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      <title>Laboratorio di didattica speciale by </title>
      <link>https://padlet.com/russomarika639/ayjk0kzc7313</link>
      <description>Esperienze personali circa mancati interventi individualizzati</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2020-04-06 12:38:23 UTC</pubDate>
      <lastBuildDate>2020-04-06 12:52:39 UTC</lastBuildDate>
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         <title>GIUSEPPINA SANTARPIA</title>
         <author>russomarika639</author>
         <link>https://padlet.com/russomarika639/ayjk0kzc7313/wish/494669686</link>
         <description><![CDATA[<div>Lo scorso anno, durante il tirocinio diretto nella scuola dell’infanzia, ho incontrato Samantha e Sabrina, due bambine di tre anni, sorelle gemelle di origine rumena. Durante le ore di tirocinio ho cominciato a conoscere la loro storia. <br> La famiglia, proveniente dall'est europeo, viveva da poco tempo nel piccolo comune; la mamma morì a causa della leucemia qualche mese dopo la nascita della sorellina delle due bambine, lasciando il marito solo con le figlie. L’anno successivo, avendo compiuto tre anni, le due bambine cominciarono la scuola dell’infanzia: l’inserimento non fu complicato, sia grazie alla disponibilità delle stesse bambine sia grazie al supporto dei genitori dei compagni di classe che aiutarono il padre e le bambine a sentirsi accolti nella comunità scolastica.<br> Nonostante ciò, le difficoltà riscontrate erano comunque molto evidenti: le piccole non conoscevano e non capivano neanche una parola di italiano e le maestre riscontravano molte difficoltà nel comunicare con loro e, purtroppo, non trovavano supporto neanche da parte del padre in quanto egli stesso parlava molto poco e male l’italiano. <br> Molto spesso le maestre si dimostravano avvilite dinnanzi a questa situazione; benché tentassero di instaurare una relazione e aiutare le bambine a comunicare sia con loro che con i compagni, gli risultava molto difficile, tenendo conto anche della classe molto turbolenta. <br> Purtroppo,ho riscontrato spesso situazioni analoghe e ho potuto constare che la scuola non è ancora in grado di affrontare questo di situazioni.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-06 12:41:23 UTC</pubDate>
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         <title>ROBERTA SABATO</title>
         <author>russomarika639</author>
         <link>https://padlet.com/russomarika639/ayjk0kzc7313/wish/494671659</link>
         <description><![CDATA[<div>L'esperienza riguarda una bambina che mi venne affidata durante un periodo lavorativo in una ludoteca per un campo estivo che accoglieva i bambini da 1 a 4 anni.</div><div>Inizialmente, mi venne detto che la bambina aveva il disturbo dello spettro dell’autismo a livello medio e che quindi aveva bisogno di una supervisione costante.</div><div>Il primo giorno che incontrai la bambina mi accorsi subito che non rientrava nell'età accolta nel progetto, ma aveva 7 anni e che il livello di autismo era molto grave rispetto a quanto raccontato dalla madre.</div><div>Stando con la bambina capii che non parlava,non riusciva ad ascoltare, non mangiava da sola e aveva particolari difficoltà nella masticazione, nel camminare e in tutte le attività motorie.</div><div>Inoltre, nel provare ad inserirla in giochi di gruppo con gli altri bambini notai che aveva tendenze violente e che non era affatto interessata ai giocattoli piuttosto che agli altri bambini, ma preferiva isolarsi e giocare sempre con la stessa pallina rifiutando qualsiasi altra attività le proponessi.</div><div>Di conseguenza, dopo varie ore la bambina iniziò ad accusare i primi sintomi di insofferenza all'ambiente poco adatto alle sue esigenze: si lamentava, piangeva, voleva essere presa in braccio ma essendo troppo grande io non riuscivo a tenerla, e cosa ancora più grave faceva la pipì addosso svariate volte, mostrando che non riusciva più a contenersi.</div><div>A quel punto chiamai la madre, la quale mi rispose di stare tranquilla perché la bambina aveva questo comportamentoanche a scuola e che dovevo essere paziente aspettando che si calmasse da sola.</div><div>La madre arrivò soloall'ora stabilita, le spiegai che la situazione dopo troppo tempo diventava insostenibile per la bambina, che non riusciva a restare a lungo in quell'ambienteche non rispondeva alle sue esigenze e che magari poteva farla restare solo per le ore della mattina.</div><div>La signora mi spiegò, ringraziandomi per l'interesse che mostravo per il benessere della bambina, che lei, pur rendendosi conto della difficoltà, aveva bisogno dell'intera giornata libera, di prenderepo’ di respiro e avere tempo per sé stessa perché non riusciva a trovare nessuna struttura che accogliesse la bambina.</div><div>Ogni pomeriggio si ripetevano le stesse scene, negli ultimi giorni la bambina aveva crisi molto più forti e tutte le volte io avvisavo la madre, la quale si presentava solo alla fine delle ore stabilite.</div><div>Inoltre, scoprii che portare la bambina in ludoteca le faceva perdere ore di terapia psicomotoria di cui necessitava.</div><div>Successivamente, svolgendo tirocinio diretto a scuola, incontrai la bambina e chiedendo alla maestra di sostegno come stava capii che la situazione era la medesima.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-06 12:42:16 UTC</pubDate>
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         <title>ANTONIETTA SALVATI</title>
         <author>russomarika639</author>
         <link>https://padlet.com/russomarika639/ayjk0kzc7313/wish/494677642</link>
         <description><![CDATA[<div>Ho deciso di raccontare la storia di Salvatore, un bambino di 5 anni dagli occhi grandi ma sempre spenti; l’ho conosciuto al primo anno di tirocinio diretto, presso la sezione unica della scuola dell’infanzia cui ero stata assegnata. Già i primi giorni mi accorsi di lui: non parlava e le poche volte che decideva di comunicare con la maestra o i suoi compagni, lo faceva indicando; non stava mai fermo, a nulla servivano gli inviti della maestra a star seduto, ad apparecchiare per la merenda, a giocare con le costruzioni o a colorare: lui era sempre in piedi e andava in giro per la sezione in continuazione, come se non avesse una meta; si guardava spesso le mani, dandomi l’impressione che i movimenti delle dita fossero per lui sempre una nuova scoperta.<br>  Con mio grande stupore, appresi che Salvatore restava in sezione fino alle 10 circa, quando arrivava una collaboratrice scolastica (la signora Pina, una simpatica e dolce donna di mezza età sempre sorridente) che si occupava di lui, portandolo in una stanza adiacente alla sezione. Lì per Salvatore non c’era alcun supporto educativo, nessuna attività ma solo la possibilità di fare quel che voleva senza infastidire gli altri bambini.<br>  Di fronte a questo scenario, non nascondo di aver dubitato del valore dei miei studi: tutte quelle belle parole sull'inclusione, sulla difficoltà da condividere, sulla diversità intesa come risorsa, mi suonavano come una retorica vuota che non avrebbe mai trovato spazio nella scuola reale.<br>  Potevo capire gli anni in cui io frequentavo le elementari, quando la Legge Quadro n. 104/92 profumava ancora di nuovo e queste esclusioni erano ancora “la normalità”, ma non potevo capacitarmi di come, dopo anni e anni di progetti inclusivi, ricerche e fantomatici passi avanti, le cose non fossero cambiate per niente. Un giorno, decisi di chiedere spiegazioni alla mia tutor: le feci tante domande e solo per alcune di esse ci fu una risposta; Salvatore aveva perso la mamma 3 mesi prima per una malattia fulminante, viveva con il papà e con i nonni paterni, che si prendevano cura di lui come meglio potevano; Salvatore non viveva bene il contesto classe e la vicinanza degli altri bambini, tanto da diventare violento in alcune occasioni.<br> Le insegnanti erano convinte che la condizione di Salvatore fosse solo momentanea, che il tempo e un po' di coccole avrebbero potuto richiudere quella ferita e, dopo vari tentativi, compresero che proprio quella collaboratrice potesse essere la giusta leva: Pina era per Salvatore una specie di nonna affettuosa che gli restituiva un senso di tranquillità: infatti, quando Salvatore era solo in quella stanza mutava espressione, riusciva addirittura a dire qualche parola, era evidentemente più sereno. Di fronte a questo piccolo spiraglio, le docenti, col permesso della Dirigente, decisero di lasciare Salvatore con Pina ogni giorno fino alle 12.30, orario in cui il bambino ritornava a casa.<br> Io terminai le mie ore di tirocinio la metà di Aprile e la situazione restò invariata. Le risposte che avevo avuto non mi avevano soddisfatta, anzi, avevano alimentato ancora di più le mie riflessioni: è probabile che la condizione di disagio del bambino fosse realmente temporanea e legata a quella perdita così importante ma, forse, quel tempo necessario per il superamento delle difficoltà poteva essere abbreviato da una maggiore attenzione didattica da parte della scuola.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-06 12:45:23 UTC</pubDate>
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         <title>ROSSELLA RUSSO</title>
         <author>russomarika639</author>
         <link>https://padlet.com/russomarika639/ayjk0kzc7313/wish/494681212</link>
         <description><![CDATA[<div><em>sono già in possesso della laurea in Scienze dell’Educazione, titolo che mi ha permesso di lavorare in un asilo nido della mia città. Dopo alcuni mesi dal mio lavoro lì, una coppia di genitori decise di far frequentare al loro bimbo di quasi 4 anni, il nostro asilo.  Avevano preso questa decisione perché il figlio era “troppo timido e molto legato al papà” per iscriverlo alla Scuola dell’infanzia.</em></div><div><em>Queste parole mi restarono impresse nella mente.</em></div><div><em>Il bambino con molta difficoltà cominciò a venire all’asilo e noi educatrici notavamo qualcosa di particolare: il bimbo era sempre in disparte, giocava tutto il tempo con una pallina effettuando sempre gli stessi movimenti accompagnati da alcuni versi; non era interessato a nient’altro e non interagiva con gli altri bambini.</em></div><div><em>Parlammo con i genitori, raccontammo il comportamento del bimbo e lo svolgersi delle sue giornate; dopo due mesi il bambino non venne più all'asilo. </em></div><div><em>Noi educatrici ci chiedemmo dove avessimo sbagliato però eravamo rimaste sempre nel confine del nostro lavoro pur cercando di far capire che probabilmente il figlio avesse bisogno di aiuto.</em></div><div>E qui finisce la consegna del laboratorio, però vorrei aggiungere un’altra cosa per far conoscere lo svolgersi della vicenda …</div><div><em>Da lì a breve intrapresi il percorso di studi in Scienze della Formazione Primaria e cominciai a svolgere il tirocinio diretto presso una Scuola dell’ infanzia della mia città.</em></div><div><em>Nella sezione alla quale fui affidata era presente l’insegnante di sostegno e alle 9.30 arrivò un bambino con disturbi dello spettro autistico, certificato. </em></div><div><em>Ci misi poco a capire che era proprio lui. Dispiaciuta ma allo stesso tempo contenta perché evidentemente le nostre parole di educatrici fecero riflettere i genitori che dopo un primo momento di rifiuto, avevano poi accettato la realtà, capendo e accogliendo le necessità del figlio. </em></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-06 12:47:16 UTC</pubDate>
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         <title>MARIKA RUSSO</title>
         <author>russomarika639</author>
         <link>https://padlet.com/russomarika639/ayjk0kzc7313/wish/494683092</link>
         <description><![CDATA[<div>L’anno scorso ho conosciuto Giuseppe, ragazzo che frequentava la quarta primaria nella scuola del mio piccolo paese. Ho conosciuto la storia di Giuseppe poco alla volta, grazie all'intervento della zia che mi ha chiesto di aiutarlo dopo aver finalmente convinto la mamma che era molto restia, forse anche perché inibita da una serie di situazioni. I genitori del ragazzo non avevano una buona preparazione scolastica, non beneficiavano di un’ottima situazione economica e inoltre qualche mese prima la mamma era andata via di casa lasciando Giuseppe e il padre soli, per poi ritornare e scoprire poco dopo che era incinta. Quando tentavano di aiutare il ragazzo lo mortificavano e molto spesso svolgevano i compiti al suo posto, magari facendosi aiutare dai cugini più grandi. Inoltre dopo che la mamma aveva partorito molto spesso Giuseppe aiutava in casa o nel loro giardino e l’istruzione era messa sempre all'ultimo posto. Ciò nonostante Giuseppe riportava buoni voti in pagella e la mamma era la prima a non riuscire a capire come ciò fosse possibile. Quasi alla fine dell’anno scolastico inizio ad aiutare Giuseppe. La mamma mi informa che la classe  è composta da 8 alunni e che lo aveva iscritto al tempo prolungato credendo che in questo modo il figlio fosse maggiormente aiutato e supportato, riconoscendo inoltre che sia lei che il marito non erano in grado di supportarlo. Aggiunge che spesso era andata a parlare con le insegnanti e che queste erano contrarie ad un aiuto per Giuseppe perché il ragazzo era per loro molto bravo. Fortunatamente la mamma era consapevole della situazione: Giuseppe in quarta a volte sbagliava a scrivere il suo nome (mancava le doppie), non sapeva leggere bene, non era in grado di fare semplici calcoli, confondeva le lettere (motivo per cui gli zii hanno chiesto più volte e invano alla madre di chiedere un consulto medico per il ragazzo ipotizzando un disturbo specifico dell’apprendimento)  e l’elenco potrebbe continuare. </div><div>La mamma di Giuseppe mi chiede di aiutarlo nuovamente, già da inizio settembre, sempre sotto suggerimento della cognata, per tentare di colmare una serie di lacune che il ragazzo aveva, prima dell’inizio dell’anno scolastico. Inoltre la mamma mi chiede di accompagnarla a un colloquio da lei richiesto con l’insegnante prevalente. La docente ci riceve (dopo essersene dimenticata per ben due volte) e in quell'occasione le chiedo un confronto circa le carenze che avevo ritrovato nella preparazione di Giuseppe. Contrariamente a quanto comunicava sempre alla madre del ragazzo, conferma tutto e lascia a me il compito di colmare queste lacune. Si giustifica affermando che non può ritornare su argomenti affrontati precedentemente perché la scuola pretende che si segua una programmazione ben delineata e aggiunge che anche se la classe è composta da soli 8 alunni, ognuno di essi ha una serie di difficoltà e che tutto sommato Giuseppe era il migliore. Dopo questo deludente colloquio la mamma decide di rivolgersi al dirigente scolastico, ma la situazione ad oggi non è cambiata. Aiutavo Giuseppe due volte a settimana e già così era difficile ritagliarsi del tempo, do per aver svolto i compiti, per colmare delle mancanze. Ora, con l’attuale emergenza legata al corona virus, il ragazzo è nuovamente abbandonato a sé stesso e purtroppo sono consapevole che sarà difficile, se non impossibile per lui, recuperare non questi mesi, ma anni persi.</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-04-06 12:48:16 UTC</pubDate>
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