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      <title>Disperazione e ironia by HUB Scuola</title>
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      <language>en-us</language>
      <pubDate>2022-05-02 07:03:31 UTC</pubDate>
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         <title>FILOSOFIA</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Inattualità e visione tragica della vita<br></strong><br>Ad accomunare il pensiero di <strong>Arthur</strong> <strong>Schopenhauer </strong>(1788-1860) e <strong>Søren</strong>&nbsp; <strong>Kierkegaard </strong>(1813-1855), al di là delle differenti prospettive che esprimono e dei diversi contesti in cui operano, sono almeno due elementi essenziali: il loro essere “<strong>inattuali</strong>” e la loro <strong>visione tragica della vita</strong>. <br><br>In effetti, i loro scritti passano quasi inosservati durante la loro vita, a eccezione del successo tardivo ottenuto da Schopenhauer pochi anni prima della morte. Sarà invece nel corso del <strong>Novecento</strong> che il loro pensiero eserciterà una <strong>profonda influenza</strong> non solo in ambito filosofico ma sull'intero universo culturale europeo. Basta pensare alla “<strong>rinascita kierkegaaardiana</strong>” del primo Novecento, che avrà un decisivo impatto sulla teologia cristiana, e al <strong>debito nei confronti di Schopenhauer</strong> espressamente riconosciuto da <strong>Freud</strong>.<br><br>Anche la visione tragica della vita e della condizione umana che li unisce rende Schopenhauer e Kierkegaard profondamente “inattuali” rispetto al loro tempo: la d<strong>isperazione di fronte alla la volontà</strong>, la forza cieca che domina il mondo, e <strong>all'incapacità di essere se stesso</strong> da parte dell'individuo sono infatti quanto di più lontano ci sia dal trionfo ottocentesco della filosofia della storia e del progresso, e della fiducia nella ragione che lo anima.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-06 16:48:26 UTC</pubDate>
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         <title>FILOSOFIA</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Oltre e contro Hegel<br></strong><br>Un altro fondamentale aspetto accomuna le prospettive di pensiero di Schopenhauer e Kierkegaard, un aspetto che di fatto rientra ancora una volta nell'essere “inattuali” rispetto all'atmosfera culturale del loro tempo. Entrambi, infatti, ingaggiano un <strong>“corpo a corpo” con la filosofia di Hegel</strong>, che respingono con forza ed estrema decisione.<br><br><strong>Schopenhauer</strong> usa parole molto dure nei confronti di Hegel, descritto come un «<strong>goffo e disgustoso ciarlatano</strong>», toni forse anche esasperati dal successo e dalla fama che quest'ultimo godeva all'Università di Berlino dove invece le lezioni di Schopenhauer andavano deserte. Al di là dei possibili risentimenti e delle rivalità, vi sono comunque profonde ragioni teoriche che separano Schopenhauer da Hegel. Per Schopenhauer, infatti, il momento conciliatorio della dialettica hegeliana è destituito di ogni fondamento: <strong>la contraddizione è invalicabile</strong> e <strong>il mondo stesso è governato da un principio cieco e irrazionale</strong>, la <strong>volontà</strong>.<br><br>Ancora più netta è poi la posizione di <strong>Kierkegaard</strong>: la pretesa di comprendere tutto attraverso la ragione fa perdere di vista quello che per lui dovrebbe essere il cuore pulsante della riflessione filosofica, ovvero l'<strong>originarietà dell'individuo come singolo</strong> nella concretezza della sua esistenza. Hegel, infatti, riduce l'individuo a una semplice idea astratta della ragione, di fatto rendendolo come un gusto vuoto.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-06 16:56:19 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div>&nbsp;     </div>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-06 16:58:56 UTC</pubDate>
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         <title>FILOSOFIA</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Kierkegaard: il vortice delle possibilità e la disperazione <br><br></strong>Ed è proprio confrontandosi con l'esistenza concreta del singolo che Kierkegaard arriva a teorizzare la centralità della <strong>disperazione</strong>. Essa, infatti, costituisce l'<strong>essenza della vita estetica</strong> – uno dei tre stadi dell'esistenza descritti in <strong><em>Aut-aut</em></strong> (1843) –, ovvero di quella esistenza che è tutta immersa nell'<strong>immediatezza dell'istante</strong> e che, inseguendo senza sosta il nuovo alla ricerca spasmodica di un appagamento sempre rinviato, resta avvinghiata nel vortice delle possibilità.<br><br>Messo di fronte al <strong>nulla</strong> che lo costituisce, l'uomo, rapito da un'<strong>inquietudine</strong> che lo sovrasta, è colto dalla disperazione, che coincide per Kierkegaard con la consapevolezza da parte dell'individuo di <strong>non riuscire a essere se stesso</strong>, di <strong>mancare il proprio io</strong>.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-09 06:01:53 UTC</pubDate>
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         <title>FILOSOFIA</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Il «salto nella fede»<br><br></strong>Per fuggire dalla disperazione che lo costituisce nel suo essere radicalmente finito, l'uomo ha di fronte a sé un'unica possibilità: la <strong>fede </strong>(anche lo stadio della vita etica, quello di chi decide di scegliere di essere responsabile di fronte alle possibilità dell'esistenza attraverso legami stabili, è destinata al naufragio). <br><br>Non si tratta però di un passaggio indolore; anzi, afferma Kierkegaard, si tratta piuttosto di uno «<strong>scandalo</strong>» assurdo e paradossale, qualcosa di profondamente irrazionale. Sono questi i contorni con cui il filosofo danese descrive&nbsp; il «<strong>salto nella fede</strong>», emblematicamente incarnato dalla figura biblica di <strong>Abramo</strong>, che, per rispettare il volere di Dio, è pronto a <strong>sacrificare il proprio figlio Isacco</strong> senza alcuna esitazione.</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-09 06:19:35 UTC</pubDate>
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         <title>ARTE</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Caravaggio, </strong><strong><em>Sacrificio di Isacco</em></strong><strong> (1603-1604)<br><br></strong>Una delle rappresentazioni più drammatiche e cariche di <em>pàthos </em>dello scandalo della fede espresso dalla vicenda di Abramo e del figlio Isacco è sicuramente quella della tela del <strong>Caravaggio</strong> ( 1571-1610) conservata alla Galleria degli Uffizi a Firenze. <br><br>L'intero dipinto è attraversato da un senso di <strong>angoscia:</strong> dall'angelo che, <strong>sgomento</strong> di fronte alla smisurata fede di Abramo pronto a compiere il volere di Dio, artiglia con forza il suo polso per impedire il sacrificio del figlio; al <strong>terrore</strong> da cui è pervaso Isacco, con lo sguardo fisso sulla lama del coltello&nbsp; che incombe su di lui e la <strong>bocca spalancata</strong>, in un estremo grido di aiuto, che rende ancora più acuta la contrazione del corpo alla disperata ricerca di una via di fuga dalla morte. In mezzo, infine, Abramo, i cui occhi si scorgono appena, avvolti come sono dalle tenebre, e sembrano due grumi di <strong>tenebra</strong>.&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-09 07:18:31 UTC</pubDate>
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         <title>LETTERATURA ITALIANA</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Italo Svevo, </strong><strong><em>La coscienza di Zeno</em></strong><strong> (1923)<br></strong><br>Uno degli argomenti centrali nella riflessione di Zeno Cosini, il protagonista de <strong><em>La coscienza di Zeno</em></strong>, il celebre romanzo di <strong>Italo Svev</strong>o (1861-1928), è quello della propria <strong>malattia</strong>, che egli identifica con il fumo, a suo dire responsabile di tutti i suoi mali. Quando ne parla con il proprio psicoanalista, però, il racconto di Zeno non assume un tono tragico, ma mostra invece un <strong>tratto autoironico</strong>. In esso si può cogliere il rimando di Svevo al <strong>concetto kierkegaardiano di ironia</strong>. Ti proponiamo di seguito un breve passo del romanzo:<br><br></div><blockquote>Adesso che sono qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che mi aspettavo? Fu forse tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.</blockquote><div><br><em>Qual è il particolare senso dell’ironia di Svevo e in che modo può essere messo in relazione con la teorizzazione kierkegaardiana dell’ironia? Ripercorri il testo, con l’aiuto del docente di lettere o attraverso una ricerca online, per cogliere questo rimando al concetto kierkegaardiano di ironia.</em></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-09 08:07:58 UTC</pubDate>
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         <title>FILOSOFIA</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Schopenhauer e l'assurdità dell'esistenza<br><br></strong>La <strong>disperazione</strong> e il <strong>dolore</strong> che l'accompagna sono la cifra, nella visione di Schopenhauer, dell'<strong>assurdità dell'esistenza</strong> umana. Non vi è infatti alcun senso da rinvenire nel mondo, alcuno scopo da perseguire; siamo soltanto <strong>travolti dalla volontà</strong>, forza cieca e irrazionale che anima dal profondo il reale. E la consapevolezza di questa condizione, che l'uomo guadagna con la propria ragione e il proprio intelletto, non fa altro che confermare l'adagio greco per cui «<strong>conoscere è soffrire</strong>». <br><br>Come ha fissato Kant una volta per tutte, «<strong>il mondo è una nostra rappresentazione</strong>», un fenomeno che si offre al soggetto attraverso le forme della sensibilità e dell'intelletto. Questo, però, mostra per Schopenhauer il <strong>carattere illusorio e apparente del mondo</strong> stesso, per descrivere il quale n<em>e Il mondo come volontà e rappresentazione</em> (1819) egli ricorre all'immagine del «<strong>velo di Māyā</strong>», simbolo di una verità antichissima intuita dalla sapienza indiana:<br><br></div><blockquote><em>māyā</em>, il velo dell'illusione, che ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista; il mondo infatti è simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia, che il viaggiatore scambia da lontano per acqua.</blockquote>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-09 08:16:16 UTC</pubDate>
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         <title>LETTERATURA INGLESE</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>William</strong> <strong>Shakespeare, </strong><strong><em>La tempesta</em></strong><strong> (1610-1611)<br><br></strong>L'immagine del «velo di Māyā» e il ricorso all'antica sapienza orientale servono a Schopenhauer per segnalare la <strong>natura ingannevole del mondo</strong> e la sua <strong>inconsistenza ontologica</strong>, di cui si era già accorto il «divino Platone». Del resto, continua Schopenhauer, anche gli spiriti grandi di tutti i tempi hanno sostenuto «la <strong>stretta parentela tra la vita e il sogno</strong>». Ne troviamo esempio nella lettura, in poeti come <strong>Calderón de la Barca</strong> (1600-1681) e&nbsp;<strong>William Shakespeare</strong> (1564-1616). Di quest'ultimo riportiamo i celebri versi della <em>Tempesta</em>:<br><br></div><blockquote><em>Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita.</em></blockquote><div><br><em>Conosci queste celebri versi? Che cosa pensi di questo parallelo tra la vita e il sogno? Hai incontrato altri autori che affrontano questo tema?</em></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-09 08:59:06 UTC</pubDate>
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         <title>LETTERATURA ITALIANA</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Giacomo Leopardi, </strong><strong><em>A sé stesso </em></strong><strong>(1833)<br><br></strong>La concezione pessimistica dell’esistenza che contraddistingue il pensiero di Schopenhauer è anche al centro della poetica di <strong>Giacomo Leopardi</strong> (1798-1837). Il canto <strong><em>A sé stesso</em></strong>, con cui si chiude il <em>Ciclo di Aspasia</em>, condensa il momento più profondo della disperazione del poeta, che si congeda con questi versi dal <strong>mondo delle illusioni</strong>, dichiarate come l’<strong>unica ragione di vita di ogni individuo</strong>.<br><br></div><blockquote>Or poserai per sempre, / stanco mio cor. Perì l’inganno estremo, / ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento, / in noi di cari inganni, / non che la speme, il desiderio è spento. / Posa per sempre. Assai / palpitasti. Non val cosa nessuna / i moti tuoi, né di sospiri è degna / la terra. Amaro e noia / la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. / T’acqueta omai. Dispera / l’ultima volta. Al gener nostro il fato / non donò che il morire. Omai disprezza / te, la natura, il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera, / e l’infinita vanità del tutto.</blockquote><div><br><em>Prova a rintracciare analogie tra la disperazione espressa dal poeta recanatese in questo canto e il pessimismo metafisico di Schopenhauer.</em></div>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-09 09:55:33 UTC</pubDate>
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         <title>ARTE</title>
         <author>mappe_bacheche</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>Edvard Munch, </strong><strong><em>L’urlo</em></strong><strong> (1893)<br><br></strong>Il pittore norvegese <strong>Edvard Munch</strong> (1863-1944) fu profondamente influenzato da Kierkegaard.<strong> </strong><strong><em>L'urlo</em></strong>, il suo celebre dipinto, è la drammatica <strong>rappresentazione dell’uomo disperato e solo in un mondo ostile e indecifrabile</strong>: non a caso, l’opera è stata in seguito considerata un simbolo delle grandi tragedie del Novecento: le guerre mondiali, i totalitarismi, i genocidi. <br><br> Il dipinto mette bene in evidenza la profonda affinità tra tra Kierkegaard e Munch: vi ritroviamo <strong>l’angoscia e la disperazione del singolo uomo davanti a se stesso e al mondo</strong>. Non vi leggiamo, invece, la fede kierkegaardiana in un Dio che ci faccia uscire dalla disperazione. Una frase di <em>Aut-aut</em> è forse il miglior commento a questo quadro sconvolgente:&nbsp;<br><br></div><blockquote>Sulla mia anima incombe un’oppressione greve, un’angoscia che fa presentire il terremoto.</blockquote>]]></description>
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         <pubDate>2022-05-09 09:58:52 UTC</pubDate>
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