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      <title>Padlet Irene Vallejo by ELE USAL Torino</title>
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      <description>Hecho con una chispa de genialidad</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2022-06-04 12:12:57 UTC</pubDate>
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         <author>ELEUSALITALIA</author>
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         <description><![CDATA[<div>C’era una volta una donna sola in un territorio pericoloso. Bella e magra, ogni notte doveva affrontare una terribile minaccia. Tuttavia, nei racconti, i piccoli, i deboli, i fragili hanno sempre un amuleto salvatore. Conosceva un sortilegio infallibile: era capace di alzare attorno a sé un muro d’aria per difendersi. <br>I mattoni di questa muraglia invisibile eran le parole. Quando fuoriusciva una storia dalle sue labbra, la gente si fermava ad ascoltare, con lo sguardo fisso, come in trance, dimenticando i propri doveri, le proprie angosce e la propria ira. Le sue favole erano per tutti un rifugio di fronte al tormento del pericolo. E’ facile riconoscere in lei la persuasiva Sherezade, ma anche la protagonista di una leggenda nata nella tradizione orale francese, “<em>La madre dei racconti</em>”, dove una giovane imparava l’arte del novellare ascoltando il sussurro del vento tra gli alberi. Nel tornare a casa, con il bagaglio di storie apprese dai pioppi, dai faggi e dalle querce, l’incantesimo della sua voce riusciva ad ammutolire il bastone con cui, tutti i giorni, la colpivano.&nbsp;</div><div>La mitologia greca ci ha raccontato di Odisseo, l'errante e combattivo eroe omerico, che ricorreva ad astuti racconti per salvare la vita. Anche dei versi e canti magici di Orfeo che incantavano gli animali e vinsero la morte.&nbsp;</div><div><br></div><div>Durante la cerimonia del Premio Cervantes, Ana Maria Matute affermò “La letteratura è stata, ed è, il faro che mi salva da molti <mark>miei </mark>tormenti .” In questa confidenza vibrano gli echi di <mark>un lungo percorso</mark> delle nostre lettere. Già il <em><mark>Cantar </mark></em><em>del mio Cid</em> allude ad una <mark>bimba </mark>che salvó il suo paese grazie alla bellezza delle sue parole; secoli dopo, Manuel Machado dedicherà un <mark>poema </mark>a quella ragazzina tessitrice di discorsi: “Una voce d’argento/ E di vetro risponde…C’è una bimba/molto debole e molto pallida/ sull’uscio”. Patronio si rifiutava di dare consigli al conte Lucanor, ma gli raccontava fiabe sagge per rischiarare il cammino. Lázaro de Tormes, la nostra guida, ammonisce all’inizio della sua storia: “Io né l’oro né l’argento ti posso dare”. Ma, aggiunge, i miei racconti sono avvertimenti per vivere. Nel <em>Chisciotte</em>, la pastorella Marcela difende la sua libertà attraverso una narrazione vivace. I nostri classici ci affidano ogni volta lo stesso messaggio (ma) con voci distinte: i racconti ci aiutano a sopravvivere. Le parole sono un incantesimo carico di futuro.&nbsp;</div><div><br></div><div>Siamo una specie fragile, particolarmente fragile: né molto forte né troppo veloce, né specialmente resistente alla fame, alla sete, al calore e al freddo. Non siamo adeguati al volo o alla vita sotto l’acqua. Nasciamo completamente indifesi e la nostra infanzia è più lunga di quella di qualsiasi altro animale. Perfino un virus minuscolo ci mette in pericolo. Tuttavia, la brezza di una qualità straordinaria ci ha spinti verso uno sviluppo inaspettato, un progresso imprevedibile. Questa facoltà è la nostra immaginazione che, alleata con la lingua, ci permette di sognare l’inconcepibile, collaborare a sostenerci gli uni gli altri. Siamo l’unica specie che spiega il mondo con storie, che le desidera, le rimpiange e le usa per guarire.&nbsp;</div><div><br></div><div>La nostra autentica potenza è creativa. Grazie all’immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e gli aeroplani, il Nautilus e i sottomarini, i viaggi spaziali di Luciano e l’Apollo XI. Se noi uomini non avessimo raccontato terre sognate come El Dorado o esseri mitologici come le sirene, non avremmo potuto esplorare territori sconosciuti né arrivare alla luna, scoprire la teoria della relatività, l’automobile o il computer. L’impossibile deve essere prima sognato, affinché qualcuno possa un giorno concretizzarlo.&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 09:52:29 UTC</pubDate>
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         <author>ELEUSALITALIA</author>
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         <description><![CDATA[<div>Irene Vallejo, <em>Calligrafie della cura</em><br><br>I. Fragili<br><br>C'era una volta una donna sola in un territorio pericoloso. Magra e minuta, ogni notte doveva affrontare una terribile minaccia. Però, nei racconti, i piccoli, i deboli, i (più) fragili possiedono sempre un talismano che li salva. Lei conosceva un sortilegio infallibile: era capace d'innalzare intorno a sé un muro d'aria per difendersi. <br><br>Le pietre di quella muraglia invisibile erano le parole. Quando una storia germogliava dalle sue labbra, la gente si fermava ad ascoltare, con lo sguardo fisso, come in trance, dimenticando le proprie faccende, l’ira e le angosce. Le sue favole erano, per tutti, un rifugio dal pericolo in agguato. È facile riconoscere in lei la persuasiva Sherazade, ma anche la protagonista di una leggenda appartenente alla tradizione orale francese, «la madre dei racconti», in cui una giovane apprendeva l’arte di narrare ascoltando il sussurro del vento tra gli alberi.<br><br>Tornata a casa con un bagaglio di storie imparate dai pioppi, dai faggi e dalle querce, l’incanto della sua voce riusciva a far zittire il bastone con cui, giorno dopo giorno, la colpivano. La mitologia greca <mark>ci ha parlato</mark> di Odisseo, l’eroe omerico <mark>vessato e combattivo</mark>, che ricorreva ad astuti racconti per salvarsi la vita. E anche dei versi e dei canti magici di Orfeo, che <mark>incantavano </mark>gli animali e <mark>vinsero </mark>la morte.<br><br><mark>In occasione della cerimonia del Premio Cervantes</mark>, Ana María Matute affermò: «La letteratura è stata, ed è, il faro salvifico durante molte <mark>mie tempeste</mark>». In questa <mark>confidenza </mark>vibrano gli echi di un lungo cammino delle nostre lettere. Già il <em><mark>Cantar de Mio Cid</mark></em><mark> allude</mark> a una bambina che salvò il suo paese grazie alla bellezza delle sue parole; secoli dopo, Manuel Machado avrebbe dedicato una poesia a quella ragazzina tessitrice di discorsi: «Una voce d’argento/ e di cristallo risponde… C’è una bimba/ tanto debole e tanto bianca/ alla soglia». Patronio rifiutava di dare consigli al conte Lucanor però gli raccontava sagge fiabe per illuminarne il cammino. Lázaro de Tormes, il nostro “Lazarillo”, all’inizio della sua storia ci mette in guardia:</div><div>«Io non posso darti né oro né argento. Ma, aggiunge, i miei racconti sono «avvertimenti/suggerimenti per vivere». Nel <em>Quijote</em>, la pastorella Marcela difende la propria libertà grazie a una vibrante narrazione. I nostri classici ci affidano di continuo lo stesso messaggio tramite voci distinte: le storie ci aiutano a sopravvivere. Le parole sono un incantesimo <mark>carico (colmo) di futuro</mark>.<br><br>Siamo una specie fragile, terribilmente fragile: non molto forte, né troppo rapida e men che meno resistente alla fame, alla sete, al caldo o al freddo. Non ci siamo adattati al volo o alla vita sott’acqua. Nasciamo completamente indifesi e la nostra infanzia si protrae più di quella di qualunque altro animale. Persino un minuscolo virus ci mette in pericolo. Tuttavia, la brezza di una qualità sorprendente ci ha sospinto verso un insperato sviluppo, un imprevedibile progresso. Tale facoltà è la nostra immaginazione che, alleata al linguaggio, ci permette di sognare l’inconcepibile, di collaborare e aiutarci le une con gli altri. Siamo l’unica specie che spiega il mondo per mezzo di storie, che le desidera, che ne sente nostalgia e che le usa per guarire.&nbsp;<br><br>La nostra vera forza è creativa. Grazie all’immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e gli aeroplani, il Nautilus e i sottomarini, i viaggi interstellari di Luciano e l’Apollo XI. Se noi umani non avessimo inventato terre sognate come El Dorado o esseri mitologici come le sirene, non avremmo potuto esplorare territori sconosciuti né arrivare sino alla luna e nemmeno concepire la teoria della relatività, l’automobile o il computer. L’impossibile deve prima esser sognato perché un giorno possa essere reso realtà.</div><div>&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 09:53:38 UTC</pubDate>
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         <title> I. Frágiles</title>
         <author>ELEUSALITALIA</author>
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         <description><![CDATA[<div>Había una vez una mujer sola en un territorio peligroso. Menuda y delgada, cada noche debía enfrentarse a una temible amenaza. Pero, en los cuentos, los pequeños, los débiles, los frágiles poseen siempre un talismán salvador. Ella conocía un sortilegio infalible: era capaz de levantar a su alrededor un muro de aire para defenderse. Los sillares de esa muralla invisible eran las palabras. Cuando una historia brotaba de sus labios, la gente se detenía a escuchar, con la mirada fija, como en trance, olvidando sus quehaceres, sus angustias y su ira. Sus fábulas eran, para todos, un refugio frente al acecho del peligro. Es fácil reconocer en ella a la persuasiva Sherezade, pero también a la protagonista de una leyenda nacida en la tradición oral francesa, «La madre de los cuentos», donde una joven aprendía el arte de narrar escuchando el susurro del viento entre los árboles. Al regresar a casa con el bagaje de las historias aprendidas de los álamos, de las hayas y de los robles, el embrujo de su voz lograba enmudecer la vara con que, día tras día, la golpeaban. La mitología griega nos habló de Odiseo, el zarandeado y luchador héroe homérico, que recurría a astutos relatos para salvar la vida. También de los versos y los cantos mágicos de Orfeo, que encandilaban a los animales y vencieron a la muerte.&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 09:56:22 UTC</pubDate>
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         <author>ELEUSALITALIA</author>
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         <description><![CDATA[<div>&nbsp;En la ceremonia del Premio Cervantes, Ana María Matute afirmó: «La literatura ha sido, y es, el faro salvador de muchas de mis tormentas». En esta confidencia vibran&nbsp; los ecos de una larga andadura de nuestras letras. Ya el Cantar de Mio Cid alude a una niña que salvó a su pueblo con la belleza de sus palabras; siglos después, Manuel Machado dedicaría un poema a esa chiquilla tejedora de discursos: «Una voz de plata/ y de cristal responde… Hay una niña/ muy débil y muy blanca/ en el umbral». Patronio se negaba a dar consejos al conde Lucanor, pero le contaba sabias fábulas para alumbrar su camino. Lázaro de Tormes, nuestro lazarillo, advierte al comienzo de su historia: «Yo oro ni plata no te lo puedo dar». Pero, añade, mis cuentos son «avisos para vivir». En el Quijote, la pastora Marcela defiende su libertad por medio de una vibrante narración. Nuestros clásicos nos confían una y otra vez el mismo mensaje con distintas voces: los relatos nos ayudan a sobrevivir. Las palabras son un hechizo cargado de futuro.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 09:57:58 UTC</pubDate>
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         <author>ELEUSALITALIA</author>
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         <description><![CDATA[<div>&nbsp;Somos una especie frágil, particularmente frágil: ni muy fuerte, ni demasiado rápida ni especialmente resistente al hambre, la sed, el calor o el frío. No estamos adaptados al vuelo o la vida bajo el agua. Nacemos completamente indefensos y nuestra infancia es más prolongada que la de ningún otro animal. Hasta un virus minúsculo nos pone en peligro. Sin embargo, la brisa de una cualidad asombrosa nos ha impulsado hacia un desarrollo inesperado, hacia un imprevisible progreso. Esa facultad es nuestra imaginación, que, aliada con el lenguaje, nos permite soñar lo inconcebible, colaborar y fortalecernos unas a otros. Somos la única especie que explica el mundo con historias, que las desea, las añora y las usa para sanar&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 10:00:05 UTC</pubDate>
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         <author>ELEUSALITALIA</author>
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         <description><![CDATA[<div>&nbsp;Nuestra auténtica fortaleza es creativa. Gracias a la imaginación, hemos inventado el mito de Ícaro y los aviones, el Nautilus y los submarinos, los viajes estelares de Luciano y el Apolo XI. Si los humanos no hubiéramos fabulado con tierras soñadas como El Dorado o con seres mitológicos como las sirenas, no habríamos podido explorar territorios desconocidos ni llegar a la luna, alumbrar la teoría de la relatividad, el automóvil o el ordenador. Lo imposible debe ser soñado primero, para algún día hacerlo realidad&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 10:00:38 UTC</pubDate>
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         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>&nbsp;| I.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Fragili&nbsp; <br>C’era una volta una donna sola in un territorio pericoloso. <mark>Piccola e fragile</mark>, ogni notte doveva affrontare una terribile minaccia. Tuttavia, nelle leggende, i piccoli, i deboli, <mark>i fragili </mark>possiedono sempre un <mark>portafortuna</mark>. Conosceva una <mark>magia </mark>infallibile: era capace di innalzare intorno a sé un muro di aria per difendersi. I <mark>blocchi </mark>di questa muraglia invisibile erano le parole. Quando una parola sgorgava dalle sue labbra, la gente si fermava ad ascoltare, con lo sguardo fisso, <mark>come in trance,</mark> e dimenticava i<del> suoi</del> <mark>doveri</mark>, le <del>sue </del>ansie e la <del>sua </del>rabbia. Le sue favole erano, per tutti, un rifugio dinanzi al pericolo in agguato. È facile riconoscere in lei la persuasiva <mark>Sherezade</mark>, così come la protagonista di una leggenda nata nella tradizione orale francese, “La madre dei racconti”, dove una giovane studiava l’arte del narrare ascoltando il sussurro del vento tra gli alberi. Di ritorno a casa con il bagaglio delle storie imparate dai pioppi, dai faggi e dalle querce, l’incanto della sua voce riusciva ad ammutolire il bastone con cui, giorno dopo giorno, <mark>la picchiavano</mark>. La mitologia greca ci ha raccontato di Ulisse, il <mark>tormentato </mark>combattivo eroe omerico, che ricorreva ad astuti racconti per salvarsi la vita. Anche dei versi e dei canti magici di Orfeo, che affascinavano gli animali e <del>vincevano</del> la morte. <br><br><br>Durante la cerimonia del Premio Cervantes, Ana Maria Matute affermò: “La letteratura è stata, ed è, <mark>il faro di salvezza</mark> di molti dei miei tormenti”. In questa confidenza vibrano gli echi di un lungo cammino dei nostri testi. Il Poema del mio Cid accenna ad una bambina che salvò il suo popolo con la bellezza delle sue parole; secoli dopo, Manuel Machado dedicherà un verso a quella ragazzina tessitrice di discorsi: “Una voce d’argento/ e di cristallo risponde… C’è una bambina/molto debole e molto pallida/sulla soglia”. Patronio si rifiutava di dare consigli al conte Lucanor, però gli raccontava sagge favole per illuminare il suo cammino. <mark><del>Lazzaro de Tormes</del></mark>, <mark><del>il nostro Lazzarino</del></mark>, mette in guardia all’inizio della sua storia: “Io, né oro né argento <del>te li </del>posso dare”. Tuttavia, aggiunge: “I miei racconti sono <mark>appunti </mark>per vivere”. Nel Don Chisciotte, la pastorella Marcela difende la sua libertà grazie ad una emozionante narrazione. I nostri classici ci rivelano, <del>una volta dopo l’altra</del>, lo stesso messaggio con voci diverse: i racconti ci aiutano a sopravvivere.&nbsp; <mark><del>Le parole sono una magia carica di futuro.</del></mark>&nbsp; Siamo una specie fragile, particolarmente fragile: né molto forte, né troppo veloce, né, soprattutto, resistente alla fame, alla sete, al caldo o al freddo. Non siamo adatti al volo o alla vita nell’acqua. Nasciamo completamente indifesi, e la nostra infanzia è più lunga di quella di qualsiasi altro animale. Finché un virus minuscolo ci mette in pericolo. Tuttavia, il brivido di qualcosa di meraviglioso ci ha dato l’impulso verso uno sviluppo insperato, verso un imprevedibile progresso. Questa capacità è la nostra immaginazione, che, alleata con il linguaggio, ci permette di sognare l’impossibile, collaborare e darci forza gli uni con gli altri. Siamo l’unica specie che racconta il mondo con storie, che le desidera, le brama e le usa per curare. La nostra autentica forza è creativa. Grazie all’immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e degli aviatori, il Nautilus e i sottomarini, i viaggi spaziali di Luciano e l’Apollo XI. Se noi umani non avessimo raccontato favole di terre leggendarie come El Dorado o di esseri mitologici come le sirene, non avremmo potuto esplorare territori sconosciuti, né arrivare alla Luna, portare alla luce la teoria della relatività, l’automobile o il computer.&nbsp;</div><div>L’impossibile deve prima di tutto essere sognato per farlo, un giorno, diventare realtà.&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 14:49:38 UTC</pubDate>
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         <title>Irene Vallejo, Manifesto per la lettura, dicembre 2020</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>&nbsp;<strong><em>Calligrafie del prendersi cura</em></strong><br> <br> 1. Fragili <br> <br> C’era una volta una donna sola in una terra piena di pericoli. Esile e minuta, ogni notte doveva affrontare una minaccia terribile. Dentro le storie, però, i più piccoli, i deboli, i fragili trovano sempre un talismano che li salva. Lei conosceva un sortilegio infallibile: sapeva ergere attorno a sé una parete d’aria per difendersi. Le pietre angolari di quel muro invisibile erano le parole. Quanto una storia scaturiva dalle sue labbra, le persone si fermavano ad ascoltare, con lo sguardo fisso, incantate, scordando incombenze, preoccupazioni, ira. Le sue favole erano, per tutti, un rifugio dal pericolo in agguato. È facile riconoscere in lei la persuasiva Shahrazād, ma anche la protagonista di una leggenda della tradizione orale francese, «La madre dei racconti», in cui una giovane apprendeva l’arte di narrare ascoltando il sussurro del vento tra gli alberi. Tornata a casa, con il bagaglio di storie imparate dai pioppi, dai faggi e dai roveri, il potere della sua voce riusciva ad ammutolire il bastone con cui, ogni giorno, gliene davano di santa ragione. La mitologia greca ci parla di Ulisse, il combattivo eroe omerico sballottato da una parte all'altra, che ricorreva ad astuti racconti per salvarsi la vita. Anche i versi e i canti magici di Orfeo, che ammaliavano gli animali e sconfissero la morte.<br> <br>Durante la cerimonia del Premio Cervantes, Ana María Matute disse: «La letteratura è stata ed è il faro che mi ha tratto in salvo durante l'infuriare di molte mie tempeste». In questa rivelazione vibrano gli echi del lungo cammino percorso dalla nostra letteratura. Già il <em>Poema del Cid </em>accenna a una bambina che salvò il proprio villaggio con la bellezza delle sue parole; secoli dopo, Manuel Machado dedica una poesia proprio a quella ragazzina tessitrice di discorsi: «[…] Una voce d’argento/ e di cristallo risponde… C’è una bambina/ pallidissima e fragilissima/ sull’uscio». Patronio si rifiutava di dare consigli al conte Lucanor, ma gli raccontava sagge favole per illuminargli la via. Làzaro de Tormes, la nostra guida nell'oscurità, all’inizio della storia ci avverte: «Io, né oro né argento posso darti». Ma, aggiunge, in miei racconti sono «ragguagli per vivere». In <em>Don Chisciotte</em>, la pastorella Marcela difende la propria libertà grazie a una vibrante capacità di raccontare. I nostri classici ci affidano ripetutamente lo stesso messaggio con voci distinte: i racconti ci aiutano a sopravvivere. Le parole sono un incantesimo carico di futuro. <br><br>Siamo una specie fragile, particolarmente fragile: non molto forte, né troppo veloce, e nemmeno granché resistente alla fame, alla sete, al caldo o al freddo. Non siamo adatti al volo né alla vita sott’acqua. Veniamo al mondo completamente indifesi e la nostra infanzia dura più di quella di qualsiasi altro animale. Persino un minuscolo virus ci può mettere in pericolo. Tuttavia, la brezza di una strabiliante capacità ci ha spinti verso uno sviluppo inatteso, verso un inimmaginabile progresso. Quella dote è la nostra immaginazione, che, alleandosi con il linguaggio, ci permette di sognare l’inconcepibile, di collaborare e di fortificarci a vicenda. Siamo l’unica specie che spiega il mondo con le storie, che ne sente il desiderio e la mancanza e le usa per guarire. <br> <br>La nostra vera forza è quella creativa. Grazie all’immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e gli aeroplano, il <em>Nautilus</em> e i sottomarini, i viaggi meravigliosi di Luciano e l’<em>Apollo XI</em>. Se noi umani non avessimo sognato terre leggendarie come El Dorado o esseri mitologici come le sirene, non saremmo stati in grado di esplorare territori sconosciuti né andare sulla luna, concepire la teoria della relatività, l’automobile o il computer. L'impossibile bisogna prima sognarlo per riuscire, un giorno, a trasformarlo realtà. &nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 15:00:57 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>Nausicaa_Dedola</author>
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         <description><![CDATA[<div>&nbsp;Calligrafie della cura&nbsp;</div><div><br><br></div><div>&nbsp;I. Fragili</div><div><br><br></div><div>&nbsp;C'era una volta una donna sola in un territorio pericoloso. Minuta e magra, ogni notte doveva affrontare una temibile minaccia. Tuttavia, nei racconti, i piccoli, i deboli, i fragili possiedono sempre un talismano salvifico. Ella conosceva un sortilegio infallibile: era capace di sollevare attorno a lei un muro di aria per difendersi. I mattoni di quella muraglia invisibile erano le parole. Quando una storia sgorgava dalle sue labbra, la gente si fermava ad ascoltare, con lo sguardo fisso, come in trance, dimenticando le incombenze, le angustie e l'ira. Le sue favole erano, per tutti, un rifugio dinanzi al pericolo in agguato. È facile riconoscere in lei la persuasiva Sherezade, però anche la protagonista di una leggenda nata dalla tradizione orale francese, «La madre dei racconti», in cui una giovane imparava l'arte di narrare ascoltando il sussurro del vento tra gli alberi. <mark>Una volta ritornata a casa</mark> <mark>(bien, pero rígido</mark>)con il bagaglio delle storie apprese dai pioppi, i faggi e le querce, l'incantesimo della sua voce riusciva ad ammutolire il bastone con il quale, <mark>giorno dopo giorno,</mark> la <mark>colpivano </mark>. La mitologia greca <mark>ci parlò</mark> di Odisseo, il <mark>maltrattato </mark>e lottatore eroe omerico, che ricorreva ad astuti racconti per salvarsi la vita. Anche dei versi e canti magici di Orfeo, che incantavano gli animali e <mark>vinsero </mark>la morte.&nbsp;</div><div><br>Nella cerimonia del Premio Cervantes, Ana María Matute affermò: «La letteratura è stata, ed è, il faro salvatore di molte delle mie tempeste». In questa confidenza vibrano gli echi di un lungo cammino della nostra letteratura. Già il <em>Cantar de Mio Cid </em>allude ad una bambina che salvò il suo paese con la bellezza delle sue parole; secoli dopo, Manuel Machado avrebbe dedicato un poema a quella piccola tessitrice di discorsi: «Una voce d'argento/ e di vetro risponde...C'è una bambina/ molto debole e molto bianca/ sulla soglia». Patronio si rifiutava di dare consigli al conte Lucanor, ma gli raccontava sagge favole per illuminare il suo cammino. Lázaro de Tormes, il nostro lazarillo, avverte all'inizio della sua storia: «Non posso darti oro né argento». Ma aggiunge, i miei racconti sono «avvertimenti di vita». Nel <em>Quijote</em>, la pastora Marcela difende la sua libertà mediante una vibrante narrazione. I nostri classici ci confidano più e più volte lo stesso messaggio con distinte voci: i racconti ci aiutano a sopravvivere. Le parole sono un incantesimo carico di futuro.&nbsp;<br><br>Siamo una specie fragile, particolarmente fragile: non molto forte, né troppo veloce né resistente alla fame, la sete, il caldo o il freddo. Non ci siamo adattati al volo o alla vita sott'acqua. Nasciamo completamente indifesi e la nostra infanzia è più lunga di quella di qualsiasi altro animale. Perfino un virus minuscolo ci mette in pericolo. Nonostante ciò, il vento di una natura sorprendente ci ha spinto verso uno sviluppo inaspettato, un imprevedibile progresso. Quella facoltà è la nostra immaginazione, che, unita al linguaggio, ci permette di sognare ciò che è inconcepibile, collaborare e rafforzarci le une con gli altri. Siamo l'unica specie che spiega il mondo con le storie, che le desidera, le rimpiange e le usa per guarire.&nbsp;<br><br> La nostra autentica forza è creativa. Grazie all'immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e gli aerei, il Nautilus e i sottomarini, i viaggi stellari di Luciano e l'Apollo 11. Se noi umani non avessimo fantasticato su terre sognate come El Dorado o su esseri mitologici come le sirene, non avremmo potuto esplorare territori sconosciuti né arrivare sulla luna, dare alla luce la teoria della relatività, l'automobile o il computer. Ciò che è impossibile deve prima essere sognato, per poi un giorno farlo diventare realtà.&nbsp;<br><br> II. Ali e radici<br><br></div><div>&nbsp;Narriamo, scriviamo e leggiamo perché abbiamo fabbricato lo straordinario strumento del linguaggio umano. Attraverso le parole, possiamo condividere il nostro mondi interiori e le idee chimeriche. Quando un animale fantastica -se mai è possibile-, è privo di strumenti per raccontarlo ad altri animali. Alcune specie sono dotate di abilità comunicative, alcune volte incredibilmente complesse, però nessuna può essere paragonata alle nostre in termini di flessibilità, libertà e ricchezza di sfumature. Questo prodigio linguistico ci permette di coesistere in due territori: lo spazio tangibile che abitiamo insieme a migliaia di esseri viventi, e un universo parallelo che appartiene esclusivamente a noi -quello della fantasia, delle possibilità, dei simboli-, al quale nessun'altra creatura può accedere.&nbsp;</div><div><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 15:11:10 UTC</pubDate>
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         <title>Irene Vallejo, Manifesto per la lettura, dicembre 2020</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div><strong><em>Calligrafie del prendersi cura</em></strong><br><br>&nbsp; &nbsp; I. Fragili<br><br>&nbsp; &nbsp; C'era una volta una donna sola in una terra pericolosa. Esile e minuta, ogni notte era costretta ad affrontare una terribile minaccia. Nelle favole, però, i più piccoli, i deboli, i fragili trovano sempre un talismano che li salva. La ragazza conosceva un incantesimo infallibile: era in grado di costruire intorno a sé un muro d'aria, per difendersi. Le pietre angolari di quel muro invisibile erano le parole. Quando dalle sue labbra fioriva una storia, le persone si fermavano ad ascoltare con lo sguardo fisso, come in estasi, dimenticando incombenze, ansie e ira. Le sue favole erano, per tutti, un rifugio dal pericolo in agguato. È facile riconoscere in lei la persuasiva Shahrazād, ma anche la protagonista di una leggenda della tradizione orale francese, «La madre delle fiabe», in cui una giovane ragazza imparava l'arte del narrare ascoltando il sussurro del vento tra gli alberi. Tornata a casa con il bagaglio di storie apprese dai pioppi, dai faggi e dalle querce, l'incanto della sua voce riusciva ad ammutolire il bastone con cui ogni giorno la picchiavano. La mitologia greca ci narrò di Ulisse, l'eroe omerico sballottato e combattivo che ricorreva a storie ingegnose per salvarsi la vita. Ci narrò dei versi e dei canti magici di Orfeo, che incantavano gli animali e sconfissero la morte.&nbsp;<br><br>&nbsp; &nbsp; Durante la cerimonia in cui le fu consegnato il Premio Cervantes, Ana María Matute disse: «La letteratura è stata, ed è, il faro che mi ha tratto in salvo dall'infuriare di molte delle mie tempeste». In questa sua confessione vibrano gli echi del lungo cammino percorso dalle nostre lettere. Già il Poema del Cid accenna a una bambina che salva il suo popolo con la bellezza delle parole che dice; secoli dopo, Manuel Machado dedicherà una poesia a quella ragazzina che intesseva discorsi: «Una voce d'argento/ e di cristallo le risposte... C'è una bimba/ delicatissima e pallidissima/ sull'uscio». Patronio si rifiutava di dare consigli al conte Lucanor, però gli raccontava sagge favole per illuminargli la svia. Lazarillo de Tormes, la nostra guida nell'oscurità, all'inizio della sua storia ci avverte: «Io né oro né argento posso darti» ma, aggiunge, i miei racconti sono «ragguagli per vivere». Nel Don Chisciotte, la pastorella Marcela difende la sua libertà con un emozionante racconto. I nostri classici ci affidano sempre lo stesso messaggio, con voci diverse: i racconti aiutano a sopravvivere. Le parole sono un incantesimo carico di futuro.<br><br>&nbsp; &nbsp; Siamo una specie fragile, particolarmente fragile: non molto forte, non troppo veloce né abbastanza resistente alla fame, alla sete, al caldo o al freddo. Non siamo adatti al volo o alla vita sott'acqua. Nasciamo completamente indifesi, e la nostra infanzia è più lunga di quella di qualsiasi altro animale. Anche un piccolo virus ci mette in pericolo. Eppure la brezza di una prerogativa sorprendente ci ha spinto verso uno sviluppo inatteso, verso un progresso inimmaginabile. Questa facoltà è la nostra l'immaginazione che, unita al linguaggio, ci permette di sognare l'inconcepibile, di collaborare e di rafforzarci a vicenda. Siamo l'unica specie che spiega il mondo con le storie, che le desidera, le brama e le usa per guarire.&nbsp;<br><br>&nbsp; &nbsp; La nostra vera forza è la creatività. Grazie all'immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e gli aeroplani, il Nautilus e i sottomarini, i viaggi stellari di Luciano di Samosata e l'Apollo XI. Se noi esseri umani non avessimo raccontato favole su terre leggendarie come El Dorado o su esseri mitologici come le sirene, non saremmo stati in grado di esplorare territori sconosciuti né di raggiungere la luna, partorire la teoria della relatività, l'automobile o il computer. Bisogna prima sognare l'impossibile, per poterlo un giorno trasformare in realtà.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 15:45:15 UTC</pubDate>
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         <title>Manifesto per la lettura</title>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Manifesto per la lettura, Irene Vallejo, dicembre 2020</strong></div><div><br></div><div><strong>Calligrafia della cura</strong></div><div><br><br></div><ol><li><strong>Fragili</strong></li></ol><div>&nbsp;C'era una volta una donna sola in un territorio pericoloso. Minuta e magra, ogni notte doveva affrontare una temibile minaccia. Nei racconti, però, i piccoli, i deboli, i fragili possiedono sempre un talismano della salvezza. Lei conosceva un sortilegio infallibile: era capace di sollevare intorno a sé un muro d'aria per difendersi. Le pietre di questa muraglia invisibile erano le parole. Quando una storia germogliava dalle sue labbra, la gente si fermava ad ascoltare, con lo sguardo fisso, come in trance, dimenticando le loro occupazioni, le loro angosce, la loro ira. Le sue favole erano, per tutti, un rifugio contro il pericolo in agguato. E' facile riconoscere in lei la convincente Sherezade, ma anche la protagonista di una leggenda nata nella tradizione orale francese, “La madre dei racconti”, dove una giovane imparava l'arte del narrare ascoltando il sussurro del vento tra gli alberi. Nel ritornare a casa col bagaglio di storie imparate dai pioppi, dai faggi e dalle querce, l'incantesimo della sua voce riusciva ad ammutolire il bastone col quale, giorno dopo giorno, la picchiavano. La mitologia greca <mark>ci ha parlato</mark> di Odisseo, lo <mark>sballottato </mark>e combattente eroe omerico, che ricorreva ad astuti racconti per salvare la vita. Anche dei versi e dei canti magici di Orfeo, che <mark>affascinavano </mark>gli animali e <mark>vincevano </mark>la morte.</div><div>&nbsp;Nella cerimonia del Premio Cervantes, Ana María Matute ha affermato: ”La letteratura è stata, ed è, il faro che mi ha salvato da molte tempeste”. In questa confidenza vibrano gli echi del lungo cammino delle nostre parole. Già il <em>Il canto del Mio Cid </em>parla di una bambina che aveva salvato la sua gente con la bellezza delle sue parole; secoli dopo, Manuel Machado avrebbe dedicato una poesia a questa ragazzina tessitrice di discorsi: ”Una voce d'argento/e di cristallo risponde... C'è una bambina/molto debole e molto pallida/sulla soglia”. Patronio si rifiutava di dare consigli al conte Lucanor, ma gli raccontava favole di saggezza per illuminare il suo cammino. Lázaro de Tormes, la nostra guida per ciechi, all'inizio della sua storia avverte: “Io non ti posso dare oro né argento”. Però, aggiunge, i miei racconti sono “ammonimenti per la vita”. Nel <em>Don Chisciotte</em>, la pastora Marcela difende la sua libertà con una vibrante narrazione. I nostri classici ci rivelano di continuo lo stesso messaggio con voci distinte: i racconti ci aiutano a sopravvivere. Le parole sono un incantesimo pieno di futuro.</div><div>&nbsp;Siamo una specie fragile, particolarmente fragile: non molto forte, non troppo veloce, non specialmente resistente alla fame, alla sete, al caldo o al freddo. Non siamo abituati a volare o a vivere sott'acqua. Nasciamo indifesi e la nostra infanzia è più prolungata di quella di qualsiasi altro animale. Persino un virus minuscolo ci mette in pericolo. Ciò nonostante, la brezza di una meravigliosa qualità ci ha spinto verso uno sviluppo insperato, verso un progresso imprevedibile. Questa facoltà è la nostra immaginazione, che, alleata al linguaggio, ci permette di sognare l'inconcepibile, collaborare e farci forza le une con gli altri. Siamo l'unica specie che spiega il mondo con le storie, che le desidera, le rimpiange e le usa come cura.</div><div>&nbsp;La nostra vera forza è la creatività. Grazie all'immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e gli aerei, il <em>Nautilus </em>e i sottomarini, i viaggi stellari di Luciano e l'<em>Apollo XI</em>. Se gli umani non avessero favoleggiato con sogni di terre come El Dorado o con esseri mitologici come le sirene, non avremmo potuto esplorare territori sconosciuti né andare sulla luna, scoprire la teoria della relatività, l'automobile o il computer. Bisogna prima sognare l'impossibile, perché un giorno diventi realtà.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-15 15:53:09 UTC</pubDate>
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         <title>Nike</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>II. Fondamenta e ali</div><div>Narriamo, scriviamo e leggiamo perché abbiamo creato quel formidabile strumento che è il linguaggio umano. Grazie alle parole, siamo in grado di condividere mondi interiori e idee chimeriche. Quando un animale fantastica – ammesso che sia possibile - è privo dei mezzi per poterlo raccontare a un altro animale. Certe specie sono dotate di capacità comunicative, in alcuni casi incredibilmente complesse, ma nessuna di esse può eguagliare le nostre in quanto a flessibilità, libertà e ricchezza di sfumature. Questo prodigio linguistico ci permette di esistere contemporaneamente in due luoghi: lo spazio tangibile che abitiamo insieme a migliaia di esseri viventi, e l’universo parallelo che possediamo in esclusiva – quello della fantasia, delle possibilità, dei simboli - a cui nessun’altra creatura può accedere.<br>Spinti dal linguaggio e dalla creatività, i nostri cervelli presero un’altra direzione rispetto alla mera evoluzione biologica, il cui passo era spietatamente lento, e spiccammo il volo sulle rapide ali dell’evoluzione culturale. Migliaia di anni fa, l’invenzione di una sofisticata tecnologia, la scrittura, aprì le porte alla possibilità di salvaguardare saperi, idee e sogni, di espanderli e farli rivivere ogni volta che degli occhi si posano sulle lettere di una pagina. Il filosofo Richard Rorty ritiene che leggere abbia cambiato la nostra mente in maniera irreversibile. Grazie alla lettura abbiamo sviluppato un’anomalia detta «occhi interiori». Riuscire a vedere i personaggi di una storia è simile a conoscere persone nuove, comprenderne il carattere e le motivazioni. Più questi personaggi sono eterogenei e più ampliano il nostro orizzonte e arricchiscono il nostro universo. Attraverso i libri penetriamo sotto la pelle degli altri, accarezziamo i loro corpi e ci immergiamo nel loro sguardo. E, in un mondo narcisista ed egolatra, la cosa migliore che può capitare a qualcuno è essere tutti.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-19 16:11:38 UTC</pubDate>
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         <description><![CDATA[<div>Durante la cerimonia del Premio Cervantes, Ana Maria Matute affermò: «La letteratura è stata, ed è, la fonte di salvezza di molti dei miei tormenti». In questa confidenza risuonano gli echi di un lungo viaggio dei nostri testi. Il Poema del mio Cid menziona una bambina che salvò il suo popolo con la bellezza delle sue parole; secoli dopo, Manuel Machado dedicherà un verso a quella ragazzina tessitrice di discorsi: «Una voce d’argento/ e di cristallo risponde… C’è una bambina/molto debole e molto pallida/sulla soglia». Patronio si rifiutava di dare consigli al conte Lucanor, però gli raccontava sagge favole per illuminare il suo cammino. Lazarillo de Tormes all’inizio della sua storia avverte: «Io non posso dare né oro né argento». Tuttavia, aggiunge, i miei racconti sono «manifesti per vivere». Nel Don Chisciotte, la pastorella Marcela difende la sua libertà grazie ad una emozionante narrazione.&nbsp; I nostri classici ci rivelano, senza sosta, lo stesso messaggio con voci diverse: i racconti ci aiutano a sopravvivere.&nbsp; Le parole sono un incantesimo carico di futuro.&nbsp; Siamo una specie fragile, particolarmente fragile: né molto forte, né troppo veloce, né, soprattutto, resistente alla fame, alla sete, al caldo o al freddo. Non siamo adatti al volo o alla vita nell’acqua. &nbsp; Nasciamo completamente indifesi, e la nostra infanzia è più lunga di quella di qualsiasi altro animale.&nbsp; Finché un virus minuscolo ci mette in pericolo. Tuttavia, il soffio di qualcosa di meraviglioso ci ha dato l’impulso verso uno sviluppo insperato, verso un imprevedibile progresso. Questa capacità è la nostra immaginazione, che, alleata con il linguaggio, ci permette di sognare l’incredibile, collaborare e darci forza gli uni con gli altri. Siamo l’unica specie che declama il mondo con storie, che le desidera, le brama e le usa per guarire. La nostra autentica forza è creativa. Grazie all’immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e degli aviatori, il Nautilus e i sottomarini, i viaggi spaziali di Luciano e l’Apollo XI. Se noi umani non avessimo raccontato favole di terre leggendarie come El Dorado o di esseri mitologici come le sirene, non avremmo potuto esplorare territori sconosciuti, né arrivare alla Luna, portare alla luce la teoria della relatività, l’automobile o il computer. L’impossibile deve essere prima di tutto sognato, per farlo diventare un giorno realtà.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-19 18:54:49 UTC</pubDate>
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         <description><![CDATA[<div>Durante la cerimonia del Premio Cervantes, Ana María Matute affermò: «La letteratura è stata, ed è, il faro di salvezza per molte delle mie tormente». In questa confidenza vibrano gli echi di un lungo cammino dei nostri testi. Il <em>Cantar del Mio Cid </em>allude già a una bambina che salvò il proprio villaggio con la bellezza delle sue parole; secoli dopo, Manuel Machado avrebbe dedicato una poesia a quella ragazzina tessitrice di discorsi: «[…] Una voce d’argento/ e di cristallo risponde… C’è una bambina/ molto pallida e fragile/ sull’uscio». Patronio si negava a dare consigli al conte Lucanor, ma gli raccontava sagge storie per rischiarare il suo cammino. Lazzaro di Tormes, il Lazzarino, avverte all’inizio della storia: «Io, né oro né argento ti posso dare». Ma, aggiunge, in miei racconti sono «consigli per vivere». In <em>Don Chisciotte</em>, la pastorella Marcela difende la propria libertà grazie a una vibrante narrazione. I classici spagnoli ci affidano ripetutamente lo stesso messaggio con voci distinte: i racconti ci aiutano a sopravvivere. Le parole sono un sortilegio carico di futuro.&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-19 20:47:34 UTC</pubDate>
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         <description><![CDATA[<div>Siamo una specie fragile, particolarmente fragile: non molto forti, non troppo veloci, non particolarmente resistenti alla fame, la sete, il caldo o il freddo. Non siamo adatti al volo o alla vita sott’acqua. Nasciamo completamente indifesi e la nostra infanzia dura più di quella di qualsiasi altro animale. Persino un minuscolo virus ci mette in pericolo. Tuttavia, la brezza di una sorprendente qualità ci ha spinti verso uno sviluppo inaspettato, verso un imprevedibile progresso. Tale qualità è la nostra immaginazione, che, alleandosi con il linguaggio, ci permette di sognare l’inconcepibile, collaborare e fortificarci gli uni con gli altri. Siamo l’unica specie che spiega il mondo attraverso le storie, che le desidera, le anela e le usa per prendersi cura.&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-19 20:48:01 UTC</pubDate>
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         <description><![CDATA[<div>La nostra vera forza è creativa. Grazie all’immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e gli aerei, il <em>Nautilus</em> e i sottomarini, i viaggi interstellari di Luciano e l’<em>Apollo XI</em>. Se noi umani non avessimo immaginato terre sognate come El Dorado o esseri mitologici come le sirene, non avremmo potuto esplorare territori sconosciuti né raggiungere la luna, scoprire la teoria della relatività, l’automobile o il computer. Bisogna prima sognare l’impossibile, per poterlo rendere un giorno realtà. &nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-19 20:48:17 UTC</pubDate>
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         <title>Irene Vallejo, Manifesto per la lettura, dicembre 2020</title>
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         <description><![CDATA[<div>Calligrafie del prendersi cura<br>&nbsp;<br>&nbsp;I. Fragili<br>&nbsp;<br>&nbsp;C'era una volta una donna sola in una terra pericolosa. Esile e minuta, ogni notte doveva affrontare una terribile minaccia. Nei racconti, però, i più piccoli, i deboli, i fragili possiedono sempre un talismano protettore. Conosceva un sortilegio infallibile: era capace di innalzare intorno a sé un muro di aria per difendersi. Le pietre angolari di quella muraglia invisibile erano le parole. Quando una storia germogliava dalle sue labbra, la gente si fermava ad ascoltare, con lo sguardo fisso, estasiati, dimenticando le proprie occupazioni, l'ira e le angosce. Le sue favole erano, per tutti, un rifugio dal pericolo in agguato. È facile riconoscere in questa donna la persuasiva Shahrazād, ma anche la protagonista di una leggenda della tradizione orale francese, «La madre dei racconti», dove una giovane apprendeva l’arte del narrare ascoltando il sussurro del vento tra gli alberi. Tornata a casa, con il bagaglio di storie apprese dai pioppi, i faggi e le querce, l’incanto della sua voce riusciva ad ammutolire il bastone con cui ogni giorno la riempivano di botte. La mitologia greca ci ha parlato di Ulisse, l’eroe omerico sballottato da una parte all’altra e sempre in lotta, che ricorreva ad astuti racconti per salvarsi la pelle. Ci ha parlato anche dei versi e dei canti magici di Orfeo, che ammaliavano gli animali e vinsero la morte.<br><br></div><div>Alla cerimonia di consegna del Premio Cervantes, Ana María Matute ha dichiarato DISSE: «La letteratura è stata, ed è, il faro salvatore durante molte delle mie tormente». In questa rivelazione vibrano gli echi di un lungo cammino delle nostre lettere. Già nel <em>Poema del Cid</em> si parla di una bambina che salva il suo villaggio con la bellezza delle sue parole; secoli più tardi, Manuel Machado avrebbe dedicato una poesia proprio a quella ragazzina tessitrice di discorsi: «Una voce argentina / e cristallina risponde… C’è una bimba/ pallidissima e fragilissima&nbsp; /sulla soglia». Patronio si rifiutava di dare consigli al conde Lucanor, però gli raccontava favole sagge per illuminargli il cammino. Lázaro de Tormes, la nostra guida per ciechi, all’inizio della sua storia avverte: «Io oro né argento ti&nbsp; posso dare». Aggiunge poi, i miei racconti sono «avvisi per vivere». Nel <em>Don Chisciotte</em>, la pastorella Marcela difende la sua libertà con una narrazione appassionante. I classici ci affidano più volte lo stesso messaggio con voci diverse: i racconti ci aiutano a sopravvivere. Le parole sono un incantesimo carico di futuro.<br><br></div><div>Siamo una specie fragile, particolarmente fragile: né molto forte, né abbastanza veloce né abbastanza resistente alla fame, la sete, il calore o il freddo. Non siamo fatti per volare o per vivere sott’acqua. Veniamo al mondo completamente indifesi e la nostra infanzia è più lunga di quella di qualsiasi altro animale. Perfino un virus minuscolo ci mette in pericolo. Tuttavia, una brezza di una capacità sorprendente ci ha spinti verso uno sviluppo inatteso, verso un progresso imprevedibile. Questa facoltà è la nostra immaginazione, che, alleandosi con il linguaggio, ci permette di sognare l’inconcepibile, di collaborare e rafforzarci gli uni con gli altri. Siamo l’unica specie che spiega il mondo con le storie e ne sente il desiderio e la mancanza e le usa come cura.<br><br></div><div>&nbsp;<br><br></div><div>La nostra vera forza è quella creativa. Grazie all’immaginazione, abbiamo inventato il mito di Icaro e gli aerei, il <em>Nautilus</em> e i sottomarini, i viaggi spettacolari di Luciano di Samosata e l’<em>Apollo XI</em>. Se noi umani non avessimo raccontato favole di terre leggendarie come El Dorado e di esseri mitologici come le sirene, non saremmo stati in grado di esplorare territori sconosciuti né andare sulla Luna, concepire la teoria della relatività, l’automobile o il computer. Bisogna prima sognare l’impossibile, per poterlo rendere un giorno realtà.<br><br></div><div>&nbsp;<br><br></div><div>II. Ali e fondamenta<br><br></div><div>&nbsp;<br><br></div><div>Raccontiamo storie, scriviamo e leggiamo perché abbiamo costruito quel favoloso strumento che è il linguaggio umano. Tramite le parole, possiamo condividere mondi interiori e idee immaginifiche. Quando un animale fantastica – se questa cosa è possibile -, non ha gli strumenti per raccontarlo a un altro animale. Alcune specie sono dotate di capacità comunicative, in certi casi sorprendentemente complesse, ma nessuna può essere paragonata alla nostra flessibilità, libertà e ricchezza di varietà. Questo prodigio linguistico ci permette di coesistere in due geografie: lo spazio tangibile che abitiamo a fianco di migliaia di essere viventi, e un universo parallelo che ci appartiene in esclusiva – quello della fantasia, del possibile, del simbolico-, al quale nessun’altra creatura può avere accesso.<br><br></div><div>&nbsp;<br><br></div><div>Stimolati dal linguaggio e dalla creatività, i nostri cervelli si distaccano dalla mera evoluzione biologica, la cui cadenza è inevitabilmente lenta, e ci alziamo in volo con le ali veloci dell’evoluzione culturale. Migliaia di anni fa, l’invenzione di una sofisticata tecnologia, la scrittura, ha aperto la porta alla possibilità di conservare le conoscenze, le idee e i sogni, di espanderli e farli rivivere con ogni sguardo che si posi sulle parole di una pagina. Il filosofo Richard Rorty pensa che leggere ci ha cambiato la mente in modo irreversibile. Grazie alla lettura, abbiamo sviluppato una anomalia chiamata «occhio interiore». Scoprire i personaggi di una storia assomiglia conoscere persone nuove, comprendendone il carattere e le ragioni. Quanto più diversi sono questi personaggi, tanto più ci allargano l’orizzonte e ci arricchiscono l’universo. Attraverso i libri, dimoriamo nella pelle degli altri, accarezziamo i loro corpi e ci immergiamo nei loro sguardi. E, in un mondo narcisista ed egocentrico, il meglio che ci può accadere è essere tutti.<br><br></div><div><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-06-20 07:30:23 UTC</pubDate>
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