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      <title>L&#39;alimentazione nel mondo e nella storia by Sara Greco</title>
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      <description>Sara Greco 2^A</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2024-12-14 15:53:06 UTC</pubDate>
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         <title>Cosa sono le calorie?</title>
         <author>saragreco009</author>
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         <description><![CDATA[<p>Ogni singolo alimento contiene un dato quantitativo di calorie, le quali</p><p>indicano l’energia che il cibo dona all’organismo. L’unità di misura</p><p>utilizzata è la kilocaloria (kcal) e, da un punto di vista prettamente chimico</p><p>(nello specifico, termodinamico), per caloria si intende la quantità di calore</p><p>necessaria per aumentare la temperatura di un litro di acqua di un grado,</p><p>da 14,5 a 15,5 °C, attraverso l’uso di uno strumento dedicato chiamato</p><p>bomba calorimetrica.</p><p>Il potere calorico di un cibo dipende dalla composizione dei suoi principi</p><p>nutritivi, vale a dire dal contenuto dei macronutrienti (carboidrati,</p><p>proteine e grassi, assimilabili dall’organismo solo dopo scissione e</p><p>digestione) e dei micronutrienti (vitamine e Sali minerali, assorbiti tal quali</p><p>senza necessità di alcuna modifica).</p><p>Ogni alimento, infatti, possiede percentuali variabili di ciascun principio</p><p>nutritivo che influenzano l’apporto calorico totale dello stesso:</p><p>I carboidrati forniscono in media 4 kcal per grammo;</p><p>Le proteine forniscono, mediamente, 4 kcal per grammo (al pari dei</p><p>glucidi);</p><p>I grassi, invece, forniscono in media 9 kcal per grammo.</p><p>Avere conoscenza e consapevolezza di cosa si stia mangiando è un passo in</p><p>avanti per capire quanto si stia realmente mangiando. Immaginiamo di</p><p>volere perdere dei chili in eccesso e di preparare un’insalata mista, ricca di</p><p>diversi alimenti, come piatto unico per pranzo o cena.</p><p>A volte dietro un piatto così semplice se ne può nascondere un altro ben più</p><p>energetico di quello che crediamo, perché si può cadere involontariamente</p><p>nell’errore di esagerare con molto calorici o carichi di grassi, mancando il</p><p>desiderato obiettivo di dimagrire (senza nemmeno capirne il motivo) e</p><p>demotivandoci poi. Per questo è importante sapere l’apporto calorico degli</p><p>alimenti e come calcolare le calorie presenti in un piatto.</p><p>A darci una mano accorrono le etichette nutrizionali presenti sulle</p><p>confezioni dei cibi che acquistiamo al supermercato: imparare a leggerle e</p><p>interpretarle ci aiuterà in questo calcolo forse un po’ noioso, ma certamente</p><p>utilissimo.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 16:18:47 UTC</pubDate>
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         <title>Come calcolare le calorie di un piatto</title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260209152</link>
         <description><![CDATA[<p>Consideriamo sempre i valori di kcal riferiti a 100 g di prodotto, da cui sarà</p><p>poi possibile calcolare la quantità presente nel nostro piatto per</p><p>proporzione, considerando ogni singolo ingrediente che possa</p><p>effettivamente avere peso nella somma totale delle calorie (quelle</p><p>relative al succo di metà limone per condire un’insalata, per dire, possono</p><p>essere trascurate).</p><p>Ad esempio, per preparare una porzione di pasta al pesto usiamo 80g di</p><p>pasta e 30g di pesto; leggiamo sull’etichetta che le calorie della pasta sono</p><p>350 per etto, mentre per il pesto sono 570. Calcoliamo, quindi, le calorie</p><p>riguardanti il nostro piatto:</p><p>Pasta: 35 kcal x 8g = 280 kcal</p><p>Pesto: 57 kcal x 3g = 171 kcal</p><p>Per un valore di 451 kcal totali.</p><p>Possiamo anche calcolare le quantità dei singoli macronutrienti per ogni</p><p>alimento, avendo sempre come riferimento iniziale la porzione standard di</p><p>100g e i valori riportati in etichetta.</p><p>Pasta:</p><p>Carboidrati: 72g</p><p>Proteine: 13 g</p><p>Grassi: 1,7 g</p><p>Pesto:</p><p>Carboidrati: 10 g</p><p>Proteine: 4,7 g</p><p>Grassi: 57g</p><p>Moltiplichiamo tali valori per le kcal apportate dai singoli macronutrienti:</p><p>Pasta:</p><p>Carboidrati 72g x 4kcal = 288 kcal</p><p>Proteine 13g x 4kcal = 52 kcal</p><p>Grassi 1,7g x 9kcal = 15 kcal</p><p>Pesto:</p><p>Carboidrati 10g x 4kcal = 40kcal</p><p>Proteine 4,7g x 4 kcal = 18,8 kcal</p><p>Grassi 57g x 9 kcal = 513kcal</p><p>Avremo, in questo modo, anche la stima di quante calorie siano apportate</p><p>dai singoli macronutrienti per ciascun etto di prodotto e, per proporzione,</p><p>nella nostra razione.</p><p>Allo stesso modo, se utilizziamo solo ingredienti freschi, dovremo utilizzare</p><p>una tabella tabella delle calorie delle calorie e sommare le calorie dei singoli ingredienti,</p><p>proporzionate in base al loro quantitativo usato nella ricetta. Per</p><p>semplificarci la vita, tuttavia, esistono diversi tool online</p><p>con i quali potrete calcolare in modo semplice le calorie di una ricetta.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 16:22:14 UTC</pubDate>
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         <title>La globalizzazione a tavola: il cibo che mangiamo viene da lontano</title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260216833</link>
         <description><![CDATA[<p>La globalizzazione, con i numerosi paradigmi dell'industria alimentare e dell'agricoltura intensiva, sta rendendo sempre più simili gli stili alimentari dei popoli del mondo.</p><p>Com’è possibile? È la globalizzazione che, con i numerosi paradigmi dell’industria alimentare e dell’agricoltura intensiva, sta rendendo sempre più simili gli stili alimentari dei popoli del mondo. Basti pensare che in media in ogni nazione più di due terzi delle derrate alimentari usate e coltivate ha origine in altre aree geografiche, spesso molto lontane.</p><p>Lo ha calcolato il gruppo di Colin Khoury dell’International Center for Tropical Agriculture americano, che ha descritto il <a rel="noopener noreferrer" href="http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/283/1832/20160792">lavoro</a> sulla rivista Proceedings of the Royal Society B. e che ha esaminato diverse colture che sono centrali per le diete nazionali (fonti di carboidrati, grassi, proteine e fibre) e i sistemi nazionali di agricoltura (produzione, qualità, aree di ritaglio e le quantità di produzione). E sono arrivati a una conclusione: la sorpresa più grande non è tanto il fatto che le persone spesso mangino “oltre confine”, ma il fatto che nessun singolo paese ha una dieta composta interamente da colture “indigene”.</p><p>I ricercatori hanno preso in esame le origini di 151 derrate differenti suddividendole in 23 regioni geografiche, esaminando poi le statistiche nazionali su dieta e produzione di cibo di 177 paesi, corrispondenti al 98,5% della popolazione mondiale, e determinando in questo modo la provenienza esatta di ogni alimento.</p><p>Secondo quanto emerso, in media il 69% delle derrate consumate e prodotte in un paese è originario in realtà di un’altra area geografica, una cifra che è aumentata del 6% negli ultimi 50 anni, a testimonianza della sempre maggiore ‘omogeneizzazione’ delle diete. Ecco perché le patate appaiono ogni giorno sui nostri piatti, ma la patata non è una coltura d’origine italiana, così mangiamo riso dell’Asia o beviamo il caffè che ha avuto origine in Africa.</p><p>Le diete in tutto il mondo, quindi, sono diventate sempre più diversificate ma tra loro omogenee. A causa della globalizzazione, ossia di svariati motivi come l’aumento del potere d’acquisto dei consumatori nelle regioni in via di sviluppo, l’ascesa di supermercati e dei cibi pronti, l’aumento del consumo veloce fuori casa, l’urbanizzazione, i trasporti refrigerati, i sussidi agricoli, le tecnologie alimentari industriali e gli accordi commerciali agevolati, le differenze tra i paesi sono sempre più piccole.</p><p>Come risultato, siamo diventati sempre più dipendenti da altri paesi e spesso non è un bene.<strong> </strong>La dieta di oggi è sempre meno ricca di alimenti freschi, di cibi di produzione locale e a chilometri zero, con un netto vantaggio per i prodotti confezionati. Eppure, se seguissimo un’alimentazione più varia e basata di cibi prodotti localmente e di stagione potremmo supportare un’agricoltura che non si basi esclusivamente sulle monoculture e distaccarci dall’omologazione pericolosa imposta dall’industria alimentare, a beneficio della nostra salute.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 16:36:23 UTC</pubDate>
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         <title>Earth day</title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260218727</link>
         <description><![CDATA[<p>La globalizzazione ha rivoluzionato la produzione e il consumo di alimenti con diete che si sono di molto diversificate sulla scia di una disponibilità di cibo aumentata sull'intero pianeta. Una delle conseguenze è che la maggior parte della popolazione mondiale deve dipendere, in buona parte, da alimenti di importazione, provenienti da Paesi anche molto lontani. Questo accade non senza ricadute, alcune fortemente negative, come la crescente vulnerabilità alimentare di alcune nazioni - evidente in situazioni come l'attuale <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.focus.it/speciali/coronavirus-2019-ncov-scienza">pandemia da covid</a>, per esempio, che con l'interruzione di alcune catene di approvvigionamento alimentare improvvisamente mostra ai cittadini (metropolitani e non) gli scaffali vuoti dove prima si potevano "cogliere" alimenti comuni.</p><p>Pekka Kinnunen(Aalto University, Finlandia), coordinatore di un team internazionale di ricercatori che ha preso in esame le distanze geografiche tra zone di produzione e di consumo per sei diffuse coltivazioni a livello mondiale, afferma che «La situazione nel mondo è estremamente disomogenea tra coltivazioni locali e prodotti che devono essere importatida lontano: ad esempio, in Europa e nel Nord America la maggior parte dei cereali si può ottenere per lo più entro un raggio di 500 chilometri dalle zone di consumo, mentre la media globale è di ben 3.800 chilometri».</p><p>Lo studio (<a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.nature.com/articles/s43016-020-0060-7">pubblicato su Nature Food</a>) traccia le mappe della distanza tra produzione agricola e luoghi dove vengono consumati quei prodotti, per due differenti scenari: il primo è quello attuale, il secondo ipotizzando che le catene di produzione diventino più efficienti grazie alla riduzione degli sprechi e al miglioramento delle tecniche agricole. Lo studio si focalizza su sei gruppi di alimenti chiave per l'uomo: cereali da clima temperato (grano, orzo, segale), riso, mais, cereali da clima tropicale (miglio, sorgo), radici tropicali (manioca), legumi.</p><p>Nel migliore degli scenari solo il 27 per cento della popolazione mondiale ottiene i propri cereali "temperati" da zone di coltivazione entro un raggio di 100 chilometri; il 22 per cento per i cereali "tropicali"; il 28 per cento per il riso; il 27 per cento per i legumi - mentre per il mais e le radici tropicali le percentuali scendono rispettivamente all'11 e al 16 per cento. A seconda delle coltivazioni, dal 27 al 64 per cento della popolazione mondiale risiede invece a oltre 1.000 km dalle zone di produzione.</p><p>Per saziare la nostra fame è dunque inevitabile appoggiarsi a produzioni agricole che possono trovarsi a migliaia di chilometri dai luoghi di maggiore consumo? Il cibo a chilometro zero o quasi è un sogno irrealizzabile?</p><p>Purtroppo, il nostro attuale modello di sviluppo è impietoso, sostiene Matti Kummu, uno dei ricercatori: «La possibilità di coltivare ciò che è necessario molto vicino a chi lo consuma avrebbe effetti benefici importanti per l'ambiente, per esempio sul fronte della riduzione delle emissioni di gas serra.</p><p>Tuttavia, avrebbe anche importanti e gravi ripercussioni dal punto di vista della reperibilità idrica, soprattutto in prossimità di aree densamente popolate. E se si verificassero siccità e carestie prolungate, la sicurezza alimentare verrebbe meno e assisteremmo a migrazioni di popolazioni su scala mai vista prima».</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 16:39:41 UTC</pubDate>
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         <title>Il gusto e il retrogusto della globalizzazione</title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260220778</link>
         <description><![CDATA[<p>Il fatto che la passione globale per il guacamole messicano possa determinare le strategie dei narcotrafficanti colombiani e al tempo stesso minacciare l’habitat degli elefanti in Kenya sembrerebbe a prima vista – oltre che una declinazione alimentare del famoso "effetto farfalla"&nbsp;– un sintomo delle perverse dinamiche del mondo contemporaneo, globalizzato e interconnesso.</p><p>In realtà, né la circolazione globale di alimenti né il loro nesso profondo con vaste dinamiche economico-politiche sono fatti nuovi, esclusivi dei nostri tempi. Lo ha magistralmente dimostrato l’antropologo americano Sidney Mintz nella sua <em>Storia dello zucchero</em> – la cui edizione originale del 1985 recava il titolo, ben più accattivante e significativo, di Sweetness and Power – laddove rivelava le connessioni tra l’apprezzamento degli inglesi per il tè zuccherato, lo sviluppo industriale britannico e le condizioni di lavoro dei coltivatori nei lontani Caraibi.</p><p>Se già nel Medioevo il gusto per le spezie in quanto elemento di distinzione sociale aveva dato impulso a reti commerciali che connettevano l’Europa al Sudest asiatico, non vi è alcun dubbio che l’ampliamento su scala letteralmente planetaria della circolazione di cibi sia stato determinato dalla scoperta europea dell’America. La devastante impresa coloniale intrapresa dalle potenze europee sin dallo scadere del XV secolo dette infatti avvio a flussi globali di piante, animali (e germi) come parte di un processo che lo storico Alfred Crosby battezzò nel 1972 come "scambio colombiano". Come è noto, si trattò di uno scambio tutt’altro che pacifico e indolore per i popoli indigeni americani, le cui pratiche culturali – non ultime quelle alimentari – vennero costantemente svalutate e disprezzate, paradossalmente accusando gli indigeni di "appetiti incontrollati" che in realtà sottendevano l’inestinguibile bramosia dei conquistatori europei. Nel 1524-25 il frate domenicano Tomás Ortiz scrisse che gli indigeni "mangiano carne umana, sono sodomiti più di ogni altra stirpe […], sono sudici come porci e mangiano pidocchi, ragni e vermi crudi dovunque li trovino". Così come ogni colonialismo, quello spagnolo e portoghese nelle Americhe impose nuovi regimi di commestibilità, nuove nozioni di purezza e moderazione, nonché un credo religioso il cui rituale eucaristico si fondava sul consumo di vino e di ostie di frumento, alimenti mai visti prima dagli indigeni. I paesaggi americani furono radicalmente trasformati dalla diffusione di animali europei come maiali, bovini e cavalli, moltiplicatisi esponenzialmente in quelle terre lontane. Alla produzione di cibo si legarono anche modelli economici coloniali dalla portata storica devastante, come nel caso delle piantagioni di canna da zucchero che per secoli supportarono la tratta degli schiavi africani. Insomma, se l’antropologia ci ha insegnato che il cibo è sia "buono da mangiare"&nbsp;sia "buono da pensare"&nbsp;potremmo aggiungere che è anche stato – ed è tuttora – "buono da e per colonizzare".</p><p>Il Nuovo Mondo, oltre a costituire il principale teatro del colonialismo occidentale nella prima età moderna, fu anche luogo di appropriazione di molteplici risorse, ivi incluse quelle alimentari. Quando le navi spagnole cominciarono ad approdare sulle coste americane, i loro equipaggi si trovarono di fronte a un universo alimentare sconosciuto, la cui radicale alterità era stata determinata da oltre diecimila anni di completo isolamento geografico. Sapori e odori mai sentiti colpirono i sensi di soldati e marinai appena sbarcati. Anzi, a leggere le cronache del tempo si direbbe che li colpirono ancor prima dello sbarco: secondo Juan Díaz, cappellano spagnolo imbarcato su una delle prime navi europee che abbiano mai toccato terra messicana, mentre veleggiava ancora a dieci miglia dalla costa dell’isola di Cozumel già si “olevano alcuni odori tanti suavi che era cosa maravigliosa”, cioè gli effluvi, reali o vagheggiati, di una terra che si immaginava prodiga e ubertosa.</p><p>Effettivamente, nelle terre americane abbondavano vegetali e animali che – oltre ad aver costituito per millenni la base di raffinate tradizioni gastronomiche indigene – erano destinati a cambiare per sempre gusti e pratiche alimentari dei consumatori europei, asiatici e africani: mais, patate, pomodori, peperoncini, fagioli, zucche, ananas, cacao e tacchini sono solo alcuni dei cibi con cui l’America indigena ha, per così dire, "conquistato"&nbsp;il mondo.</p><p>L’incontro tra universi alimentari, però, fu tutt’altro che facile, essendo spesso sotteso da diffidenze, difficoltà e disgusti. Nutrirsi di un cibo mai provato prima non è cosa facile: non solo bisogna adattarsi a nuovi a gusti e consistenze, ma bisogna anche capire come prepararlo, quando mangiarlo e con cosa abbinarlo. L’analogia con cibi noti fu la modalità prevalente mediante la quale gli europei "tradussero", sia in senso alimentare che linguistico, i cibi americani. Nel momento in cui i conquistatori spagnoli chiamarono “pollo (o pavone) d’India” il tacchino, resero consueto l’inconsueto, riuscendo a immaginare forme di preparazione e modalità di inclusione nella grammatica del pasto. Lo stesso avvenne, ad esempio, con i peperoncini definiti "pepe d’India", con i fagioli (chiamati così per l’affinità con i "fagioli con l’occhio"&nbsp;esistenti in Europa) o con zucche e zucchine (cioè le cucurbitacee, assimilate alla zucca <em>Lagenaria</em> consumata da millenni in Europa). Le cose si facevano più difficili quando era impossibile immaginare una buona analogia: nelle fonti spagnole del Cinquecento, ad esempio, le patate andine vengono denominate "tartufi"… Oppure le analogie potevano indurre diffidenza: sia le patate sia i pomodori vennero riconosciuti come solanacee, un genere di piante che gli Europei conoscevano nella forma di mandragora e belladonna, piante altamente tossiche. E lo stesso era avvenuto con le melanzane di provenienza asiatica, non a caso denominate <em>mala insana</em>, "mela tossica".</p><p>Analogie e diffidenze come quelle sin qui descritte determinarono i tempi di introduzione dei cibi americani in Europa e nel resto del mondo: tacchini, fagioli, peperoncini e cacao si diffusero già nel XVI secolo in Spagna e Italia, così come le arachidi presero presto piede in Cina grazie alla loro affinità con gli anacardi. Più lenta fu l’introduzione dei cibi più “difficili” come i pomodori (dapprima coltivati in orti botanici come piante ornamentali o esemplari destinati allo studio dei naturalisti), le patate o il mais. Questi ultimi due cibi si diffusero ampiamente solo nel XVIII secolo divenendo, grazie alla loro produttività, veri e propri "combustibili"&nbsp;del boom demografico europeo. In entrambi i casi, però, gli europei non seppero far tesoro dei saperi indigeni, pagandone amare conseguenze. Ignorando una semplicissima pratica indigena (detta nixtamalizzazione) che consiste nel mettere a mollo il mais in una soluzione di acqua e calce, la quale rende assimilabile una vitamina detta <em>Pellagra preventing</em>, gli europei che adottarono una dieta prevalentemente maidica soffrirono per secoli di pellagra, una malattia che ha mietuto milioni di morti e che era del tutto sconosciuta al mondo indigeno americano. Allo stesso modo, ignorando le tecniche di disidratazione inventate dai popoli andini, gli europei non seppero conservarle le patate, esponendosi così&nbsp;a crisi alimentari come quella che, innescata da un fungo delle patate, tra il 1845 e il 1849 devastò l’Irlanda.</p><p>La circolazione e il commercio globale dei cibi americani determinarono anche la creazione di nuovi luoghi di produzione che in qualche modo "usurparono" le Americhe dei loro prodotti: ancora oggi quasi l’80% del cacao consumato nel mondo è prodotto in Africa e nel Sud Est asiatico, così come oltre il 90% della vaniglia, anch’essa di origine americana. E se consideriamo che oltre i due terzi dei consumatori di questi prodotti risiedono tra Europa e Stati Uniti ci rendiamo conto di quanto le dinamiche di stampo neocoloniale determinino i nostri consumi e di quanto lo scambio colombiano operi ancora a livello globale: la recente passione per la quinoa (uno pseudo-cereale andino) o per un "superfood"&nbsp;come l’alga spirulina (originalmente impiegata dagli Aztechi) ne sono recenti manifestazioni. Purtroppo, il fatto che i coltivatori andini non possano quasi più permettersi di consumare la quinoa a causa del continuo lievitare del suo prezzo, che la coltivazione dell’avocado in America sia spesso controllata da gruppi di narcotrafficanti, o che la canna da zucchero sia coltivata a Santo Domingo da manodopera haitiana in condizioni di semi-schiavitù conferisce ai succulenti cibi coloniali un caratteristico, amaro retrogusto.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 16:43:46 UTC</pubDate>
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         <title>L&#39;alimentazione nello sport</title>
         <author>saragreco009</author>
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         <description><![CDATA[<p>L’esercizio fisico e l’attività sportiva sono fondamentali per favorire il pieno sviluppo dell’organismo e per promuovere e mantenere uno stato di salute ottimale sia a breve che a lungo termine.&nbsp;<br>Un’alimentazione corretta ed equilibrata rappresenta il sistema più adatto per soddisfare i particolari bisogni energetici e nutrizionali degli sportivi, amatoriali e professionisti, così come di tutta la popolazione. Una corretta alimentazione trova la sua espressione in una adeguata e variata combinazione degli alimenti e nel giusto apporto idrico, così da soddisfare in misura adeguata il fabbisogno energetico e fisiologico dell’organismo; inoltre, il connubio con l’attività fisica può dare il miglior contributo nel favorire il pieno sviluppo dell’organismo, nella prevenzione a lungo termine e nella promozione della salute.</p><p>La dieta ha un ruolo fondamentale ed imprescindibile &nbsp;anche nello sport: &nbsp;si può affermare che, associata ad un allenamento adeguato, consente il massimo rendimento agonistico.&nbsp;<br>Va ricordato che l’attività fisica e un’alimentazione corretta prevengono l’insorgenza dell’obesità; particolare attenzione va rivolta all’obesità infantile che è favorita dalla riduzione del movimento e da un sempre maggior interesse nei confronti della televisione, dei videogiochi e del computer.&nbsp;<br>Spesso messaggi non corretti e/o fuorvianti impediscono una adeguata consapevolezza sull’importanza dell’alimentazione nello sport. E’ proprio per questo motivo che è necessario elevare il livello di conoscenza della popolazione in generale e in chi pratica sport in particolare sugli stili di vita adeguati per il mantenimento della salute.</p><p>L’eventuale uso di integratori può essere giustificato solo a condizione che:</p><ul><li><p>gli apporti energetici e nutritivi della razione alimentare vengano completati e non sbilanciati</p></li><li><p>si pratichino delle attività agonistiche o amatoriali che comportano un dispendio energetico particolarmente elevato e un’eccessiva perdita di minerali con la sudorazione</p></li><li><p>si scelga, tra le numerose opzioni disponibili, quella effettivamente rispondente alle proprie necessità specifiche e individuali (razioni d’attesa, fase di recupero, tipologia di sport)</p></li><li><p>si osservino attentamente le modalità d’uso e le eventuali avvertenze, non superando le dosi consigliate ed evitando l’uso prolungato</p></li></ul>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 17:54:32 UTC</pubDate>
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         <title>Differenze tra una piramide alimentare generale e quella di uno sportivo</title>
         <author>saragreco009</author>
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         <description><![CDATA[<p>1. FABBISOGNO ENERGETICO:</p><p>- Generale: Adatta a persone con una vita sedentaria o moderatamente</p><p>attiva, con un apporto calorico bilanciato rispetto al consumo.</p><p>- Sportivo: Maggior apporto calorico per sostenere l'elevato dispendio energetico, specialmente nei giorni di allenamento o gara.</p><p>2. RIPARTIZIONE DEI MACRONUTRIENTI:</p><p>- Generale: Equilibrio tra carboidrati (50-55%), proteine (15-20%) e grassi</p><p>(25-30%).</p><p>- Sportivo: Più carboidrati (fino al 60-65%) per l'energia e più proteine (20-25%) per il recupero muscolare, con grassi regolati per il supporto a lungo termine.</p><p>3. FREQUENZA E TEMPISTICA</p><p>DEI PASTI:</p><p>- Generale: Pasti regolari (3 principali e 1-2 spuntini), senza particolari</p><p>esigenze di tempistica.</p><p>- Sportivo: Pasti distribuiti strategicamente, includendo pre e post-allenamento per ottimizzare</p><p>energia e recupero.</p><p>5/8</p><p>4. ALIMENTI SPECIFICI:</p><p>- Generale: Nessun alimento specifico, ma enfasi su cibi freschi e poco processati.</p><p>- Sportivo: Integrazione di snack energetici, bevande isotoniche e gel durante allenamenti o competizioni per supportare la performance.</p><p>5. IDRATAZIONE:</p><p>- Generale: Consumo standard di acqua (2 litri al giorno).</p><p>- Sportivo: Idratazione costante e maggiore, con reintegro di sali minerali</p><p>durante attività intense.</p><p>6. VERTICE DELLA PIRAMIDE (CIBI PROCESSATI):</p><p>- Generale: Riduzione del consumo di dolci e cibi industriali.</p><p>- Sportivo: Gli zuccheri semplici possono essere utilizzati</p><p>strategicamente (es. gel o barrette) per energia immediata durante l'attività.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 18:08:17 UTC</pubDate>
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         <title>L&#39;alimentazione di un tennista (Jannik Sinner)</title>
         <author>saragreco009</author>
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         <description><![CDATA[<p>Prendiamo come esempio le abitudini alimentari di Jannik Sinner, un tennista italiano di fama mondiale. </p><p>La sua alimentazione è progettata per supportare la sua resistenza, forza e recupero, in modo da affrontare meglio gli allenamenti e le partite, infatti segue un regime alimentare molto attento e bilanciato, così da mantenere alte le sue performance atletiche.</p><p>Sinner consuma una buona quantità di carboidrati complessi, come pasta, riso, patate e quinoa, per fornire energia a lunga durata. Questi alimenti sono fondamentali per il suo dispendio energetico durante le partite.</p><p>Le proteine sono cruciali per il recupero muscolare e la crescita. Sinner include nella sua dieta fonti di proteine magre come pollo, pesce, uova e legumi. Il pesce, in particolare, è una fonte importante di acidi grassi omega-3, che supportano la salute cardiovascolare e riducono l’infiammazione.</p><p>Gli acidi grassi essenziali sono cruciali per la salute generale e la performance. L’olio d’oliva, gli avocado e le noci sono alcuni degli alimenti ricchi di grassi sani che Sinner include nella sua dieta per favorire la salute del cuore e la funzionalità del cervello.</p><p>Sinner integra nella sua alimentazione una grande varietà di frutta e verdura per garantire un buon apporto di vitamine, minerali e antiossidanti. Questi alimenti aiutano a combattere lo stress ossidativo causato dall’intenso allenamento e migliorano la funzione immunitaria.</p><p>L’idratazione è un aspetto fondamentale nella dieta di Sinner. Bere abbondante acqua è cruciale per mantenere alte le performance fisiche, e anche bevande sportive con elettroliti vengono consumate per reintegrare i sali minerali persi durante l’attività fisica intensa.</p><p>Per mantenere un livello costante di energia, Sinner segue un programma alimentare con pasti frequenti e ben bilanciati. I suoi pasti sono generalmente suddivisi in tre principali (colazione, pranzo e cena) e spuntini durante la giornata per sostenere l’energia.</p><p>In un regime alimentare orientato alla performance, Sinner può includere alimenti che riducono l’infiammazione, come le bacche (mirtilli, fragole), il tè verde e le spezie come curcuma e zenzero, che favoriscono il recupero muscolare e prevengono gli infortuni.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 18:14:35 UTC</pubDate>
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         <title>A tavola coi promessi sposi</title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260269183</link>
         <description><![CDATA[<p>Il tema del cibo nei Promessi sposi è da sempre stato oggetto di studio. Le pagine manzoniane, oltre a raccontare al lettore le</p><p>vicende dei due sposi promessi, restituiscono il quadro di una società indigente e priva dei beni primari. Nonostante a mancare</p><p>siano proprio le risorse, i tentativi dei personaggi di raccogliersi attorno a un pasto caldo non mancano. Assistiamo, per</p><p>esempio, al banchetto di don Rodrigo, in un crescendo «confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti» (Cap. V), ma</p><p>non certo allegro; o alla tristezza che caratterizza la cena a casa di Tonio (cap. VI). Sono immagini che evocano sensazioni di</p><p>disordine, di malessere e di fame, ma nel contempo offrono uno spaccato di vita quotidiana, con uno sguardo curioso e attento</p><p>alla varietà delle pietanze proposte.</p><p>Ebbene, prendiamo posto a tavola e seguiamo il menù manzoniano, quale filo di nutrimento che scandisce le tappe importanti</p><p>della narrazione.</p><p>Nei Promessi sposi, il tema della fame, e quello speculare del cibo, sono affrontati con una serietà e una dignità nuove rispetto</p><p>alla letteratura precedente. La fame, caratteristica dei poveri e dei villani, era spesso trattata con risvolti comici (pensiamo alle</p><p>maschere popolari, Pulcinella e Arlecchino o Gioppino che si nutre solo di polenta), mentre con Manzoni diventa un punto</p><p>focale del paesaggio costruito attorno ai personaggi. La carestia, non a caso liquidata con superficialità e borioso senso di</p><p>superiorità da Don Rodrigo e dai suoi commensali (cap. V), è avvertita sia sotto l’aspetto economico sia sotto quello morale.</p><p>La questione della fame coinvolge infatti la vita intima dell’uomo e se viene a mancare il cibo anche il senso di umanità viene</p><p>meno: la descrizione dell’assalto ai forni è un affresco condito di particolari crudi e precisi. Alcuni stipano la farina nelle casse,</p><p>nelle botti, nelle caldaie; per le strade, ultima pennellata macabra, si incontrano cadaveri con le bocche piene d’erba masticata,</p><p>ultimo, disperato, pasto prima della morte. Manzoni racconta l’agonia di un’umanità privata della materia prima della vita: la</p><p>fame si accompagna a improbabili ricettari con portate a base di pani di riso impastato con orzo, segale e veccia, erbe di prato</p><p>amare, cortecce d’albero condite con un po’ di sale e acqua di cattiva qualità (capitolo XXVIII). Non dobbiamo però liquidare</p><p>con sdegno e superficialità, al pari di don Rodrigo e degli ospiti del suo banchetto, la carestia, «bandita e confinata in perpetuo</p><p>da quel palazzo, dove siede e regna la splendidezza» (Cap. V), che purtroppo ancora ai giorni nostri segna come un morbo</p><p>insanabile il destino di molti uomini.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 18:21:19 UTC</pubDate>
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         <title>Cibi citati nel romanzo</title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260272436</link>
         <description><![CDATA[<p>Tra i cibi citati nel romanzo troviamo:</p><ul><li><p>Il cavolo di perpetua</p></li><li><p>La polenta di Tonio</p></li><li><p>Le polpette prodigiose dell'oste (mondeghili)</p></li><li><p>Lo stufato della luna piena</p></li><li><p>Il brodo di pollo</p></li><li><p>Il pane</p></li></ul><p>Molte cose ci fanno capire che in quel periodo si soffriva molto la carestia. Ad esempio, la polenta di Tonio veniva servita in piccolissime porzioni per far in modo da sfamare tutti i presenti, infatti i suoi figli quando hanno saputo che il padre non avrebbe mangiato con loro quel giorno erano felicissimi, poiché avrebbero avuto porzioni più abbondanti.</p><p>Molti dei piatti elencati vengono preparati ancora ai giorni nostri, alcuni con qualche modifica.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 18:29:15 UTC</pubDate>
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         <title>Il cibo nell&#39;arte</title>
         <author>saragreco009</author>
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         <description><![CDATA[<p>Da sempre, l’atto del mangiare è collegato ad uno dei più grandi piaceri della vita, tant’è che esiste un girone all’inferno fatto apposta per i golosi. Quindi non stupisce vedere il cibo come protagonista di moltissime opere d’arte&nbsp;dall’antichità&nbsp;fino ad oggi. Ma, in realtà, gli alimenti e le nature morte nascondo molto più di quanto sembri. Sono intrisi di significati e simbologie ed inoltre&nbsp;forniscono&nbsp;un’interpretazione sociologica sul periodo che si va ad analizzare.</p><p>Il cibo compare in forme e funzioni diverse nei testi dell’Antico e del Nuovo Testamento, ma anche nella mitologia, nella letteratura e nella storia: tutte fonti alle quali da sempre gli artisti si ispirano per rappresentare, secondo codici e stili propri del loro tempo, alimenti e bevande.&nbsp;</p><p><br/></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 18:34:07 UTC</pubDate>
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         <title>Il cibo dei romani</title>
         <author>saragreco009</author>
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         <description><![CDATA[<p>I romani avevano una vera e propria cultura del cibo. L’atto del mangiare era un vero e proprio rituale da compiersi in serenità. Alla cena, era riservata una stanza particolare: il&nbsp;triclinium, che prendeva il nome dai letti a tre posti (triclinia) dove si stendevano i commensali. Nei tempi passati le donne erano destinate a sedere ai piedi del marito ma in età imperiale le matrone romane acquisirono il diritto al triclinio mentre ai ragazzi erano destinati degli sgabelli di fronte al letto dei genitori. Nei giorni di festa, anche gli schiavi potevano essere autorizzati dal padrone all’uso del triclinio che era considerato un simbolo di benessere e distinzione sociale.</p><p>Nell’antica Roma, però ogni alimento rappresentato era un dono ad una divinità differente. L’uva per Bacco, dio del vino, simbolo di una vita felice nell’aldilà; il frumento era per Cerere, dea del grano, che incarnava virtù e vizio.</p><p>Una tradizione molto particolare era quella di lasciare il cibo sul pavimento, non appena si finiva di banchettare. Abitudine così diffusa da diventare un motivo ricorrente nei mosaici romani in scene sacre e profane. &nbsp;Inoltre il pittore, rappresentando gli alimenti in pittura, dimostrava la propria maestria tecnica e bravura; caratteristica costante nei dipinti di natura morta in tutta la storia dell’arte occidentale.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 18:35:28 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260276302</link>
         <description><![CDATA[<p>Partiamo dal Peccato originale, soggetto comune nell’arte medievale e rinascimentale. L’episodio di Adamo ed Eva con il frutto proibito dell’albero della conoscenza è stato raffigurato anche da Albrecht Dürer. Nel 1507 il pittore tedesco dipinge due tavole (oggi conservate al Museo del Prado di Madrid) dove i progenitori biblici appaiono nudi, con ramoscelli di melo in mano. Una varietà botanica che non viene citata esplicitamente dalla <em>Genesi</em>, ma che è stata così interpretata da molti pittori nordici sulla base della parola latina <em>malum</em>, usata per indicare sia il frutto che il male. Lo si ritrova, tra gli altri, anche nell’omonimo <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.beculture.it/nascita-della-pittura-a-olio/">olio su tela</a> del Tintoretto (Galleria dell’Accademia di Venezia) della metà del XVI secolo: qui, Eva appare proprio nell’atto di offrire il pomo ad Adamo che, di spalle allo spettatore, si ritrae titubante.&nbsp;</p><p><br></p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 18:38:08 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260276917</link>
         <description><![CDATA[<p>Banchetti e cene sono un altro tema piuttosto frequente nei testi sacri e, di conseguenza, nell’arte del passato, diventando occasioni per rappresentare anche il cibo.&nbsp;<br>Il convivio più raffigurato è certamente l’Ultima Cena, della quale si conserva ancora il mirabile affresco che <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.beculture.it/artista/leonardo-da-vinci/">Leonardo Da Vinci</a> realizzò nel 1497 per il convento domenicano di Santa Maria delle Grazie, a Milano. Leonardo sceglie il momento della rivelazione, quando Cristo – al centro della composizione – dichiara di sapere dell’imminente tradimento, causando sconcerto e paura tra gli Apostoli. La tavola è apparecchiata con bicchieri, piatti e coltelli. La pietanza servita, insieme agli eucaristici pane e vino, non è l’agnello pasquale ma il pesce, emblema della penitenza, probabilmente in accordo con la regola benedettina che vietava il consumo di carne di quadrupede. Non mancano però oggetti e gesti simbolici: il sale rovesciato accanto al gomito di Giuda lascia pensare infatti a un’occasione mancata (quella di diffondere la parola del Messia nel mondo); al contrario, le saliere d’argento piene vicine a Giacomo minore e a Matteo avrebbero esattamente il valore opposto; infine, il coltello impugnato da Pietro alle spalle di Giuda anticipa lo scontro armato tra l’Apostolo e gli assalitori del Messia nell’Orto degli olivi.&nbsp;</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 18:39:20 UTC</pubDate>
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         <title>Proteine, carbiodrati e grassi</title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260305013</link>
         <description><![CDATA[<p>La funzione principale dei carboidrati è quella energetica.<br>L'energia prodotta è indispensabile per la respirazione, la digestione, il movimento e l'attività intellettuale.<br>Durante uno sforzo fisico intensivo o una gara, i carboidrati assicurano la percentuale maggiore di carburante per la muscolatura.<br>I carboidrati si trovano prevalentemente negli alimenti di origine vegetale come frutta, verdura, cereali e derivati, ma anche nei legumi, negli zuccheri e dolciumi.</p><p>Le proteine hanno una funzione plastica e strutturale, di costruzione e riparazione dei tessuti, organi, muscoli e ormoni.<br>Le fonti alimentari delle proteine si trovano prevalentemente nelle carni, nei pesci e nelle uova, nel latte e derivati e, in piccola percentuale, nei legumi.</p><p>Gli ultimi, ma non meno importanti, sono i grassi, la cui funzione principale è di riserva energetica, quando l'energia apportata dai carboidrati si esaurisce entrano in gioco i grassi assimilati che permettono al nostro fisico di resistere a sforzi fisici intensivi ed assicurano un apporto costante di energia anche in condizione di digiuno prolungato.<br>I grassi si trovano per lo più negli oli e nei grassi da condimento (burro, margarina, maionese) e nella frutta secca (arachidi, noci, pinoli, mandorle e pistacchi).</p><p>Il nostro fisico ha bisogno di introdurre quotidianamente tutti questi alimenti, nella giusta quantità e senza esagerare.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 19:44:54 UTC</pubDate>
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         <title>Festa di Hanukkah</title>
         <author>saragreco009</author>
         <link>https://padlet.com/saragreco009/8ibiv74t25qvbyyc/wish/3260307023</link>
         <description><![CDATA[<p>Hanukkah è una festività ebraica, nota come&nbsp;“Festa delle Luci”. Hanukkah&nbsp;dura otto giorni ed inizia al tramonto del 24 Dicembre.</p><p>In ebraico Hanukkah significa “inaugurazione” e commemora la nuova consacrazione di un altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la riconquistata libertà dal giogo degli Ellenici. Ecco&nbsp;in breve la storia: nel 200 a.C. gli Ebrei già risiedevano in terra di Israele, ed erano sotto il potere dei Seleucidi, che si erano stabiliti in Siria. Per molto tempo i rapporti fra i due popoli furono buoni, e gli Ebrei furono liberi di professare la propria fede.</p><p>I problemi iniziarono quando al potere salì Antioco, sotto il regno del quale molti ebrei furono forzati a violare i precetti della propria fede; il nuovo re fece profanare il Tempio di Gerusalemme, parte del quale cominciò ad essere utilizzato per le cerimonie di nuovi culti pagani.&nbsp;Il popolo ebraico allora cominciò ad organizzare un movimento di resistenza e di ribellione, capeggiato da Giuda Maccabeo e i suoi fratelli, per liberarsi dalla tirannia di Antioco. Nel 165 a.C., gli Ebrei riuscirono a liberare e riconsacrare il&nbsp;Tempio di Gerusalemme: la festa di Hanukkah venne istituita proprio da Giuda Maccabeo per celebrare questo evento.</p><p>Dopo la riconquista di Gerusalemme, Giuda Maccabeo ordinò di purificare il Tempio, di ripristinare l’Arca dell’Alleanza, e che le luci del Candelabro fossero riaccese. Le candele avrebbero dovuto ardere per otto giorni di fila, alimentate da olio di oliva puro, ma purtroppo si trovò l’olio bastante solamente per un giorno. Gli Ebrei prepararono un candelabro (Menorah) di stagno e ferro ed accesero comunque i lumi. Miracolosamente, il pochissimo olio a disposizione durò per tutti gli otto giorni previsti per i festeggiamenti.</p><p>Tuttoggi durante Hanukkah, gli Ebrei accendono ogni giorno una candela del candelabro a nove bracci (la nona serve ad accendere le altre), in modo che l’ottavo giorno siano tutte accese. Questo per ricordare la liberazione del Tempio di Gerusalemme ed il miracolo dell’olio.<br>Durante questi otto giorni di festeggiamenti spesso i bambini giocano con una speciale trottola di legno (dreidel), che ha quattro facce, ognuna recante una lettera dell’alfabeto ebraico, che formano le iniziali della frase “Un grande miracolo accadde là”.<br>Durante Hanukkah, secondo la tradizione, vengono mangiati cibi cucinati nell’olio, proprio per ricordare il miracolo del Candelabro del Tempio.<br>Tra i cibi più caratteristici consumati durante Hanukkah&nbsp; troviamo:</p><ul><li><p><strong>Latkes</strong>: una sorta&nbsp;di pancakes realizzati con patate, cipolla, farina di matzah e sale, ovviamente fritti nell’olio di oliva. Di solito vengono accompagnati da mousse di mela o panna acida.</p></li><li><p><strong>Sufganiot:</strong> sofficissime frittelle cotte nell’olio e ricoperte di zucchero, che possono ricordare dei bomboloni, e sono spesso farcite con marmellata di fragole.</p></li><li><p><strong>Blintzes:</strong>&nbsp;una sorta di crepes ripiene di formaggio freschissimo e fritte.</p></li></ul><p>Una curiosità: durante Hanukkah si consumano derivati del latte per ricordare la storia di Giuditta, che riuscì a decapitare il capo degli Assiri invasori Oloferne, proprio offrendogli vino e formaggi sapidi e approfittando poi del suo assopimento.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 19:50:02 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title>Capodanno cinese</title>
         <author>saragreco009</author>
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         <description><![CDATA[<p>Celebrato in tutto il mondo, il Capodanno lunare causa la più grande migrazione annuale del pianeta. Ma anche se in Occidente è conosciuto come <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.nationalgeographic.com/travel/article/celebrate-chinese-new-year">Capodanno cinese</a>, non si festeggia solo in Cina.</p><p>Il Capodanno lunare cade quest'anno il 10 febbraio, dando il via all'Anno del Drago. È tradizionalmente un periodo di riunioni familiari, di cibo in abbondanza e di festeggiamenti molto rumorosi.</p><p>La Cina moderna utilizza un <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Calendario_gregoriano">calendario gregoriano</a> come la maggior parte del resto del mondo. Le sue festività, tuttavia, sono regolate dal <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.timeanddate.com/calendar/about-chinese.html">calendario lunisolare</a> tradizionale, che potrebbe essere stato in uso già dal XXI secolo a.C. Quando la neonata Repubblica cinese adottò ufficialmente il calendario gregoriano nel 1912, i suoi leader <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.thatsmags.com/china/post/8389/explainer-why-is-chinese-new-year-called-spring-festival">ribattezzarono</a> la festa del Capodanno lunare “Festa di Primavera”, come è conosciuta oggi in Cina.</p><p>Come suggerisce il nome, la data del capodanno lunare dipende dalla fase lunare e varia di anno in anno. Ogni anno del calendario lunare prende il nome di <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.vam.ac.uk/articles/the-lunar-zodiac#slideshow=8683334511&amp;slide=0">uno dei 12 animali dello zodiaco cinese</a>, che derivano dall'antico folklore cinese. Gli animali, che si ripetono a rotazione, sono il topo, il bue, la tigre, il coniglio, il drago, il serpente, il cavallo, la capra, la scimmia, il gallo, il cane e il maiale.</p><p>Per i cinesi, la Festa di Primavera dura 40 giorni e ha molteplici sotto-festività e rituali. Il Capodanno in sé è una festa di Stato che dura sette giorni e alla vigilia dell'anno nuovo le famiglie cinesi festeggiano tradizionalmente con un'enorme cena collettiva. Considerato il pasto più importante dell'anno, si tiene tradizionalmente nella casa del membro più anziano della famiglia.</p><p>La festa sta diventando più moderna, ma tradizioni millenarie sono ancora molto sentite in Cina e in altri Paesi. In Cina è consuetudine accendere petardi, che si pensa possano scacciare il temibile mostro Nian. (Tuttavia, negli ultimi anni questa tradizione è in declino a causa delle <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="http://www.globaltimes.cn/content/1089533.shtml">restrizioni sull'inquinamento atmosferico</a> che hanno colpito duramente l'industria dei fuochi d'artificio). Il colore rosso viene utilizzato per l'abbigliamento e le decorazioni per garantire la prosperità e le persone si scambiano <em>hongbao</em>, buste rosse riempite di denaro fortunato.</p><p>In Corea, invece, si prepara una zuppa di torta di riso e si onorano gli antenati durante il <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://asiasociety.org/korea/seollal-korean-lunar-new-year">Seollal</a>. E durante il Tet, il Capodanno lunare vietnamita, i fiori giocano un ruolo importante nei festeggiamenti.</p><p>Il Capodanno lunare ha persino generato una propria forma di viaggio: durante la <em>chunyun</em>, o migrazione primaverile, centinaia di milioni di persone si recano in Cina nelle loro città d'origine per le riunioni di famiglia e le celebrazioni del nuovo anno. Negli anni passati, <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.chinadaily.com.cn/a/201912/19/WS5dfaee4aa310cf3e3557f3f6.html">miliardi di viaggiatori</a> si sono messi in viaggio durante il periodo di 40 giorni. Considerata la più grande migrazione umana del mondo, la <em>chunyun</em> <a rel="noopener noreferrer nofollow" href="https://www.smithsonianmag.com/smart-news/100000-travelers-were-stranded-chinese-train-station-180958016">intasa</a> regolarmente strade, treni e aeroporti già affollati, a riprova del significato duraturo di questa festività per coloro che la associano alla fortuna e all'amore.</p>]]></description>
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         <pubDate>2024-12-14 19:53:07 UTC</pubDate>
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