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      <title>NICOLA E GIOVANNI PISANO by paola torniai</title>
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      <description>&quot;Avendo noi ragionato del disegno e della pittura nella vita di Cimabue, e dell’architettura in quella d’Arnolfo Lapi, si tratterà in questa di Nicola e Giovanni Pisani della scultura, e delle fabriche ancora, che essi fecero di grandissima importanza; perché certo non solo come grandi e magnifiche, ma ancora come assai bene intese meritano l’opere di scoltura et architettura di costoro d’esser celebrate, avendo essi in gran parte levata via nel lavorare i marmi e nel fabricar quella vecchia maniera greca goffa e sproporzionata, et avendo avuto ancora migliore invenzione nelle storie, e dato alle figure migliore attitudine.&quot; Giorgio Vasari, VITA DI NICOLA E GIOVANNI PISANI SCULTORI ET ARCHITETTI, 1568</description>
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         <author>torniai_paola</author>
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         <title>&quot;Il pergamo del duomo di Pisa (1302-1310) è architettonicamente, plasticamente, dottrinalmente complesso: sta al pergamo di Pistoia come, nella Divina Commedia, il Paradiso al Purgatorio. La forma poligonale ha ormai quasi raggiunto quella circolarità che è espressiva del continuo o dell&#39;eterno; anche le lastre con le storie sono segmenti circolari. La circolarità è ribadita dalla sostituzione di alcune colonne con gruppi statuari, degli archi con mensole a volute. Nel parapetto, le figure angolari di profeti hanno una palese funzione luminosa: essendo molto più grandi delle figure dei rilievi (che diventano sempre più piccole e folte) offrono alla luce piani più larghi e specchianti, con minori contrasti d&#39;ombra. La luce che colpisce quei piani obliqui si riflette sulle lastre dei rilievi e si propaga, frangendosi, di risalto in risalto: alla luce universale delle verità eterne succede la luce franta, contrastata dall&#39;ombra, dell&#39;esistenza terrena. Sono dunque queste alte figure di profeti che ricevono la luce celeste e la rifrangono sul mondo, dove si irradia, frantuma, dissocia negli innumerevoli volti delle cose: ciascuna delle quali, tuttavia, ne trattiene una scintilla. Perciò 178l&#39;attenzione dell&#39;artista non si concentra più, come a Pistoia, sul nucleo drammatico dell&#39;azione; trapassa, rapida, di cosa in cosa, sorvolando o indugiando, sempre pronta a cogliere i particolari senza turbare l&#39;unità dell&#39;insieme. Figure accessorie e tuttavia non secondarie, e poi cavalli, asini, cani, cammelli, alberi, rocce, architetture: tutto può divenire scultura, materia formata e luminosa di ciò che forma lo spettacolo del mondo, infinitamente vario negli effetti prodotti dall&#39;unica causa. Non è che il dramma gotico si plachi, nella maturità dell&#39;artista, in una divertita visione del mondo: il dramma è proprio in quel frammentarsi dell&#39;esperienza, in quel dover cercare l&#39;unità della causa nella molteplicità infinita degli effetti. Neppure è vero che il classicismo di Nicola si dissolva totalmente nell&#39;opera di Giovanni: che forse, nel profondo, è anche più classica di quella di Arnolfo perché, attraverso l&#39;esperienza gotica, raggiunge e ricupera la sorgente che l&#39;arte bizantina aveva finito per inaridire: quella della cultura ellenistica e della sua &quot;filosofia naturale&quot; . Lo stesso ideale romano di Arnolfo, religioso e civile, appare così assai più limitato, nell&#39;austerità ciceroniana dell&#39;eloquio, che l&#39;ideale di Giovanni, col quale l&#39;idea della storia diventa il punto di partenza di una nuova concezione della natura.&quot; G.C. Argan, Storia dell&#39;Arte italiana, Sansoni</title>
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         <title>&quot;Questo continuo rilancio del moto, che si propaga per impulsi d&#39;onde come la luce, impedisce ovviamente l&#39;isolamento statuario prediletto da Arnolfo. Anche in figure isolate, come le Madonne col Bambino del Museo del duomo a Pisa, di Santa Maria della Spina, della Collegiata di Prato, della cappella degli Scrovegni a Padova, Giovanni tende linee di forza nell&#39;arco del corpo o nella spirale delle pieghe; e queste portano oltre la figura, la pongono come un nucleo solido modellato dalle correnti e dalle tensioni dello spazio. Perfino la plastica dei volti è in funzione di questa visione dinamica: nelle Madonne, per esempio, l&#39;arco delle sopracciglia e la struttura dell&#39;occhio sono in funzione dello sguardo saettato verso il Bambino, e la linea immaginaria che esso traccia ha tanta forza che il Bambino si ritrae, compensando così l&#39;opposto inarcarsi del corpo della Madonna.&quot; G.C.Argan, Storia dell&#39;Arte italiana, Sansoni</title>
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         <title>&quot;Quasi negli stessi anni in cui Arnolfo ideava, in forme che dovevano essere di classico equilibrio, la facciata di Santa Maria del Fiore, GIOVANNI PISANO(morto dopo il 1314) lavorava a quella del duomo di Siena. I tre archi cuspidati, chiusi tra i contrafforti, definiscono, come già dicemmo, una zona di luce intensificata: di questo spazio ideale, quasi una sfera superiore in cui tutto è luce, le figure scolpite sono i beati abitanti. I loro atteggiamenti, il modellato delle forme sono fatti per intensificare la ricezione luminosa e trasmettere il raggio in profondità. La luce di Giovanni è &quot;divina e penetrante&quot; come quella del Paradiso di Dante; nemica di tutto ciò che è inerte ed opaco, distrugge della figura tutto ciò che non è vita spirituale, moto, tensione. Ogni figura si riduce al proprio impulso di moto, al proprio principio ritmico: ogni peso di materia, che non si lasci coinvolgere, è eliminato. La scelta formale di Giovanni è ben chiara: dal &quot;sistema&quot; di Nicola isola e accentua la componente gotica o moderna, così come Arnolfo isola e accentua la componente classica o antica. Il contatto con l&#39;arte francese, sempre più drammatica, andrà progressivamente stringendosi. Il pergamo di Sant&#39;Andrea a Pistoia (terminato nel 1301) dinamizza, anche nelle strutture archiacute e nei sostegni figurati delle colonne, lo schema di Nicola. Le storie sono portate al colmo dell&#39;intensità drammatica. Sono composte per direttrici trasverse, incrociate, che si addentrano in profondità e hanno la forza penetrante di raggi luminosi. Il moto, il gesto di ciascuna figura vale in quanto si inserisce in queste direttrici invisibili, si espone ai raggi della luce penetrante: attraverso un movimento complesso di angoli e oblique, di riprese a distanza dello stesso spunto di moto, la composizione si presenta tutta agganciata, concatenata, nelle tre dimensioni dell&#39;altezza, della larghezza e della profondità. Né il ritmo è prescelto o preordinato, imposto alla composizione, perché nasce all&#39;interno di essa, dal groviglio delle figure e dalla dinamica dei loro gesti: e, determinandosi, determina lo spazio ed il tempo universali, della storia, nello spazio e nel tempo particolari di un dato evento.&quot; G. C. Argan, Storia dell&#39;Arte italiana, Sansoni</title>
         <author>torniai_paola</author>
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         <title>&quot;La fontana di piazza a Perugia (compiuta nel 1278), con il suo giro di due fasce poligonali rispettivamente di venticinque e dodici facce, si avvicina sempre più alla forma ideale del circolo. L&#39;assunto ideologico è complesso: &quot;La Caduta come antefatto del lavoro umano, i mesi e le arti ne seguono come svolgimento del mondo dottrinale (mentre i segni zodiacali possono rappresentare in ristretto il 175mondo naturale); la parte etico-politica è quasi del tutto limitata ad ammonimenti di pratica politica, condensata nelle favole di Fedro, che nel XIII secolo erano coltivate per il loro significato moralizzante&quot; (Nicco-Fasola).&quot; G. C. Argan Storia dell&#39;Arte italiana, Sansoni</title>
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         <title></title>
         <author>torniai_paola</author>
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         <title>&quot;Il secondo pergamo, per il duomo di Siena (1266-68), a cui già collaborano il figlio Giovanni e il grande discepolo Arnolfo di Cambio, amplia con perfetta coerenza la tematica e la ricerca plastica del primo. &quot;Il passaggio dall&#39;esagono all&#39;ottagono è un altro passo che allontana dal quadrato e va verso il circolo, dalla figura geometrica che esprime staticità a quella che suggerisce movimento&quot; (Nicco-Fasola). Le figurazioni storiche sono più numerose e alla serie si aggiunge la Strage degli innocenti, tragica e piena di violenza. Il Giudizio assume un&#39;importanza preminente: occupa due lati con la figura del Cristo al centro, che separa gli eletti dai reprobi. Spesso la medesima composizione comprende più episodi ideologicamente collegati: Visitazione, Annunciazione, Natività; Presentazione al tempio e Fuga in Egitto. Non c&#39;è più cesura architettonica tra le storie; ma figure di evangelisti, dottori, la Madonna col Bambino, Cristo apocalittico e giudice. Nelle storie le figure si infittiscono; le masse si frangono nel ritmo incalzante dei gesti concatenati; la linea continuamente spezzata sottolinea lo scatto dei movimenti, concentra la forza espressiva dei volti. Indubbiamente la componente gotica è più forte che nel pergamo pisano, ma è anche più forte l&#39;interpretazione delle fonti romane, non più soltanto nell&#39;equilibrio, ma anche nell&#39;asprezza drammatica della storia.&quot; G.C. Argan, Storia dell&#39;Arte italiana, Sansoni</title>
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         <title></title>
         <author>torniai_paola</author>
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         <title></title>
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         <title>&quot;È dubbio tuttavia che Nicola, più volte citato dai documenti come &quot;de Apulia&quot; ,fosse toscano: più probabilmente era pugliese e la sua prima formazione si compì nell&#39;ambiente artistico, programmaticamente classicista, della corte di Federico II: un classicismo non più favoloso o astrattamente teorico, ma qualificato come deliberato &quot;ritorno all&#39;antico&quot; . Questa corrente antichizzante, ma nello stesso tempo inquadrata nel &quot;modernismo&quot; politico e culturale di Federico, si è chiaramente espressa nelle sculture di Castel del Monte e, più ancora, in quelle che ornavano la distrutta porta di Capua, tipico &quot;monumento&quot; del classicismo federiciano. Nicola, tuttavia, supera quanto di scolastico e di letterario era in quel programmatico ritorno all&#39;antico, così come supera quanto di aulico e di vagamente estetistico era in molta parte del gotico francese: l&#39;antico e il moderno egli stringe in una sintesi ch&#39;è coscienza della storia e, più precisamente, della intrinseca storicità della scultura. &quot;Il tracciato del percorso di Nicola si è andato schematizzando in una traiettoria che va dal classicismo al goticismo, mentre occorre vedere l&#39;esperienza classica inclusa in un cammino orientato in una coerente direzione gotica che si sviluppa, agli inizi, dalle forme romaniche&quot; (Gnudi). La prima opera pisana di Nicola è il pergamo del battistero, finito nel 1260. È un organismo unitario, isolato, autonomo; ed in esso, tanto sono fusi, sarebbe difficile distinguere l&#39;elemento architettonico da quello scultorio. Portata in alto da colonnine con archi tondi trilobati, la cassa del pergamo è un esagono, con fasci di colonnine agli angoli: una forma prediletta da Nicola, che la riprenderà in tutte le sue opere, e di cui non è difficile indicare il prototipo architettonico in Castel del Monte. Le sculture sono ordinate in tre zone: in basso, i leoni e le figure accosciate che fanno da piedistallo alle colonne; in mezzo, i profeti e gli evangelisti nei pennacchi degli archi e le statue angolari di santi e di figure allegoriche; nel parapetto, i rilievi con la Natività, l&#39;Adorazione dei Magi, la Presentazione al tempio, la Crocefissione, il Giudizio. V&#39;è un concetto di fondo: la gerarchia ideale dai simboli profondi e dalle forze naturali (i leoni e i telamoni) al dominio delle forze spirituali (le Virtù e i profeti) e da questo al tempo storico della rivelazione divina, che si identifica con la vita terrena del Cristo e ha, come ultimo termine, il Giudizio. Nel giro di questo pensiero ogni immagine ha significati complessi, di cui sono stati rintracciati i precedenti nelle tradizioni dottrinali e iconografiche dell&#39;arte lombarda, toscana, francese. Nicola opera dunque una sintesi di culture, tanto nell&#39;ordine delle forme che in quello, inseparabile, dei contenuti; ed è sintesi, e non combinazione o compromesso, perché individua il principio e il fondamento di quelle culture nel loro comune legame con l&#39;antichità romana e cristiana o, più precisamente, in una coscienza &quot;classica&quot; della storia, fatta propria dal cristianesimo e finalizzata alla salvezza. Se la &quot;forma&quot; della rivelazione divina è la storia, la figurazione storica dell&#39;arte romana è la guida più certa: di qui lo studio della composizione articolata dei sarcofagi antichi. Così la rappresentazione è tanto più drammatica quanto più è storica; e il classicismo o il sentimento dell&#39;antico non contraddice ma si sviluppa di pari passo con il &quot;modernismo&quot; o il sentimento drammatico del presente. Per queste due vie convergenti del classico e del gotico, Nicola giunge ad eliminare ciò che non è storia né dramma: la tradizione ormai ferma, la presentazione di immagini sacre, il lascito bizantino. Evita ugualmente l&#39;inarticolata narrazione, la mera successione dei fatti: in ogni &quot;storia&quot; scolpita isola un fatto, sintetizzando il prima e il dopo, le cause e gli effetti, e presentando l&#39;azione come antica ed attuale ad un tempo. Fissa un centro compositivo, un nucleo dell&#39;azione; porta le figure lontane, benché dimensionalmente più piccole, al livello delle più vicine; tutte, infatti, sono ugualmente astanti, necessarie. Ogni figura è dunque &quot;storica&quot; e della storia ha la dignità, la grandezza; è una massa compressa, che occuperebbe da sola tutto lo spazio se non fosse limitata da altre presenze, ugualmente essenziali: da questo coesistere nasce la concatenazione del fatto, il configurarsi della storia eterna in una condizione specifica di tempo e di spazio. Nasce così la struttura interna della forma, il movimento dall&#39;interno della massa, il suo aggregarsi nel profondo dello spazio e del tempo per emergere alla superficie del piano e del presente. Se certi volti ritrovano l&#39;intensità espressiva dei ritratti romani, non è per gusto realistico, ma perché l&#39;umano non è mai tanto umano come quando si inserisce nella storia, soprattutto nella storia &quot;sacra&quot; che è il punto d&#39;incontro dell&#39;umano e del divino.&quot; G.C. Argan, Storia dell&#39;Arte italiana, Sansoni</title>
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         <title>&quot;A Pisa, centro di cultura classica in contatto continuo con l&#39;Oriente, si forma la prima, grande scuola di scultura. Questa non è più un&#39;attività complementare dell&#39;architettura, legata al cantiere e alle sue maestranze; è un&#39;arte o una disciplina la cui autonomia è tanto più legittima in quanto più direttamente collegata con l&#39;arte antica, romana, i cui documenti figurativi sono appunto opere di scultura. Una personalità ben definita, anche se anonima, è quella dello scultore che all&#39;inizio del 1200 esegue i Mesi e gli Apostoli, negli stipiti, e le storie del Battista nell&#39;architrave del portale del battistero. Intreccia un&#39;iconografia tradizionale ed una plastica finemente modulata, ancora bizantina, ad un sentimento, che può già dirsi classico, dell&#39;inquadratura delle figure nello spazio, ad un ordine &quot;storico&quot; della composizione. Questo scultore, di cui il Vasari fa il maestro di Nicola Pisano, sembra intuire l&#39;antica, profonda radice classica della figuratività bizantina e superare così l&#39;antitesi, che già si profilava, di &quot;greco&quot; e &quot;latino&quot; . A lui è collegato, a Lucca, l&#39;autore della coeva carità di San Martino, nella cattedrale: un&#39;opera che ritrova d&#39;un tratto, spontaneamente, la misura morale della statuaria romana, ma l&#39;esprime in una più concisa densità di masse e di linee. In questo ambiente, già tendenzialmente umanistico, dovette compiersi la formazione di NICOLA PISANO, di cui si indica la prima opera, verso il 1259,nella deposizione in una lunetta del Duomo di Lucca: un rilievo intensamente drammatico, in cui le masse, per comprimersi nella curva dell&#39;arco, si torcono in gesti che le costringono a flettersi, a sovrapporsi, ad addensarsi. Lo scultore conosce evidentemente il modo &quot;storico&quot; della composizione classica dei sarcofagi antichi, ma conosce anche l&#39;intensità espressiva della scultura francese.&quot; G. C. Argan, Storia dell&#39;Arte italiana, Sansoni</title>
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         <title>&quot;Quasi negli stessi anni in cui Arnolfo ideava, in forme che dovevano essere di classico equilibrio, la facciata di Santa Maria del Fiore, GIOVANNI PISANO(morto dopo il 1314) lavorava a quella del duomo di Siena. I tre archi cuspidati, chiusi tra i contrafforti, definiscono, come già dicemmo, una zona di luce intensificata: di questo spazio ideale, quasi una sfera superiore in cui tutto è luce, le figure scolpite sono i beati abitanti. I loro atteggiamenti, il modellato delle forme sono fatti per intensificare la ricezione luminosa e trasmettere il raggio in profondità. La luce di Giovanni è &quot;divina e penetrante&quot; come quella del Paradiso di Dante; nemica di tutto ciò che è inerte ed opaco, distrugge della figura tutto ciò che non è vita spirituale, moto, tensione. Ogni figura si riduce al proprio impulso di moto, al proprio principio ritmico: ogni peso di materia, che non si lasci coinvolgere, è eliminato. La scelta formale di Giovanni è ben chiara: dal &quot;sistema&quot; di Nicola isola e accentua la componente gotica o moderna, così comeArnolfo isola e accentua la componente classica o antica. Il contatto con l&#39;arte francese, sempre più drammatica, andrà progressivamente stringendosi. Ilpergamo di Sant&#39;Andrea a Pistoia (terminato nel 1301) dinamizza, anche nelle strutture archiacute e nei sostegni figurati delle colonne, lo schema di Nicola. Le storie sono portate al colmo dell&#39;intensità drammatica. Sono composte perdirettrici trasverse, incrociate, che si addentrano in profondità e hanno la forza penetrante di raggi luminosi. Il moto, il gesto di ciascuna figura vale in quanto siinserisce in queste direttrici invisibili, si espone ai raggi della luce penetrante: attraverso un movimento complesso di angoli e oblique, di riprese a distanza dello stesso spunto di moto, la composizione si presenta tutta agganciata,concatenata, nelle tre dimensioni dell&#39;altezza, della larghezza e della profondità. 177Né il ritmo è prescelto o preordinato, imposto alla composizione, perché nasce all&#39;interno di essa, dal groviglio delle figure e dalla dinamica dei loro gesti: e, determinandosi, determina lo spazio ed il tempo universali, della storia, nello spazio e nel tempo particolari di un dato evento. Questo continuo rilancio del moto, che si propaga per impulsi d&#39;onde come la luce, impedisce ovviamente l&#39;isolamento statuario prediletto da Arnolfo. Anche infigure isolate, come le Madonne col Bambino del Museo del duomo a Pisa, di Santa Maria della Spina, della Collegiata di Prato, della cappella degli Scrovegni a Padova, Giovanni tende linee di forza nell&#39;arco del corpo o nella spirale delle pieghe; e queste portano oltre la figura, la pongono come un nucleo solido modellato dalle correnti e dalle tensioni dello spazio. Perfino la plastica dei volti è in funzione di questa visione dinamica: nelle Madonne, per esempio, l&#39;arco delle sopracciglia e la struttura dell&#39;occhio sono in funzione dello sguardo saettato verso il Bambino, e la linea immaginaria che esso traccia ha tanta forza che il Bambino si ritrae, compensando così l&#39;opposto inarcarsi del corpo della Madonna. &quot; Argan</title>
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