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      <title>Sceneggiature by </title>
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      <description>ricordare, sostare, nominare, raccontare, scrivere, narrare..</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2022-10-16 09:04:00 UTC</pubDate>
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         <title>UN NUOVO CAMMINO</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
         <link>https://padlet.com/camillabarbanti2/at9551qabua9ect0/wish/2341729690</link>
         <description><![CDATA[<div>Un tardo pomeriggio di luglio, alla fine di un anno di coordinamento, con l’ultimo periodo estivo finito proprio quel giorno, appena conclusosi con consegna dei documenti dei materiali e delle chiavi della scuola sono tornato a casa e mi stavo accingendo ad andare a prendere l'auto in garage per andare via nel fine settimana con la mia famiglia: moglie e bimbo di 16 mesi. È la fine di una stagione dura stancante, ho voglia di staccare comincio già a rasserenarmi, i pensieri e le preoccupazioni del lavoro cominciano a lasciare la mia mente, ricevo una telefonata del mio presidente della cooperativa per cui lavoravo allora mi fermo e rispondo. Dopo i convenevoli e un accenno veloce al periodo estivo appena finito mi spiega del servizio case vacanze e mi propone di fare il supervisore, mi spiega a grandi linee quale sarà il mio ruolo, faccio domande, cerco di capire qualcosa di più, non si aspetta una mia risposta immediata ma mi consiglia di pensarci su in attesa di vederci lunedì con gli altri due presidenti che compongo l’a.t.i. su questo appalto e di tenermi tutte le domande per allora. Cercano una persona e lei ha proposto me. Durante la telefonata rimango nell'androne che dà accesso alla rampa dei box poiché se fossi sceso non avrei potuto continuare la telefonata, lì sotto il cellulare non prende. In quel lasso di tempo è arrivato il classico temporale estivo molto forte con vento forte pioggia scrosciante e una grandinata veramente niente male e la temperatura è calata di parecchio. Finita la chiamata e finito il temporale prendo l'auto, era tardi, durante il tragitto per raggiungere la località montana comincio a parlare con mia moglie della proposta, e ne parliamo con calma nei due giorni successivi. Dopo il fine settimana, avrei iniziato le agognate vacanze quindi stavo staccando stavo già pensando a come rilassarmi, stavo già pregustandomi l’oblio in cui avrei posto le fatiche di tutto l’anno. A seconda della decisione presa avrei dovuto rinunciare in parte o in toto alle mie vacanze. Alla fine dopo aver ponderato tutte le variabili possibili non sapevo cosa fare, quello che mi fece decidere di accettare &nbsp; fu il fatto che rispondendo a quella chiamata evitai di uscire con l’auto proprio durante la grandinata che seppur breve fece parecchi danni, e questo lo interpretai come un buon auspicio un segno esterno, non ponderato ma sostanzialmente positivo e devo dire che tutto sommato ho fatto bene ad accettare.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:11:18 UTC</pubDate>
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         <title>Sensibilità: forza o debolezza?</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
         <link>https://padlet.com/camillabarbanti2/at9551qabua9ect0/wish/2341730113</link>
         <description><![CDATA[<div>Un sabato mattina durante un incontro protetto: due bambini molto piccoli in affido, due madri affidatarie, due genitori, due sorelle, io educatrice.<br>Una situazione che seppur nata nella complessità, ha sempre avuto un andamento relativamente lineare durante gli incontri.<br>Il pianto incessante del bambino apre un nuovo scenario: paura, preoccupazione, ansia, frustrazione, rabbia, frasi mal formulate, qualche frecciatina, alcune accuse, ambulanza, carabinieri...<br>Il caos.<br>La situazione viene gestita e piano piano i pezzi trovano una loro composizione.<br>L'incontro finisce e ora con chi lo condivido?<br>Io, educatrice e coordinatrice di me stessa.<br>Qui nasce il bisogno di confronto, di condividere l'evento con qualcuno, di ricostruirlo per capire: come avrei potuto gestirlo meglio? Evitare alcune cose? Soprassedere ad altre?...?<br>Mi trovo nel tragitto di ritorno verso casa a ripensare e ad elaborare le mie emozioni e le mie più primordiali paure e insicurezze. 1° fase<br>Analizzo poi la situazione nel suo insieme: cosa mi ha turbato? Cosa mi avrebbe aiutato? Cosa mi avrebbe fatto stare più tranquilla? Cosa avrei potuto agire diversamente? Quali fattori avrei potuto valutare/prevedere? 2° fase<br>Procedo poi, dopo aver decostruito a ricostruire, cosa ho capito/imparato, cosa voglio che non capiti alle mie educatrici, come aiutarle prevedendo un piccolo protocollo es: se succede che devi chiamare l'ambulanza quale procedura, se i carabinieri...<br>Rileggo il ruolo nella sua complessità e comprendo quanto sia necessario esserci ed accogliere, raccontare e condividere, sostenere e restituire, decomprimere e ridimensionare, alcune esperienze che gli educatori vivono in modo "soggettivamente forte".</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:12:23 UTC</pubDate>
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         <title>La telefonata che non ti aspetti</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
         <link>https://padlet.com/camillabarbanti2/at9551qabua9ect0/wish/2341731103</link>
         <description><![CDATA[<div>è un pomeriggio di gennaio, i miei pensieri ormai diretti alla nuova vita che mi aspetta da lì a pochi mesi. Avevo chiuso il capitolo scuola, dato tutte le consegne alla nuova collega e liberato la mente dalla frenesia del lavoro.<br>Quando squilla il telefono... ecco la telefonata che non ti aspetti, quella che alla sola lettura del contatto ti aumenta il battito, ti sudano le mani. Iniziano a frullare nella testa mille domande cosa succede?, cosa ho sbagliato? cosa mi dirà?<br>...<br>Faccio un respiro profondo prendo coraggio e rispondo. Il tono è pacato, si sente dalla sua voce che sta sorridendo e io inizio a rilassarmi pensando che vorrà solo sapere come sto.<br>Dopo poco il tono si fa più serio e si passa dal personale al professionale.. "sai sen non fossi stata in maternità ti avrei proposto di coordinare l'equipe"<br>...<br>un misto di gratitudine e di rabbia iniziano ad invadere il mio corpo, la mia testa e le mani riprendono a tremare... cosa posso rispondere? Mi sento in difficoltà, perchè mettermi nella condizione di colpevolizzare un momento così bello della mia vita con un'informazione che adesso non può cambiare le cose? Perchè portarmi a pensare a cosa sarebbe stato e a cosa sarà?<br>Cerco di calmarmi e portare la conversazione sugli aspetti positivi: cosa vede in me per propormi questo ruolo che tanto mi piace ma anche tanto mi spaventa, che potrebbe ripagarmi del tanto impegno e gli sforzi di questi anni.&nbsp;<br>Poi ci salutiamo con la promessa che al mio rientro qualcosa di nuovo ci sarà...<br>Io resto così, mi lascio cadere sul letto e continuo a domandarmi perchè così, perchè in quel modo e perchè in quel momento.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:14:57 UTC</pubDate>
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         <title>ricorsi</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
         <link>https://padlet.com/camillabarbanti2/at9551qabua9ect0/wish/2341731658</link>
         <description><![CDATA[<div>RICORSI...CANTICCHIANDO "COME SI CAMBIA PER NON MORIRE"<br>di Elis Ferracini<br><br>1996, in un paesino di quella terra di mezzo chiamata alto-milanese o basso-varesotto (dipende da gusti o punti di vista o dall'altezza dell'abitante la zona). Coordinavo un gruppo di insegnanti della scuola dell'infanzia coinvolto in quello che si definiva "lavoro per progetti mediante l'uso pedagogico del burattino". Siamo nell'ambito del pensiero di Malaguzzi, ispirati dalle esperienze delle scuole dell'infanzia reggiane. Il patto tra adulti coinvolti è scardinare la routine, lavorare ad altezza di bambino e al suo fianco consentire/costruire/fare esperienze, renderlo profondamente partecipe e protagonista del proprio percorso di conoscenza. E' un "modo" di lavorare che chiede all'insegnante "impegno supplementare" (ad es costruire il burattino, o "studiare" per rendere concreti taluni concetti, o consentire di praticare le ipotesi) perché il progetto dispieghi tutte le possibilità ed i bambini vivano una esperienza divertente e "complessa".<br>A progetto già avviato, anzi inoltrato, vengo convocato dalla Preside per un "incontro fuori programma" col collegio delle insegnati. La Preside parla a nome del gruppo: il progetto non va bene; la magia del confine tra vero e falso, del dare/attribuire vita a ciò che vita non è scattato; i bambini sono sganciati da storia e personaggio e le attività ad esso collegate stentano a partire; i bambini non "sono dentro la storia" e quel gioco di avanzare ipotesi e fare esperienze a partire dagli step narrativi non avviene. Era la prima volta che accadeva. Lascio in sospeso qualsiasi risposta e vado all'angolo come un pugile suonato. Sto per gettare la spugna...quando, prima del gong della ripresa, riordino le idee e chiedo alla Preside di poter visionare la documentazione video delle attività...ed ecco che...in diversi appuntamenti col personaggio, che è un burattino animato dalle insegnanti, un paio di loro colleghe intervengono così "ma hai i capelli di lana" "perché hai un braccio solo che si muove (tecnica burattino animato a vista a mano vera)", oppure rivolgendosi ai bambini "ma cosa gli chiedete? Non vedete che è finto". Consegno alla Preside relazione, cassetta vhs, e la mia lettera con cui lascio indicazioni scritte per la prosecuzione del progetto e mi congedo chiudendo il rapporto con quell'Istituto. Qualsiasi ripresa di collaborazione sarebbe stata subordinata a chiarezza di idee circa impegno, responsabilità, orizzonte. Non ho mai più sentito nessuno. Nemmeno la Preside. Amen. Ma qualcosa mi stringe la gola come l'ovosodo di Virzì.<br>2022 in un paesino dell'alto-milanese o del basso-varesotto, ma un altro. In gennaio inizia con una classe seconda secondaria di primo grado un laboratorio teatrale. Tema: l'Europa, le possibilità che l'Unione offre a difesa dei diritti dei suoi cittadini e le ragioni della sua nascita. La classe vede il film L'isola delle rose. In particolare una docente sostiene la motivazione. 24 febbraio scoppia la guerra tra Russia ed Ucraina e ci si accorge della gravità e della piega orribile che la Storia sta prendendo. Ed anche di cosa sia in realtà l'Unione Europea. Che si fa? Un sogno non si uccide, e l'utopia trova spazio in scena quale palestra di una possibile futura realtà. Andiamo avanti e problematizziamo con la classe le questioni. Montiamo la scena finale, ma la prof non c'è perché impieghiamo l'ora di una collega, sempre di materie umanistiche e collegata, ma meno al progetto. Il finale vede coinvolta tutta la classe che inscena le ragioni dell'Unità Europea uscita dall'orrore della Seconda Guerra Mondiale con la promessa che non accadesse più. E' un finale intenso, che interroga su ciò che i grandi, soprattutto, devono fare oggi. Silenzio. Attesa. Io 56 anni e 19 dodicenni guardiamo la prof che ha fatto da pubblico per me, e che è docente dei ragazzi che attendono risposta dall'autorità in carica permanente (io sono transeunte, come lo spettacolo dal vivo): "Bello, però lo sapete no? La guerra da che mondo è mondo c'è. E' inevitabile". Silenzio. Ma ora è di altro tipo...posso forse intuire dagli sguardi il silenzio dei ragazzi. Lo sento profondo, ma non capisco bene il mio. Stavolta non me ne vado. Concludo il lavoro, grazie all'intensità dei ragazzi e alla prof dell'Isola delle Rose. Si va in scena tra risate, anche quelle sì, con tutto il peso della Storia raccontata con leggerezza e lucciconi finali. Applausi. Smonto audio e luci. Stavolta non ho detto niente e a nessuno. Sono andato ko e non ho concluso quel match. La scuola mi ha già detto che mi richiamerà. E l'ovosodo che si ferma in gola e non va né su e né giù è tornato lì...e provo a smuoverlo prima che mi soffochi, canticchiando "come si cambia per non morire"</div><div><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:16:05 UTC</pubDate>
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         <title>A VOLTE BASTA UNA FRASE</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
         <link>https://padlet.com/camillabarbanti2/at9551qabua9ect0/wish/2341732486</link>
         <description><![CDATA[<div>Da quando ero arrivata in cooperativa ad aprile 2011, il mio ruolo era essenzialmente di educatrice presso il Centro Diurno. Dovevamo rendicontare tutto al nostro coordinatore Piero e condividere con lui ogni azione, scelta o pensiero. Poi pian piano, iniziò a lasciarci fare, a darci più autonomia, a non partecipare ad ogni incontro con i Servizi Sociali. La mia collega diceva che si fidava di me, che non temeva la mia presenza e che non ero vista come una minaccia al suo ruolo.<br>Poi un giorno d'autunno, con la pioggia che ticchettava sulle finestre e il vento che soffiava forte, durante un'equipe tra educatori e coordinatori, Silvia ci comunicò che era incinta e che sarebbe andata in maternità al massimo entro Natale. Chi l'avrebbe sostituita? Con lei ormai c'era molto feeling: bastava guardarci e ci capivamo al volo... i giorni iniziarono a passare e arrivò dicembre. Ero ad un corso di formazione a Bergamo, faceva molto freddo e stavo sorseggiando un bicchiere di the caldo durante la pausa, quando squillò il telefono: era Piero. Mi disse con voce fiera: "ho trovato qualcuno per il Centro", ero in attesa, curiosa, ma quando esclamò il nome del mio futuro collega, rimasi un po' delusa, lo conoscevo e sapevo che sarebbe stata dura relazionarsi a lui, visto che era sempre stato coordinatore di comunità...l'unica frase che mi uscì di bocca fu " che bel regalo di Natale in anticipo". Non so se Piero capto' il mio stato d'animo, se avesse percepito il mio timore di essere "sostituita" nella gestione del Centro... il Centro che io e Silvia avevamo ridefinito, riposizionato e rinnovato. Fu allora, mentre la mia mente era offuscata da mille pensieri, dubbi e paure, che Piero disse " gli ho detto con chiarezza che sei tu la coordinatrice". Rimasi immobile, in silenzio, volevo chiedergli di ripetere, temevo di aver capito male. In questi mesi mi aveva concesso dei pezzi di coordinamento, ma non aveva mai esplicitato che il mio ruolo fosse cambiato. Sorrisi e risposi semplicemente ok. Era un riconoscimento importante detto da lui.... stabiliva dei confini con il "nuovo arrivato", mi confermava che Piero si fidava di me e che mi riteneva all'altezza. Ci vollero anni prima che questo mio ruolo diventasse ufficiale anche in cooperativa e di fronte ai Servizi Sociali, dovetti chiederlo a gran voce, ma grazie a quel riconoscimento verbale ebbi la spinta a proseguire per la mia strada.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:17:49 UTC</pubDate>
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         <title>Scena matrice</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
         <link>https://padlet.com/camillabarbanti2/at9551qabua9ect0/wish/2341732896</link>
         <description><![CDATA[<div>Ho 8 anni e sono nel giardino della mia scuola di periferia, è l'anno scolastico 1979/80, io faccio l'intervallo così un po' ciondolante sbocconcello un panino al salame (come facevano i miei genitori ad avere il pane fresco al mattino) soffro un po' di solitudine quando la formazione banchi si sfalda e si scioglie nei giochi della lunga ricreazione (sempre almeno mezz'ora abbondante).<br>Sono una bambina minuta e insignificante con un grembiulino nero ordinato e pulito, capelli obbligatoriamente corti con una molletta sul davanti.&nbsp;<br>Ciondolo da sola nella zona prossimale della mia maestra unica, non entro nella sua zona di riposo condivisa, ma percorro il perimetro senza mai perderla di vista con l'occhio sinistro. Con quello destro guardo le due bambine&nbsp; con cui desidererei stare, due spilungone dai nomi moderni Sabrina e Viviana, le più brave della classe, ovviamente quanto me, ma che si bastano a sé stesse e che non desiderano la mia interferenza. Già ancora non sapevo, ma si faceva chiaro il mio destino, un nome, un suffisso... di presenza, assenza, riverenza, pitarenza...&nbsp;<br>In questo stato di strabismo vigile, intercetto il movimento del piccolo Ventura, quello rosso, come Malpelo, che certo io non avevo mai letto, ma chissà quante delle generazioni che mi hanno preceduto avevano vissuto sulla propria pelle.&nbsp;<br>Mario appunto fa qualcosa non doveva fare, la mia maestra Maria Zausio, all'ultimo ciclo della sua carriera, lo rimprovera risoluta... senza porsi alcuna questione di ruolo, di opportunità, di confine, di referenza, ha visto ed interviene.&nbsp;<br>Mario si gira e le restituisce il rimprovero con una sonora sberla !!!<br>Scrash!!!<br>&nbsp;Uno squarcio, una scena madre, una visione profonda che si deposita per sempre e che si ripropone a più riprese generando domande che salgono vaporose come piccoli ruttini di bambini....<br>Perché questo bambino insieme ai suoi fratelli, ai suoi cugini, a tanti altri come lui, fa così?<br>Può essere cattivo? Anche io picchio mia sorella o mia cugina, ma la maestra... Forse perché i suoi genitori sono nati altrove?&nbsp;<br>Anche i miei genitori sono nati altrove<br>Forse perché i suoi genitori non hanno studiato?<br>Anche i miei non hanno studiato<br>Perché non far i compiti?&nbsp;<br>Forse perché nessuno lo aiuta?<br>Anche i miei non mi aiutano, non ci sono in casa come potrebbero farlo? E coi problemi di 4 elementare che son diventati difficili e io aspetto la mamma la sera e lei mi dice facciamoli insieme, mentre studia per prendere la patente, ma io lo so che non riesce a falrli e così appena si avvicina mi viene in mente la soluzione così che lei non è costretta a rivelarmi il suo segreto. ... Perché perché qual è il segreto che rende cose simili così profondamente diverse?&nbsp;<br>A più riprese dico ho capito lungo la storia... è la casa che è diversa, una casa popolare...&nbsp; è la zona della Sicilia del mare o della collina, ah ho capito stavolta ho capito ... sono le tette la la differenza e così ho creduto&nbsp; per molto tempo.. e a volte non nego che ci credo ancora...</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:18:42 UTC</pubDate>
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         <title>Il mio giorno. Il mio</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
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         <description><![CDATA[<div>L’estate sta finendo e se un anno sta andando via, un altro sta per cominciare.</div><div>Il Mio.</div><div>&nbsp;</div><div>Sono le 17.</div><div>io sono arrivata alle 14 per preparare tutti i documenti, ho con me un quaderno nuovo e circolari fresche di stampa.&nbsp;</div><div>Si comincia a quanto pare.&nbsp;</div><div>E quest’anno le forbici per tagliare il nastro di partenza le ho io.</div><div>&nbsp;</div><div>“Ciao ragazzi, entrate pure!”&nbsp;</div><div>Spalanco le porte del Centro Azzurro, il luogo che mi ha visto crescere come educatrice alle prime armi, spazio di equipe, di supervisioni, di lavoro attivo con i ragazzi, di pranzi e cene con i colleghi.</div><div>E’ un luogo del cuore.</div><div>Oggi devo fare la padrona di casa e non nascondo di sentirmi un po’ agitata.</div><div>&nbsp;</div><div>Gli educatori entrano.&nbsp;</div><div>Sono i miei colleghi.&nbsp;</div><div>La maggior parte sono coloro con cui ho iniziato proprio qui la mia esperienza lavorativa, con altri abbiamo condiviso percorsi, altri invece sono completamente nuovi, ci stringiamo le mani per suggellare il nuovo inizio.</div><div>La stanza si riempie, il cerchio si anima di voci argentine e colori.</div><div>Oggi il pc sul tavolo è il mio, non più di Cristina, la coordinatrice che mi ha preceduto; mi ha detto: "Chiamami poi e fammi sapere come è andata!!"</div><div>&nbsp;</div><div>Sono diventata la coordinatrice dell’equipe in cui fino a tre mesi fa ero un’educatrice.</div><div>Da quest’anno per me non suonerà più la campanella del primo giorno di scuola, come sarà?&nbsp;</div><div>Sarà diverso, strano.</div><div>Io dovrò essere punto di riferimento di colleghi con cui fino a ieri ho condiviso il percorso di educatore scolastico.&nbsp;</div><div>Non solo mi domando se sarò in grado di ricoprire questo ruolo ma se loro riusciranno a guardarmi in queste nuove vesti.</div><div>Un applauso scioglie la tensione, la fiducia che loro mi dimostrano la percepisco e mi rafforza.</div><div>Li ringrazio e comunico loro di sostenermi nel mio nuovo cammino.</div><div>&nbsp;</div><div>Non mi sento spaesata, ho sempre amato (e forse ambito) il ruolo di Cristina, è un territorio che conosco, ho abitato per anni le sue strade, riconosco i volti.</div><div>So di cosa devo parlare e mi stupisco di questa mia fermezza e determinazione.</div><div>Cerco di imitare Cristina nella narrazione ma poi mi accorgo di essere in grado di raccontare le storie di ogni bambino perché la vera forza di questa equipe in questi anni è stata la condivisione, la partecipazione; ricordo nomi e vicende, scuole, strutture, ostacoli, cammini.</div><div>Negli anni, negli spazi dedicati all’equipe a turno abbiamo raccontato i nostri percorsi, le idee per la creazione di attività, abbiamo comunicato le mete raggiunte e gli ostacoli che arrestavano il nostro cammino, a turno ascoltavamo i colleghi e partecipavamo ad un dialogo di scambio costruttivo dove nessuno si è mai sentito giudicato.</div><div>Insieme abbiamo costruito percorsi pedagogici che ci hanno formato.</div><div>&nbsp;</div><div>Due ore scorrono in gran velocità, mi sono incartata su alcuni punti ma l’equipe mi ha aiutato a venirne fuori, avrei ancora tanto da dire…ma oggi è solo il primo giorno. Il mio.</div><div><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:20:07 UTC</pubDate>
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         <title>La faccia scazzata</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
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         <description><![CDATA[<div>Eccoci, martedì mattina, ore 9.00: il giorno dell'equipe.&nbsp;<br>Alzo la serranda con un po' di fatica, sistemo il tavolo e posiziono le sedie intorno, accendo la moca elettrica così poi possiamo bere il caffè.<br>Arrivano le prime persone...aspetto....e già mi sale un pò di irritazione: le solite immancabilmente in ritardo!&nbsp;<br>Eccola che si avvicina, entra con il suo tradizionale atteggiamento "scazzato", si siede sulla sedia facendo cadere il corpo come se fosse stanco e pesante.<br>Allunga le gambe sotto il tavolo, si stravacca e dipinge sulla sua faccia quell'espressione che dice: "non ho nulla da imparare da te, sono qui perché devo".&nbsp;<br>Nel mio cervello il fastidio e l'incazzatura si mescolano all'insicurezza: "forse ha ragione lei, forse non ho nulla da insegnare" e tutto diventa più complesso....<br>Passano i giorni e si susseguono gli episodi in cui la mia fatica si fa sempre più pesante. Finalmente qualcosa mi fa capire che devo cambiare sguardo e abbassare le difese.<br>Mi avvicino, indago la sua opinione, esprimo i miei dubbi e le chiedo:" Tu che cosa hai da portare? Che cosa vuoi portare? Tu mi puoi aiutare e quindi chiedo a te". &nbsp;<br>Piano piano.... piccoli passi di avvicinamento, le faccio intendere che sono in ascolto, valorizzo le sue competenze: non più una da una parte e l'altra dall'altra del tavolo, a fronteggiarci davanti al gruppo ma due sguardi aperti vicendevolmente.<br>E finalmente le cose cambiano, da una parte si abbassano le difese, dall'altra ci si apre all'incontro.<br>Ed ecco che con sorpresa, dopo tanto tempo, sei tu l'unica che mi chiama "capo", con il tuo modo sempre un po' sbruffone, a cavallo tra affetto e ironia.&nbsp; &nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:21:06 UTC</pubDate>
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         <title>ECCO IL POTERE DEL TERMOSCANNER</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
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         <description><![CDATA[<div>Mercoledì pomeriggio, ore 15, abbiamo appena terminato l'équipe del nido.<br>La coordinatrice esce velocemente, diretta in un alto servizio.<br>Due colleghe si cambiano gli abiti della giornata di lavoro, zaino in spalla sono pronte ad andare a casa.&nbsp;<br>Nella stanza rossa un educatore si appresta a cambiare i bambini della bolla appena svegliati.<br>Nella stanza blu l'altra educatrice prepara i bicchieri per la merenda.<br>Io sono pronta ad andare...<br>Ma ecco un pensiero fulmineo mi attraversa la mente, espresso ad alta voce: "Non ci siamo detti niente sul termoscanner! Proviamo ancora la temperatura ai bambini e ai loro genitori all'ingresso?".<br>Già, era fra le domande da affrontare in èquipe...un semplice gesto che da due anni compiamo tutti i giorni in accoglienza, ora poteva essere abbandonato, L'EMERGENZA ERA FINITA!<br>Ma per la nostra equipe non basta un avviso ufficiale, uno stop dato dalla legge, il termoscanner è ancora in uso.<br>Quell'oggetto che ha complicato le nostre mattine, deve essere lasciato!<br>Guardo i colleghi e ripeto " Cosa facciamo?".<br>Alla porta le colleghe propongono di prendere la decisione per alzata di mano ed esprimono in maniera unanime la loro opinione: l'abbandono istantaneo dello strumento!<br>Dalla stanza blu fa capolino l'altra collega che con occhi spaventati ci ricorda che: "forse non è la settimana giusta, c'è la mani-bocca-piedi !!!".<br>Il collega nella stanza rossa, mentre cambia un bambino sul fasciatoio, dichiara la propria astensione...<br>Io al centro che devo trovare la soluzione, sento lo sguardo di chi attende la mia parola finale...<br>Guardo la stanza blu e ho in mente perchè la mia collega sia spaventata, so chi vuole proteggere a casa.<br>Guardo la stanza rossa e so che il mio collega pensa che in fondo è sempre stato inutile e assurdo provare la temperatura tanto non esiste nessun grave pericolo.<br>Propongo di terminare la settimana e provare ad utilizzare il termoscanner solo con i bambini per vedere le reazioni degli adulti, per poi comunicare ufficialmente, il lunedì successivo&nbsp; alla riune genitori, la fine della prassi.<br>Tutti acconsentono...rimangono la paure di chi dovrà affrontare un ritorno alla normalità, i silenzidi chi non si espone nelle azioni ma è ,nel privato, lapidario nel dare giudizi...<br>Esco dal nido, sole, luce, al Centro Anziani mi aspettano per concordare la nostra prima uscita sul territorio, iniziano "le gite di primavera"!</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:21:59 UTC</pubDate>
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         <title>Mezzo sogno di una notte d&#39;estate</title>
         <author>camillabarbanti2</author>
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         <description><![CDATA[<div>Era il 2018 forse, ultimi giorni di luglio, vacanzina, pernotto Spazio Adolescenti.</div><div>Che stano, se ci penso adesso mi sembra che fossi molto più forte allora di quanto non mi senta oggi.</div><div>Equipe: io, tania, serena, marco e io.</div><div>12 ragazzi circa.</div><div>Il furgone lo guida la sere, io e marco l’auto con a bordo i più delicati.</div><div>Facciamo la vacanza perché ce la siamo meritata, il gruppo ha attraversato tante fatiche, il gruppo è diventato un gruppo e vale la pena di investire e fare un’esperienza forte.</div><div>Federica non viene, nel gruppo c’è suo figlio, Francesco, 16 anni, la sindrome di down, non parla, ma comunica tanto.</div><div>Dobbiamo salutare robinson, ne ha 19 di anni, l’anno prima aveva chiesto il prosieguo, ma poi abbandona la scuola, per due volte riesco a fermarlo in tempo, a ipnotizzarlo e a convincerlo che ce la può fare, che ha il diritto e anche un po’ il dovere di provare. La terza volta ci sta attento e lo fa prima che io possa intervenire, va a scuola e si ritira.</div><div>È bloccato, in stallo.</div><div>Valutiamo che è il momento delle dimissioni. Lui se ne va, per un po’, va in Albania, fa cose vede gente…poi torna, mi cerca mi chiede di venire in vacanza, vuole salutare gli altri, vuole salutare noi…</div><div>Accetto, i miei colleghi un po’ reticenti, un po’ sospettosi, robinson fa casino, trascina gli altri, è tanto che non lo vediamo, abbiamo perso il legame. Se ce lo chiede è diverso, non lo avrei invitato, ma mi ha proprio cercato…è venuto al centro estivo per cercarmi e chiedermi…</div><div>In macchina con me….è il mio specifico.</div><div>Agitato, ma non più del solito</div><div>Sopra le righe, ma non più del solito, non si rilassa, ma non meno del solito</div><div>Mare nuotare al largo</div><div>Si ferma torna indietro … che sega!</div><div>Vado avanti con gli altri, bella nuotata, come sempre. Mi dispiace che non sia arrivato… ma è giusto così, si sta separando.</div><div>Nuotare schizzare parlare</div><div>Robinson sulla riva, parla con serena</div><div>Nuotare schizzare parlare</div><div>Robinson sulla riva, parla con marco</div><div>Nuotare schizzare parlare</div><div>Robinson sulla riva, parla con tania.</div><div>Tania mi cerca, aspetta una pausa tra il nuotare schizzare e parlare e mi prende da parte: Robinson è fatto di coca.</div><div>Eccheccazzo, ma fino all’ultimo mi devi incasinare! Ma porca puttana ma è possibile che debba sempre pensare solo a te?!</div><div>Ma cosa sei andato cercando? Che cosa non sono riuscita a fare per farti pensare che potevi stare sulla scialuppa, che potevi navigare, che potevi affrontare il mare, che noi saremmo stati dalla tua parte, sempre…ragazzini per strada… la ascoltavo quando ti portavo a casa dopo le serate speciali e sempre cazzo piangevo…non sapevo perché…</div><div>Tania sa cosa gli sta succedendo, ne ha viste, sa cosa gli succederà, mi fa capire cosa gli serve.</div><div>Sere è spaventata, ma organizza tutto il setting, pensa a tutti i particolari</div><div>Marco è teso, si prepara, non parla, osserva.</div><div>Vado in cucina, the show must go on, e ci sono gli altri, tu vai, gli altri restano.</div><div>A turno vengono, chiara, angelo, giulia, a dirmi che sanno a chiedermi che è pirla a chiedermi cosa farò…</div><div>Ascolto, legittimo, sono sicura nella mia incertezza, faremo quel che serve, non preoccupatevi.</div><div>E passa la sera e arriva la notte.</div><div>Francesco non dorme, non si rilassa, non sia addormenta viene a chiamarmi… se non veniva non so, ma è venuto… vado là…robinson dorme come un sacco, cavolo la tania ha fatto proprio bene a dargli la valeriana…ma basta quella?! Ma veramente?!?</div><div>Francesco mugugna, robinson dorme, francesco piangiucchia, robinson dorme, io sveglia…io penso, io cammino lungo la stanza…</div><div>Avrei dovuto chiamare la polizia? Ma dovevo forse chiamare l’ambulanza? Avrei dovuto portarlo a casa? Ma me lo tengo qua? E gli altri? Cosa gli sto mostrando?</div><div>Serena, tania, marco, dormono, io cammino…</div><div>No, non chiamo enza, non chiamo nessuno, non posso lasciarmi andare, se chiamo enza sento che piango, se chiamo enza mi si apre una breccia, se chiamo enza mi accorgo di essere spaventata… tengo…i miei colleghi dormono, sono più esperti di me in sostanze..dormono… penseranno che sono permissiva? Penseranno che ho sbagliato a dirgli di sì a venire in vacanza? Cosa gli insegno? A prendersi dei rischi più grandi del dovuto? E se va tutto a puttane? Ma cosa diranno i ragazzi alle famiglie? Che il più grande del gruppo è venuto fatto di coca? Che allo spazio ado si può andare fatti di coca?</div><div>È giorno, mare, nuotare schizzare parlare…due parole, ma gli sto lontana, non mi avrai.</div><div>Lui telo, dorme, pallido, cazzo te lo meriti … faccio i numeri, tutti in acqua, li ipnotizzo, eh no, non te li lascio a fare il pubblico.</div><div>Arriva la cena. Scenata, insulta il più piccolo del gruppo per un piatto di pasta passato maldestramente.</div><div>Mi alzo, mi viene una voce che parte non dalla pianta dei piedi ma dal fondo del mare, mi sale come un’onda, mi porta in alto e lo sollevo di peso: “non ti devi permettere di trattare un altro del gruppo così, adesso alzati e vai, perché qua il tuo posto non c’è più”.</div><div>Piango, prima che me ne accorga, piango e piangono, tutti , quasi tutti piangono, sere mi tocca la spalla. Io piango e parlo e dico che è giusto piangere, che possiamo piangere perché è un dolore quello che è successo, che a volte succede e non vale la pena trattenersi, possiamo essere quello che siamo.</div><div>Caccia al tesoro</div><div>Bagno di mezzanotte, in mutande, non pensavo che l’avremmo fatto davvero… magico</div><div>Robinson ..pensiero qualche volta, ma no, non troppo, tranquilla.</div><div>Rientriamo, ho solo paura che torni in tempo per rubare agli altri la scena</div><div>Non torna, tutti a letto. Se lo chiedono ma ci vedono tranquilli, si rassicurano. Dormono.</div><div>Marco, sei sicura? Lo lasciamo in giro?</div><div>Per me sì. Ha 19 anni, se va in giro in albania a farsi di coca può stare una notte di luglio sulla spiaggia di sestri levante.</div><div>Marco pensa che ce ne pentiremmo, chiamalo tu, io no, io segno lo stop. Lo chiama, risponde al primo squillo, torna gambe in spalla. Cercagli un posto da un’altra parte, non entra nella casa dove dormono gli altri è fuori. Guardate i treni e domani lo accompagnate.</div><div>Marco lo accompagna in un salottino nell’altra parte della casa, dove abbiamo messo i giochi in scatola.</div><div>Gli consegna il libretto, con le foto e le scritte, che io gli ho preparato. Leggilo robinson, e pensaci su.</div><div>Notte, dormo.<br>La mattina serena e marco lo portano in stazione, gli altri si svegliano con calma, qualcuno fa in tempo a vederlo, a salutarlo.</div><div>Noi ultimo bagno e poi si rientra, in furgone.</div><div>Viaggio, accompagno, arrivo a casa.</div><div>Chiamo la sua mamma. Le racconto, è costernata, preoccupata, dispiaciuta.</div><div>Chiudo. Accendo una sigaretta.</div><div>Adesso chiamo enza.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-16 09:26:15 UTC</pubDate>
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         <title>Re(l)azione</title>
         <author>claudiabodini</author>
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         <description><![CDATA[<div>La mia storia unisce episodi differenti che ruotano tutti attorno ad un unico tema: la relazione coordinatore-educatori.<br>Da quando ho accettato l'incarico di coordinatrice ho sempre avuto in mente il modello che avrei voluto seguire e sto provando a metterlo in pratica con tutti, ma sempre più mi sto accorgendo che per quanto io sia sempre me stessa, il risultato non è sempre il medesimo con tutti.&nbsp;<br>Sono tre gli episodi che ho in mente.<br>1. Un'educatrice lamentava l'ingestibilità del servizio che stava svolgendo portando diverse sue criticità. Ho ascoltato, mi sono confrontata con i miei superiori e per supportarla le ho proposto un percorso che ha rifiutato (seppur senza ufficialità).<br>2. La necessità di assegnare alcuni incarichi mi ha portato a fare numerose chiamate a diversi operatori cui proporre i servizi. Le risposte negative sono state maggiori rispetto a quelle positive.<br>3. Ricevo la chiamata di una mamma che lamenta un mancato svolgimento di compiti da parte dei figli durante il doposcuola. Sento l'educatrice per capire cosa fosse successo e questa mi spiega come effettivamente si è svolto il pomeriggio. Prontamente riferisco alla mamma e la situazione si risolve. L'educatrice mi contatta per dirmi che apprezza molto lavorare nella nostra cooperativa perché riceve sempre un rimando dai suoi coordinatori e quindi si sente supportata nei suoi servizi e non si sente sola.<br>Questi tre particolari episodi mi hanno fatto riflettere sui temi della RELAZIONE  e della REAZIONE perché nonostante le diverse condizioni di svolgimento, hanno smosso in me sensazioni differenti. In tutte le situazioni io ero presente, eppure ho trovato tutti esiti diversi: nella prima situazione sento di non essere riuscita a rispettare il modello di coordinatore che ho in testa, a differenza della terza situazione dove sento di aver raggiunto l'obiettivo. Nella seconda ho trovato conferma del fatto che il mio modo di sentire non cambia in base al fatto che riceva delle risposte positive o negative, ma a quanto realmente viene messo in campo dalle due parti in gioco, anche rispetto alla vera possibilità di confronto.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-18 13:14:50 UTC</pubDate>
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         <title>MATCH POINT vs TURNING POINT</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>PROLOGO Uno dei miei primi incarichi di coordinamento, mi piace, parecchio anche, 3 settimane in giro per la Spagna, una 30ina di adolescenti, modello politico-pedagogico Rousseau.&nbsp;<br>Metto insieme l'equipe "del millennio", i fantastici 7, oltre che educatori competenti sono tutti amici, qualcuno anche di lunga data. Le competenze sono più che assortite, le capacità multiple, i talenti non si contano. Il mio pensiero quando li convoco ad uno ad uno per proporre loro l'incarico è: deve essere una squadra che fa scintille anche senza di me, io faccio fatica a delegare...la fiducia è fondamentale!! e di loro 7...mi fido ciecamente!<br>Entrano in gioco le aspettative...vorrei fosse la vacanza perfetta, per i regaz e per gli edu, vorrei essere il "coordinatore del secolo" per "l'equipe del secolo", vorrei essere un coordinatore PRESENTE, non solo impegnata a gestire emergenze...budget...menate...voglio potermi godere il gruppo, essere nel flusso...cavalcare le onde insieme!&nbsp;<br><br>STACCO<br><br>Milano, Famagosta, fine Agosto, mezzanotte, 40 °C circa...genitori, amici, fratelli che si accrocchiano intorno all'autobus che arriva...scarica una 40ina di persone esageratamente entusiaste, dal bagagliaio escono chitarre, souvenir assurdi ed enormi, dalle scalette scendiamo alla rinfusa...chi scalzo, chi dipinto, chi non riesce a smettere di lanciare cori e slogan...i saluti durano circa 2 ore...gli attendenti ci guardano un po' estasiati...un po' forse stufi di aspettare...<br>L'allegria è dilagante, la felicità esplosiva...sembriamo uno strano circo di pentole, tende, fornelletti, amache, un carrozzone rumoroso che sposta e scarica palloni, hula hop, magliette batik, mancano davvero solo le pulci ballerine!!<br>In tutto questo entusiasmo...io sto già contattando la collega psicologa per organizzare verifica e supervisione.<br>Quando arriveremo alla riunione d'equipe scoprirò che i MIEI educatori sono stati benissimo, i miei colleghi si sono goduti a pieno ogni giorno di quelle 3 settimane, si sono sentiti supportati, ascoltati, guidati...e sono stati stupiti e felici di avermi sempre accanto, sempre presente, sempre sul pezzo...anche davanti alla griglia, anche di notte, mentre cercavo di capire quanti soldi restassero alla carovana per la discoteca dell'ultima tappa, per il ristorante dell'ultimo giorno...facendo i conti in bagno..perchè quando in 2 regaz vomitano...essere in 2 è comunque meglio.<br>Io non ho questa percezione...io riporto fatica, dubbi, io mi sono spesso sentita sola, io non mi sono vista così.<br>E' evidentemente un successo....agli occhi di tutti gli altri.<br>E per me è un momento di consapevolezza...NON sono capace di scegliere tra coordinamento e lavoro sul campo, voglio progettare e condurre presidiando la prima linea! Ma come fare???</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-19 15:40:47 UTC</pubDate>
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         <title>POSSO ANCORA VERO?</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Ho sempre pensato di aver scelto il lavoro educativo e poi il coordinamento perchè in qualche modo me lo sentivo mio e me lo avevano anche detto in un colloquio di orientamento. Spesso però mi è capitato di chiedermi quanto io abbia aderito a quella valutazione orientativa e quanto realmente di mio ci abbia messo.<br>Poi la vita mi ha portata in Bicocca, la vita ma anche il mio forte desiderio desiderio di autodeterminazione ed è qui che ho colto la portata politica, etica del lavoro che stavo scegliendo ed è di questo che mi sono innamorata.<br>Un frammento sfocato: una mia collega, dirigente della cooperativa in cui lavoravo, mi dice: a settembre prendi tu il coordinamento di Scuola Bottega, è ovvio vero?<br>Una vampata e un vento leggero insieme. Fare un salto e diventare riferimento formale per vecchi e nuovi colleghi. La possibilità di formare sul campo educatori, la bellezza di poter provare, anche su un altro piano, che insegnando si continua anche ad imparare. Un'avventura iniziata a vele dispiegate, con il vento tra i capelli e il sole sulla fronte. Mi sentivo nel mio posto giusto nel mondo: contribuire a far cultura sull'educazione, a partire dal concreto e formare colleghi perchè si innamorassero del nostro lavoro e un giorno, chissà, prendere anche loro il timone.<br>Tante rotte diverse da allora solcate, barche cambiate, tanti e svariati compagni e compagne di viaggio. E il bisogno ora di far sintesi di ciò che è stato, di ciò che ho imparato, di ciò che ancora possa insegnare. Perchè posso ancora vero?</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-10-20 07:27:16 UTC</pubDate>
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