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      <title>seneca by Bianca Cerciello</title>
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      <description>Carbone Giulia, Caruso Sara, Cerciello Bianca </description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2024-09-30 15:57:01 UTC</pubDate>
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         <title>                    BIOGRAFIA </title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>“<strong>Non est philosophia populare artificium nec ostentation paratum. Non in verbis, sed in rebus est.”<br></strong>“La filosofia non è un mezzo per diventare popolari; non serve per darsi arie. La filosofia non consiste nelle parole, ma nelle cose.”</p><p>(Seneca, Epistulae ad Lucilium, 16, 3)</p><p>Lucio Anneo Seneca nacque a Cordova in Spagna molto probabilmente il 4 a.C. da una famiglia equestre benestante: il padre era Seneca il Vecchio. Ebbe modo di crescere in un ambiente stimolante e fu predisposto allo studio. Cordova era una città di tradizioni repubblicane: si era infatti schierata al fianco di Pompeo al tempo delle guerre civili ed era infatti terra di asilo per molti repubblicani ostili alla dittatura di Caio Giulio Cesare. In vista della carriera politica e retorica che avrebbe sostenuto, la famiglia si trasferì presto in Roma, così da poter essere educato nelle migliori scuole di retorica: i suoi maestri di matrice stoica furono Attalo e Papirio Fabiano.</p><p>Prima di iniziare l’attività forense nel 31 d.C. intraprese diversi viaggi per ampliare le sue conoscenze, specialmente in Egitto, dove seguì uno zio prefetto.</p><p>Dotato di grandi capacità oratorie, Caligola, geloso di queste, decretò la sua condanna a morte: venne però salvato probabilmente da un amante dell’imperatore stesso. Più avanti, però, durante il principato di Claudio, venne esiliato nel 41 d.C. con l’accusa di adulterio con la connivenza di Giulia Livilla sorella di Caligola e figlia di Germanico: naturalmente era tutta una messinscena. Seneca venne allontanato per le sue doti propagandistiche e oratorie che portavano in minoranza l’imperatore.</p><p>Rimasto ben otto anni nell’allora selvaggia Corsica, Agrippina fece in modo di ottenere da Claudio il perdono di Seneca che divenne così l’educatore assieme ad Afranio Burro del figlio minore e prediletto di Agrippina: il futuro imperatore Nerone.</p><p><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 16:00:09 UTC</pubDate>
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         <title>IL RAPPORTO CON NERONE </title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>Quando si pensa alle prime forme di dispotismo illuminato la memoria ci porta a Roma all’inizio della s oria del suo impero, in particolare ad Augusto, il primo “imperatore”, che volle intorno a sé, anche per ragioni di propaganda politica, una cerchia di intellettuali, tra cui Virgilio e Orazio, protetti dal Mecenate, suo amico e consigliere. Ma è soprattutto con Nerone ultimo imperatore della dinastia Giulio Claudia che la cultura mostra, sia nel consenso come nel dissenso, il suo stretto legame con il princeps, in quanto l’intellettuale spinto da una forma di narcisismo vuole con le sue opere non solo mostrare la grandezza di Roma, ma anche incidere direttamente sulla storia del Principato. A rappresentare questo nuovo rapporto tra cultura e potere sarà in particolare proprio Seneca.</p><p>Dopo aver trascorso una parte della sua esistenza al fianco del giovane <em>princeps</em>, istruendolo e guidandolo nel buon governo dell’impero, durante il primo “quinquennio felice” (54-59), Seneca si vedrà costretto ad allontanarsi dal potere dopo che il dispodico <em>princeps</em>, pieno di ambizione e di presunzione, inizierà a sbarazzarsi di coloro che ostacolano il suo progetto di affermazione individuale, tradendo gli stessi valori e principi a cui era stato educato dal maestro stoico, senza fermarsi neppure davanti alla madre Agrippina e al suo consigliere Afranio Burro, entrambi eliminati senza pietà. Lo stesso Seneca, che volontariamente aveva scelto di ritirarsi a vita privata per fuggire dalla “pazzia” del princeps, in seguito accusato di aver partecipato ad una congiura contro di lui, la congiura dei Pisoni, sceglierà il suicidio, piuttosto che cadere nelle mani del suo sovrano, come ci racconterà Tacito. Un suicidio coraggioso e giustificabile per lui che non temeva la morte e che aveva vissuto tutta la vita cercando la felicità nella virtù, nella saggezza e nella tranquillità dell’animo; per lui che considerava l’importanza del tempo della vita non in base alla sua lunghezza ma alla qualità con cui esso veniva vissuto. Lui, che aveva cercato attraverso le sue tragedie, condannando il <em>furor</em>, di insegnare al suo sovrano ad evitare gli eccessi di ira, dedicando a questo passione malvagia addirittura uno dei suoi Dialoghi (<em>De</em> <em>ira</em>), ne era alla fine rimasto vittima.</p><p>Una morte la sua, nella primavera del 65, che tuttavia coronava in modo glorioso una vita pienamente vissuta, prima nel <em>negotium</em> poi nel <em>otium</em>, capace sempre di adeguarsi alle circostanze positive e negative, lasciando ai posteri un ricco repertorio di opere sia di carattere filosofico come morale attraverso i suoi dieci Dialogi e le sue Epistolae, di carattere più intimo e personale.</p><p>Seneca fu sicuramente un filosofo e letterato che seppe collaborare in modo autentico con il potere, lasciando un segno positivo durante gli anni di attività accanto al giovane imperatore, collaborando attivamente per il bene pubblico finché fu possibile, ma che seppe anche allontanarsi da esso quando non rappresentava più un modello positivo, rinunciando a privilegi e favori senza pentirsene.</p><p>Il suo ritiro dalla vita pubblica, egli infatti dal 62 al 65 egli realizzò quella vita contemplativa a cui aspirava vin dalla giovinezza e che tante volte aveva lodato nei suoi scritti, dedicandosi completamente alla riflessione e alla letteratura, ebbe invece conseguenze nefaste per l’Imperatore Nerone, che lasciato solo a governare riscosse nell’ultimo quinquennio del suo potere tanta disapprovazione da parte dei cittadini da venir condannato, dopo la morte, alla “<em>damnatio</em> <em>memoriae</em>”, la peggiore condanna che un romano potesse subire, mentre la memoria di Seneca rimase nei secoli per la sua profonda saggezza e impegno pubblico.</p><p><br><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 16:00:24 UTC</pubDate>
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         <title>UN FILOSOFO MORALE CHE RIFLETTE SULLA VITA, SULLA MORTE E SUL TEMPO </title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>Dalla biografia di Seneca risulta il ritratto di una personalità complessa, forgiata da una formazione filosofica principalmente stoica ma aperta ad altre esperienze, ad esempio quella pitagorica. Lo stoicismo era una corrente filosofica piuttosto variegata, il cui insegnamento non si basava sulle dottrine elaborate da un unico maestro, come l'epicureismo, ma era invece frutto della speculazione di più pensatori. Questa caratteristica garantiva la possibilità di un certo eclettismo: spesso Seneca afferma infatti che anche altre filosofie possono condurre a risultati apprezzabili. Personalità segnata da vistose contraddizioni - che gli furono rimproverate da antichi e moderni -, corona la sua esistenza lunga e travagliata con un esemplare suicidio stoico.</p><p>Alcuni punti del pensiero di Seneca restano comunque fermi: il destino del mondo non è casuale, ma determinato da una provvidenza, retta da un'intelligenza divina che Seneca chiama Dalla biografia di Seneca risulta il ritratto di una personalità complessa, forgiata da una formazione filosofica principalmente stoica ma aperta ad altre esperienze, ad esempio quella pitagorica. Lo stoicismo era una corrente filosofica piuttosto variegata, il cui insegnamento non si basava sulle dottrine elaborate da un unico maestro, come l'epicureismo, ma era invece frutto della speculazione di più pensatori. Questa caratteristica garantiva la possibilità di un certo eclettismo: spesso Seneca afferma infatti che anche altre filosofie possono condurre a risultati apprezzabili. Personalità segnata da vistose contraddizioni - che gli furono rimproverate da antichi e moderni -, corona la sua esistenza lunga e travagliata con un esemplare suicidio stoico.</p><p>Alcuni punti del pensiero di Seneca restano comunque fermi: il destino del mondo non è casuale, ma determinato da una provvidenza, retta da un'intelligenza divina che Seneca chiama Dalla biografia di Seneca risulta il ritratto di una personalità complessa, forgiata da una formazione filosofica principalmente stoica ma aperta ad altre esperienze, ad esempio quella pitagorica. Lo stoicismo era una corrente filosofica piuttosto variegata, il cui insegnamento non si basava sulle dottrine elaborate da un unico maestro, come l'epicureismo, ma era invece frutto della speculazione di più pensatori. Questa caratteristica garantiva la possibilità di un certo eclettismo: spesso Seneca afferma infatti che anche altre filosofie possono condurre a risultati apprezzabili. Personalità segnata da vistose contraddizioni - che gli furono rimproverate da antichi e moderni -, corona la sua esistenza lunga e travagliata con un esemplare suicidio stoico.</p><p>Alcuni punti del pensiero di Seneca restano comunque fermi: il destino del mondo non è casuale, ma determinato da una provvidenza, retta da un'intelligenza divina che Seneca chiama semplicemente deus; per il saggio, poi, è necessario iuvare, ossia aiutare l'umanita a perseguire il bene. Ciò si ottiene con l'impegno personale e individuale del filosofo.</p><p>Nelle opere filosofiche Seneca riprende e sviluppa i principali temi e motivi della filosofia morale antica, ridando loro vitalità con la profondità del suo pensiero, il vigore del suo impegno personale e la maestria del suo stile.</p><p>Dopo Lucrezio, epicureo e Cicerone, lo stoico Seneca è l'ultimo grande filosofo del mondo pagano. Se il primo, portavoce dell'epicureismo, predica il distacco dalla vita pubblica, il secondo pensa che il filosofo possa davvero influire sulla <em>res</em> <em>publica</em> e teorizza, con il suo partito formato dai <em>boni</em> <em>cives</em>, la realizzazione dell'ideale platonico dei filosofi al potere. Data l'epoca in cui agisce, Seneca può al massimo ambire a condurre un principe "difficile" come Nerone verso un dispotismo illuminato, ma si disillude presto. Per tale ragione, nelle sue opere rinuncia a meditare sul presente effimero e si concentra su valori eterni: la vita, sempre degna di essere vissuta e aperta al suicidio stoico quando si riveli ormai inutile; la morte, che non soltanto non è un male, come già nel messaggio dell'epicureismo lucreziano, ma è anche compagna della vita stessa e perfino amica del filosofo; e soprattutto il tempo, di coglie la soggettività.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 16:00:35 UTC</pubDate>
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         <title>L&#39;EPISTOLE A LUCILLIO</title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>La raccolta delle “Epistulae Morales ad lucilium” (lettere morali a Lucilio) è probabilmente la più opera di Seneca. In queste lettere, indirizzate al suo amico Lucilio, Seneca affronta una vasta gamma di temi filosofici e morali, incentrati soprattutto sulla vita secondo principi stoici.</p><p>Quest’opera appartiene al genere letterario epistolare, nonostante la loro struttura meno sistematica rispetto a un trattato qui Seneca esprime nel modo più maturo e personale la sua visione della vita e dell’uomo e lascia ai posteri il suo ultimo messaggio.</p><p>Quest’ opera è stata redatta a partire dal 62 fino al 65 dopo il ritiro dall’attività politica dell’autore. Si sono conservate 124 lettere divise in 20 libri. Il destinatario è Lucilio Iuniore.</p><p>Le&nbsp;Epistulae costituiscono un&nbsp;<em>unicum</em>&nbsp;nella letteratura antica infatti, sebbene già&nbsp;Platone&nbsp;ed&nbsp;Epicuro&nbsp;avessero fornito lo spunto per la stesura di&nbsp;lettere di carattere filosofico, quello di Seneca è a tutti gli effetti&nbsp;un genere nuovo. L’autore, ben consapevole della peculiarità della sua opera, tende a distinguere polemicamente le sue lettere dalla comune pratica epistolare (quale quella&nbsp;ciceroniana), accomunando semmai il suo lavoro a quel&nbsp;processo di formazione spirituale&nbsp;rappresentato dalla corrispondenza di Epicuro. Lo scambio epistolare è per Seneca il mezzo più efficace a livello pedagogico, in quanto consente di creare quell’intimità che rende più efficace l’insegnamento dottrinale, le epistole di varia estensione sono una continua e pacata riflessione su problemi di filosofia morale. Seneca si presenta come un uomo giunto ormai alla vecchiaia avanzata si dedica esclusivamente allo studio alla ricerca e al perfezionamento morale.</p><p>Un altro tratto tipico del genere epistolare presente nelle lettere di Seneca è il modo di procedere dell'esposizione, libero, disinvolto, colloquiale (anche se a un livello, ovviamente, non "basso" e tanto meno volgare). Il filosofo assimila infatti esplicitamente il suo discorso al <em>sermo</em>, cioè a una conversazione informale tra amici; egli afferma che scrivendo a Lucilio gli sembra di conversare con lui.</p><p>Egli rappresenta un consigliere e un maestro nei confronti del suo amico anche se in realtà scrive anche per i posteri.</p><p>Le caratteristiche di questa opera sono:</p><p>1. la "letterarietà" cioè sono lettere reali ma non "private", in quanto sono scritte anche per essere lette da tutti;</p><p>2. l 'asistematicità", cioè i passaggi da un argomento all'altro sono liberi e spontanei;</p><p>3. l' "intimità", un tono confidenziale (come se fossero lettere private);</p><p>4. la presenza frequente delle "<em>sententiae</em>", brevi frasi che esprimono efficacemente importanti verità.</p><p><br><br></p><p>I temi trattati sono soprattutto quattro: la "<em>sapientia</em>"; l' "<em>otium</em>"; il tempo; la morte.</p><p>In proposito, Seneca si prepara a morire, convinto che liberarsi della paura della morte sia compito fondamentale del filosofo: chi ha realizzato il vero scopo dell'esistenza, ossia la virtù, è pronto a morire in qualsiasi momento, senza rimpianti né timori; egli infatti ha raggiunto la perfetta libertà da ogni condizionamento esteriore, ha conquistato l'autárkeia ("autosufficienza") propria del saggio.</p><p>Stolto è invece chi teme la morte, perché si ribella a una imprescindibile necessità di natura. Alla valutazione quantitativa del tempo, tipica di chi ha una visione errata dell'esistenza, se ne deve sostituire una esclusivamente qualitativa: non conta quanto, ma come si vive.</p><p>La morte poi non è temibile per nessuno: essa infatti, sia che costituisca il passaggio ad una vita migliore sia che ci riporti nel nulla in cui eravamo prima di nascere, è sempre la liberazione dai mali dell'esistenza; e come suprema scelta di libertà può, e in determinati casi deve, essere cercata volontariamente dal saggio.</p><p>Infine, uno dei temi ricorrenti nel pensiero di Seneca è la ricerca dell'essenza della divinità e della sua presenza nella natura e nell'uomo. L'autore, in accordo con la filosofia stoica, perlopiù non parla di "dèi", ma di "dio", concepito come intelligenza dell'universo (lógos).</p><p>Sono evidenti le differenze tra questa concezione della divinità e quella cristiana, con cui sarebbe facile istituire un paragone superficiale: il dio degli stoici non è trascendente, ma immanente al mondo. Inoltre lo stoicismo non concepisce un dio personale, né una forma di rivelazione che si realizza nella storia: quello di Seneca è un dio ignoto, che nella sua imperturbabilità costituisce un modello per l'uomo.</p><p>Le <em>Epistulae</em> ,inoltre, sono divise in due parti: nella prima Seneca usa un metodo più semplice di insegnamento, adatto ai principianti come lo era Lucilio allora, e prevale la parenesi all' "<em>otium</em>", con "<em>sententiae</em>" conclusive quasi in ogni lettera; la seconda parte è più adatta ad un Lucilio diventato maturo, e quindi è più impegnativa, con trattazioni estese su singoli argomenti.</p><p>Nelle Epistulae infine emerge l'autoritratto di Seneca, cioè : un uomo che a tarda età ha finalmente avuto il coraggio di dedicarsi pienamente all' "otium"; uno stoico "aperto" che cita spesso l'autore "antistoico" per eccellenza, Epicuro; un filosofo che si prepara alla morte liberandosi dalla paura di essa. L'esortazione all'otium e l'invito al <em>secessus</em> sono dunque fra i temi conduttori dell'epistolario e costituiscono alcuni degli elementi essenziali del messaggio morale che l'autore vuole dare.</p><p>Egli ha capito infatti che soltanto nella <em>sapientia</em> risiedono la vera gioia e i veri valori, e quest'ultima si può realizzare solamente lottando contro le passioni che minacciano l'uomo. Seneca si raccomanda con Lucillio di liberarsi dei falsi giudizi del volgo e di astenersi da ogni occupazione frivola, deve quindi evitare l'incontro con la folla limitandosi alla compagnia di pochi amici.</p><p><br><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 16:01:04 UTC</pubDate>
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         <title> SENECA NEL TEMPO </title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>Seneca ha sempre diviso contemporanei e posteri sia per il particolarissimo stile di scrittura, amato dai giovani dell epoca neroniana ma criticato, come si è Visto, da Caligola e Quintiliano, sia per la sua figura complessa, ai limiti dell: incoerenza, di predicatore della frugalità ma ricchissimo, di sostenitore della virtus stoica ma collaboratore di Nerone, i cristiani sentirono una forte affinità fra il messaggio evangelico e il pensiero senecano fino a creare la leggenda della sua conversione e della corrispondenza con san Paolo; Tertulliano (155-230 d.C., p. 613), autore cristiano per altri versi ferocissimo con i pagani, lo definì addirittura saepe noster, spesso nostro (De anima, 20, 1), cioè compatibile valori della nuova religione. Per  queste ragioni il filosofo fu letto nei secoli della Latinità cristiana e del Medioevo. Francesco Petrarca, ad esempio conobbe le tragedie cosa che non fece dante. Nel rinascimento le tragedie senecane ottennero un grande successo in Europa e furono oggetto di molte imitazioni: in Francia con corneille racine e montaigne. Nel settecento in Italia assai influenzato dal Seneca tragico fu Vittorio Alfieri e  Foscolo.  In francia inveve ritroviamo autori come diderot che scrisse un saggio sulla vita di seneca, mentre d alembert criticò il filosofo È un autore imprescindibile anche in età contemporanea dove si possono reperire riferimenti di Seneca in gabriele d annunzio, gunter grass, lo scrittore Luciano de Crescenzo scrive l'apistolario apocrifo, il tempo e la felicità in cui immagina di aver ritrovato per caso un manoscritto contenente le risposte di Lucilio a Seneca.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 16:05:38 UTC</pubDate>
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         <title>LA TRAGEDIOGRAFIA </title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p> Di Seneca ci sono pervenute nove tragedie, le uniche sopravvissute del teatro romano. Tutte le altre, dell’età arcaica o delle epoche successive, infatti, ci sono giunte solo in brevi frammenti o sono andate perdute.</p><p>Accanto alle nove cothurnatae (tragedie di argomento mitologico) ci è pervenuta l’Octavia, l’unica praetexta (dramma ambientato nel mondo romano) di tutta la letteratura latina giunta fino a noi. Ma l’opera, che pure è pervenuta sotto il suo nome, è forse da attribuire ad un suo imitatore.</p><p>La tradizione manoscritta le riporta nel seguente ordine:</p><p>Hercules furens (Ercole furioso) = è costruita sul modello dell'Eracle euripideo: Giunone provoca la follia di Ercole. In conseguenza a ciò l'eroe uccide moglie e figli. Una volta rinsavito, determinato a suicidarsi, egli si lascia distogliere dal suo proposito e si reca infine ad Atene a purificarsi.</p><p>Troades (Le Troiane) = è la contaminazione dei soggetti di due drammi euripidei, Le troiane e l'Ecuba. La tragedia rappresenta la sorte delle donne troiane prigioniere e impotenti dì fronte al sacrificio di Polissena, figlia di Priamo, e del piccolo Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca</p><p>Phoenissae (Le Fenicie) = l'unica tragedia senecana incompleta, basata sulle Fenicie di Euripide e sull'Edipo a Colono di Sofocle. La vicenda ruota attorno al tragico destino di Edipo e all'odio che divide i suoi figli, Etèocle e Polinice.</p><p> Medea (Medea) = naturalmente si rifà all'omonima tragedia di Euripide e, forse, anche a una fortunata tragedia - andata perduta - di Ovidio. Narra la cupa vicenda della principessa della Colchide abbandonata da Giasone e assassina, per vendetta, dei figli avuti da lui.</p><p> Phaedra (Fedra) = la tragedia tratta dell'incestuoso amore di Fedra per il figliastro Ippolito e del drammatico destino che si abbatte sul giovane, restio alle seduzioni della matrigna, la quale, per vendetta, ne provoca la morte denunciandolo al marito Teseo, padre di Ippolito.</p><p>Oedipus(Edipo) = ispirata al celeberrimo Edipo re sofocleo, narra il mito tebano di Edipo, inconsapevole uccisore del padre Laio e sposo della madre Giocasta. Alla scoperta della tremenda verità egli reagisce accecandosi.</p><p> Agamemnon (Agamennone) = si ispira, assai liberamente, all'omonimo dramma di Eschilo. La tragedia rievoca l'assassinio del re, al ritorno da Troia, per mano della moglie Clitennestra e dell'amante Egisto.</p><p>Thyestes (Tieste) = rappresenta una vicenda mitica già trattata in opere di Eschilo, Sofocle, Euripide, Ennio e Accio (tutte perdute). Atreo, animato da odio mortale per il fratello Tieste, che gli ha sedotto la sposa, si vendica con un finto banchetto di riconciliazione in cui imbandisce al fratello ignaro le carni dei figli.</p><p>Hercules Oetaeus (Ercole sull’Eta) = letteralmente "Ercole sull'Eta", dal nome del monte su cui si svolge l'evento culminante del dramma, la tragedia è modellata sulle Trachinie di Sofocle, è trattato il mito della gelosia di Deianira, che per riconquistare l'amore di Ercole, innamoratosi della concubina Iole, gli invia una tunica intrisa del sangue del centauro Nesso, creduto un filtro d'amore e in realtà dotato di potere mortale: tra dolori atroci Ercole muore ed è assunto fra gli dei.</p><p>Seneca mostra nelle sue tragedie il lato forse più sconosciuto della sua personalità, l'altra faccia "dionisiaca" di quel vir sapiens et bonus suicidatosi per la giusta causa della libertà, di quel saggio stoico che andava predicando l'imperturbabilità, la giustizia e il Bene.</p><p>Le tragedie senecane, spesso a sfondo mitico e con personaggi presi in prestito dalla tradizione mitica e tragica greca, si configurano infatti come uno studio preciso dei comportamenti umani, soprattutto per quanto riguarda le esperienze del Male e della morte. In esse Seneca parla infatti di uccisioni, di incesti e di parricidi, di rituali di magia.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 16:12:28 UTC</pubDate>
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         <title>LE OPERE DI ARGOMENTO POLITICO</title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>Non è facile distinguere nettamente le opere di argomento politico da quelle di argomento filosofico, perché in Seneca la riflessione filosofica non è quasi mai separata dalle possibili implicazioni sul piano pratico e politico. Tuttavia ci sono alcune opere che denotano un più marcato interesse per i problemi politici del tempo, e queste sono il <em>De</em> <em>clementia</em> , <em>De</em> <em>beneficis</em> e le <em>Naturales</em> <em>quaestones</em>.</p><p>Anche in essi come nei Dialoghi l’autore parla sempre in prima persona rivolgendosi ad un dedicatario con cui immagina di dialogare e di discutere: anche qui si rileva un impianto argomentativo e dialettico e l’uso di procedimenti diatribici, come la vivace polemica con obbiettori fittizzi e il frequente ricorso ad aneddoti.</p><p>Il <em>De</em> <em>clementia</em>, un trattato in tre libri, di cui ci restano il primo e parte del secondo, scritto nel 58 o nel 55 d. C., è forse l'opera ideologicamente più sistematica di tutta la produzione senecana. In esso, che è indirizzato a Nerone, viene delineato l'ideale della monarchia illuminata e temperata, quell'ideale che l'autore si illudeva di poter realizzare col giovane imperatore cresciuto sotto l'influenza dei suoi insegnamenti.</p><p>Il filosofo elogia Nerone perché pur disponendo di un potere illimitato, egli da prova di possedere la virtù più grande del sovrano, la clemenza, definita dal filosofo come la moderazione e l’indulgenza che chi ha la facoltà di punire adotta spontaneamente nell’infliggere le pene.</p><p>La clemenza contraddistingue il <em>rex</em> <em>iustus</em> (il re giusto e buono) rispetto al tiranno e procura a chi governa amore e riconoscenza, garantendo la stabilità dell'impero assai più dell'odio che nasce dalla crudeltà. Il re buono e clemente (dice Seneca, seguendo fonti stoiche) instaura con i sudditi un rapporto paterno: punisce malvolentieri, soltanto quando è indispensabile, e sempre per il bene dei sottoposti, che lo contraccambiano con sincero affetto, devozione e fedeltà. Si può notare che Seneca prende atto realisticamente del fatto che il principato, nonostante la finzione augustea della restaurazione della repubblica, è una monarchia assoluta.</p><p>Proprio per questo l'autore pone al centro del suo discorso non più la giustizia (come avevano fatto Platone e Cicerone), ma la clemenza, ossia una qualità che implica un rapporto di dipendenza, in quanto esercitata dal superiore verso gli inferiori: il punto di riferimento non è più costituito dalle leggi, a cui tutti i cittadini devono sottostare, ma dalla volontà del principe, libera da ogni limite o vincolo esterni.</p><p>Partendo da questo dato di fatto, il filosofo cerca di motivare teoricamente la realtà positiva del principato e trova un efficace supporto nella dottrina politica stoica, che indicava nella monarchia la migliore forma di governo a condizione che il re fosse saggio.</p><p>L'opera si risolve così in un solenne ed entusiastico elogio del giovane imperatore. È chiaro che sulla figura di Nerone il filosofo proietta un modello ideale.</p><p>Il ritorno a certi principi dell'età augustea o addirittura di quella repubblicana è fittizio, in quanto non nasce dalla presa di coscienza da parte dell'imperatore che occorre rispettare anche le altre istituzioni (come il senato) che presentano interessi diversi, ma appare piuttosto come un fatto unilaterale determinato esclusivamente dalla bontà e dalla clemenza del Principe. Il presunto ritorno alle età precedenti si risolve quindi non in una limitazione del potere imperiale, bensì in un suo rafforzamento in senso autoritario e autocratico.</p><p>Il <em>De</em> <em>beneficis </em>è un trattato diviso in sette libri, dedicato all’amico Ebuzio Liberale. Seneca dà precetti sul retto modo di fare e di ricevere benefic, da lui presentati come il fondamento della convivenza civile e della vita sociale. Ritroviamo, con molte argomentazioni ed esempi, temi come l’aiuto reciproco, dei doveri del superiore verso l’inferiore, della riconoscenza e dell’ingratitudine.</p><p>Le <em>Naturales</em> <em>quaestiones </em>è un trattato di scienze naturali in sette libri, dedicato a Lucilio. L’opera tratta argomenti di argomenti metereologici: nel libro I dei fuochi celesti (arcobaleno, meteore ecc.), nel II libro dei lampi, dei tuoni e dei fulmini, nel III delle acque terrestri, nel IV delle piene del Nilo e poi della pioggia, della neve; nel V libro dei venti; nel VI libro dei terremoti e nel VII delle comete.</p><p>Anche in quest’opera Seneca si pone l’obbiettivo di liberare gli uomini dai timori che nascono dall’ignoranza dei fenomeni naturali e insegnare loro il retto uso dei beni messi a disposizione dalla natura. Questi intenti sono dichiarati esplicitamente nelle prefazioni e negli epiloghi dei singoli libri e si rivelano anche in alcune digressioni.</p><p>Seneca deplora più volte il fatto che gli uomini trascurino lo studio della natura per darsi a occupazioni moralmente inutili o nocive; inoltre non perde occasione per biasimare la tendenza a usare le conoscenze scientifiche e i ritrovati della tecnica in funzione di un accrescimento dei vizi e della corruzione. È esaltata più volte la ricerca scientifica, considerata il mezzo con cui l'individuo può innalzarsi al di sopra di ciò che è puramente umano ed elevarsi fino alla conoscenza delle realtà divine.</p><p>L’opera non presenta un approccio freddamente scientifico, come ha notato lo studioso Piergiorgio Parroni, anche in esse è del tutto evidente lo “stile drammatico”, fortemente emotivo, che permea l’intera opera senecana.</p><p><br><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 18:29:11 UTC</pubDate>
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         <title>IL PROSIMETRO APOKOLOKYNTOSIS </title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p><em>L'Apokolokyntosis</em> o <em>Ludus</em> <em>de</em> <em>morte</em> <em>Claudii</em>, composto nel 54, è invece un opera molto originale, mordace e aggressiva, un prosimetro, cioè un’opera mista di prosa e versi appartenente al genere della satira menippea. Quest’ultima era stata introdotta a Roma da Varrone Reatino, che l’aveva usata per svolgere temi diatribici, di argomento morale.</p><p>Il titolo dell’opera corrisponde alla contrazione dei termini κολόκυνθα, che significa zucca, e αποθέωση, che è il processo di deificazione (divinizzare; ascrivere, collocare fra le divinità) post mortem. La traduzione di questa crasi sarebbe “zucchificazione” ma per far notare una più forte valenza satirica si è più propensi a tradurlo come “deificazione di una zucca o zuccone” con un chiaro riferimento alla stupidità e alla vanagloria attribuita all’imperatore Claudio, il quale era affetto anche da una forma di zoppia, tanto che dopo essere salito all’Olimpo le divinità lo definiranno come un quasi homo. Quindi l’opera di Seneca capovolge in burla la pratica della divinizzazione post-mortem dell’imperatore. La pratica della divinizzazione nell’antica Roma aveva soprattutto una funzione politica, rinsaldando l’importanza della figura imperiale e conferendo valore anche al successore dell’imperatore defunto.</p><p>Le ostilità sorte tra Seneca e Claudio sono da attribuire alle abili macchinazioni di Messalina, la giovanissima moglie dell’imperatore. La donna, una volta salita al trono imperiale nel 41 d.C. assieme all’anziano marito, dopo l’omicidio di Caligola, provvede a vendicare la morte di quest’ultimo: a cadere vittima della vendetta di Messalina è anche Seneca, probabilmente amante di Giulia Livilla, sorella di Caligola. I due subiscono l’esilio: Giulia nell’isola di Ventotene, dove verrà poi successivamente raggiunta ed eliminata dai sicari di Messalina; Seneca, invece, sarà spedito nella selvaggia e desolata Corsica, dove sconterà anni di esilio dal quale solo la nuova moglie di Claudio, Agrippina, lo richiamerà, restituendogli la libertà, riabilitando la sua fama e affidandogli l’educazione del figlio Nerone, per ottenere una sorte di imitatio Alessandri. Ma le umiliazioni per Claudio non sono finite. Nella parte finale dell’Apokolokyntosis, Claudio, disceso negli inferi, dopo essere passato sulla terra nel bel mezzo del suo funerale, l’imperatore si trova difronte le facce nemiche di tutti quegli amici che aveva mandato a morte, pronti a chiedere finalmente vendetta. Il processo subito da Claudio è rapido e sommario con la sua sentenza lapidaria: “Abbiasi pan per focaccia; e questa sia giusta sentenza”. Claudio, per una geniale legge del contrappasso, sarà consegnato come schiavo a Cesare, che a sua volta lo metterà al servizio del suo liberto Menandro.</p><p>Secondo il critico Ettore Paratore probabilmente Seneca si indusse a comporre la satira «un po per sfogare ingenerosamente il suo rancore contro il monarca che lo aveva esiliato; un po’ per reagire alle ipocrite esaltazioni funebri che di esso facevano proprio coloro che forse ne avevano affrettato la morte, un po' per fare la propaganda alla persona del suo imperiale alunno ed esporre il programma politico che egli aveva cercato di suggerirgli ».</p><p><br><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 18:32:54 UTC</pubDate>
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         <title>LO STILE DI SENECA TRA AMMIRATORI E DETRATTORI</title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>La complessa spiritualità filosofica di Seneca la ritroviamo in un linguaggio asimmetrico, ispirato alla <em>varietas</em>, si impegna in un dialogo vivace, serrato, appassionato, con l'intento non soltanto di persuadere razionalmente il destinatario, ma anche di coinvolgerlo affettivamente. Le frasi vengono accostate per antitesi, il periodo non ha mai un andamento regolare e bilanciato quindi appare sempre mutevole ed imprevedibile. È lo stile incentrato sulla <em>sententia</em> sulla frase a effetto, di cui fornisce un'abbondante e significativa esemplificazione l'antologia di declinazioni composte da Seneca padre. Lo stile senecano, benché diverso da quello ciceroniano, non rifiuta affatto ma anzi fa larghissimo uso dei procedimenti della <em>concinnitas</em>: l'antitesi, i parallelismi, l anfora, la figura etimologica, il poliptoto. Le <em>sententiae</em> senecane sono concise ed efficaci.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 18:34:29 UTC</pubDate>
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         <title>LO STILE &quot;FILOSOFICO&quot; DI SENECA &quot;DRAMMATURGO&quot;</title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
         <link>https://padlet.com/grafferiamariglianl/8m1owlztw9p647k9/wish/3146887516</link>
         <description><![CDATA[<p>Alfonso Traina ha dato a un suo saggio un titolo divenuto celebre: Lo stile "drammatico" del filosofo Seneca. Tale titolo si può rovesciare: l'opera tragica dell'autore risente infatti in modo fortissimo delle caratteristiche presenti nel Seneca prosatore.</p><p>Da quanto detto deriva un tono magniloquente e declamatorio, che costituisce indubbiamente un ostacolo per il lettore moderno, infastidito dalla ridondanza e dalla ripetitività connesse con la tecnica della variazione sul tema (tipica della retorica di età imperiale ed evidente già nelle opere filosofiche) e dalla sovrabbondanza delle apostrofi, delle esclamative e delle interrogative retoriche.</p><p>Nonostante gli eccessi - cioè l'enfasi, l'esuberanza espressiva, il gusto per le tinte forti, i toni accesi e l'ornamentazione sovraccarica -, nelle tragedie più riuscite (Fedra, Medea, Le Troiane, Tieste) lo scavo negli abissi più tenebrosi dell'animo umano è profondo ed efficace, e la tensione patetica raggiunge culmini di intensa emozione e commozione.</p><p>La cupezza particolare della scrittura si inserisce perfettamente nelle regole del genere tragico romano, portato ad esasperare l'horror. Lo stile concettoso e concentrato si rivela particolarmente adatto alle <em>sticomitie</em> (successioni di battute corrispondenti ciascuna a un verso) e alle <em>emisticomitie</em> (in cui ogni battuta corrisponde alla metà di un verso).</p><p>Vi sono poi battute a effetto, in cui la brevità garantisce al testo un'efficacia e un'energia estreme.</p><p><br><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 18:39:03 UTC</pubDate>
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         <title>GLI EPIGRAMMI E IL “CARTEGGIO CON SAN PAOLO”</title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>All'interno di una raccolta di poesie formatasi nella tarda età imperiale compare sotto il nome di Seneca una settantina di epigrammi (in distici elegiaci) di assai dubbia autenticità.</p><p>Essi comprendono carmi encomiastici per la vittoriosa campagna di Claudio in Britannia del 43, elogi di Catone Uticense e di Pompeo, poesie d'amore palesemente influenzate da Ovidio, componimenti d'occasione in cui sono menzionati amici e parenti del filosofo. In due epigrammi è descritto lo squallido e inospitale paesaggio della Corsica, in altri due il poeta si lamenta espressamente per l'esilio. È difficile e probabilmente impossibile stabilire se qualcuno di questi componimenti risalga effettivamente a Seneca o se si tratti invece di esercitazioni scolastiche (forse anche molto posteriori) o di veri e propri falsi.</p><p>La grande fama dell'autore favorì infatti il proliferare di opere a lui falsamente attribuite: nel IV secolo d.C. fu composto addirittura, in ambito cristiano, un carteggio tra Seneca e san Paolo (suo contemporaneo e, come è noto, autore di epistole). Quest'ultima operazione, del tutto inverosimile (il cristianesimo non aveva ancora alcuna dignità agli occhi del filosofo romano), mirava evidentemente mostrare. in epoche successive che si ponevano il problema di come comportarsi con la letteratura pagana, quanto paganesimo e cristianesimo potessero essere compatibili o, almeno, legittimarsi l' un l'altro.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 18:41:43 UTC</pubDate>
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         <title>SENECA MAESTRO DI FILOSOFIA: LO STRUMENTO DEL DIAOLOGO</title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>La parte piú cospicua della produzione di Seneca è sicuramente costituita dalle opere filosofiche.</p><p>Sarà bene precisare subito che non si tratta di opere che affrontano problemi teoretici, in quanto il nostro autore non è interessato alla speculazione astratta, ne, d'altra parte, egli intende posporsi, come alla maniera di Cicerone, come diffusore e divulgatore delle teorie filosofiche greche. Il suo obbiettivo è piuttosto quello di aiutare se stesso e i suoi amici «a raggiungere, nella vita, la rettitudine”. La filosofia in tal senso diventa lo strumento privilegiato, una vera e propria <em>medicina</em> <em>doloris</em>, in quanto libera l’uomo dalle affezioni e gli addita l’impervia ma seducente via delle virtù.</p><p>La condizione perfetta dell’animo e la libertà dalle affezioni sono raggiunte soltanto dall’uomo che rappresenta la piena esplicazione del logos, il saggio, che Seneca tende ad identificare col vecchio ideale romano del <em>vir</em> <em>bonus</em> preso nel suo senso piú elevato. Seneca non cessò mai di cercare edificazione in questo ideale del saggio, dell'uomo perfetto che riunisce in sé tutte le virtú, che è superiore ad ogni cosa terrena e tetragono a tutti i colpi della <em>tyche</em>, che in mezzo alle tempeste della vita sta fermo come roccia tra le onde, che nella sua serena lietezza è simile al cielo sgombro di nubi, che adempie a tutti i doveri verso i suoi simili come per necessità naturale, che ha scalato una vetta tanto alta da trovarsi vicino a Dio stesso.</p><p>La filosofia di Seneca, dunque, persegue sostanzialmente l'ideale dell'<em>humanitas</em> e riprende un tema caratteristico della speculazione filosofica stoica, da Panezio allo stesso Cicerone.</p><p>Tuttavia occorre precisare che in Seneca l'humanitas non è l'ideale civile e sociale dell'età ciceroniana, ma un sentimento di filantropia che porta l'uomo a sentire i bisogni e i dolori degli altri uomini, ad aiutarli e sostenerli ogni volta che ne abbiano bisogno.</p><p>Su questa base ideologica, Seneca è il primo cittadino romano che propone una riconsiderazione degli schiavi, questi non sono esseri inferiori, egli dice, ma uomini come gli altri; pertanto in nome della comune natura umana hanno anch'essi diritto al rispetto. Catone aveva parlato degli schiavi come di veri e propri (strumenti, atti solamente al lavoro dei campi. Infatti la teoria dell'humanitas, sempre piú radicata nella società e nella cultura romana, ha posto ormai fuori giuoco la vecchia concezione schiavistica del cittadino romano. Allora la ricca economia agricola, rendeva necessaria una condizione schiavista. Ora, al tempo di Nerone, con la crisi ormai endemica dell’agricoltura, una schiavitù completamente subordinata al padrone appare meno necessaria sul piano sociale.</p><p>Sono dieci opere di argomento filosofico.</p><p>Un gruppo di testi senecani di argomento filosofico è pervenuto sotto il titolo complessivo di <strong>Dialogi</strong>. Si tratta di dieci opere per un totale di dodici libri (nove sono in un libro solo; una, il <em>De</em> <em>ira</em>, in tre). Non è noto quando si sia formata questa raccolta né se il titolo risalga all'autore stesso.</p><p>In realtà quelli di Seneca non sono dialoghi come quelli di Platone e di Cicerone, in cui la discussione si svolge tra due o più personaggi in una cornice "drammatica" e con un'ambientazione storica, sia pure fittizia. Nei dialoghi senecani, al contrario, l'autore parla sempre in prima persona, avendo come unico interlocutore il dedicatario dell'opera; tre consistono in discorsi rivolti a una donna dell'alta società romana, alla madre Elvia e ad un potente liberto dell'imperatore per recare loro consolazione in un momento di dolore, gli altri sette sono trattati su argomenti diversi.</p><p>L'impianto dei cosiddetti "dialoghi" di Seneca non corrisponde dunque a quello dei dialoghi veri e propri; si tratta in effetti di monologhi in cui l'illusione del dialogo è ottenuta con la tecnica dell' <em>occupatio</em>, cioè con l'anticipazione di obiezioni o di commenti di un interlocutore fittizio.</p><p>La datazione delle singole opere è in molti casi incerta e discussa: e non di tutte può essere stabilita con ragionevole probabilità.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 18:44:44 UTC</pubDate>
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         <title>I DIALOGHI DI IMPIANTO CONSOLATORIO </title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
         <link>https://padlet.com/grafferiamariglianl/8m1owlztw9p647k9/wish/3146949888</link>
         <description><![CDATA[<p>L'opera più antica è la <em>Consolatio</em> <em>ad</em> <em>Marciam</em> ("Discorso consolatorio rivolto a Marcia"), scritta prima dell'esilio, forse nel 37 (all'inizio del principato di Caligola). In essa Seneca si propone di consolare Marcia, donna dell'alta società romana, sofferente già da tre anni per la perdita del giovane figlio Metilio.</p><p>Lo scritto si inserisce nella tradizione della "consolazione filosofica", che aveva avuto illustri esempi nella letteratura greca e che, in quella latina, era rappresentata in particolare dalla <em>Consolatio</em> a se stesso di Cicerone per la morte della figlia Tullia, oggi perduta ma nell'antichità celeberrima. Seneca riprende dunque il repertorio topico degli argomenti addotti dai filosofi di varie scuole per consolare chi ha subito un lutto e si impegna nella dimostrazione che la morte non è un male, svolgendo sia la tesi della morte come fine di tutto sia quella della morte come passaggio a una vita migliore. Conclude infine l'ampia trattazione con l'elogio di Metilio e con la sua apoteosi, immaginando che il nonno Cremuzio lo accolga in cielo, nella sede riservata alle anime degli uomini grandi.</p><p>L'opera ha carattere spiccatamente retorico sia nei temi, tradizionali e spesso convenzionali, sia nello stile, molto elaborato e sostenuto. Si rilevano in questa prima prova dell'attività dell'autore, composta quando Seneca aveva già superato la quarantina, quella capacità di rielaborare efficacemente e brillantemente i luoghi comuni e quella perfetta padronanza dei mezzi espressivi che contraddistinguono tutta la sua produzione.</p><p>Al periodo dell'esilio in Corsica appartengono le altre due <em>Consolationes</em>, scritte rispettivamente nel 42-43 e nel 43-44.</p><p>La <em>Consolatio</em> <em>ad</em> <em>Helviam</em> <em>matrem</em> ("Discorso consolatorio per la madre Elvia") ha come destinatario la madre dell'autore, che soffre per la sua condanna e per la sua lontananza.</p><p>Seneca vi sviluppa la topica consolatoria riguardo all'esilio, proponendosi di dimostrare che esso, nonostante le apparenze, non è un male. Si tratta infatti, sostiene il filosofo seguendo fonti stoiche, di un semplice mutamento di luogo, che non può togliere all'uomo l'unico vero bene, consistente nella virtu; del resto il saggio (secondo la dottrina del cosmopolitismo stoico) ha come patria il mondo intero.</p><p>Alla parte argomentativa di carattere generale segue lo sviluppo di una serie di temi più specifici e personali: Elvia è esortata a seguire l'esempio di donne nobili e coraggiose, a cercare conforto negli studi e nell'affetto degli altri famigliari e a pensare che il figlio, pur lontano da Roma, vive sereno, dedito alla filosofia, impegnato nella ricerca e nella contemplazione della verità.</p><p>L'operetta è tra le migliori di Seneca per il tono improntato ad affettuosa intimità, ma anche e soprattutto a nobile dignità. Ben diverso è l'atteggiamento dell'autore nello scritto successivo, la <em>Consolatio</em> <em>ad</em> <em>Polybium</em>, rivolta a un potente liberto dell'imperatore Claudio, in occasione della morte di un fratello. Si tratta di una <em>consolatio</em> <em>mortis</em>, l'ineluttabilità del destino e la dimostrazione razionale che la morte non è un male e che è insensato compiangere chi non è più in vita, in quanto <em>aut</em> <em>beatus</em> <em>aut</em> <em>nullus</em> <em>est</em> ("o è felice o non esiste più" e quindi non prova alcuna sofferenza: Consolatio ad Poly-bium, 9, 2).</p><p>Seneca usa un tono adulatorio verso Polibio e Claudio.</p><p>Il filosofo usa un tono adulatorio non solo verso il liberto Polibio e verso il fratello morto, ma soprattutto verso Claudio, di cui esalta le imprese militari (era di quegli anni la riconquista della Britannia); alla giustizia e alla clemenza dell'imperatore egli affida la sua speranza di ottenere la grazia, e nella parte finale lo introduce a parlare, facendogli rievocare grandi personaggi della casa giulio-claudia che avevano saputo far fronte con esemplare forza d'animo a gravi lutti familiari, per questo l’opera ha valore encomiastico.</p><p><br><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 19:14:37 UTC</pubDate>
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         <title>I DIALOGHI-TRATTATI </title>
         <author>grafferiamariglianl</author>
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         <description><![CDATA[<p>Sicuramente posteriore, e probabilmente non di molto, alla morte di Caligola (41) è il <em>De</em> <em>ira</em>, in tre libri, in cui il filosofo si propone di combattere l'ira, passione tra le più odiose, pericolose e funeste.</p><p>Seneca afferma (in coerenza con le posizioni stoiche) che essa non è mai accettabile né utile, in quanto è prodotta da un impulso che offusca la ragione, e infatti ha manifestazioni molto simili a quelle della follia. Ne indica poi i rimedi, cioè i mezzi per prevenirla e per placarla. Tra i numerosi esempi, tratti dalla storia greca e romana, spicca quello di Caligola, l'imperatore (evidentemente defunto) su cui l'autore sfoga il suo odio portando numerose prove della sua ira furiosa, descrivendolo come una belva assetata di sangue.</p><p><br><br></p><p><em>De</em> <em>brevitate</em> <em>vitae</em> ("La brevità della vita"), dedicato all'amico Paolino. Il filosofo vi sostiene che gli uomini hanno torto a lamentarsi per la brevità del tempo assegnato dalla natura alla loro esistenza; in realtà vita, si uti scias, longa est ("la vita, se sai farne buon uso, è lunga": De brevitate vitae). Il fatto è che la stragrande maggioranza degli uomini la spreca, dissipandola in occupazioni frivole e vane: sono quelli che il filosofo chiama <em>occupati</em> ("indaffarati","affaccendati"), contrapposti al saggio, l'unico che conosce il retto uso del tempo. Al periodo in cui il filosofo era al potere, al fianco di Nerone, appartiene il <em>De</em> <em>vita</em> <em>beata</em> ("La felicità"). L'opera è divisa in due parti. Nella prima, di carattere teoretico, Seneca espone la dottrina morale stoica, la quale fa consistere la felicità nella vita secondo natu-ra, che per l'uomo si identifica con la ragione, e che indica il sommo bene nella virtù; inoltre polemizza vivacemente con gli epicurei, i quali identificano il sommo bene con il piacere (<em>voluptas</em>).</p><p>La seconda parte ha anch'essa carattere spiccatamente polemico, ma con evidenti implicazioni personali. Seneca infatti respinge le critiche di chi accusa i filosofi di incoerenza rinfacciando loro di non vivere secondo i precetti che professano, anche se l’autore parla non esplicitamente di se stesso e delle accuse che gli muovevano i suoi nemici. Altra opera compresa nella raccolta dei Dialoghi, che risale con grande probabilità al periodo in cui l'autore era collaboratore di Nerone, è il <em>De</em> <em>tranquillitate</em> <em>animi</em> ("La tranquillità dell'animo"). Essa è dedicata al caro amico Anneo Sereno, che Seneca introduce a parlare immaginando che chieda a lui consiglio e aiuto, trovandosi in una condizione di insicurezza e di instabilità spirituali.</p><p>Il filosofo, dopo aver tracciato una descrizione magistrale dei sintomi e delle manifestazioni di un animo inquieto e insoddisfatto, indica alcuni rimedi pratici che aiutano a raggiungere la "tranquillità dell'animo" (greco <em>euthymía</em>): l'impegno nella vita attiva per il bene comune, l'amicizia dei buoni, la parsimonia e la frugalità, la serena accettazione delle avversità e della morte.</p><p><br><br></p><p>Al periodo immediatamente antecedente o successivo al ritiro è probabilmente da assegnare il <em>De</em> <em>otio</em> ("La vita contemplativa), scritto in cui il filosofo si rivolge ancora ad Anneo Sereno affrontando espressamente il problema dell'impegno e del disimpegno, ossia della superiorità della vita attiva o di quella contemplativa, chiedendosi se il saggio debba o no partecipare alla política attiva.</p><p>Seneca sostiene la validità della scelta <em>dell'otium</em> osservando che la posizione stoica - secondo cui il saggio deve impegnarsi politicamente, a meno che le circostanze non glielo impediscano - viene sostanzialmente a coincidere con quella epicurea, secondo cui il saggio non deve impegnarsi, a meno che le circostanze non glielo impongano.</p><p>Restano due "dialoghi" la cui collocazione cronologica è del tutto incerta. Nel primo, dal titolo <em>De</em> <em>providentia</em> ("La provvidenza"), Seneca risponde all'amico Lucilio che gli ha chiesto perché mai i buoni sono colpiti dai mali, se è vero quanto afferma lo stoicismo, e cioè che l'universo è retto dalla provvidenza divina. Il filosofo sostiene che in realtà non sono veri mali quelli che gli uomini considerano comunemente tali: si tratta invece di prove a cui gli dèi sottopongono i buoni per temprarli e per aiutarli a perfezionarsi moralmente.</p><p>Nel <em>De</em> <em>constantia</em> <em>sapientis</em> ("La costanza del saggio"), dedicato ancora ad Anneo Sereno, Seneca dimostra la tesi stoica secondo cui il saggio non può essere colpito da alcun oltraggio e da alcuna offesa, perché la sua forza e la sua superiorità morale lo rendono invulnerabile di fronte a qualsiasi attacco dall'esterno: egli non può infatti subire alcun danno, perché l'unico bene consiste per lui nella virtù, che nessuno gli può togliere.</p><p><br><br></p><p><strong>I temi: il male di vivere, la morte, la virtù</strong></p><p>Nei dialoghi Seneca non vuole proporre ai suoi interlocutori e lettori una filosofia astratta, capace di smascherare i falsi valori. La filosofia è dunque concepita come uno strumento terapeutico che può migliorare l'uomo, purché ci sia volontà di un cambiamento di rotta. Occorre persuadere il "malato" a cambiare vita, attraverso <em>l'admonitio</em>. Gli <em>errores</em> su cui si concentra Seneca riguardano la qualità della vita dell'uomo che irrazionalmente vede la realtà come caotica e frammentata. Il compito del filosofo è ricomporla e darle una forma razionale. L'uomo si sente in balia della sorte, chiarisce Seneca che il problema è causato dall'ignoranza della precarietà dell'esistenza umana. Seneca invita i suoi destinatari a perseguire la realizzazione di sé nella ricerca delle virtù la carriera politica come tutti altri beni materiali appartiene agli <em>indifferentia</em>. È importante curare la propria interiorità, infatti attraverso la <em>meditatio</em> ci permette di giovare a sé stessi e gli altri. Il cammino verso la sapienza è difficile infatti egli ha piena coscienza di non essere un sapiens ma uno dei <em>proficients</em> di coloro che stanno progredendo verso il perfezionamento morale.</p><p><br><br></p><p><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-09-30 19:20:22 UTC</pubDate>
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