezza stradale sono:</div><div>- l'esigenza di difendere l'integrità,la dignità della persona umana;</div><div>- gli alti costi delle spese sanitarie e le difficoltà di gestione delle invalidità.</div><div>C'è la carta europea della sicurezza stradale, che è un documento politico della Commissione europea della sicurezza stradale.</div><div>"La Responsabilità condivisa" è un metodo per migliorare la sicurezza stradale e ognuno fa la propria parte.</div><div>C'è uno slogan che sarebbe utile e questo slogan sarebbe: "Comportamento responsabile alla guida".</div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-27 15:32:14 UTC</pubDate>
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         <description><![CDATA[<div>Gabriele D’Annunzio (nato a Pescara nel 1863) fu scrittore, drammaturgo, poeta, atleta e patriota italiano, simbolo del Decadentismo e passato alla storia per la sue celebri azioni durante e dopo la Prima Guerra mondiale. Il suo temperamento temerario e eclettico lo portò a praticare moltissimi sport, infatti Egli passava disinvoltamente dal nuoto al pallone, dalla scherma alla bici, al tennis e alle bocce, per non parlare della ginnastica da camera – eseguì lui stesso i disegnini dei vari esercizi a corpo libero da fare per non metter su pancia – e della boxe, di cui era appassionato cultore, ed amava assistere agli incontri più importanti, come quello Carpentier-Jeannette avvenuto a Parigi nel marzo del 1914 (di cui fece una colorita cronaca). D’Annunzio fu anche tra i primi tifosi di football: con il suo solito “complesso di superiorità” dichiarò un bel giorno di voler addirittura oscurare gli inglesi nel vivace e delicato gioco, che lo sedusse da quando il suo amico Francesco Paolo Tosti gli aveva portato da Londra un vero pallone di cuoio, tra l’ altro costosissimo. Superò se stesso, molti anni dopo, nell’ ideare lo scudetto tricolore su maglia azzurra, inaugurato a Fiume nel 1920 e poi adottato dalla nazionale italiana di calcio. Nel 1922, in seguito ad un referendum indetto dalla Gazzetta dello Sport, Gabriele D’Annunzio fu proclamato “atleta dell’ anno”; il poeta, insieme ad Alceste De Ambris, nella “Carta del Carnaro”, emanata nel 1920, aveva scritto di una rigenerazione nazionale che andava contemplando il primato della ginnastica, il predominio della forma fisica sulla formazione intellettuale e nel capitolo dell’istruzione pubblica fu inserito anche lo sport, mentre nel capitolo dei fondamenti venne designato che tutti gli stati dovevano garantire a tutti i cittadini -di entrambi i sessi-  “l’istruzione corporea” di cui avrebbe dovuto  occuparsi un provveditore ai diporti e gare. Secondo D’Annunzio, quindi, la formazione fisica era al pari, se non più importante, di quella intellettuale. </div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-27 15:36:53 UTC</pubDate>
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         <author>barileantonella06</author>
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