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      <title>La  V D Brunelleschi e i totalitarismi by Salvatore Improta</title>
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      <description>Realizzato con la V D</description>
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      <pubDate>2018-02-16 13:50:07 UTC</pubDate>
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         <title>Isolazionismo di Harding </title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Le votazioni del 1920 furono fatte a suffragio universale poiché per la prima volta votano anche le donne, inoltre la vittoria è andata al Partito Repubblicano di Harding. Il nuovo presidente ripristinò la politica isolazionista e imboccò una strada socialmente conservatrice, favorendo le classi più ricche senza prevedere interventi a favore dei poveri, inoltre rifiutò di prendere parte ai lavori delle società delle nazioni. L'amministrazione repubblicana adottò misure protezionistiche, imponendo elevate tariffe doganali per difendere il prodotto nazionale; favorendo così le grandi imprese industriali e finanziarie.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:52:48 UTC</pubDate>
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         <title>Il fallimento della politica di Wilson </title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>La richiesta di “isolamento” cioè che gli americani fossero liberi dai legami con la politica europea.Wilson con la proposta riassunta nei Quattordici punti cercò di rifondare le relazioni economiche e politiche mondiali sulla base dei principi di libertà commerciale e della democrazia politica ed economica. Il cosiddetto “wilsonismo” tuttavia no risultò vincente e fu accolto con molta diffidenza dagli americani e lui perse le elezioni del 1920.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:52:56 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>La storia del Biennio Rosso iniziò a Torino il 13 settembre 1919 con la pubblicazione sulla rivista <em>Ordine Nuovo </em>del manifesto <em>Ai commissari di reparto delle officine Fiat Centro e Brevetti</em>, nel quale si ufficializzava l’esistenza e il ruolo dei Consigli di fabbrica quali nuclei di gestione autonoma delle industrie da parte degli operai.Torino, culla dell’industrializzazione italiana, si prefigurava così come il centro propulsore del bolscevismo, in quanto la struttura dei Consigli proposta dagli ordinovisti ricalcava, seppur con peculiarità proprie, quella dei Soviet russi. Le proteste iniziarono nelle fabbriche di meccanica, per poi continuare nelle ferrovie, trasporti e in altre industrie, mentre i contadini occupavano le terre. Le agitazioni si diffusero anche nelle campagne della pianura padana, innescando duri scontri fra proprietari e braccianti, con violenza da una parte e dall’altra, soprattutto in Emilia e Romagna. Gli scioperanti, però, fecero molto più che un’occupazione, sperimentando per la prima volta forme di autogestione operaia: 500.000 scioperanti lavoravano, producendo per se stessi. Durante questo periodo, l'Unione Sindacale Italiano (USI) raggiunse quasi un milione di membri. Il fenomeno si estese rapidamente ad altre fabbriche del Nord, coinvolse il movimento anarchico ma venne solo in parte appoggiato dal P.S.I., che in quel momento era diviso tra riformisti e massimalisti. Gramsci avvertì l’incapacità dei politici socialisti di fronte a queste manifestazioni di autogoverno proletario, e cercò di dare sistemazione, teorica prima, e pratica poi, al movimento operaio. Nulla potè, però, contro la reazione degli industriali, appoggiati dal governo e da questo aiutati con migliaia di militari in assetto di guerra.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:53:45 UTC</pubDate>
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         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>\</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:54:08 UTC</pubDate>
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         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:54:46 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<blockquote>"In guerra mi facevano piú impressione i vivi, che i morti. I morti mi sembravano dei recipienti usati e poi buttati via da qualcuno, li guardavo come se fossero bottiglie rotte. I vivi, invece, avevano questo terribile vuoto negli occhi: erano esseri umani che avevano guardato oltre la pazzia, e ora vivevano abbracciati alla morte."</blockquote><div>(Nicolai Lilin)</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:56:02 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Il primo, diretto risultato della guerra fu che i vari Imperi – Russo, Tedesco, Austro-Ungarico e Ottomano – cessarono di esistere.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:56:09 UTC</pubDate>
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         <title>Il dopoguerra in Italia</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Malerba<br><br>Alla fine del primo conflitto mondiale, l'Italia non ottenne quanto stabilito dal Patto di Londra, conseguendo una "vittoria mutilata". Il malcontento per le mancate acquisizioni territoriali, l'ascesa prorompente dei partiti di sinistra, l'inflazione elevata e quel senso di frustrazione e di inadeguatezza alla nuova società, colpì principalmente i ceti medi ( media e bassa borghesia). Questi ultimi, vedendo ridotto il proprio status, in aperta polemica con il proletariato e la classe liberale, in buona parte confluirono nel Movimento dei Fasci di combattimento, sorto a Milano nel 1919 ad opera dell'ex socialista Benito Mussolini. Il carattere&nbsp; violento e di ispirazione nazionalista, spinse i volontari squadristi dei fasci ad azioni di rappresaglia e repressione nei confronti dei partiti di sinistra, mettendo fine al biennio rosso. Le azioni insurrezionali dei fascisti raccolsero sempre più consensi tra le classi medie e cominciarono a preoccupare i partiti maggiori, fino alla nascita del vero e proprio PNF nel 1921. Le mancate alleanze tra popolari e socialisti e la crescente debolezza dei liberali al potere, pose le basi per quella che sarebbe stata l'azione che avrebbe portato a quel periodo tra i più importanti della storia italiana: la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, in seguito alla quale il re Vittorio Emanuele III affidò a Mussolini l'incarico di formare il nuovo governo.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:56:26 UTC</pubDate>
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         <title>Cos&#39;è la borsa valori?</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div><br>La <strong>borsa valori</strong> è un mercato finanziario regolamentato dove vengono scambiati valori mobiliari e valute estere.<br>Compito della borsa è quello di ricevere gli ordini di compravendita dagli operatori ed eseguirne la compravendita attenendosi alla legge della domanda e dell'offerta.<br>Il lavoro degli operatori (traders) viene chiamato <em>trading</em> ("scambio") dato che appunto viene scambiato uno strumento finanziario per del denaro contante. L'attività in questione è fortemente regolamentata e sono previste, pressoché in tutti gli ordinamenti, sanzioni penali e/o amministrative.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:57:52 UTC</pubDate>
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         <title>Cosa si fa in Borsa?</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div><br>In Borsa si contrattano le azioni. In parole semplici, ogni giorno arrivano in Borsa ordini di vendita o di acquisto di azioni. La Borsa quindi funge da intermediario, da luogo di contrattazione tra chi vuole vendere e chi vuole acquistare azioni. Se ci sono tante persone che vogliono vendere e poche che vogliono comprare, il prezzo si ridurrà. Al contrario, se in molti vogliono comprare e pochi vendere, i venditori potranno venderle a un prezzo più alto. Ovviamente il numero di venditori e compratori, dipende, tra le altre variabili, dall’appetibilità di un titolo. È ragionevole pensare che un’azienda con alto valore e prospettive, avrà delle azioni appetibili e molti compratori.<br>Gli indici azionari sono un indicatore dell’andamento complessivo della Borsa. Ogni giorno si fa una media delle performance dei titoli e si dice che quell’indice é diminuito a aumentato.&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:57:56 UTC</pubDate>
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         <title>Storia delle borsa valori:</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>La prima compravendita di titoli nella storia dell’umanità si fa risalire al 1500 nella città belga di Bruges: i titoli scambiati dai mercanti rappresentavano un credito o una merce in arrivo da paesi lontani, che non potevano essere materialmente scambiati. Questa sorta di mercato organizzato si teneva in <strong>un palazzo di proprietà della famiglia dei Van der Bourse, il cui stemma era rappresentato da tre borse</strong>, dal cui nome si farebbe derivare la denominazione di Borsa.<br> Alcuni studiosi affermano che il vocabolo Borsa deriverebbe invece dal nome della famiglia dei mercanti veneziani Della Borsa e <strong>che sarebbe stato trasformato in olandese Van der Bourse nel XIV secolo perché il cognome indicava chiaramente l’origine italiana.</strong><br><strong>LA PRIMA BORSA, QUELLA DI ANVERSA</strong><br>Quella di Bruges non può essere definita una Borsa vera e propria; pertanto, viene unanimemente considerata come la prima Borsa Valori della storia quella istituita nel 1531 <strong>nella città tedesca di Anversa</strong>, che prese il posto di Bruges come luogo di incontro di mercanti e banchieri per la conclusione dei loro traffici. I prezzi delle merci venivano contrattati da questi “operatori” in un determinato edificio, la Borsa appunto, il cui nome traeva origine dal palazzo di Bruges.</div><div><strong>In Italia, già durante il Medioevo e il Rinascimento si erano sviluppati dei mercati</strong> organizzati pubblici come il Mercato nuovo di Firenze o il Rialto di Venezia o come le fiere dei cambi. La prima Borsa vera e propria fu istituita a Venezia nel 1600.<br><strong>NASCITA DI WALL STREET</strong></div><div>Infine, spostandoci oltre oceano negli Stati Uniti d’America<br>Il<strong> 17 maggio 1792 nacque la Borsa più grande e più importante del mondo, </strong>anche conosciuta come “The Big Board”, il New York Stock Exchange, NYSE, situato nella nota strada di Wall Street, dove si trova tuttora.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 13:58:03 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <pubDate>2018-02-16 13:58:15 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <pubDate>2018-02-16 14:01:19 UTC</pubDate>
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         <title>Un&#39;interessante antitesi</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>P<strong>aragonare Trump a Hitler è l’aiuto migliore a chi vuole relativizzare, banalizzare, minimizzare la portata malefica del nazismo</strong></div><div>Se il «populismo» è l’anticamera del nazismo, allora lo sterminio di un intero popolo, il delitto unico e incomparabile della Shoah perdono quel carattere di orrore che è bene che sia conservato per dimostrare a quale abisso criminale sia giunta l’umanità. Se tutto può essere nazismo, allora il nazismo può diventare qualcosa di accettabile. Certo, si starà pure male nell’America trumpiana, ma pensare che da ieri la vita degli americani possa essere paragonata ad Auschwitz è un’analogia che rende Auschwitz qualcosa di molto meno orrendo. Nell’epoca della post-verità si corre anche il pericolo della post-analogia, dell’iperbole superficiale, della scempiaggine a 140 caratteri. Opporsi a Trump, ma lasciando perdere Hitler e i paragoni grotteschi. E’ così difficile?   <br>Corriere della sera, Pierluigi Battista</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 14:01:34 UTC</pubDate>
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         <title>Punti in comune </title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>1) Il potere al popolo;<br> 2) Economia per il popolo; <br>3) Istruzione, sicurezza e lavoro; <br>4) Lotta alla povertà e tutela del popolo; <br>5) Nazionalismo; </div>]]></description>
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         <title></title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <title>PERCHè  NASCE   IL COMUNISMO? E&#39; INEVITABILE?</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>MAISTO</div>]]></description>
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         <author>salvatore_improta71</author>
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         <author>salvatore_improta71</author>
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         <author>salvatore_improta71</author>
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         <title>VARDARO</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <title>VARDARO</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <pubDate>2018-02-16 14:07:51 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title>gustave le bon. Il potere tirannico sulle masse</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>vardaro...... LE FONTI DEL TOTALITARISMO</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 14:08:00 UTC</pubDate>
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         <title>IL TOTALITARISMO DI SINISTRA</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>pagano</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 14:08:20 UTC</pubDate>
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         <title>COME UN  ARMISTIZIO DIVENTA CAUSA DI UN&#39;ALTRA GUERRA</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/232327159</link>
         <description><![CDATA[<div>vardaro</div>]]></description>
         <pubDate>2018-02-16 14:08:30 UTC</pubDate>
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         <title>keynes e liberismo</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>LE DUE FORME ECONOMICHE CHE DOMINANO IL 900</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 14:08:46 UTC</pubDate>
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         <title>DIETRO LE GUERRE CI SONO SEMPRE MOTIVAZIONI ECONOMICHE</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>favicchio</div><div><strong>Economia e società nel mondo occidentale tra le due guerre</strong></div><div>&nbsp;</div><div><strong>1. L’Europa debitrice e gli Stati Uniti </strong>Le conseguenze economiche del conflitto mondiale furono di vasta portata. La prima e più importante fu certamente il capovolgimento del sistema di rapporti economici mondiali. Inghilterra e Francia, i paesi europei economicamente più progrediti sino al 1914, si ritrovarono debitori verso gli Stati Uniti e videro i loro mercati di esportazione tradizionale: colonie, ma anche Sud America e altre aree europee. La guerra aveva stimolato nuove forze produttive e aveva permesso un nuovo sviluppo economico di Giappone e <em>Stati Uniti</em>. I secondi, però, mostrarono di non gradire pienamente il loro ruolo di potenza mondiale: la via dell’<em>isolazionismo </em>venne imboccata con decisione a partire dalla decisione di non entrare nella Società delle Nazioni.</div><div>Va anche ricordato che inizialmente apparvero difficoltà legate materialmente alla guerra: riconversione delle industrie, spese per la <em>ricostruzione</em>, ritorno ai meccanismi produttivi di un tempo. Ma si possono comunque ritenere in parte superate queste problematiche intorno al 1920-21.</div><div>&nbsp;</div><div><strong>2. Lo sviluppo dell’industria </strong>Il ritorno alla pace fu caratterizzato da <em>scon­volgimenti economici emonetari, </em>che modificarono gli equilibri mon­diali a favore degli Stati Uniti ma non impe­dirono una <em>crescita </em>relativamente sostenuta <em>dell'industria </em>fino al 1929. E questa espan­sione globale non fu frenata dalla disarticolazione delle economie dell'Europa centro-orientale dovuta alla dissoluzione degli impe­ri centrali e dal ritiro della Russia dai mercati internazionali dopo la rivoluzione del 1917. La crescita è chiaramente attestata <em>dall'au­mento del reddito nazionale </em>in una serie di paesi e dallo <em>sviluppo della produzione indu­striale, </em>che tra il 1922 e il 1929 segnò un in­cremento medio annuale del 10 % in Francia, del 5,6 % negli Stati Uniti, del 5 % in Gran Bretagna e del 3,7 % in Germania.</div><div>&nbsp;</div><div><strong>3. La depressione dell’agricoltura</strong> La prosperità non toccò però <em>l'agricoltura, colpita da una sovrapproduzione che depri­meva i prezzi. </em>Si deter­minò così un andamento «a forbice» tra i prez­zi agricoli e quelli industriali, con una <em>ridu­zione dei redditi </em>degli agricoltori, costretti spes­so a indebitarsi per acquistare i concimi e le macchine agricole. La depressione dei prezzi agricoli si estese anche alle materie prime, corti pesanti conseguenze su quei paesi sottosvilup­pati che dipendevano dall'esportazione di un solo o di pochi prodotti vegetali o minerali (caffé per il Brasile, rame per il Cile, cotone per l'Egitto, gomma per le Indie olandesi). Il declino dei redditi contadini favorì l'ul­teriore espulsione di manodopera dal settore agricolo, sede di una tradizionale sottoccupa­zione, verso l'industria e i servizi; tra il 1920 e il 1940 nei paesi più avanzati d'Europa il numero degli occupati in agricoltura diminuì del 15%, e ancor più sensibile fu il calo negli Stati Uniti.</div><div>Per cercar di ridurre il secolare malessere del mondo rurale e per contrastare l'influsso del comunismo russo, negli anni successivi alla fine della guerra venne realizzata — soprattutto nei paesi dell'Euro­pa centro-orientale — una serie di <em>riforme agrarie, mediante la confisca dei terreni </em>di su­perficie superiore a quella massima autoriz­zata e la loro <em>redistribuzione ai piccoli conta­dini.</em></div><div>&nbsp;</div><div><strong>4. Squilibri e limiti della prosperità</strong> La crescita industriale si concentrò in <em>sette Stati </em>(Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Unione Sovietica, Giappone), che <em>si dividevano i 4/5 della produzione mondiale. </em>Ma i <em>ritmi di in­cremento </em>erano assai <em>diversi, </em>perché di fronte al dinamismo e al crescente benessere della Francia e degli Stati Uniti si assisteva all’incertezza della Gran Bretagna, colpita dalle dif­ficoltà (crisi delle industrie tessili, minerarie e siderurgiche), e all'affannosa ri­cerca di strade nuove nella Russia sovietica, impegnata nel tentativo di costruire un'eco­nomia fondata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione.</div><div>&nbsp;</div><div><strong>5. L’indebitamento interno e internazionale; la potenza finanziaria degli Stati Uniti</strong> Anzitutto gli Stati europei impegnati nel conflitto, per fronteggiare i costi della guerra, avevano dovuto liquidare il grosso dei propri investimenti all'e­stero ed erano stati costretti ad aumentare mas­sicciamente il proprio <em>debito pubblico </em>e a stampare carta moneta — la cui circolazione era imposta con il corso forzoso — senza te­ner conto delle riserve auree.</div><div>Inoltre gli alleati occidentali negli anni bel­lici si erano massicciamente indebitati con gli Stati Uniti, che divennero così il paese credi­tore per eccellenza. Nel dopoguerra gli <em>Stati Uniti </em>spezzarono il monopolio esercitato da Londra nelle operazioni finanziarie interna­zionali, il dollaro si affiancò alla sterlina co­me moneta forte e il paese americano cessò di essere «un gigante economico ma un nano finanziario» per acquisire il ruolo di <em>chiave di volta della finanza mondiale.</em></div><div>&nbsp;</div><div><strong>6. L'inflazione</strong> L'intreccio di queste circostanze, che accreb­be il volume della mo­neta in circolazione in una misura assai supe­riore a quella dell'aumento della produzione, ebbe come conseguenza nei paesi europei una forte <em>inflazione </em>e quindi un <em>aumento dei prezzi </em>che, rimasti relativamente sotto controllo du­rante la guerra, non poterono più essere pa­droneggiati dopo il 1919.</div><div>Si verificò così un <em>collasso dell'ordine mo­netario </em>di proporzioni drammatiche, in netto contrasto con la stabilità protrattasi dal 1815 al 1914, un secolo durante il quale, anche quando si diffuse largamente la moneta car­tacea, questa poteva essere sempre convertita in oro dalle banche di emissione, che doveva­no quindi detenere una riserva aurea per ga­rantire la circolazione cartacea. Era questo il sistema del <em>gold standard </em>(sistema monetario aureo), che <em>legava il potere d'acquisto della moneta all'andamento dei prezzi del metallo giallo: </em>un sistema adottato da tempo in Inghilterra e diffusosi dal 1854 in quasi tutta l'Europa e negli Stati Uniti, e abbandonato durante la guerra.</div><div>Negli Stati vincitori l'inflazione fu conte­nuta in limiti tollerabili: in Francia, Belgio e Italia alla metà degli anni '20 i prezzi erano saliti di cinque volte rispetto al 1913, solo di due volte in Gran Bretagna, e ancora meno negli Stati Uniti. Gli&nbsp;</div><div><em>Stati vinti </em>o creati dai trattati di pace conobbero invece fino al 1924 <em>un'inflazione galoppante, </em>aggravata dalla forte eccedenza delle importazioni sulle esportazio­ni, dai disordini civili e dalla difficoltà di ri­correre a prestiti o all'inasprimento delle im­poste. In Austria i prezzi salirono di 14000 volte rispetto al livello prebellico, in Unghe­ria di 23000 volte, in Polonia di 2 milioni e mezzo di volte.</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 14:09:15 UTC</pubDate>
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         <title>memorizzare</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>I VOLTI DEL TOTALITARISMO</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 14:09:46 UTC</pubDate>
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         <title>la moneta</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>CAPIRE L' ECONOMIA</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-16 14:11:18 UTC</pubDate>
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         <title>riepilogo di Storia e collegamento con i  TOTALITARISM</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Sintesi per la verifica  PER TUTTI</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-19 11:35:13 UTC</pubDate>
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         <title>Repubblica di Weimar</title>
         <author>nelloderosa</author>
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         <description><![CDATA[<div><br><em>-Aniello De Rosa<br></em>Repubblica di Weimar  è la denominazione con cui viene normalmente indicato il Reich tedesco nel periodo tra il 1919 ed il 1933. Nell’immediato dopoguerra in Germania, dopo l’abdicazione del kaiser <strong>Guglielmo II,</strong> venne proclamata la repubblica e il governo fu affidato provvisoriamente al leader socialdemocratico <strong>Friedrich Ebert,</strong> che s’impegnò a indire le elezioni di un’Assemblea Costituente. La situazione però era molto confusa ed agitata da fermenti rivoluzionari, possiamo ricordare due importanti personaggi quali <strong>Karl Liebknecht</strong> e <strong>Rosa Luxemburg. </strong>Nei primi mesi del 1919 le tensioni si trasformarono in un vero e proprio tentativo d’insurrezione, che venne stroncato con la forza dall’esercito. In seguito, si tennero le elezioni che diedero la maggioranza ai social democratici, i quali assunsero con Ebert la guida della Repubblica di Weimar, ma governarono d’intesa con le forze cattoliche del Zentrum.<br>Le condizioni poste alla Germania dal trattato di Versailles si rivelarono ben presto insostenibili, ingenerando nei tedeschi un sentimento di rivalsa che favorì due tentativi (falliti) di colpo di stato detti putsch (Kapp nel 1920 e Hitler nel 1923). Nel 1922 la Germania non riuscì a pagare la rata dei debiti di guerra e<strong> </strong>la Francia occupò militarmente le aree industriali della Ruhr e della Saar. La reazione degli operai tedeschi fu lo sciopero con la conseguente gravissima inflazione del 1923. Con la crisi di Wall Street<strong> </strong>del 1929 ed il ritiro dei capitali americani investiti, la Germania ripiombò nella recessione economica. In questa situazione la popolazione fu spinta a sostenere il movimento estremistico di Adolf Hitler, che aveva fondato il partito nazionalsocialista, la cui ideologia si basava sui capisaldi della superiorità razziale tedesca, del complotto mondiale ebraico e della necessità di ampliare lo spazio vitale della Germania. Alla crisi economica si aggiunse, agli inizi del 1930, la crisi politica dovuta alla frammentazione del quadro politico e alla crisi dei partiti, che determinò l’ingovernabilità del paese e il ricorso ad una serie di successive consultazioni elettorali; i cittadini furono chiamati a votare per il Parlamento ben 5 volte dal 1928 al 1933. <br> Dopo la quarta elezione, tenutasi nel Novembre del 1932, il presidente Hindenburg affidò a Hitler l’incarico di formare il nuovo governo (30 gennaio 1933). Il suo partito aveva raggiunto un consenso che sfiorava ormai il 40% dei voti. Rapidamente la Germania si trasformava in un regime totalitario. <br> Nel corso del primo anno furono sciolti o messi fuorilegge tutti i partiti tranne quello nazista; fu istituita la polizia politica (Gestapo) con compiti di schedatura. iniziarono le persecuzioni naziste degli ebrei, che vennero regolamentate con le<strong> </strong>Leggi di Norimberga nel 1935, secondo le quali agli ebrei era vietato occupare impieghi pubblici ed esercitare libere professioni, conservare la cittadinanza tedesca e il possesso dei relativi documenti, possedere proprietà immobiliari, sposarsi con ariani.<br><br><a href="https://library.weschool.com/lezione/sintesi-repubblica-di-weimar-adolf-hitler-putsch-di-monaco-8049.html">https://library.weschool.com/lezione/sintesi-repubblica-di-weimar-adolf-hitler-putsch-di-monaco-8049.html</a></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-29 20:47:11 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>ErrichielloMarco</author>
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         <description><![CDATA[<div>Analisi su: Psicologia delle folle <br>- Errichiello VD</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-01-30 06:44:03 UTC</pubDate>
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         <title>IL FEROCE MORSO DEL CAPITALISMO? </title>
         <author>nellopatriciello</author>
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         <description><![CDATA[<div>«<em>Ma di tutte le droghe sotto l’azzurro immenso cielo ce n’è una che è in assoluto la mia preferita. In quantità sufficiente questa ti rende invincibile, capace di conquistare il mondo e di sventrare i tuoi nemici. E non sto parlando di cocaina. [mostrando una banconota] Sto parlando di questi. I soldi non vi comprano solo una vita migliore, cibo migliore, macchine migliori, fiche migliori. Vi rendono anche un persona migliore. Potete essere generosi con la chiesa, o con il partito politico che preferite, potete anche salvare quel cazzo di gufo maculato. Io ho sempre voluto essere ricco</em>».<br>La povertà è brutta, e su questo siamo tutti d’accordo, anche Scorsese, che dipinge in modo quasi anonimo la prima parte del film, in cui Belfort non ha ancora sfondato nel mondo dell’economia. Poi, una volta che il protagonista è diventato uno dei re di Wall Street, ecco trovarsi dinanzi ad una fantasmagoria di colori, a creare un apparente felicità.<br>Ciò che Scorsese ha voluto rappresentare però  è il cambio di atteggiamento che hanno le persone quando passano da uno stato all’altro. In questo caso da poveri a ricchi. Due condizioni che rappresentano perfettamente i diversi atteggiamenti che una persona può avere nei confronti dell’esistenza.</div><div>Infatti, quando ci si ritrova in condizioni di povertà generalmente si china la testa velando la propria vera natura; mentre quando si domina si ha la possibilità di esprimere il proprio essere in tutte le sue sfaccettature.<br>La nuova condizione però,porta quasi alla follia il protagonista,che catapultato in questo mondo basato sul calcolo e sulla produttività perde il senno e diventa parte integrane di questo ciclo vizioso.L’eroe negativo che non si abbandona mai alla redenzione o alla moralità è il prototipo della macchina turbo capitalista che produce, consuma, ingloba fino al totale esaurimento. Non c’è ingiustizia ma semplice irrazionalità. Un meccanismo che trasforma persino i capitalisti stessi ,resi forse  schiavi dalle macchine che  po' s dehsiedono, costretti a vivere nella costante paura di cessare di essere capitalisti, a meno di non riuscire a mercificare completamente gli altri umani in modo da sottoporli più efficientemente al servizio dell’accumulazione di capitale.<br>Aniello Patriciello 💣💣</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-05 23:02:35 UTC</pubDate>
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         <title>Antifascismo -Mariarca </title>
         <author>mariarcatuccillo12</author>
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         <description><![CDATA[<div>Mentre il fascismo costruisce il suo regime, i partiti e i gruppi antifascisti messi fuori della legalità dalle <strong>leggi del ’26</strong> sono costretti all’esilio o alla clandestinità. Per molto tempo, l’antifascismo è costituito da gruppi ristretti, da piccole minoranze che sfidano la repressione poliziesca, se lavorano all’interno, e tutte le difficoltà dell’esilio, se operano all’estero.</div><div>I movimenti liberale e cattolico, salvo piccoli gruppi, confidano nella caduta del fascismo e, nell’attesa, sviluppano un’attività prevalentemente culturale in difesa di certi principi ideali e di preparazione di gruppi dirigenti. Sono antifascisti uomini appartenenti alla <strong>tradizione</strong> <strong>liberale</strong> come Benedetto Croce, Luigi Albertini (direttore del quotidiano "Corriere della Sera" dal 1900 al 1925), Giovanni Giolitti, Francesco Saverio Nitti. Essi in un primo momento avevano guardato con simpatia al fascismo ma poi ne avevano condannato l’autoritarismo. Un posto di riguardo ha il filosofo Benedetto <strong>Croce</strong>. La sua opposizione è soprattutto di carattere morale e intellettuale ed è forse per questo che viene tollerata dal regime.</div><div><br></div><div><br></div><div>Accanto ai liberali operano le forze di ispirazione <strong>democratica</strong>. Essi sostengono che solo la collaborazione tra la classe operaia e la borghesia può sconfiggere il fascismo. Principali esponenti sono Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Gaetano Salvemini, un illustre professore universitario di storia che, pur di non giurare fedeltà al partito fascista si dimette dall’insegnamento. Gobetti e Amendola pagarono con la vita la loro opposizione al fascismo.</div><div><br></div><div>Antifascisti furono anche alcuni esponenti del disciolto <strong>Partito Popolare</strong> che Mussolini aveva dichiarato illegale come illegali erano tutti gli altri partiti, ad eccezione di quello fascista. Il fondatore, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, un altro rappresentante del partito, furono costretti all’esilio. Proprio De Gasperi che sarà protagonista nella guerra di liberazione e diventerà il più importante statista italiano del secondo dopoguerra.</div><div><br></div><div>Un ruolo di primo piano nella lotta antifascista viene svolto, infine, da esponenti del <strong>Partito socialista</strong> come Filippo Turati, Sandro Pertini e Pietro Nenni; e del <strong>Partito</strong> <strong>comunista</strong> come Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. In particolare Gramsci viene fatto arrestare da Mussolini nel 1926. Resterà in carcere fino al 1937, l’anno della sua morte. In questi lunghi anni scrive i "<strong>Quaderni</strong> <strong>del</strong> <strong>carcere</strong>", l’opera più importante dell’antifascismo italiano</div><div><br></div><div>Nel 1926 Filippo Turati fugge avventurosamente all’estero aiutato da Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini. Nel novembre dello stesso anno viene arrestato a Roma Antonio Gramsci insieme a gran parte del gruppo parlamentare comunista. La guida del partito verrà poi presa in esilio da Palmiro Togliatti. Il partito comunista passa alla clandestinità completa ed è l’unico gruppo antifascista che continua a svolgere un’attività organizzata in Italia.</div><div>In Francia si ricostituisce la Cgdl per iniziativa di Bruno Buozzi e anche a Milano ne opera per qualche tempo una clandestina. Nel ’27, a Parigi, i due partiti socialisti, il partito repubblicano, la Confederazione del lavoro e la Lega italiana dei diritti dell’uomo costituiscono la <strong>Concentrazione d’azione antifascista</strong>. Nel 1930, a Parigi Carlo Rosselli, fuggito dal confine di Lipari insieme a Emilio Lussu, fonda Giustizia e Libertà che cercava di unire gli ideali democratici con quelli socialisti.</div><div>Il 27 aprile 1937 <strong>muore Gramsci</strong>, che non regge alla durezza del carcere fascista, e il 10 giugno dello stesso anno vengono<strong> assassinati i fratelli Rosselli</strong>. In Italia si assiste dall’estate del ’36 a una certa ripresa dell’attività antifascista, in misura notevole spontanea, per effetto della guerra di Spagna. Due anni più tardi la costituzione dell’Asse Roma-Berlino e la politica antisemita scuotono la coscienza di molti, soprattutto giovani. Inoltre, il continuo aumento dei prezzi diffonde malcontento tra gli operai e la piccola borghesia. Questa ripresa antifascista all’interno del Paese non mette certo in pericolo l’esistenza del regime, ma ha notevole importanza. Molti giovani infatti intensificano la loro attività, fanno nuove reclute (molti hanno militato anche in organizzazioni fasciste), e insieme ai più anziani reduci dall’esilio, dalle galere e dal confino, costituiranno i gruppi dirigenti della Resistenza.</div><div><br> | <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-19 20:49:49 UTC</pubDate>
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         <title>IL TOTALITARISMO DI SINISTRA</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Post spiegato da Manna VG</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:51:18 UTC</pubDate>
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         <title>IL MONDO  SCOPRE LA CRISI PLANETARIA</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Santone<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:52:03 UTC</pubDate>
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         <title>COME COSTRUIRE UNA DITTATURA</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>mocerino<br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:52:22 UTC</pubDate>
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         <title>L&#39;ITALIA  fascista</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>GIUGLIANO</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:52:30 UTC</pubDate>
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         <title>Repubblica di Weimar</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Maugeri LA GERMANIA DOPO VERSAILLES<br><br>Regime politico sviluppatosi in Germania nel 1919 dopo la fine della 1 guerra mondiale, prende il nome dalla città di Weimar dove si riuni' l' assemblea costituente per garantire una costituzione democratica alla nazione</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:53:38 UTC</pubDate>
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         <title>Mappa concettuale sull&#39;ascesa di Hitler</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Di mauro</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:53:55 UTC</pubDate>
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         <title>IL TOTALITARISMO DI DESTRA</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>moceri</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:54:06 UTC</pubDate>
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         <title>ASCESA AL POTERE DI HITLER</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>russo<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:54:16 UTC</pubDate>
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         <title>il &quot;Putsch&quot; di Monaco (1923)        Moceri</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/334614749</link>
         <description><![CDATA[<div>IL PRIMO TENTATIVO DI COLPO DI STATO<br><br><br>Tra l'8 e il 9 novembre 1923, per iniziativa dello stesso Hitler e con la copertura politica di importanti uomini di potere del vecchio regime guglielmino (uno fra tutti il generale Ludendorff, ex capo di Stato maggiore dell'esercito imperiale), il NSDAP tentò un putsch (colpo di stato) a Monaco di Baviera. L'intento era quello di assumere il controllo della Baviera, il secondo (per estensione territoriale) Land della Repubblica, trasformandolo in un cuneo politico che avrebbe portato all'abbattimento della "Repubblica dei traditori di novembre".L'8 novembre 1923, alle 20.45, mentre nella birreria Burgerbraukeller era in corso una conferenza di tre commissari del governo bavarese, Hitler e un manipolo di nazisti irruppero nella sala e lo stesso Hitler sparò un colpo di pistola in aria, prendendo la parola. Egli dichiarò ai presenti che il governo bavarese era stato rovechiato e che aveva personalmente assunto la direzione politica del nuovo governo.Malgrado la teatralità dell'episodio, si trattava evidentemente di un bluff e nessuno dei presenti si scompose. Lo stesso generale Ludendorff, presente alla riunione, visto che l'uscita di Hitler non aveva sortito una grande impressione, assunse il ruolo di mediatore tra i nazisti e i tre commissari del governo. Hitler dichiarò allora che il suo era stato solo un "avvertimento" al governo e che per l'indomani in mattinata era convocata una grande manifestazione di massa che avrebbe dato corso alla "rivoluzione nazionale".La mattina seguente, alla "manifestazione di massa" erano presenti non più di 3000 persone, che cercarono di dirigersi verso il centro di Monaco. Quando la polizia impedì al corteo di raggiungere il palazzo del Governo, dalle file dei militanti del NSDAP partì un colpo di pistola, che diede inizio ad una fitta sparatoria. Nello scontro, rimasero uccisi 3 poliziotti e 14 militanti nazisti.Hitler al momento riuscì a fuggire, ma venne in seguito arrestato e processato per alto tradimento. Malgrado la gravità delle accuse (che, secondo il codice penale vigente, avrebbe comportato la pena di morte), dopo 24 giorni di dibattimento Hitler venne condannato a soli 5 anni di reclusione, dei quali ne avrebbe scontato soltanto uno.È interessante osservare che al momento dell'uscita dal carcere Hitler trovò ad attenderlo il vecchio amico Ludendorff e persino i giudici che lo avevano condannato si recarono ad accoglierlo e si fecero fotografare in sua compagnia, a testimonianza del fatto che la vecchia burocrazia guglielmina era tutt'altro che determinata a difendere le istituzioni repubblicane dai tentativi di sovversione di destra.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:54:27 UTC</pubDate>
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         <title>SINTESI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE ....CRONOLOGIA</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Cassandro</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:54:41 UTC</pubDate>
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         <title>CAUSE, EVOLUZIONE, CONSEGUENZE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>Errichiello</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-24 19:54:56 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2019-02-25 15:52:18 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2019-02-25 15:52:43 UTC</pubDate>
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         <title>Manifesto della razza:</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
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         <description><![CDATA[<div>castaldo<br>cUn documento fondamentale, che ebbe un ruolo non indifferente nella promulgazione delle cosiddette leggi razziali è il <em>Manifesto degli scienziati razzisti</em> (noto anche come <em>Manifesto della Razza</em>). Seguono dunque molti i decreti che, tra l'estate e l'autunno del 1938, sono firmati da Benito Mussolini in qualità di capo del Governo e poi promulgati da Vittorio Emauele III, utti tendenti a legittimare una visione razzista della cosiddetta <em>questione ebraica</em>. L'insieme di questi decreti e dei documenti sopra citati costituisce appunto l'intero <em>corpus</em> delle leggi razziali.<br><br></div><div>Il 5 agosto 1938 sulla rivista <em>La difesa della razza il manifesto è articolato in 10 punti:<br></em><br></div><div>&nbsp;1. <strong>LE RAZZE UMANE ESISTONO</strong>.. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.<br>2.<strong>ESISTONO GRANDI RAZZE E PICCOLE RAZZE</strong>. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente<br>3. <strong>IL CONCETTO DI RAZZA È CONCETTO PURAMENTE BIOLOGICO</strong>. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. <br>4.<strong>LA POPOLAZIONE DELL'ITALIA ATTUALE È NELLA MAGGIORANZA DI ORIGINE ARIANA E LA SUA CIVILTÀ ARIANA</strong>. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane.<br>5.<strong>È UNA LEGGENDA L'APPORTO DI MASSE INGENTI DI UOMINI IN TEMPI STORICI</strong>. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa.<br>6. <strong>ESISTE ORMAI UNA PURA "RAZZA ITALIANA"</strong>. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico–linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana. <br>7.<strong>È TEMPO CHE GLI ITALIANI SI PROCLAMINO FRANCAMENTE RAZZISTI</strong>. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano–nordico. Questo vuole dire additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra–europee, questo vuol dire elevare l'italiano a un ideale di superiore coscienza di sé stesso e di maggiore responsabilità. <br>8.<strong>È NECESSARIO FARE UNA NETTA DISTINZIONE FRA I MEDITERRANEI D'EUROPA (OCCIDENTALI) DA UNA PARTE E GLI ORIENTALI E GLI AFRICANI DALL'ALTRA</strong>. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche.<br>9. <strong>GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA</strong>. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.<br>10. <strong>I CARATTERI FISICI E PSICOLOGICI PURAMENTE EUROPEI DEGLI ITALIANI NON DEVONO ESSERE ALTERATI IN NESSUN MODO</strong>. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono a un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri.&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-25 15:52:53 UTC</pubDate>
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         <title>Nascita e motivi:</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/334915948</link>
         <description><![CDATA[<div>Nell’Italia fascista, gli ebrei vivevano inizialmente integrati con il resto della popolazione: come tra tutti gli italiani, anche tra gli ebrei c’erano i fascisti e gli antifascisti, i più ricchi e i più poveri, i più istruiti e i meno istruiti. <br>Negli anni ’30, il regime fascista cominciò a percorrere la strada del <strong>razzismo</strong>: con la <strong>guerra d’Etiopia</strong> (1935-1936), quando cioè l’Italia aggredì e poi annesse il paese dell’Africa Orientale, si sviluppò l’idea di evitare il “rischio” di una popolazione di “meticci”, cioè di persone nate dall’unione tra italiani bianchi e africani neri. In questo modo il fascismo produsse le prime norme di stampo razzista, vietando il matrimonio tra bianchi e neri.<br>In pochi mesi il razzismo diventò anche antisemitismo (ostilità contro gli ebrei), cioè quella forma particolare di razzismo che era molto diffusa in Europa in quegli anni, che portò il regime fascista a promulgare, tra settembre e novembre, le “<strong>leggi razziali</strong>”.<br>Le <strong>leggi razziali fasciste</strong> sono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi applicati in Italia fra il 1938 e il primo quinquennio degli anni quaranta, rivolte prevalentemente – ma non solo – contro le persone di religione ebraica; esse furono lette per la prima volta il 18 settembre 1938 a Trieste da Benito Mussolini. Il supposto fondamento e la presunta premessa teorica alle leggi razziali furono alcune considerazioni che avrebbero mirato a stabilire l'esistenza della razza italiana e la sua appartenenza ad un immaginario gruppo delle cosiddette razze ariane. A tali considerazioni si cercò di dare un fondamento scientifico, benché quest'ultimo sia poi risultato inconsistente. La legislazione antisemitacomprendeva: il divieto di matrimonio tra italiani ed ebrei, il divieto per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana il divieto per tutte le pubbliche amministrazioni di avere alle proprie dipendenze ebrei, il divieto di trasferirsi in Italia a ebrei stranieri, la creazione di scuole – a cura delle comunità ebraiche – specifiche per ragazzi ebrei (gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole). <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-25 15:53:03 UTC</pubDate>
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         <title>Propaganda Fascista</title>
         <author>nelloderosa</author>
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         <description><![CDATA[<div><a href="https://i.gifer.com/ALEX.gif">https://i.gifer.com/ALEX.gif</a><br><em>-Aniello De Rosa<br></em>Il <strong>fascismo</strong> è stato un movimento politico nato in Italia all'inizio del XX secolo, soprattutto per iniziativa del politico, giornalista e in seguito dittatore Benito Mussolini.&nbsp;<br> La crisi economica del primo dopoguerra, la disoccupazione e l'inflazione crescenti, la smobilitazione dell'esercito che restituì alla vita civile milioni di persone, i conflitti sociali e gli scioperi portarono l'ex dirigente del Partito Socialista convertito alle idee del nazionalismo,&nbsp; a fondere idee, aspirazioni, frustrazioni dei reduci della Grande Guerra, in un movimento politico che all'inizio ebbe una chiara ispirazione socialista e rivoluzionaria che subito si contraddistinse per la violenza dei metodi impiegati. &nbsp;<br> Il regime fascista fece largo uso di propaganda per ispirare la nazione a quell’unità necessaria all’obbedienza. Figura centrale è quella del Duce,&nbsp; una pubblicità continua riguardava la sua persona, e i quotidiani avevano esatte disposizioni su cosa dire di lui.</div><div>Il regime fascista utilizzava i media per valorizzare i successi del regime e mantenere le masse in uno stato di mobilitazione emotiva permanente, attraverso riti e cerimonie collettive.&nbsp; Obiettivo della propaganda era la creazione di un nuovo tipo d’uomo, destinato, negli auspici del regime, a guidare l’Italia e Roma a nuovi fasti imperiali.&nbsp; Anche i giovani venivano inquadrati in organizzazioni come i giovani fascisti e i gruppi universitari fascisti; per riorganizzare la gioventù dal punto di vista morale e fisico nacque l’Opera nazionale Balilla (ONB), ente autonomo complementare all’istituzione scolastica. Nel corso degli anni il regime radicalizzò le sue posizioni<strong> </strong>censurando sempre di più la libertà di opinione e perseguendo coloro che criticano il governo, esprimendo opinioni diverse dal pensiero ufficiale.</div><div>Alle autorità era permesso confiscare i giornali che pubblicassero informazioni atte a istigare l’odio di classe oppure disprezzare il governo.&nbsp; È importante sottolineare come il controllo attuato dal regime sull’informazione fu possibile grazie all’acquisto, tra il 1911 e il 1925, delle maggiori testate giornalistiche; I quotidiani, attuando una censura su cronache nere o fallimenti economici, dipingevano il periodo fascista come un modello storico di pace e moralità. Dal 1926 era necessario il permesso del governo per pubblicare.&nbsp; Contemporaneamente, con la diffusione della<strong> </strong>radio durante gli anni del regime, questa diventò il maggior strumento di propaganda alla popolazione. Nacque cosi L'Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, anche conosciuto con la sigla EIAR,&nbsp; esso svolgeva quindi la propria attività di editore e operatore radiofonico in regime di monopolio. Un altro ente di fondamentale importanza fu l'istituto LUCE, esso fu fondato nel 1924 da Benito Mussolini, fu il Duce stesso a scegliere il nome dell'ente: LUCE, iniziali di <em>L'Unione Cinematografica Educativa</em>.&nbsp; Il primo filmato fuproiettato all'Augusteo di Napoli il film <em>Aethiopia</em>, debutto solenne del LUCE, presentato come ammonimento agli italiani di pensare alla politica di oltremare, alle necessità imperiali di espansione.&nbsp;<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-02-25 21:51:56 UTC</pubDate>
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         <title>Collins-francesco castaldo</title>
         <author>francescocastaldo33</author>
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         <description><![CDATA[<div><br>Il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Film">film</a> riprende la storia, romanzandola, della nascita della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_d%27Irlanda">Repubblica d'Irlanda</a>. <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Irish_Republican_Army">Un gruppo di giovani oppositori</a>, di cui Michael Collins è il capo militare, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_d%27indipendenza_irlandese">compie azioni di resistenza contro il governo inglese in Irlanda</a>. A capo della parte politica c'è <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%89amon_de_Valera">De Valera</a>, un politico machiavellico, egoista e probabilmente un maniaco-depressivo, che teme più di tutto il potere e la popolarità di Collins. Per queste ragioni, De Valera causa la disastrosa guerra civile che segue l'indipendenza del nuovo stato Irlandese. Dopo alterne fortune e attentati sanguinosi, a cui fanno riscontro reazioni altrettanto cruente, gli Inglesi concedono l'inizio di una trattativa a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Londra">Londra</a> a cui viene mandata una delegazione con a capo Collins. Dopo molti e inutili tentativi Collins è costretto ad accettare <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_anglo-irlandese">un accordo con cui si stabilisce il riconoscimento dell'autonomia dell'Irlanda</a>, però senza l'<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Irlanda_del_Nord">Irlanda del Nord</a>, rinunciando alla repubblica ma con il giuramento di fedeltà al <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Re_d%27Inghilterra">re</a>. Però l'accordo portava all'Irlanda molte più concessioni di quante ne avesse chieste Collins come punti da raggiungere da De Valera, anche se De Valera lo negò per il resto della vita. La fazione facente capo a De Valera in Parlamento perde per sette voti e ritira i suoi rappresentanti dando inizio così ad una <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_civile_irlandese">guerra civile</a> a cui Collins cerca in tutti i modi di opporsi, inutilmente. Morirà ucciso nella sua <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Contea_di_Cork">contea di Cork</a> mentre tenta di incontrare il suo ex capo De Valera per porre fine alla guerra. Il film riprende a questo punto i funerali svolti a suo tempo a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Dublino">Dublino</a> con una partecipazione popolare di 500.000 persone. A latere della storia viene riportata la vicenda amorosa in cui si trovano invischiati due amici innamorati della stessa donna, miss Kiernan, che alla fine, dopo aver scelto Collins, non riuscirà a sposarlo.<br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-12 19:30:29 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title></title>
         <author>favicchiogiulio</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/340634710</link>
         <description><![CDATA[<div>CRISI DEL 29 E 2008 A CONFRONTO&nbsp;<br>GIULIO FAVICCHIO<br><br>La crisi del 1929, nell'immaginario popolare, è collegato al crollo di Wall Street, alla gente che si era rovinata acquistando azioni e che si era suicidata per questo. Nulla di vero: nel 1987 ci fu un crollo di Borsa ancora maggiore, per esempio, e nessuno si suicidò nè scoppiò una crisi, anche se i titoli di giornali dell'epoca erano allarmistici. Innanzitutto, chiariamo una cosa: una crisi economica è come una forte malattia. Non scoppia da un giorno all'altro, ma ha un tempo di incubazione, in cui si sviluppano i "germi", che poi esplodono a causa di un episodio di per sè poco importante. Quindi, quando si esamina una crisi, bisogna partire dall'inizio. E' chiaro che non potrò andare nel dettaglio, il tempo e lo spazio a mia disposizione sono quelli che sono; ma cercherò di esser chiaro. <br><br><strong>La crisi del 1929 fu una diretta conseguenza della Prima Guerra Mondiale.</strong> Le nazioni europee e gli Usa avevano spinto forte, durante la guerra, affinchè le industrie aumentassero la produzione. Ma questo aveva fatto indebitare più o meno tutti i Paesi. Per cui, finita la guerra, le commesse pubbliche vennero fortemente ridotte e il mercato privato non riuscì a sopperire. Un esempio classico è quello del mercato delle armi: quasi tutti i Paesi combatterono la Seconda Guerra Mondiale con le stesse armi della Prima, almeno all'inizio. Perchè? Perchè senza commesse pubbliche, le fabbriche di armi continuarono a produrre quei modelli e fecero poche sperimentazioni. Questo fatto provocò una prima crisi economica tra il 1920 e il 1921, che però venne fermata grazie a maggiori debiti pubblici e a qualche misura di sostegno alle imprese. Ma si continuò a produrre oltre quello che il mercato poteva assorbire. Questo portò le imprese a riempire i loro magazzini di merci, ma senza sapere cosa farne. C'era sempre la speranza che si aprisse un nuovo mercato: la Francia aspettava il mercato tedesco e quello statunitense, gli Usa aspettavano il mercato europeo, gli inglesi aspettavano quello canadese... tutti aspettavano. E accumulavano. E basta. <br><br><strong>Poi ci fu la crisi di Wall Street:</strong> l'indice di Borsa cominciò a scendere rapidamente e chi deteneva le azioni cercò di venderle, ma nessuno voleva comprarle. Perchè? Perchè c'erano state una serie di speculazioni che avevano gonfiato i prezzi delle azioni, senza che quei soldi avessero aiutato le società. Anzi, il loro valore azionario era basso, perchè avevano ingenti risorse immobilizzate nei magazzini. Ma non fu questo a provocare la crisi economica, come non furono i suicidi (su cui si è favoleggiato molto, in realtà si suicidarono una trentina di persone in tutto su 300 milioni di abitanti degli Usa). Fu invece l'atteggiamento dei banchieri e degli imprenditori. Allo scoppiare della crisi, i primi smisero di prestare soldi e i secondi cominciarono a licenziare o chiusero le aziende. Questo generò paura e sfiducia nella popolazione: dopotutto, se io non sono sicuro di trovare lavoro e di guadagnare, perchè spendere per qualcosa che non sia il necessario? Soprattutto quando l'eccesso di manodopera disponibile cominciò a trascinare al ribasso i salari, mentre la scarsità di acquisti faceva salire i prezzi dei beni. Ovviamente, questa domanda scarsa provocò la chiusura di altre fabbriche e di altri negozi, rendendo la crisi più aggressiva, ed infilandosi in una spirale negativa. La crisi venne trasferita in Europa dalle banche, dato che dopo la crisi del 1920-1921 molte banche europee si erano appoggiate a quelle statunitensi per far fronte alle richieste di prestiti. <br><br><strong>In questo contesto, la ricetta di Keynes era giusta.</strong>Cioè potenziare gli investimenti pubblici, anche se improduttivi e fatti a debito. La situazione viene sintetizzata nella frase: "Per stimolare l'economia basta pagare una persona perchè scavi un fosso e una perchè lo riempia". Perchè? Perchè quello che serviva era creare posti di lavoro, purchessia, in modo che la gente guadagnasse e cominciasse a spendere. E visto che il problema di base era l'altissima disoccupazione, bisognava occupare più persone. Anche se c'è da dire, per onestà, che i problemi economici degli Usa vennero risolti solo quando gli Usa all'inizio del 1941 iniziarono a produrre per la guerra (prima beni per l'Inghilterra e l'URSS, poi - dopo il 7 dicembre e Pearl Harbour - anche per se stessa) e quindi le commesse pubbliche furono enormi. <br><br><strong>Oggi non è la stessa situazione.</strong> La principale differenza è che non c'è una crisi di sovrapproduzione, non ci stanno le aziende con i magazzini pieni da scoppiare. E' più una crisi di mancate vendite: le aziende non vendono e quindi licenziano per tenere bassa la produzione. Quindi, finanziare le imprese perchè assumano ed aumentino la produzione è una stupidaggine. Quello che serve è creare un mercato. Come? Dando alla gente la possibilità di comprare più cose. E per fare questo bisogna aumentare gli stipendi. Non è un caso se in Europa la Germania vada bene, così come la Norvegia o la Danimarca o la Svezia. Sono tutti Paesi dove uno stipendio di 3000 euro non sorprende nessuno e dove c'è una rete di welfare solidissima. Quindi, la persona che momentaneamente non ha lavoro mantiene quasi inalterato il proprio stile di vita: non ha timore di usare una parte dei suoi risparmi per una spesa imprevista, perchè sa che, male che vada, sarà lo Stato a metterlo in contatto con una azienda; e se va proprio malissimo, è lo Stato che gli dà il necessario per vivere. Quindi, il livello di domanda interna è molto elevato e le aziende non hanno problemi. Per questo l'occupazione in Germania è ai massimi livelli (e non per le stupidaggini che vengono raccontate sull'euro). E non è un caso se in Germania non ci siano miliardari degni di nota, al contrario di quanto succede in Italia che è piena di miliardari. <br><br><strong>Perchè il punto in cui intervenire è questo:</strong> la distribuzione della ricchezza. La Grecia, l'Italia, in parte anche la Spagna hanno il problema di una ricchezza concentrata in poche mani. Una ricchezza che è sottratta al ciclo economico del nostro Paese. Perchè quando un imprenditore si fa il conto in Svizzera o in Lussemburgo o alle Cayman con 100 mila, 500 mila o 10 milioni di euro, non fa altro che creare un danno alla nostra economia. Perchè toglie quei soldi dal circolo virtuoso e li immobilizza. Teniamo presente una cosa: non voglio fare un discorso moralistico del tipo "il denaro è lo sterco del diavolo". E' normale che ognuno voglia essere il più ricco possibile. E se si arricchisce in maniera lecita (senza evadere il fisco, per esempio), io non ho nessun appunto da fargli. Ma deve essere lo Stato, usando appropriatamente le tasse, a scoraggiare la concentrazione di ricchezza. Una volta questo era ben chiaro ai nostri legislatori: negli anni '50 misero una Irpef del 75% su chi guadagnava grosse somme di denaro. Ovviamente, riproporre la stessa cosa è sbagliato, secondo me. Per me lo Stato non dovrebbe mai prendersi più della metà di quello che guadagna una persona. Quindi sì ad un aumento dell'Irpef, ma limitata alla sola aliquota massima e che si ferma al 49%. A questo poi si può aggiungere una patrimoniale, molto soft. Il segretario federale della Cgil, Susanna Camusso, lanciò una proposta: una tassa dal 3 al 5 per mille con una franchigia di 800 mila euro. La proposta è estremamente valida: un operaio o un impiegato non posseggono una casa da 800 mila euro; e quindi non pegherebbero nulla. Mentre l'aliquota molto bassa consente anche a chi ha grossi patrimoni di pagare le tasse senza piangere troppo: con questa proposta, uno che abbia 10 milioni di patrimonio paga tra i 28 mila e i 46 mila euro l'anno. In proporzione è una miseria. <br><br><strong>Queste somme verrebbero girate ai cittadini più bisognosi,</strong> sotto forma di servizi: più ospedali, più scuole, pensioni più alte. Se a questo aggiungiamo una legislazione seria contro gli evasori fiscali, con sanzioni carcerarie e pecunarie adeguate (non esiste che Berlusconi abbia frodato il fisco per 376 milioni e non abbia restituito un centesimo. E non lo dico per Berlusconi, ma per i 376 milioni), abbiamo una cornice in cui muoversi per uscire dal pantano economico in cui siamo. A questo manca solo l'aumento dello stipendio (almeno 300 euro al mese per tutti coloro che prendono meno di 50 mila euro l'anno; la metà per le pensioni sotto i 1500 euro al mese) e poi abbiamo la situazione ideale. Ma questo non si farà mai. Perchè significherebbe far pagare gli imprenditori, che sono coloro che finanziano i politici. E chiaramente nessun politico di nessuno schieramento rinuncerà ai soldi che gli servono per la propria rielezione. <br><br><strong>Per questo ho detto che la crisi attuale è peggio del 1929.</strong> Perchè nel secolo scorso una soluzione Keynes la trovò, la descrisse ed ottenne che venisse applicata dal Presidente statunitense Roosvelt. Oggi nessun economista parla di questi problemi, sono tutti a cianciare delle conseguenze: debito pubblico, aumento della disoccupazione, ecc. E quindi le uniche soluzioni che sanno tirare fuori sono tasse per i ceti medi, tagli di spesa per i servizi necessari (Renzi dà il "buon" esempio: ha appena fatto approvare tagli per 2,3 miliardi l'anno per tre anni; una vera idiozia) e soldi a palate per le imprese. Come il Jobs Act: grazie a questa legge, ci sono migliaia di aziende che stanno facendo finta di assumere solo per incassare dallo Stato i contributi previsti nella legge; salvo poi licenziare tutti tra tre anni, quando i suddetti contributi finiranno.<br><br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-12 21:04:25 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title></title>
         <author>favicchiogiulio</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/340635211</link>
         <description><![CDATA[<div>L’ECONOMIA NELLA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA <br>GIULIO FAVICCHIO<br><br>La Costituzione della Repubblica italiana delinea un sistema economico misto, contraddistinto dalla necessaria compresenza di apparati pubblici e di iniziative attivate dai privati. Ciò esprime una concezione in cui l"economia è qualcosa di più del "market system". Si tratta di una concezione complessa, in cui il Governo non è onnipotente, ma non è nemmeno impotente rispetto alle richieste degli operatori economici e finanziari privati. Nel contempo, la medesima concezione prevede che alcuni pubblici apparati siano in una posizione di neutralità e di terzietà rispetto agli attori politici, proprio per assicurare l"imparziale assolvimento dei compiti di istituto, a garanzia di specifici beni costituzionalmente protetti e dell"interesse generale di tutti i cittadini. Talvolta la Costituzione garantisce una condizione d"indipendenza ad alcuni pubblici funzionari — come espressamente previsto per i magistrati dell"Ordine giudiziario, ma lo stesso dovrebbe valere per altre Istituzioni, come, ad esempio, la Corte dei Conti — nel senso che essi non sono subordinati ai detentori del potere politico, cioè ai titolari delle funzioni di governo, a tutti i livelli, centrale, regionale, locale. Sono subordinati soltanto alla Costituzione ed alle leggi vigenti. Richiamo di seguito alcune disposizioni costituzionali. <br><br>"La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l"attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali" (Art. 41, 3° comma, Cost.). Quindi, si prevede che l"attività economica possa essere sia privata che pubblica. <br><br>“La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati" (Art. 42, 1° comma, Cost.). Nel successivo comma si afferma lo scopo di assicurare la "funzione sociale" della proprietà privata. "A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale" (Art. 43 Cost.). <br><br>Le modifiche introdotte dalla legge costituzionale n. 3 del 2001 non interferiscono con le predette disposizioni, inserite nella prima parte della Costituzione. Ma è stato affermato il principio di sussidiarietà (in senso orizzontale): "Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l"autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà" (Art. 118, 4° comma, Cost.). Ciò significa che quando privati cittadini, singoli e associati, si propongono per svolgere "attività di interesse generale", la loro iniziativa deve essere favorita dai pubblici poteri. I quali, contestualmente, rinunciano ad esercitare quelle attività tramite apparati pubblici (pubbliche amministrazioni, enti pubblici, aziende, eccetera). Va da sé che non basta proporsi. La gestione da parte dei privati deve realizzare l"interesse generale e, in particolare: i princìpi di "buon andamento" (ossia economicità, efficienza efficacia) e di "imparzialità" (che l"Art. 97, 1° comma, Cost. afferma per l"organizzazione dei "pubblici uffici"). Deve altresì realizzare il principio di "adeguatezza", stabilito dall"Art. 118, 1° comma, Cost., unitamente a quelli di sussidiarietà (in senso verticale) e di "differenziazione", per regolare la distribuzione delle funzioni amministrative tra i diversi livelli territoriali di governo, a partire dal livello più prossimo ai cittadini amministrati. <br><br>Si può concludere che la nostra Costituzione, nel modellare il sistema economico, respinge tanto il collettivismo integrale (tutti impiegati pubblici), quanto il liberismo integrale (meno apparati pubblici ci sono, meglio è, perché il supremo regolatore è il mercato). La distinzione tra liberalismo e liberismo economico esce rafforzata dall"impianto costituzionale: si tratta, di volta in volta, di appurare quale soluzione gestionale realizzi meglio l"interesse generale dei cittadini e la tutela del bene comune. Distinguere il liberalismo dal liberismo economico non significa che le due concezioni debbano necessariamente e sempre confliggere tra loro. La distinzione teorica si traduce nella consapevolezza di una non scontata coincidenza: significa che in relazione ad alcune scelte (valutate nel loro contesto temporale e spaziale, e nei prevedibili concreti effetti), i punti di vista possono concordare, mentre rispetto ad altre scelte divergere e magari contrapporsi. E che giudice di ultima istanza resta la coscienza individuale. Per i liberali che colgono questa distinzione teorica, le pubbliche amministrazioni non soltanto non sono un male in sé, ma sono necessarie. Si tratta di organizzarle bene e di farle funzionare. Obiettivo che sembra impossibile soltanto a quanti, per pregiudizio ideologico, pensano che tutto ciò che è pubblico debba essere inefficiente ed antieconomico. Il cattivo funzionamento delle pubbliche amministrazioni è la premessa perché abbiano campo libero faccendieri, intrallazzatori e speculatori di ogni risma. Anche la criminalità organizzata (mafia, camorra, "ndrangheta, eccetera) incontrerebbe molti più ostacoli se ad ogni livello si incontrassero funzionari pubblici che fanno il proprio dovere, assolvendo con coscienza i propri compiti istituzionali. </div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-12 21:06:26 UTC</pubDate>
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         <title>Leggi fascistissime</title>
         <author>ludo99paone</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/340669161</link>
         <description><![CDATA[<div>Ludovico Paone<br>Tra il 1925 e 1926 vengono emanate leggi con cui Mussolini smantella tutte le istituzioni democratiche, le "leggi fascistissime". Con queste viene impedita qualsiasi libertà di stampa e associazione (quindi viene abrogato lo Statuto Albertino). Si inaugura la prassi del partito unico, perché vengono sciolti tutti i partiti antifascisti. Il Parlamento viene privato di tutti i suoi poteri con una legge che è tesa a rafforzare il capo del Governo rispetto agli altri ministri, ma soprattutto rispetto allo stesso Parlamento. La legge è tale al punto che il Capo del Governo diventa responsabile solo davanti al re. Vennero abolite le autonomie locali (i sindaci diventeranno di nomina governativa e saranno chiamati podestà). L'obiettivo di queste leggi quindi è quello di instaurare uno stato totalitario che avesse il totale controllo, che reprimesse il dissenso e unificasse il Paese in tutti i modi. Infatti a tal proposito si opporrà anche all'utilizzo di parole straniere, creando anche un clima di oppressione nei confronti delle minoranze linguistiche.</div>]]></description>
         <pubDate>2019-03-13 00:17:19 UTC</pubDate>
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      </item>
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         <title>MARCIA SU ROMA</title>
         <author>santonecarmine00</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/340728644</link>
         <description><![CDATA[<div>Santone Carmine<br><br>Il 24 ottobre a Napoli, durante una manifestazione, il capo del fascismo proclama che “o ci daranno il governo, o lo prenderemo calando su Roma”. Due giorni dopo, i fascisti fanno sapere al re che, se il governo non si dimetterà, passeranno all’azione armata. Il piano era piuttosto semplice: mobilitare tutti i fascisti d’Italia verso la capitale. Il governo schiera 28.000 soldati a Roma e prepara nella notte del 26 un decreto per la proclamazione dello stato d’assedio.Da un punto di vista tattico e numerico, il piano della marcia su Roma non aveva pressoché alcun senso: i fascisti che pretendevano di ‘conquistare’ Roma erano all’incirca 10.000, equipaggiati in modo insufficiente. Non avrebbero potuto nulla contro i soldati che presidiavano la città, e che tuttavia non fecero assolutamente nulla per fermare i fascisti. Questo perché Vittorio Emanuele III si rifiuterà all’ultimo di proclamare lo stato d’assedio, che avrebbe lasciato l’iniziativa ai militari: il re non si fidava particolarmente dell’esercito, ma soprattutto non avrebbe per nessun motivo voluto la responsabilità di una guerra civile.    <br><br></div><div><br>In definitiva, quindi, la marcia su Roma, nel senso di conquista militare della città di Roma da parte dei fascisti, non c’è. Di fatto, le legioni fasciste entrano a Roma il 30 ottobre in modo allo stesso tempo trionfale e pacifico, senza incontrare alcun tipo di resistenza. Si pensava di affidare ai fascisti la partecipazione ad un governo conservatore, ma Mussolini ambisce al ruolo di presidente del consiglio: viene ricevuto dal re la mattina del 30 ottobre, e la sera stessa il primo governo fascista è pronto. Mussolini resterà al potere fino al 1943.  <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-13 06:54:38 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title>Errichiello Marco - Discorso Matteotti </title>
         <author>ErrichielloMarco</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/340729092</link>
         <description><![CDATA[<div>L'ULTIMO DISCORSO DI GIACOMO MATTEOTTI </div><div>Nel pomeriggio del 10 giugno 1924 gli squadristi Amerigo Dumini, Albino Volpi, Aldo Putato, Augusto Malacria, Giuseppe Viola, usciti da un'auto appostata, assalirono Giacomo Matteotti mentre si recava a Montecitorio, lo colpirono a pugni, lo inseguirono, lo tramortirono, lo trascinarono nella macchina e partirono a grande velocità verso Ponte Milvio. I criminali finirono quindi il deputato socialista e lo seppellirono a Riano, nella macchia della Quartella, 23 km. a nord di Roma.</div><div>Matteotti aveva firmato la sua condanna a morte pochi giorni prima, il 30 maggio, pronunciando un formidabile discorso alla Camera contro la convalida degli eletti. Il coraggioso parlamentare ricordò infatti con serrata lucidità, senza lasciarsi intimidire dalle interruzioni fasciste, che quasi ovunque era stato impedito alle opposizioni di svolgere liberamente la campagna elettorale; che 60 candidati socialisti su 100 non avevano potuto circolare liberamente nei rispettivi collegi; che molti di essi erano stati costretti a cambiare residenza o a rinunciare alla candidatura per non subire boicottaggi nel lavoro, licenziamenti o per non dover emigrare all'estero; che in certi Comuni era stata fatta incetta di certificati elettorali, che in altri i rappresentanti di lista delle minoranze non erano stati ammessi a presenziare le votazioni e che nei piccoli centri di campagna i fascisti entravano nelle cabine per controllare l'elettore mentre votava; che i seggi elettorali erano stati affidati in consegna alla milizia fascista e che erano stati predisposti trucchi dalle autorità di governo, come il prefetto di Bologna, per falsare i risultati.</div><div>Testimonianza e discorso </div><div>Ecco la testimonianza di Pietro Nenni, tratta dal suo libro «Sei anni di Guerra civile in Italia», che ricorda il momento più drammatico ed esaltante del discorso di Matteotti alla Camera.</div><div>Quando il Presidente dà la parola all'onorevole Matteotti, dagli scanni della destra partono le prime esclamazioni di odio. In piedi, calmo, sicuro di sé, Matteotti lascia che gli energumeni si sfoghino.</div><div>Ha da dire alla maggioranza della Camera alcune amare verità e le dirà.</div><div>Matteotti: «Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle Elezioni la proposta di convalidazione di numerosi collegi. Ci opponiamo a questa proposta perché, se nominalmente la maggioranza governativa ha ottenuto 4 milioni di voti, noi sappiamo che questo risultato è la conseguenza di una mostruosa violenza».</div><div>Dai loro banchi i fascisti mostrano i pugni all'oratore. Nell'emiciclo i più violenti cercano di slanciarsi contro Matteotti. Impassibile al suo banco, Mussolini, lo sguardo corrucciato, assiste alla scena senza fare un gesto, senza dire una parola.<br> Matteotti: «Per dichiarazione esplicita del capo del Fascismo, il Governo non considera la sua sorte legata al responso elettorale. Anche se messo in minoranza sarebbe rimasto al potere».</div><div>Starace: «Proprio così, abbiamo il potere e lo conserveremo».<br> Adesso tutta la Camera grida contemporaneamente. Una voce erompe: «Vi insegneremo a rispettarci a colpi di calcio di fucile nella schiena!».</div><div>Matteotti: «Per sostenere questi propositi del Governo, c'è una milizia armata, che non è al servizio dello Stato né al servizio del Paese, ma al servizio di un partito».</div><div>La destra sbatte i leggii. Per alcuni minuti l'oratore non riesce a farsi udire.</div><div>Matteotti: «Non rinuncerò alla parola se non quando avrò esposto interamente il mio pensiero».</div><div>A destra: «No, no! Basta! Cacciatelo dalla tribuna!».</div><div>Adesso l'oratore denuncia la lunga serie delle violenze. Poi continua: «Badate, il soffocamento della libertà conduce ad errori dei quali il popolo ha provato che sa guarire. La tirannia determina la morte della nazione. Voi volete rigettare il Paese indietro, verso l'assolutismo. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano, del quale salvaguarderemo la dignità domandando che si faccia luce sulle elezioni».</div><div>In piedi, la sinistra acclama Matteotti. A destra si grida: «Traditore! Venduto! Provocatore!».</div><div>«E adesso – dice sorridendo Matteotti ai suoi amici – potete preparare la mia orazione funebre&gt;&gt;</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-13 06:57:48 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title>ARTICOLI 48-52</title>
         <author>teresacassa</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/340782727</link>
         <description><![CDATA[<div>Cassandro Teresa<br>Articolo 48<br>Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tal fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.<br>Articolo 49<br>Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.<br>Articolo 50<br>Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità.<br>Articolo 51<br>Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. La legge può, per l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.<br>Articolo 52<br>La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-13 10:13:55 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title>L&#39;Aventino</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/341894925</link>
         <description><![CDATA[<div>Cozzi Nadia.</div><div>Le elezioni del 1924 furono una tappa importante per il consolidamento del potere fascista. . Una nuova legge elettorale, pressioni e corruzioni d'ogni genere davano nell'aprile 1924 i due terzi dei seggi alla " lista nazionale " presentata dai fascisti. Ciononostante, il 30 maggio il deputato socialista Giacomo Matteotti ebbe il coraggio di denunciare con un grande discorso alla Camera le violenze e i brogli commessi per carpire la vittoria; pochi giorni dopo veniva trovato in aperta campagna, assassinato da sicari delle camicie nere.</div><div><br></div><div>L'omicidio sollevò nel Paese un'ondata d’indignazione e pose in immediato pericolo il nuovo regime, che riuscì in ogni caso a salvarsi, anche per l'errore dell'opposizione che giunse alla decisione di "ritirarsi sull'Aventino ". I parlamentari delle opposizioni, ad eccezione dei comunisti, abbandonarono l'aula fin dal 14 giugno, prima ancora, cioè, che fosse ritrovato il corpo del deputato socialista,  per riunirsi in un'altra sala di Montecitorio e costituirsi in unico parlamento legittimo, visto che nel parlamento ufficiale era ormai impossibile esercitare ogni funzione libera per gli eletti del popolo. In quell'occasione fu votato un ordine del giorno che diede origine alla cosiddetta "secessione dell'Aventino", in ricordo di un famoso episodio della storia dell'antica Roma, quando i rappresentanti della plebe misero in atto una clamorosa protesta riunendosi su questo colle: "I rappresentanti dei gruppi di Opposizione, riunitisi oggi a Montecitorio, si sono trovati d'accordo nel ritenere impossibile la loro partecipazione ai lavori della Camera, mentre la più grave incertezza regna ancora intorno al sinistro episodio di cui è stato vittima l'on. Matteotti. Pertanto i suddetti rappresentanti deliberano che i rispettivi gruppi si astengano dal partecipare ai lavori parlamentari della Camera, e si riservano di constatare quella che sarà l'azione del governo e di prendere ulteriori deliberazioni".</div><div><br>l 3 Gennaio 1925 Mussolini tiene un discorso alla Camera dei Deputati, durante il quale, dopo essersi assunto in pieno la responsabilità dei fatti accaduti, chiede al Parlamento di formulare un atto di accusa nei suoi confronti (in base a ciò che stabiliva l’art. 47 dello Statuto della Camera).<br><br></div><div>Ma questo atto di accusa non viene mai richiesto formalmente, forse per paura di ritorsioni, e così di fatto l’opposizione non riesce a reagire e ad imporsi sul regime, anche a causa di divisioni interne tra gli stessi parlamentari. In realtà la secessione dell’Aventino viene repressa dal regime con una serie di perquisizioni, arresti e sequestri, in particolare vengono colpiti i giornali e i partiti opposti al regime fascista.<br><br></div><div>Più che per le conseguenze politiche, la secessione dell’Aventino viene ricordata per la pregnanza morale del gesto dei parlamentari, che sospendono i lavori per riportare l’attenzione sulle illegalità compiute dal regime fascista sotto gli occhi di tutti.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-15 18:35:06 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title>La divisione dei pot</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/341895034</link>
         <description><![CDATA[<div>Cozzi Nadia<br>Per la teoria della separazione dei poteri (Montesquieu “spirito delle leggi 1748”) ogni funzione pubblica deve essere attribuita ad un potere distinto (legislativo: elabora leggi; esecutivo: applica leggi; giudiziario: applica le leggi e dirime le controversie), per evitare che concentrazione di attribuzioni possano spianare la strada alla tirannia.  Tuttavia i poteri devono potersi condizionare in modo da bilanciarsi reciprocamente secondo uno schema di pesi e contrappesi :  in Italia il presidente della repubblica ha come compito principale quello di  garantite gli equilibri fra i diversi poteri. Ma l’evoluzione costituzionale ha modificato il  principio della separazione dei poteri, infatti: <br>-la funzione legislativa:  assume sempre piu leggi provvedimento, ovvero regole valevoli per soggetti e situazioni determinate, e l’esecutivo trova in alcuni sistemi la possibilità di emanare degli atti con forza di legge, cosi come avviene in Italia per decreti legge e decreti legislativi; <br>-la funzione giurisdizionale: si è allontanata dai modelli tradizionali, infatti i giudici assumono sempre più importanza per la definizione dei contenuti normativi dei testi legislativi; </div><div><br></div><div>-la funzione di indirizzo politico:  va ad aggiungersi alle  tre tradizionali forme di potere. Si tratta  della preventiva determinazione delle linee direttrici dell’azione statale a cui dovranno attenersi poi le attività legislative ed esecutive. <br><br>Il sistema politico italiano è organizzato secondo il principio di separazione dei poteri: il potere legislativo è attribuito al Parlamento, al governo spetta il potere esecutivo, mentre la magistratura, indipendente dall'esecutivo e dal potere legislativo, esercita invece il potere giudiziario; il presidente della Repubblica è la massima carica dello stato e ne rappresenta l'unità.<br><br></div><div><br>La legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione, ossia il codice che indica i principi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini e ne fissa l'ordinamento. Il potere legislativo statale spetta al Parlamento ai sensi dell'art. 70 della Costituzione, suddiviso in due camere: il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati. Tutte le leggi, in ultima istanza, devono essere promulgate dal presidente della Repubblica il quale può rinviare al Parlamento una legge se ritiene che questa sia in contrasto con la Costituzione (il cosiddetto veto sospensivo), ma esclusivamente per la prima volta. Il Consiglio dei ministri si regge su una maggioranza parlamentare, tipicamente costituita a partire da una consultazione elettorale tra tutti gli aventi diritto di voto.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-15 18:35:25 UTC</pubDate>
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         <title>La divisione dei pot</title>
         <author>salvatore_improta71</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/341895088</link>
         <description><![CDATA[<div>Cozzi Nadia<br>Per la teoria della separazione dei poteri (Montesquieu “spirito delle leggi 1748”) ogni funzione pubblica deve essere attribuita ad un potere distinto (legislativo: elabora leggi; esecutivo: applica leggi; giudiziario: applica le leggi e dirime le controversie), per evitare che concentrazione di attribuzioni possano spianare la strada alla tirannia.  Tuttavia i poteri devono potersi condizionare in modo da bilanciarsi reciprocamente secondo uno schema di pesi e contrappesi :  in Italia il presidente della repubblica ha come compito principale quello di  garantite gli equilibri fra i diversi poteri. Ma l’evoluzione costituzionale ha modificato il  principio della separazione dei poteri, infatti: <br>-la funzione legislativa:  assume sempre piu leggi provvedimento, ovvero regole valevoli per soggetti e situazioni determinate, e l’esecutivo trova in alcuni sistemi la possibilità di emanare degli atti con forza di legge, cosi come avviene in Italia per decreti legge e decreti legislativi; <br>-la funzione giurisdizionale: si è allontanata dai modelli tradizionali, infatti i giudici assumono sempre più importanza per la definizione dei contenuti normativi dei testi legislativi; </div><div><br></div><div>-la funzione di indirizzo politico:  va ad aggiungersi alle  tre tradizionali forme di potere. Si tratta  della preventiva determinazione delle linee direttrici dell’azione statale a cui dovranno attenersi poi le attività legislative ed esecutive. <br><br>Il sistema politico italiano è organizzato secondo il principio di separazione dei poteri: il potere legislativo è attribuito al Parlamento, al governo spetta il potere esecutivo, mentre la magistratura, indipendente dall'esecutivo e dal potere legislativo, esercita invece il potere giudiziario; il presidente della Repubblica è la massima carica dello stato e ne rappresenta l'unità.<br><br></div><div><br>La legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione, ossia il codice che indica i principi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini e ne fissa l'ordinamento. Il potere legislativo statale spetta al Parlamento ai sensi dell'art. 70 della Costituzione, suddiviso in due camere: il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati. Tutte le leggi, in ultima istanza, devono essere promulgate dal presidente della Repubblica il quale può rinviare al Parlamento una legge se ritiene che questa sia in contrasto con la Costituzione (il cosiddetto veto sospensivo), ma esclusivamente per la prima volta. Il Consiglio dei ministri si regge su una maggioranza parlamentare, tipicamente costituita a partire da una consultazione elettorale tra tutti gli aventi diritto di voto.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-15 18:35:34 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>valentinagalante</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/345314126</link>
         <description><![CDATA[<div>CAMICETTE NERE: LE DONNE NEL VENTENNIO FASCISTA</div><div>Valentina galante <br><br></div><div>«La donna deve obbedire. Essa è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto dell’architettura in tutti questi secoli? Le si dica di costruirmi una capanna, non dico un tempio! Non lo può! Se io le concedessi il diritto elettorale, mi si deriderebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare»(Benito Mussolini)<br><br><br>Il Ventennio fascista è determinato da un periodo di profonda regressione per quanto riguarda i diritti della donna.</div><div>Si è messo in evidenza come il Fascismo avesse finito per relegare le donne ad un unico ruolo: quello di mogli e madri esemplari, ritenendole inferiori rispetto agli uomini e collocandole così in una posizione di profonda subordinazione. Difatti , anche  dal punto di vista lavorativo le donne furono discriminate: la perdita d’importanza della donna fu accompagnata dall’istituzionalizzazione della sua inferiorità attraverso una serie di provvedimenti che la espellevano dal mercato del lavoro e le negavano qualsiasi diritto politico. Il processo di allontanamento dal mondo del lavoro iniziò nel 1919, con la legge Sacchi del 17 luglio, con cui si sancì che le donne non potevano occupare posizioni dirigenziali nell’amministrazione pubblica. </div><div>Il processo di espulsione continuò per tutti gli anni Venti: in base al regio decreto 2480 del 9 dicembre 1926, le donne persero il diritto all’insegnamento di filosofia, storia e letteratura italiana nelle scuole superiori, fatta eccezione per gli isti- tuti magistrali perché frequentati prevalentemente da donne. Il 28 novembre 1933 venne poi accolto un provvedimento in cui si stabiliva che nel pubblico impiego gli uomini dovevano essere assunti in posizioni superiori rispetto a quelle delle donne; nel 1934 venne approvata la legge con cui si esclusero le donne dalla posizione di segretario comunale; infine nel 1938, venne emanata quella con la quale si stabili  che l’occupazione femminile nella pubblica amministrazione non poteva essere superiore al 10%.</div><div>Discriminate quindi le donne sotto tutti i punti di vista il regime assegnò loro un unico ruolo: quello di madre, dare figli alla nazione divenne il loro compito primario. Ma perché Mussolini aveva bisogno di nascite? A giustificazione di questo programma di incremento demografico, Mussolini portava due linee di ragionamento: la prima può essere definita «mercantilistica», in quanto sottolineava l’importanza della mera quantità che si traduceva in manodopera a buon mercato, la seconda era propria di una nazione che puntava a un’espansione imperialistica.<br><br><br></div><div><br>                                </div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-26 15:25:21 UTC</pubDate>
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      </item>
      <item>
         <title></title>
         <author>ErrichielloMarco</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/345335914</link>
         <description><![CDATA[<div><strong><em>Costituzione della Repubblica italiana         Imma Russo Testa VD<br></em></strong><br></div><div><br></div><div><strong>Art. 1 L'Italia è una Repubblica democratica,</strong> <strong>fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.</strong> <br><br>I primi dodici articoli della Costituzione sono dedicati ai princìpi fondamentali. L’art.1 intende mettere in evidenza i due pilastri sui quali è costruita la Repubblica: il principio democratico e il principio lavorista. <br>Col referendum istituzionale del 2 giugno 1946 i cittadini italiani avevano scelto la forma di governo repubblicana, cancellando la precedente forma monarchica: la Costituzione recepisce, dunque, l’esito di quel voto referendario e qualifica la Repubblica come “democratica”, nonché “fondata sul lavoro”. Il lavoro costituisce, pertanto, il fondamento sociale e un vero e proprio principio distintivo della Repubblica, collocando di fatto tutti coloro che esercitano un’attività lavorativa al centro della vita politica, economica e sociale del Paese, nei termini che saranno ulteriormente precisati dai successivi artt.4 e 35-38. <br>Il secondo comma dell’articolo chiarisce in che senso la Repubblica è “democratica”, cioè basata sul consenso popolare: essa è democratica in senso integrale e totale, poiché il popolo è titolare esclusivo della “sovranità”, cioè della potestà suprema; ma lo stesso popolo sovrano, poiché esercita il suo potere in uno Stato di diritto, è soggetto al rispetto della legalità costituzionale, vale a dire dei principi e dei diritti inviolabili sanciti dalla stessa Costituzione.  <br><br></div><div> <br><br><br><br><strong>Art. 2  La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. <br><br></strong>Viene qui affermato il principio personalista, che colloca la persona umana, nella sua dimensione individuale così come in quella sociale, al vertice dei valori riconosciuti dall’ordinamento giuridico. <br>L’individuo è considerato parte integrante della comunità, inserito perciò in una rete di rapporti sociali, nel cui ambito si creano le condizioni per lo sviluppo della sua personalità. Le “formazioni sociali” (quali sono, ad esempio, la scuola, i partiti, i sindacati, le collettività locali, le confessioni religiose, la famiglia) risultano, dunque, fondamentali per la crescita dell’individuo e questo spiega perché, sulla base del principio pluralista, ad esse vengono riconosciuti e garantiti gli stessi diritti dell’individuo. In pratica, risulterebbe contraria alla Costituzione qualsiasi legge destinata a sottoporre a controlli di polizia le attività di una qualsiasi associazione. La norma, comunque, ponendo sullo stesso piano i singoli e le formazioni sociali, presuppone anche l’idea che nessuna libertà collettiva possa prescindere dalla libertà dei singoli. <br>Nella parte finale dell’articolo viene affermato il principio solidarista, in virtù del quale ogni cittadino ha il dovere di operare a vantaggio della comunità (ad esempio, rispettando l’obbligo di contribuire alle spese pubbliche, sancito dal successivo art. 53), partecipando attivamente alla vita politica, economica e sociale del Paese. Proprio l’adempimento di questi doveri “inderogabili” trasforma l’individuo in cittadino responsabile.  <br><br></div><div> <br><br></div><div>  <br><br></div><div><strong>Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. <br></strong><br></div><div>Questo articolo rappresenta uno dei cardini dell’intera Costituzione, della quale offre come chiave di lettura ilprincipio di uguaglianza (e di non discriminazione). <br>La pari dignità sociale di tutti i cittadini viene affermata non tramite l’astrattezza della norma giuridica, ma additando concretamente alcuni ambiti (sesso, religione, opinioni politiche ecc.), in cui le discriminazioni risultano più diffuse e comuni. Il principio di uguaglianza formale rispetto all’ordinamento giuridico impone a tutti i cittadini di osservare la legge: non può esistere, dunque, alcun tipo di privilegio che consenta a singoli o a gruppi di porsi al di sopra della legge. <br>Il secondo comma trae ispirazione da un dato oggettivo: la disparità di condizioni economiche e sociali determina diseguaglianze di fatto. Perciò la Repubblica è chiamata a svolgere un ruolo politicamente attivo per promuovere un’uguaglianza sostanziale, creando le condizioni necessarie per consentire a tutti di sviluppare la propria personalità e di realizzare le proprie aspirazioni: ne deriva che il diritto alla salute (v. art. 32), al lavoro (v. artt. 4 e 38), all’istruzione (v. art. 34) deve essere garantito a tutti, tramite idonei interventi dello Stato, volti ad offrire pari opportunità anche ai soggetti più deboli. L’esplicito riferimento ai “lavoratori”, nella parte conclusiva dell’articolo, va interpretato in senso estensivo, alla luce di quanto viene detto nel successivo art. 4, intendendo cioè per “lavoratore” ogni cittadino che svolga o abbia svolto "un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società".  <br><br><br><br><br></div><div><strong>Art. 7</strong> <strong>Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale. <br></strong><br></div><div>Lo Statuto albertino definiva la religione cattolica come "la sola religione di Stato". Gli artt. 7 e 8 della Costituzione repubblicana vedono il superamento del concetto stesso di "religione di Stato" e disciplinano i rapporti tra Stato e confessioni religiose sulla base di due principi: il principio della distinzione degli ordini e il principio di bilateralità. Alla Chiesa cattolica vengono comunque riconosciute indipendenza e sovranità. <br>Il fenomeno religioso viene considerato sostanzialmente estraneo all'ordinamento dello Stato. Il principio di bilateralità riconosce comunque alle istituzioni religiose la possibilità di negoziare accordi con lo Stato, secondo il modello delle relazioni internazionali, nelle materie di loro competenza. Con l'art. 7 la Costituzione recepisce i Patti Lateranensi, cioè gli accordi sottoscritti l'11 febbraio 1929 da Mussolini (per l'Italia) e dal Cardinale Gasparri (per la Santa Sede). Il 18 febbraio 1984 è stato sottoscritto tra il Governo italiano e la Santa Sede un nuovo accordo, contenente "modifiche consensuali del Concordato lateranense": si tratta di un documento che, ispirato ai principi di eguaglianza e neutralità espressi dalla Costituzione repubblicana e, al tempo stesso, più consono ai valori espressi dal Concilio Vaticano II, ha introdotto rilevanti novità nei rapporti tra Stato e Chiesa, riaffermando ilprincipio di laicità dello Stato. <br>Si è così concretizzato quel principio pattizio, esplicitato nell'ultima parte di questo art. 7, in base al quale lo Stato italiano si impegna a stabilire di comune accordo con la Chiesa ogni modifica dei Patti Lateranensi. È da osservare che se tale accordo non viene raggiunto, diventa necessaria una Legge costituzionale che, tramite abrogazione di questo articolo, consenta la revisione unilaterale dei Patti.  <br><br></div><div> <br><br></div><div> <br><br><br></div><div><strong>Art. 8</strong> <strong>Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. <br></strong><br></div><div>Il primo comma di questo articolo applica in àmbito religioso il principio d'eguaglianza sancito dall'art. 3. La Costituzione pone sullo stesso piano tutte le religioni che non abbiano usi in contrasto con le leggi. La Repubblica si ispira, dunque, ad un atteggiamento di neutralità nei confronti dei diversi culti e si impegna a tutelare senza distinzioni tutte le confessioni religiose. Pur in forme diverse dal Concordato che regola i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica, vale anche per le altre confessioni religiose il principio pattizio, in forza del quale i rapporti tra Stato e singole confessioni sono regolati mediante accordi tra le parti. A partire dal 1984 lo Stato italiano ha cominciato a dare attuazione a questa norma, stipulando l'intesa con la Tavola Valdese. Successivamente sono state sottoscritte ulteriori intese con altre confessioni religiose. <br>Questo articolo, col riconoscimento del pluralismo confessionale, segna il definitivo superamento dell’art. 1 dello Statuto albertino, che dichiarava "la religione cattolica, apostolica romana sola religione di Stato". La garanzia di un effettivo pluralismo confessionale è, peraltro, assicurata dal principio di neutralità e laicità dello Stato: lo Stato, cioè, tutela la libertà di religione in quanto non determina situazioni di privilegio né ostacola in alcun modo qualsiasi altro culto diverso da quello cattolico<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-26 16:02:16 UTC</pubDate>
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         <title>Stalin</title>
         <author>marcusavatar</author>
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         <description><![CDATA[<div> MAN OF STEEL<br>Iosif Vissarionovič Džugašvili (in russo: Ио́сиф Виссарио́нович Джугашви́ли (Ста́лин); in georgiano: იოსებ ბესარიონის ძე ჯუღაშვილი, Ioseb Besarionis Dze Jughašvili; Gori, 18 dicembre 1878 – Mosca, 5 marzo 1953) è stato un rivoluzionario, politico e militare sovietico.<br>Conosciuto anche come Iosif Stalin (in russo: Ио́сиф Ста́лин), fu segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e, in tale ruolo, assumendo sempre più potere, a partire dal 1924, instaurò progressivamente una dittatura nel proprio Paese (l'Unione Sovietica), fino alla morte, avvenuta nel 1953.<br><br><br>La prima apparizione di Stalin come leader bolscevico in una pubblicazione a stampa (con lo pseudonimo di Ivanovich): Protokoli Obyedinitel’nago Syezda Rossiyskoy Sozial’demokraticheskoy Rabochey Partii, sostoyavshagosya v Stokgol’me v 1906 - Moskva 1907 - copia del bibliofilo italiano Paolo Barbieri<br><br>Nativo della Georgia, di umili origini, visse un'avventurosa giovinezza come rivoluzionario socialista attivista, prima di assumere un ruolo importante di dirigente all'interno della fazione bolscevica del Partito Operaio Socialdemocratico Russo guidata da Lenin. Capace organizzatore, dotato di grande energia e di durezza di modi e di metodi, nonché strettamente fedele alle direttive di Lenin, Stalin divenne uno dei principali capi della rivoluzione d'ottobre e del nuovo Stato socialista: l'Unione Sovietica. Il suo ruolo e il suo potere politico crebbero durante la guerra civile russa in cui svolse compiti politico-militari di grande importanza, entrando spesso in rivalità con Lev Trockij.<br>Nonostante le critiche mossegli da Lenin nell'ultima parte della sua vita e il duro contrasto con Trockij, alla morte di Lenin assunse progressivamente, grazie alla sua abilità organizzativa e politica e al ruolo di segretario generale del partito, il potere supremo in Unione Sovietica. Dopo aver sconfitto politicamente prima la sinistra di Trockij, poi l'alleanza tra Trockij, Zinov'ev, Kamenev e poi la destra di Bucharin, Rykov e Tomskji, Stalin adottò una prudente politica di costruzione del "socialismo in un solo Paese", mentre nel campo economico mise in atto le politiche di interruzione della NEP, di collettivizzazione forzata delle campagne e di industrializzazione mediante i piani quinquennali, lo stakanovismo e la crescita dell'industria pesante.<br>A metà degli anni trenta, in una fase di superamento delle difficoltà economiche e di crescita industriale, Stalin cominciò il tragico periodo delle purghe e del grande terrore in cui progressivamente eliminò fisicamente, con un metodico e spietato programma di repressione, tutti i suoi reali o presunti avversari nel partito, nell'economia, nella scienza, nelle forze armate e nelle minoranze etniche. Per rafforzare il suo potere e lo Stato sovietico contro possibili minacce esterne o interne di disgregazione, Stalin organizzò un vasto sistema di campi di detenzione e lavoro (gulag) in cui furono imprigionati in condizioni miserevoli milioni di persone.<br>Nel campo della politica estera Stalin, timoroso delle minacce tedesche e giapponesi alla sopravvivenza dell'Unione Sovietica, in un primo momento adottò una politica di collaborazione con l'Occidente secondo la dottrina della sicurezza collettiva; dopo l'accordo di Monaco Stalin, sospettoso delle potenze occidentali e intimorito dalla potenza tedesca, preferì ricercare un accordo temporaneo con Adolf Hitler che favorì l'espansionismo sovietico verso occidente e i Paesi Baltici.<br>Colto di sorpresa dall'attacco iniziale tedesco con il quale la Germania nazista violava il patto di non aggressione sottoscritto dalle due potenze solo due anni prima, nonostante alcuni errori di strategia militare nella fase iniziale della guerra, Stalin seppe riorganizzare e dirigere con efficacia il Paese e l'Armata Rossa fino a ottenere, pur a costo di gravi perdite militari e civili, la vittoria totale nella grande guerra patriottica. Stalin rivestì un ruolo di grande importanza nella lotta contro il nazismo e nella sconfitta di Hitler; le sue truppe, dopo aver liberato l'Europa orientale dall'occupazione tedesca, conquistarono Berlino e Vienna, costringendo lo stesso Hitler al suicidio.<br>Dopo la vittoria Stalin, divenuto detentore di un enorme potere in Unione Sovietica e nell'Europa centro-orientale e assurto al ruolo di capo indiscusso del comunismo mondiale, accrebbe il suo dispotismo violento riprendendo politiche di terrore e di repressione. Morì a causa di un'emorragia cerebrale nel 1953, lasciando l'Unione Sovietica ormai trasformata in una grande potenza economica, una delle due superpotenze mondiali dotata di armi nucleari, e guida del mondo comunista.<br>Dal 1956, a partire dal XX Congresso del PCUS, Stalin, che era stato oggetto di un vero e proprio culto della personalità da parte di dirigenti e simpatizzanti del comunismo mondiale, è stato sottoposto a pesanti critiche da parte di politici e storici per la sua attività politica e per i suoi spietati metodi di governo.<br><br><br>Francobollo sovietico anni cinquanta: "La pace sconfiggerà la guerra", che fa parte delle raffigurazioni del dopoguerra e sul cui manifesto c'è scritto: "Grazie, caro Stalin, per la nostra infanzia felice"<br><br>Stalin diede anche alcuni contributi allo sviluppo teorico del marxismo-leninismo, in particolare sul rapporto tra socialismo e movimenti nazionalisti. La prassi politica realizzatasi nei trent'anni del suo governo è stata definita dai suoi oppositori (in particolare trotskisti e anticomunisti) "stalinismo" al fine di evidenziare una sua parziale differenza rispetto alla formulazione classica del marxismo-leninismo.<br>Partendo dal concetto leninista di "dittatura del proletariato", secondo il quale dopo la rivoluzione e prima della realizzazione di una società comunista compiuta sarebbe necessaria una fase politica di transizione in cui i mezzi dello Stato conquistato dai lavoratori vengano da essi impiegati contro la resistenza della minoranza capitalista sconfitta e dalla teoria dell'estinzione dello Stato una volta terminato il periodo della dittatura del proletariato, Stalin seguì la teoria della violenza rivoluzionaria crescente all'interno del periodo di transizione già elaborata da Lenin.<br>Le caratteristiche distintive della gestione stalinista del potere in politica interna sono il culto della personalità e l'impiego del terrore, partendo nominalmente dal concetto leninista di "dittatura del proletariato". Lenin, in Stato e rivoluzione, aveva previsto che immediatamente dopo la presa del potere rivoluzionario l'apparato di repressione dello Stato, fin dall'inizio del periodo di transizione, avrebbe cominciato a indebolirsi fino a estinguersi una volta raggiunto il comunismo. Di fatto la pratica staliniana di governo andava nella direzione opposta: una crescita abnorme dell'apparato repressivo dello Stato. Questo creava dei problemi teorici e pratici di difficile soluzione in cui ci si chiedeva che socialismo poteva essere quello che si serviva di un apparato repressivo di tal fatta. Sul punto "dell'intensificarsi della lotta di classe man mano che si procedeva verso il socialismo" Stalin fu chiaro e disse nella riunione plenaria del febbraio-marzo 1937: "Quanto più andremo avanti, quanti più successi avremo, tanto più i residui delle classi sfruttatrici distrutte diverranno feroci". Con il 1928 ebbe inizio la cosiddetta "era di Stalin": da quell'anno infatti la vicenda della sua persona si identificò con la storia dell'Unione Sovietica, di cui fu l'onnipotente artefice fino alla morte. Dopo aver posto bruscamente termine alla NEP con la collettivizzazione forzata e la meccanizzazione dell'agricoltura e soppresso il commercio privato (i kulaki arricchiti furono declassati a semplici contadini dei kolchoz e quelli che si opponevano venivano avviati a campi di lavoro), fu dato avvio al primo piano quinquennale (1928-1932) che dava la precedenza all'industria pesante.<br><br>http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma-puntate/stalin/23856/default.aspx<br><br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-27 07:39:19 UTC</pubDate>
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         <title>Divisione dei poteri</title>
         <author>nadiacozzi12</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/345601752</link>
         <description><![CDATA[<div>Cozzi<br>Per la teoria della separazione dei poteri (Montesquieu “spirito delle leggi 1748”) ogni funzione pubblica deve essere attribuita ad un potere distinto (legislativo: elabora leggi; esecutivo: applica leggi; giudiziario: applica le leggi e dirime le controversie), per evitare che concentrazione di attribuzioni possano spianare la strada alla tirannia.  Tuttavia i poteri devono potersi condizionare in modo da bilanciarsi reciprocamente secondo uno schema di pesi e contrappesi:  in Italia il presidente della repubblica ha come compito principale quello di  garantite gli equilibri fra i diversi poteri.<br> Ma l’evoluzione costituzionale ha modificato il  principio della separazione dei poteri, infatti:<br> -la funzione legislativa:  assume sempre + leggi provvedimento, ovvero regole valevoli per soggetti e situazioni determinate, e l’esecutivo trova in alcuni sistemi la possibilità di emanare degli atti con forza di legge, cosi come avviene in Italia per decreti legge e decreti legislativi;<br> -la funzione giurisdizionale: si è allontanata dai modelli tradizionali, infatti i giudici assumono sempre più importanza per la definizione dei contenuti normativi dei testi legislativi;<br> -la funzione di indirizzo politico:  va ad aggiungersi alle  tre tradizionali forme di potere. Si tratta  della preventiva determinazione delle linee direttrici dell’azione statale a cui dovranno attenersi poi le attività legislative ed esecutive.<br> Il sistema politico italiano è organizzato secondo il principio di separazione dei poteri: il potere legislativo è attribuito al Parlamento, al governo spetta il potere esecutivo, mentre la magistratura, indipendente dall'esecutivo e dal potere legislativo, esercita invece il potere giudiziario; il presidente della Repubblica è la massima carica dello stato e ne rappresenta l'unità.<br> <br> La legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione, ossia il codice che indica i principi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini e ne fissa l'ordinamento. Il potere legislativo statale spetta al Parlamento ai sensi dell'art. 70 della Costituzione, suddiviso in due camere: il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati. Tutte le leggi, in ultima istanza, devono essere promulgate dal presidente della Repubblica il quale può rinviare al Parlamento una legge se ritiene che questa sia in contrasto con la Costituzione (il cosiddetto veto sospensivo), ma esclusivamente per la prima volta. Il Consiglio dei ministri si regge su una maggioranza parlamentare, tipicamente costituita a partire da una consultazione elettorale tra tutti gli aventi diritto di voto.<br> <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-27 09:37:58 UTC</pubDate>
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         <title>La divisione dei poteri</title>
         <author>nadiacozzi12</author>
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         <description><![CDATA[<div>Cozzi<br>Per la teoria della separazione dei poteri (Montesquieu “spirito delle leggi 1748”) ogni funzione pubblica deve essere attribuita ad un potere distinto (legislativo: elabora leggi; esecutivo: applica leggi; giudiziario: applica le leggi e dirime le controversie), per evitare che concentrazione di attribuzioni possano spianare la strada alla tirannia.  Tuttavia i poteri devono potersi condizionare in modo da bilanciarsi reciprocamente secondo uno schema di pesi e contrappesi:  in Italia il presidente della repubblica ha come compito principale quello di  garantite gli equilibri fra i diversi poteri.<br> Ma l’evoluzione costituzionale ha modificato il  principio della separazione dei poteri, infatti:<br> -la funzione legislativa:  assume sempre + leggi provvedimento, ovvero regole valevoli per soggetti e situazioni determinate, e l’esecutivo trova in alcuni sistemi la possibilità di emanare degli atti con forza di legge, cosi come avviene in Italia per decreti legge e decreti legislativi;<br> -la funzione giurisdizionale: si è allontanata dai modelli tradizionali, infatti i giudici assumono sempre più importanza per la definizione dei contenuti normativi dei testi legislativi;<br> -la funzione di indirizzo politico:  va ad aggiungersi alle  tre tradizionali forme di potere. Si tratta  della preventiva determinazione delle linee direttrici dell’azione statale a cui dovranno attenersi poi le attività legislative ed esecutive.<br> Il sistema politico italiano è organizzato secondo il principio di separazione dei poteri: il potere legislativo è attribuito al Parlamento, al governo spetta il potere esecutivo, mentre la magistratura, indipendente dall'esecutivo e dal potere legislativo, esercita invece il potere giudiziario; il presidente della Repubblica è la massima carica dello stato e ne rappresenta l'unità.<br> <br> La legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione, ossia il codice che indica i principi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini e ne fissa l'ordinamento. Il potere legislativo statale spetta al Parlamento ai sensi dell'art. 70 della Costituzione, suddiviso in due camere: il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati. Tutte le leggi, in ultima istanza, devono essere promulgate dal presidente della Repubblica il quale può rinviare al Parlamento una legge se ritiene che questa sia in contrasto con la Costituzione (il cosiddetto veto sospensivo), ma esclusivamente per la prima volta. Il Consiglio dei ministri si regge su una maggioranza parlamentare, tipicamente costituita a partire da una consultazione elettorale tra tutti gli aventi diritto di voto.<br> <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-03-27 09:39:39 UTC</pubDate>
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         <title>Divisione dei poteri </title>
         <author>nadiacozzi12</author>
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         <description><![CDATA[<div>Cozzi<br>Per la teoria della separazione dei poteri (Montesquieu “spirito delle leggi 1748”) ogni funzione pubblica deve essere attribuita ad un potere distinto (legislativo: elabora leggi; esecutivo: applica leggi; giudiziario: applica le leggi e dirime le controversie), per evitare che concentrazione di attribuzioni possano spianare la strada alla tirannia.  Tuttavia i poteri devono potersi condizionare in modo da bilanciarsi reciprocamente secondo uno schema di pesi e contrappesi (ceck and balance):  in Italia il presidente della repubblica ha come compito principale quello di  garantite gli equilibri fra i diversi poteri.<br> Ma l’evoluzione costituzionale ha modificato il  principio della separazione dei poteri, infatti:<br> -la funzione legislativa:  assume sempre + leggi provvedimento, ovvero regole valevoli per soggetti e situazioni determinate, e l’esecutivo trova in alcuni sistemi la possibilità di emanare degli atti con forza di legge, cosi come avviene in Italia per decreti legge e decreti legislativi;<br> <br> -la funzione giurisdizionale: si è allontanata dai modelli tradizionali, infatti i giudici assumono sempre più importanza per la definizione dei contenuti normativi dei testi legislativi;<br> -la funzione di indirizzo politico:  va ad aggiungersi alle  tre tradizionali forme di potere. Si tratta  della preventiva determinazione delle linee direttrici dell’azione statale a cui dovranno attenersi poi le attività legislative ed esecutive.<br> Il sistema politico italiano è organizzato secondo il principio di separazione dei poteri: il potere legislativo è attribuito al Parlamento, al governo spetta il potere esecutivo, mentre la magistratura, indipendente dall'esecutivo e dal potere legislativo, esercita invece il potere giudiziario; il presidente della Repubblica è la massima carica dello stato e ne rappresenta l'unità.<br> <br> La legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione, ossia il codice che indica i principi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini e ne fissa l'ordinamento. Il potere legislativo statale spetta al Parlamento ai sensi dell'art. 70 della Costituzione, suddiviso in due camere: il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati. Tutte le leggi, in ultima istanza, devono essere promulgate dal presidente della Repubblica il quale può rinviare al Parlamento una legge se ritiene che questa sia in contrasto con la Costituzione (il cosiddetto veto sospensivo), ma esclusivamente per la prima volta. Il Consiglio dei ministri si regge su una maggioranza parlamentare, tipicamente costituita a partire da una consultazione elettorale tra tutti gli aventi diritto di voto.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-04-03 06:29:10 UTC</pubDate>
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         <title>I governi prima del fascismo</title>
         <author>francesco_titone10</author>
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         <description><![CDATA[<div>FRANCESCO TITONE VD<br><br><a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Francesco_Saverio_Nitti"><br>Francesco Saverio Nitti</a><br>(1868-1953) | 23 giugno <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1919">1919</a> | 21 maggio <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1920">1920</a> |<br>21 maggio <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1920">1920</a> | 15 giugno 1920<br><a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Giolitti"><br>Giovanni Giolitti</a><br>(1842-1928) | 15 giugno <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1920">1920</a> | 4 luglio <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1921">1921<br> <br></a><a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ivanoe_Bonomi"><br>Ivanoe Bonomi</a><br>(1873-1951) | 4 luglio <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1921">1921</a> | 26 febbraio <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1922">1922<br></a><br><a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Luigi_Facta"><br>Luigi Facta</a><br>(1861-1930) | 26 febbraio <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1922">1922</a> | 1º agosto <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1922">1922</a> | <br>1º agosto <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1922">1922</a> | 31 ottobre <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1922">192<br></a><a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1921"><br></a><a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1920"><br></a><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-04-03 09:53:30 UTC</pubDate>
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         <title>Miracolo a Sant&#39;anna </title>
         <author>francesco_titone10</author>
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         <description><![CDATA[<div>FRANCESCO TITONE<br><strong><em>Miracolo a Sant'Anna</em></strong> è un <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Film">film</a> del <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/2008">2008</a>, diretto da <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Spike_Lee">Spike Lee</a>. Il film è ispirato all'<a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Sant%27Anna_di_Stazzema">Eccidio di Sant'Anna di Stazzema</a>, un episodio della <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Seconda_guerra_mondiale">seconda guerra mondiale</a> in <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Italia">Italia</a>.<br>Le indagini su un <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Omicidio">omicidio</a> compiuto in un ufficio postale di New York, sono lo spunto per raccontare la storia di quattro soldati di una compagnia di <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Afroamericani">afroamericani</a>appartenente alla <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/92nd_Infantry_Division_(United_States_Army)">92ª Divisione di fanteria</a> che combatté nella <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Campagna_d%27Italia_(1943-1945)">Campagna d'Italia</a> lungo la <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Linea_gotica">linea gotica</a>. Il soldato Sam Train, che ha raccolto una misteriosa testa marmorea a <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Firenze">Firenze</a>, salva un bambino, Angelo Torancelli, orfano dei genitori, uccisi da militari nazisti.<br><br></div><div><br>Sam Train decide di portare con sé il bambino, che seguirà lui e gli altri commilitoni. La storia si dipana sulle montagne apuane, tra Sant'Anna, il fiume <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Serchio">Serchio</a> e le montagne. Le storie della gente comune si intrecciano con quelle dei partigiani, dei soldati americani e tedeschi e dell'<a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Sant%27Anna_di_Stazzema">eccidio di Sant'Anna di Stazzema</a>, antecedente alle vicende del film, ma collegato ad esso. L'eccidio ebbe luogo il 12 agosto <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1944">1944</a>, quando le <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/SS">SS</a> uccisero più di 500 persone, in maggior parte donne e bambini.<br><br></div><div><br>Nel film si sostiene che l'eccidio sia la conseguenza di una rappresaglia, e che tutto sia successo per il tradimento di un partigiano, Rodolfo. Alla fine, dopo un aspro combattimento nel paesino che ospitava i quattro soldati della Buffalo, si salveranno soltanto un caporale, Hector Negron, che salverà anche la testa marmorea e il piccolo Angelo.<br><br></div><div><br>Il film torna quindi in epoca contemporanea, dove il caporale Hector Negron è sotto processo per l'omicidio dell'ex-partigiano Rodolfo, casualmente comparso davanti ai suoi occhi nell'ufficio postale dove lavorava, e verrà liberato su cauzione grazie all'intervento di Angelo Torancelli, ora diventato un multimiliardario. La testa si scoprirà essere quella della <em>Primavera</em> del <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ponte_Santa_Trinita">Ponte Santa Trinita</a>a <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Firenze">Firenze</a>, effettivamente scomparsa nel <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1944">1944</a>e ritrovata solo nel <a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/1961">1961</a>.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-04-17 07:12:10 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>ErrichielloMarco</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/356947757</link>
         <description><![CDATA[<div><strong><em>ARTICOLI SUL CONSIGLIO DEI MINISTRI</em></strong>      <strong><em>      ERRICHIELLO MARCO VD<br></em></strong><br></div><div><strong><em>Articolo 92</em></strong>Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.<br> Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i ministri.</div><div><br>Nella prassi repubblicana, il <strong>procedimento di formazione di un governo</strong> è più complesso di quello indicato dall’art. 92.<br> In una prima fase, il Presidente della Repubblica avvia le consultazioni, ovvero sente il parere dei Presidenti delle Camere, degli ex presidenti della Repubblica e degli esponenti dei gruppi parlamentari (questa procedura si è affermata a partire dalla presidenza di Sandro Pertini).<br> In una seconda fase, il Presidente della Repubblica conferisce un mandato esplorativo (solitamente al presidente della Camera o a quello del Senato), oppure un pre-incarico allo scopo di verificare le reali possibilità di formare un governo.<br> In una terza fase, il Presidente della Repubblica affida l’incarico di formare un governo a una personalità ritenuta in grado di ottenere la fiducia delle Camere.<br> In una quarta fase, l’incaricato verifica se esistono le reali condizioni per formare un governo: in caso affermativo, accetta l’incarico; in caso negativo, rinuncia all’incarico.<br><br></div><div><strong><em>Articolo 93</em></strong> <em>Il Presidente del Consiglio dei Ministri e i Ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica.</em></div><div><br>Il Presidente del Consiglio e i ministri «prestano giuramento» utilizzando la seguente formula: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne fedelmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione».<br> Secondo la dottrina, il giuramento coincide con l’inizio delle funzioni del Governo: il suo significato deve ritrovarsi nel fatto che, attraverso di esso, il Presidente del Consiglio e i ministri vincolano il proprio mandato al rispetto della Costituzione e al perseguimento dell’«interesse esclusivo» dello Stato italiano.<br><br></div><div><strong><em>Articolo 94 </em></strong><em>Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.</em><br> <em>Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.</em><br> <em>Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.</em><br> <em>Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.</em><br> <em>La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.<br></em><br></div><div>La questione della fiducia ha assunto particolare importanza da quando, a partire dal 1994, si è iniziato a individuare le forze politiche di sostegno al Governo anteriormente alle elezioni: questo nuovo atteggiamento è stato formalizzato attraverso una legge (270/2005) che obbliga «i partiti che si candidano a governare» a depositare un <strong>programma elettorale</strong>, atto che si somma all’indicazione preventiva della figura designata a governare (una prassi, questa, che contrasta con l’architettura istituzionale delineata dalla Costituzione).<br> Ciò ha fatto sì che, in caso di crisi di governo, le forze politiche abbiano iniziato a chiedere l’automatico scioglimento delle Camere e l’indizione di nuove elezioni: procedura, questa, che contrasta con la prassi disposta dall’art. 92.<br> In caso di crisi di governo, infatti, il Presidente della Repubblica ha la piena facoltà di conferire un nuovo incarico che si può concludere con la formazione di un governo sostenuto da una maggioranza diversa da quella indicata dagli elettori.<br> Secondo la dottrina «sono possibili tanto maggioranze a sostegno di un governo di legislatura eletto, quanto maggioranze formatesi in epoca successiva alle elezioni».<br><br></div><div><strong><em>Articolo 95</em></strong></div><div><em>Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.</em><br> <em>I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri.</em><br> <em>La legge provvede all’ordinamento della Presidenza del Consiglio e determina il numero, le attribuzioni e l’organizzazione dei ministeri.</em></div><div><br>Circa i poteri del Presidente del Consiglio esistono due orientamenti dottrinali:<br>&gt;il primo riconosce la <strong>preminenza del Presidente del Consiglio</strong> sui Ministri, determinata sia dal testo costituzionale, sia dai poteri attribuibili al Presidente (scelta e revoca dei Ministri, competenza a risolvere i contenziosi fra Ministri, facoltà di chiedere la fiducia alle Camere)<br>&gt;il secondo, al contrario, considera <strong>preminente il Consiglio dei Ministri</strong> in seguito alla rilevanza delle funzioni attribuitegli che coincidono con la «determinazione dell’indirizzo politico ed amministrativo del Governo».<br>La dottrina sembra propendere a favore del secondo indirizzo, in quanto ritiene che quando si parla di Governo ci si riferisca al Consiglio dei Ministri e non al Presidente del Consiglio. Inoltre, anche la legislazione ordinaria (legge 400/1998) indica nel Consiglio dei Ministri l’organo che «determina la politica generale del Governo e, ai fini dell’attuazione di essa, l’indirizzo generale dell’azione amministrativa». <br><br></div><div><strong><em>Articolo 96 </em></strong><em>Il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale.</em></div><div><br>Il testo originale dell’art. 96 era il seguente: «Il Presidente del Consiglio e i Ministri sono posti in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune per reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni». L’articolo è stato modificato nel 1989 perché la Commissione parlamentare inquirente – composta da membri del Parlamento – non era ritenuta in grado di garantire un giudizio indipendente e autonomo. Per questo motivo, l’attività inquirente è stata affidata al potere giudiziario, reputato assai più in grado di garantire una maggiore indipendenza di valutazione.<br> Tuttavia, il nuovo testo dell’art. 96 prevede una norma di tutela che limita le reali possibilità operative del potere giudiziario, imponendogli di richiedere l’autorizzazione a procedere (alla Camera dei deputati o al Senato della Repubblica) tutte le volte che la Camera a cui appartiene il parlamentare inquisito ritenga che questo «abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della forma di Governo».<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-05 15:58:56 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>favicchiogiulio</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/357000449</link>
         <description><![CDATA[<div>ARTICOLI 101 a 104 <br>GIULIO FAVICCHIO <br><strong>101</strong></div><div><strong>“La giustizia è amministrata in nome del popolo.</strong></div><div><strong>I giudici sono soggetti soltanto alla legge”</strong></div><div><strong>Il principio di cui al primo comma sottolinea che la funzione giurisdizionale rappresenta un'articolazione dello Stato-comunità ed è svolta imparzialmente, senza alcuna dipendenza dallo Stato e dai suoi apparati.</strong></div><div><strong>I corollari dell'indipendenza, imparzialità, professionalità e soggezione unica alla legge, che connotano la magistratura, esprimono la volontà del costituente di ribadire il principio di separazione dei poteri ed il collegamento diretto della funzione giurisdizionale alla sovranità popolare.</strong></div><div><strong>Lo stesso popolo viene in alcune ipotesi chiamato direttamente a svolgere la funzioni giurisdizionale, come dinanzi alla Corte d'Assise, in veste di giudice popolare, o come giudice onorario, nei casi previsti dalla legge.</strong></div><div><strong>102</strong></div><div><strong>“La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull'ordinamento giudiziario</strong></div><div><strong>Non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali . Possono soltanto istituirsi presso gli organi giudiziari ordinari sezioni specializzate per determinate materie, anche con la partecipazione di cittadini idonei estranei alla magistratura</strong></div><div><strong>La legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia.”</strong></div><div><strong>L’art. 102 si riferisce alla «funzione giurisdizionale». Una parte consistente della dottrina sostiene che sia possibile definire oggettivamente il significato di «funzione giurisdizionale». Generalmente, questa viene definita come l’«attività esercitata da organi pubblici posti in posizione di indipendenza e imparzialità (i magistrati), i quali sono dotati di poteri decisori che, sulla base di regole processuali, e per la definizione di casi concreti, sono idonei a tradurre la volontà della legge in un provvedimento finale, destinato ad assumere l’autorità di cosa giudicata».</strong></div><div><strong>Semplificando, i magistrati ordinari (sia civili che penali) rappresentano le figure deputate a esercitare la funzione giurisprudenziale. L’articolo vieta esplicitamente il ricorso ai giudici straordinari (cioè, organi appositamente creati per giudicare alcuni reati solamente dopo che questi sono stati commessi) e ai giudici speciali (organi competenti a formulare un giudizio esclusivamente su determinate materie che, in alcuni casi, sono ammessi dalla stessa Costituzione). L’articolo. permette, inoltre, la partecipazione del «popolo» all’amministrazione della giustizia: ciò avviene nelle Corti di assise (preposte a giudicare i reati più gravi) composte da due giudici e da sei cittadini scelti tramite sorteggio.</strong></div><div><strong>103</strong></div><div><strong>“Il Consiglio di Stato e gli altri organi di giustizia amministrativa hanno giurisdizione per la tutela nei confronti della pubblica amministrazione degli interessi legittimi e, in particolari materie indicate dalla legge, anche dei diritti soggettivi.</strong></div><div><strong>La Corte dei conti ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge.</strong></div><div><strong>I tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. In tempo di pace hanno giurisdizione soltanto per i reati militari commessi da appartenenti alle Forze Armate.”</strong></div><div><strong>L’art. 103 ha disposto la conservazione di alcuni «giudici speciali»: il Consiglio di Stato, la Corte dei conti e i Tribunali militari.</strong></div><div><strong>Il primo ha giurisdizione riservata sulle materie volte a tutelare «gli interessi legittimi e, in particolari materie indicate dalla legge, anche dei diritti soggettivi» nei confronti della pubblica amministrazione.</strong></div><div><strong>La seconda ha giurisdizione riservata sulle «materie di contabilità pubblica».</strong></div><div><strong>Quanto alla giustizia militare, il suo ordinamento è stato riformato nel 1981 (legge n. 180) e prevede i Tribunali militari, la Corte militare di appello, il Tribunale militare di sorveglianza (il cui compito è quello di vigilare sull’esecuzione delle pene) e il Consiglio della magistratura militare (le cui funzioni sono analoghe a quelle del Consiglio superiore della magistratura). In tempo di guerra sono previsti Tribunali militari ordinari, straordinari e di bordo la cui natura confligge con il principio di indipendenza stabilito dall’art. 108, poiché i magistrati che vi operano sono, di fatto, militari in servizio sottoposti al vincolo gerarchico e strettamente dipendenti dal comandante supremo.</strong></div><div><strong>104</strong></div><div><strong>“La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.</strong></div><div><strong>Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica.</strong></div><div><strong>Ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione.</strong></div><div><strong>Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio.</strong></div><div><strong>Il Consiglio elegge un vice-presidente fra i componenti designati dal Parlamento.</strong></div><div><strong>I membri elettivi del Consiglio durano in carica quattro anni e non sono immediatamente rieleggibili.</strong></div><div><strong>Non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali, né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale.”</strong></div><div><strong>L’art. 104 afferma l’indipendenza della magistratura «da ogni altro potere» e stabilisce che il principio di indipendenza caratterizza la magistratura nel suo complesso (ovvero, non è limitato ai singoli giudici).</strong></div><div><strong>La Corte costituzionale ha riconosciuto che l’indipendenza dell’ordine giudiziario si fonda sul principio della separazione dei poteri, ma, allo stesso tempo, ha sostenuto che tale indipendenza non deve tradursi in una conflittualità fra poteri, bensì deve prevedere una «leale collaborazione».</strong></div><div><strong>L’autonomia della magistratura è garantita dal Consiglio superiore della magistratura (CSM), che è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è composto da 16 membri togati (eletti dai magistrati ordinari fra gli appartenenti alle diverse componenti della magistratura) e da 8 membri laici (eletti dal Parlamento in seduta comune tra i «professori ordinari di università in materie giuridiche» e gli «avvocati dopo quindici anni di esercizio»). Inoltre, fanno parte del Consiglio il primo presidente e il procuratore generale della Corte suprema di Cassazione (l’organo che rappresenta il giudice di ultima istanza in Italia).</strong></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-05 23:38:15 UTC</pubDate>
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         <title>Le regioni, le Province , i Comuni </title>
         <author>valentinagalante</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/357056365</link>
         <description><![CDATA[<div>Valentina Galante&nbsp;<br>-L’articolo 114 della Costituzione stabilisce che “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle regioni, dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.</div><div>-L’articolo 115 fu abrogato.</div><div>-L’articolo 116 stabilisce i poteri esclusivi dello Stato:</div><div>•politica estera</div><div>•rapporti dello Stato con L’Unione Europea</div><div>•immigrazione&nbsp;</div><div>•sicurezza dello Stato&nbsp;</div><div>•difesa e forze armate&nbsp;</div><div>•ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali&nbsp;</div><div>•norme generale sull’istruzione</div><div>•legislazione elettorale;organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni , Province e città Metropolitane&nbsp;</div><div>•tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.</div><div><br></div><div>-Il principio di sussidiarietà è regolato dall'articolo 118 della Costituzione italiana il quale prevede che "Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarità". Tale principio implica che le diverse istituzioni debbano creare le condizioni necessarie per permettere alla persona e alle aggregazioni sociali di agire liberamente nello svolgimento della loro attività.</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-06 06:06:56 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>gabrymarysol45</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/357080931</link>
         <description><![CDATA[<div>Rapporti etico-sociali<br> Gabriella Mocerino<br> <br> Art.29  La Repubblica riconosce i diritti riguardanti la famiglia, concepita come una società naturale basata sul matrimonio. Esso è fondato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, stabilito dai limiti della legge. <br> <br> Art.30  I genitori hanno il diritto e il dovere di educare ed istruire i figli, anche se nati fuori del matrimonio. A questi ultimi, la legge assicura e garantisce ogni tutela giuridica e sociale. Nel caso di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano svolti i loro compiti. <br> <br> Art.31 La Repubblica contribuisce ad agevolare la formazione della famiglia e lo svolgimento dei compiti relativi. Inoltre essa protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù. <br> <br> Art.32  La Repubblica assicura la salute, considerata il fondamentale diritto dell'individuo. La legge non può in nessun caso violare i limiti stabiliti dal rispetto della persona umana. <br> <br> Art.33  La Repubblica sancisce le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. La legge deve assicurare alle scuole non statali piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico uguale a quello degli alunni di scuole statali. Inoltre è previsto un esame di stato per il termine dei gradi di scuola, per l'ammissione ai vari ordini e per l'abilitazione all'esercizio di professione. Le istituzioni di elevata cultura hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi. <br> <br> Art.34  La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore risulta obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli, hanno il diritto di raggiungere i gradi piú alti degli studi attraverso borse di studio, assegni alle famiglie. </div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-06 08:06:12 UTC</pubDate>
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         <title>Sciascia e la mafia </title>
         <author>nadiacozzi12</author>
         <link>https://padlet.com/salvatore_improta71/7j0jskb6m4yj/wish/364237960</link>
         <description><![CDATA[<div>Cozzi Nadia <br>Leonardo Sciascia è stato uno <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Scrittore">scrittore</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Saggista">saggista</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giornalista">giornalista</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Politico">politico</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Poeta">poeta</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Drammaturgo">drammaturgo</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Critico_d%27arte">critico d'arte</a> e maestro di scuola elementare <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Italia">italiano</a>.</div><div><br>Spirito libero e anticonformista, lucidissimo e impietoso critico del nostro tempo, Sciascia è una delle grandi figure del Novecento italiano ed europeo. All'ansia di conoscere le contraddizioni della sua terra e dell'umanità, unì un senso di giustizia <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Pessimismo">pessimistico</a> e sempre deluso, ma che non rinuncia mai all'uso della ragione umana di matrice <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Illuminista">illuminista</a>, per attuare questo suo progetto. All'influenza del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Relativismo_gnoseologico">relativismo conoscitivo</a> di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Pirandello">Luigi Pirandello</a> si possono ricondurre invece l'<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Umorismo">umorismo</a> e la difficoltà di pervenire a una conclusione che i suoi protagonisti incontrano: la realtà non sempre è osservabile in maniera obiettiva, e spesso è un insieme inestricabile di verità e menzogna.<br><br></div><div><br>Il suo libro <em>A futura memoria (se la memoria ha un futuro) </em>contiene vari articoli apparsi su quotidiani e riviste tra l’ottobre ’79 e il novembre ’88, in cui lo scrittore di Racalmuto, prendendo spunto da fatti di cronaca, propone una riflessione sul fenomeno della mafia spesso originale e in controtendenza, quasi sempre “profetica”, come fu detto. Ma quello che si immagina scorrendo le pagine è la voce sommessa e ferma di uomo che non urla (non «raglia», come disse egli stesso in polemica con il figlio del generale Dalla Chiesa), ma riesce a denudare le questioni, sgrossandole della retorica, per lasciare emergere la verità.<br><br></div><div><br>Malgrado l’affermazione citata sopra, Leonardo Sciascia conosceva profondamente il fenomeno mafioso, per averlo studiato e per averlo vissuto. Non solo riusciva, da siciliano, a coglierne lo spirito che affonda le radici nella storia della Sicilia e della sua gente, ma, da scrittore e attento osservatore della realtà (da intellettuale vorremmo dire, sebbene Sciascia rifiutasse quella definizione: «se qualcuno mi corre dietro chiamandomi “intellettuale”, non mi giro nemmeno. Mi volto – e rispondo – se mi si chiama per nome e cognome»), egli vedeva e descriveva la mafia concretamente, denunciandone i punti deboli e le pericolose aderenze con la politica e le amministrazioni locali. Ne Il giorno della civetta Sciascia aveva scritto: «Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche: mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». Correva l’anno 1961 e molti in Italia ancora negavano l’esistenza di un sistema ordinato di regole e valori che rispondesse al nome di mafia. Piuttosto di quel sistema si aveva un’idea indistinta, vagamente mescolata ad una generica preunitaria idea di sicilianità. In ordine con la sua convinzione che la missione dello scrittore sia quella «di stare sempre contro il potere», ovvero quella di «criticare, molestare, insultare, attaccare, denunciare il potere», Sciascia non solo, tra i primi, ha delineato quello della mafia come un problema unitario, ma non ha esitato ad avanzare dubbi e perplessità sul modo in cui le istituzioni e le autorità competenti si sono contrapposti alla mafia. Se è stato tra i fautori e diffusori dello spirito antimafioso, parimenti non ebbe timore di rilevare errori e debolezze dello Stato e dei suoi uomini, pur conservando intatto il senso delle istituzioni e dei valori sui quali poggia il nostro sistema democratico. «Io ritengo che la lotta più efficace alla mafia si faccia nel nome del diritto, senza stati d’assedio, dando al cittadino la sua sicurezza». «La democrazia non è impotente a combattere la mafia. O meglio: non c’è nulla nel suo sistema, nei suoi principi che necessariamente la porti a non poter combattere la mafia, a imporle una convivenza con la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisce quello delle manette – come alcuni fanatici dell’antimafia in cuor loro desiderano – saremmo perduti irrimediabilmente».<br><br></div><div><br>Due episodi sono emblematici della forza incidente che aveva la voce di Sciascia, della sua capacità, voluta o non voluta, di suscitare un dibattito, di dividere le opinioni. In un articolo apparso sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, prendendo spunto dalla pubblicazione di un saggio sulla mafia e il fascismo scritto da un allievo dello storico inglese Denis Mack Shmith, Sciascia avviava una riflessione sui pericoli di una lotta alla mafia slegata dai limiti della legalità. Il fatto che l’antimafia potesse trasformarsi in uno strumento di potere, com’era avvenuto durante il fascismo con il prefetto Mori, era un pericolo che lo scrittore siciliano paventava anche nell’Italia degli anni Ottanta: «può benissimo accadere in un regime democratico», scriveva, se prevale la retorica a scapito dello «spirito critico». Guardando alla mafia (e all’antimafia) con gli occhi di chi l’ha sempre combattuta (l’articolo era preceduto dalle sue “credenziali”: brani tratti da Il giorno della civetta e A ciascuno il suo), anche quando a combatterla erano pochi, Sciascia sollevava «il problema della compatibilità fra autonomia individuale e lotta collettiva alla mafia». Quell’articolo aprì una polemica che stenta ancora oggi a chiudersi. Sciascia fu accusato di aver infranto l’«unitarietà della lotta alla mafia», gli fu intimato di richiudersi «ai margini della società civile».<br><br></div><div><br>L’altro episodio è legato alla morte del Generale Lorenzo Dalla Chiesa, ucciso a Palermo il 3 settembre 1982. Dopo aver guidato con successo la lotta al terrorismo, Dalla Chiesa era stato nominato prefetto di Palermo, a conferma di un cambiamento sostanziale sul fronte della lotta alla mafia. Questo cambiamento Sciascia intese bene e, come sempre, in anticipo: «Tra Portella della Ginestra e l’assassinio del generale Dalla Chiesa corre un grosso divario. Il rapporto di reciproca protezione tra uno stato in sclerosi di classe e una mafia in funzione di sottopolizia e avanguardia reazionaria, cui veniva lasciata a compenso l’esazione di determinati tributi, si è certamente infranto». Tuttavia egli espresse sull’azione del generale un giudizio sfaccettato. Sebbene lo stimasse («Era un ufficiale dei carabinieri di vecchio stampo: onesto, leale, coraggioso. E intelligente»), Sciascia ritenne giusto, nel commemorarlo, riconoscerne anche i limiti: «Pirandello chiamava i morti “pensionati della memoria”: ma dobbiamo sempre pensionarli di verità, non di menzogna». Secondo Sciascia il generale Dalla Chiesa era rimasto legato ad un modello interpretativo del fenomeno mafioso arretrato: «Non aveva capito la mafia», scriveva in un articolo su L’Espresso, « nella sua trasformazione in “multinazionale del crimine”, in un certo senso omologabile al terrorismo e senza più regole di convivenza e connivenza col potere statale e col costume, la tradizione e il modo di essere dei siciliani». Questo giudizio, espresso a pochi giorni dall’omicidio, provocò gravi e comprensibili reazioni. Ancora una volta la capacità di leggere il presente col distacco dello storico si scontrava con le umane passioni che condannano la comprensione ad una costante attesa.<br><br></div><div><br>Rileggere Sciascia oggi è utilissimo per comprendere la storia del nostro paese, per così dire, dall’interno. Se la Storia è un succedersi di avvenimenti, di fatti concatenati, di azioni di uomini, non è possibile comprendere quella successione se si prescinde dalle cause sotterranee, sottocutanee, generatrici. Sulla storia della mafia, che costituisce una parte importante della storia italiana, il libro A futura memoria (se la memoria ha un futuro) dà un metro per misurare l’evoluzione culturale, in termini di sentire comune, della percezione di quella che Sciascia, parlando con Sandro Pertini definì «una piaga», della Sicilia e, quindi, dell’Italia tutta.<br><br></div><div><br> <br><br></div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-29 05:50:26 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Guevara, Ernesto Che</div><div><br></div><div>Il mito del rivoluzionario</div><div><br></div><div>Nella seconda metà del Novecento Che Guevara ha rappresentato uno dei simboli più amati dai movimenti rivoluzionari e studenteschi di tutto il mondo. Protagonista della rivoluzione cubana nel 1959, ha teorizzato la necessità del ricorso alla lotta armata per la liberazione dei popoli oppressi dell'America Latina e dell'Africa. Abilissimo guerrigliero, egli stesso si definiva un combattente per la libertà. Fu ucciso in Bolivia nel 1967</div><div><br></div><div>Un medico al servizio della rivoluzione</div><div><br></div><div>Nato a Rosario, in Argentina, nel 1928, Ernesto Guevara si laurea in medicina all'università di Buenos Aires; nel 1953, terminata la specializzazione in allergologia, parte per il Perù, la Bolivia, il Costa Rica, il Guatemala. Cresce la sua passione per la politica, che lo spinge a studiare i testi classici del marxismo (Marx) e ad avvicinarsi alle lotte del movimento operaio e contadino.</div><div><br></div><div>Nel 1955 è in Messico, arruolato come medico nel gruppo di esuli cubani che sta organizzando la lotta armata per rovesciare la dittatura di Fulgencio Batista. Il loro capo è Fidel Castro, il futuro leader della rivoluzione cubana. Per prepararsi alla guerriglia Guevara pratica il canottaggio, la pallacanestro, il karate; è in questo periodo che nasce il soprannome "Che", da un tipico intercalare argentino che serve a richiamare l'attenzione.</div><div><br></div><div>All'inizio di dicembre del 1956 i guerriglieri sbarcano a Cuba: sono circa un'ottantina, il primo nucleo del movimento rivoluzionario. Decimati, si rifugiano sulla Sierra Maestra e continuano a combattere. In questi mesi cresce la fama del guerrigliero argentino che si batte per la liberazione di Cuba. Ormai il Che ha deciso, e lo scrive nel suo diario: non sarà più un medico ma solo un soldato rivoluzionario.</div><div><br></div><div>Da Cuba al mondo</div><div><br></div><div>Il 1° gennaio 1959 crolla l'ultima fortezza di Batista e i guerriglieri entrano all'Avana. Che Guevara ha una posizione di primissimo piano nel gruppo dirigente rivoluzionario: prima presidente del Banco nacional (1959), poi ministro dell'Industria (1961). Intanto i primi provvedimenti economici dei rivoluzionari colpiscono duramente i privilegi degli Stati Uniti, che controllano la gran parte degli scambi commerciali cubani. La rivoluzione nazionale e democratica di Castro si sta trasformando in un regime comunista e i rapporti con l'Unione Sovietica diventano sempre più stretti.</div><div><br></div><div>Il Che compie numerosi viaggi in Africa e in America Latina e diventa il simbolo della rivoluzione cubana nel mondo. In un celebre discorso pronunciato alle Nazioni Unite (1964) lancia una dura accusa alla politica degli Stati Uniti che pochi anni più tardi si trasformerà di nuovo in azione armata, in "un grido di guerra contro l'imperialismo". Dopo un lungo viaggio in Africa, nel marzo 1965 Che Guevara fa ritorno all'Avana e si dimette da tutte le cariche istituzionali. Scrive ai genitori: "Riprendo la strada, scudo al braccio […]. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che vogliono liberarsi". Negli ultimi mesi del 1966 è in Bolivia per organizzare un'insurrezione popolare. Nell'ottobre del 1967 viene catturato e ucciso.</div><div><br></div><div>Nei suoi scritti politici e militari, elaborati dopo l'esperienza cubana, la sua concezione della lotta armata si fonda su alcuni punti chiave: la preparazione politica e militare di piccoli gruppi di guerriglia altamente motivati, il coinvolgimento successivo della massa della popolazione, la necessità di promuovere l'insurrezione contemporaneamente in più paesi.</div><div><br></div><div>I diari</div><div><br></div><div>Che Guevara amava scrivere, annotare su un diario le sue riflessioni e i suoi propositi. Poco più che ventenne, nel dicembre del 1951 parte con un amico per un lungo viaggio in moto: migliaia di chilometri attraverso l'Argentina, il Cile, il Perù, la Colombia, il Venezuela. Nel suo diario c'è un po' di tutto: le ragazze, le avventure con la moto ‒ soprannominata Poderosa II ‒, i soggiorni in un lebbrosario per aiutare gli ammalati, le considerazioni sulla povertà degli Indios che lo portano a cogliere negli occhi stanchi di una vecchia ammalata "la profonda tragedia che condensa la vita del proletariato di tutto il mondo". Anche in Bolivia il Che annotava meticolosamente in un taccuino l'esperienza della guerriglia: le lunghe marce in montagna senz'acqua, la mancanza di medicinali, cibo e proiettili, i suoi terribili attacchi d'asma. Poco prima di essere catturato scriveva: "Siamo in un momento di bassa del nostro morale e della nostra leggenda rivoluzionaria".</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-29 06:36:00 UTC</pubDate>
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         <title>Guevara, Ernesto Che</title>
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         <description><![CDATA[<div><br></div><div><br></div><div>Il mito del rivoluzionario</div><div><br></div><div>Nella seconda metà del Novecento Che Guevara ha rappresentato uno dei simboli più amati dai movimenti rivoluzionari e studenteschi di tutto il mondo. Protagonista della rivoluzione cubana nel 1959, ha teorizzato la necessità del ricorso alla lotta armata per la liberazione dei popoli oppressi dell'America Latina e dell'Africa. Abilissimo guerrigliero, egli stesso si definiva un combattente per la libertà. Fu ucciso in Bolivia nel 1967</div><div><br></div><div>Un medico al servizio della rivoluzione</div><div><br></div><div>Nato a Rosario, in Argentina, nel 1928, Ernesto Guevara si laurea in medicina all'università di Buenos Aires; nel 1953, terminata la specializzazione in allergologia, parte per il Perù, la Bolivia, il Costa Rica, il Guatemala. Cresce la sua passione per la politica, che lo spinge a studiare i testi classici del marxismo (Marx) e ad avvicinarsi alle lotte del movimento operaio e contadino.</div><div><br></div><div>Nel 1955 è in Messico, arruolato come medico nel gruppo di esuli cubani che sta organizzando la lotta armata per rovesciare la dittatura di Fulgencio Batista. Il loro capo è Fidel Castro, il futuro leader della rivoluzione cubana. Per prepararsi alla guerriglia Guevara pratica il canottaggio, la pallacanestro, il karate; è in questo periodo che nasce il soprannome "Che", da un tipico intercalare argentino che serve a richiamare l'attenzione.</div><div><br></div><div>All'inizio di dicembre del 1956 i guerriglieri sbarcano a Cuba: sono circa un'ottantina, il primo nucleo del movimento rivoluzionario. Decimati, si rifugiano sulla Sierra Maestra e continuano a combattere. In questi mesi cresce la fama del guerrigliero argentino che si batte per la liberazione di Cuba. Ormai il Che ha deciso, e lo scrive nel suo diario: non sarà più un medico ma solo un soldato rivoluzionario.</div><div><br></div><div>Da Cuba al mondo</div><div><br></div><div>Il 1° gennaio 1959 crolla l'ultima fortezza di Batista e i guerriglieri entrano all'Avana. Che Guevara ha una posizione di primissimo piano nel gruppo dirigente rivoluzionario: prima presidente del Banco nacional (1959), poi ministro dell'Industria (1961). Intanto i primi provvedimenti economici dei rivoluzionari colpiscono duramente i privilegi degli Stati Uniti, che controllano la gran parte degli scambi commerciali cubani. La rivoluzione nazionale e democratica di Castro si sta trasformando in un regime comunista e i rapporti con l'Unione Sovietica diventano sempre più stretti.</div><div><br></div><div>Il Che compie numerosi viaggi in Africa e in America Latina e diventa il simbolo della rivoluzione cubana nel mondo. In un celebre discorso pronunciato alle Nazioni Unite (1964) lancia una dura accusa alla politica degli Stati Uniti che pochi anni più tardi si trasformerà di nuovo in azione armata, in "un grido di guerra contro l'imperialismo". Dopo un lungo viaggio in Africa, nel marzo 1965 Che Guevara fa ritorno all'Avana e si dimette da tutte le cariche istituzionali. Scrive ai genitori: "Riprendo la strada, scudo al braccio […]. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che vogliono liberarsi". Negli ultimi mesi del 1966 è in Bolivia per organizzare un'insurrezione popolare. Nell'ottobre del 1967 viene catturato e ucciso.</div><div><br></div><div>Nei suoi scritti politici e militari, elaborati dopo l'esperienza cubana, la sua concezione della lotta armata si fonda su alcuni punti chiave: la preparazione politica e militare di piccoli gruppi di guerriglia altamente motivati, il coinvolgimento successivo della massa della popolazione, la necessità di promuovere l'insurrezione contemporaneamente in più paesi.</div><div><br></div><div>I diari</div><div><br></div><div>Che Guevara amava scrivere, annotare su un diario le sue riflessioni e i suoi propositi. Poco più che ventenne, nel dicembre del 1951 parte con un amico per un lungo viaggio in moto: migliaia di chilometri attraverso l'Argentina, il Cile, il Perù, la Colombia, il Venezuela. Nel suo diario c'è un po' di tutto: le ragazze, le avventure con la moto ‒ soprannominata Poderosa II ‒, i soggiorni in un lebbrosario per aiutare gli ammalati, le considerazioni sulla povertà degli Indios che lo portano a cogliere negli occhi stanchi di una vecchia ammalata "la profonda tragedia che condensa la vita del proletariato di tutto il mondo". Anche in Bolivia il Che annotava meticolosamente in un taccuino l'esperienza della guerriglia: le lunghe marce in montagna senz'acqua, la mancanza di medicinali, cibo e proiettili, i suoi terribili attacchi d'asma. Poco prima di essere catturato scriveva: "Siamo in un momento di bassa del nostro morale e della nostra leggenda rivoluzion</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-29 06:38:55 UTC</pubDate>
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         <title>Guevara, Ernesto Che</title>
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         <description><![CDATA[<div>Guevara, Ernesto Che</div><div><br></div><div>Il mito del rivoluzionario</div><div><br></div><div>Nella seconda metà del Novecento Che Guevara ha rappresentato uno dei simboli più amati dai movimenti rivoluzionari e studenteschi di tutto il mondo. Protagonista della rivoluzione cubana nel 1959, ha teorizzato la necessità del ricorso alla lotta armata per la liberazione dei popoli oppressi dell'America Latina e dell'Africa. Abilissimo guerrigliero, egli stesso si definiva un combattente per la libertà. Fu ucciso in Bolivia nel 1967</div><div><br></div><div>Un medico al servizio della rivoluzione</div><div><br></div><div>Nato a Rosario, in Argentina, nel 1928, Ernesto Guevara si laurea in medicina all'università di Buenos Aires; nel 1953, terminata la specializzazione in allergologia, parte per il Perù, la Bolivia, il Costa Rica, il Guatemala. Cresce la sua passione per la politica, che lo spinge a studiare i testi classici del marxismo (Marx) e ad avvicinarsi alle lotte del movimento operaio e contadino.</div><div><br></div><div>Nel 1955 è in Messico, arruolato come medico nel gruppo di esuli cubani che sta organizzando la lotta armata per rovesciare la dittatura di Fulgencio Batista. Il loro capo è Fidel Castro, il futuro leader della rivoluzione cubana. Per prepararsi alla guerriglia Guevara pratica il canottaggio, la pallacanestro, il karate; è in questo periodo che nasce il soprannome "Che", da un tipico intercalare argentino che serve a richiamare l'attenzione.</div><div><br></div><div>All'inizio di dicembre del 1956 i guerriglieri sbarcano a Cuba: sono circa un'ottantina, il primo nucleo del movimento rivoluzionario. Decimati, si rifugiano sulla Sierra Maestra e continuano a combattere. In questi mesi cresce la fama del guerrigliero argentino che si batte per la liberazione di Cuba. Ormai il Che ha deciso, e lo scrive nel suo diario: non sarà più un medico ma solo un soldato rivoluzionario.</div><div><br></div><div>Da Cuba al mondo</div><div><br></div><div>Il 1° gennaio 1959 crolla l'ultima fortezza di Batista e i guerriglieri entrano all'Avana. Che Guevara ha una posizione di primissimo piano nel gruppo dirigente rivoluzionario: prima presidente del Banco nacional (1959), poi ministro dell'Industria (1961). Intanto i primi provvedimenti economici dei rivoluzionari colpiscono duramente i privilegi degli Stati Uniti, che controllano la gran parte degli scambi commerciali cubani. La rivoluzione nazionale e democratica di Castro si sta trasformando in un regime comunista e i rapporti con l'Unione Sovietica diventano sempre più stretti.</div><div><br></div><div>Il Che compie numerosi viaggi in Africa e in America Latina e diventa il simbolo della rivoluzione cubana nel mondo. In un celebre discorso pronunciato alle Nazioni Unite (1964) lancia una dura accusa alla politica degli Stati Uniti che pochi anni più tardi si trasformerà di nuovo in azione armata, in "un grido di guerra contro l'imperialismo". Dopo un lungo viaggio in Africa, nel marzo 1965 Che Guevara fa ritorno all'Avana e si dimette da tutte le cariche istituzionali. Scrive ai genitori: "Riprendo la strada, scudo al braccio […]. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che vogliono liberarsi". Negli ultimi mesi del 1966 è in Bolivia per organizzare un'insurrezione popolare. Nell'ottobre del 1967 viene catturato e ucciso.</div><div><br></div><div>Nei suoi scritti politici e militari, elaborati dopo l'esperienza cubana, la sua concezione della lotta armata si fonda su alcuni punti chiave: la preparazione politica e militare di piccoli gruppi di guerriglia altamente motivati, il coinvolgimento successivo della massa della popolazione, la necessità di promuovere l'insurrezione contemporaneamente in più paesi.</div><div><br></div><div>I diari</div><div><br></div><div>Che Guevara amava scrivere, annotare su un diario le sue riflessioni e i suoi propositi. Poco più che ventenne, nel dicembre del 1951 parte con un amico per un lungo viaggio in moto: migliaia di chilometri attraverso l'Argentina, il Cile, il Perù, la Colombia, il Venezuela. Nel suo diario c'è un po' di tutto: le ragazze, le avventure con la moto ‒ soprannominata Poderosa II ‒, i soggiorni in un lebbrosario per aiutare gli ammalati, le considerazioni sulla povertà degli Indios che lo portano a cogliere negli occhi stanchi di una vecchia ammalata "la profonda tragedia che condensa la vita del proletariato di tutto il mondo". Anche in Bolivia il Che annotava meticolosamente in un taccuino l'esperienza della guerriglia: le lunghe marce in montagna senz'acqua, la mancanza di medicinali, cibo e proiettili, i suoi terribili attacchi d'asma. Poco prima di essere catturato scriveva: "Siamo in un momento di bassa del nostro morale e della nostra leggenda rivoluzionaria".</div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-29 06:39:39 UTC</pubDate>
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         <title>RIVOLUZIONE CUBANA </title>
         <author>favicchiogiulio</author>
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         <description><![CDATA[<div>Giulio Favicchio<br>Cosa= Guerra Civile</div><div>Quando= dal 1953 al 1959</div><div>Chi combatte= Esercito cubano (guidato da Batista) vs esercito dei rivoluzionari (guidato da Fidel Castro)</div><div>Chi vince= Fidel Castro</div><div><br></div><div>La Rivoluzione Cubana è stata una guerra civile in cui si sono fronteggiati l'esercito dei rivoluzionari (i guerrilleros) guidati da Fidel Castro e l'esercito del governo ufficiale cubano, guidato dal dittatore Fulgencio Batista, salito al potere con il colpo di stato del 10 Marzo 1952.</div><div>Già nel Luglio del 1953, Castro aveva tentato di rovesciare il potere con una rivolta rivelatasi fallimentare, ma questa azione rappresentò comunque la nascita ufficiale del suo partito rivoluzionario, il Movimento del 26 Luglio (prende il nome dal giorno della rivolta).</div><div>I propositi che si proponeva Castro erano quelli di riportare la democrazia a Cuba e di attuare riforme economiche e civili. Voleva, inoltre, eliminare il controllo statunitense sull'economia dell'isola.</div><div>Imprigionato e poi esiliato, Fidel aveva continuato a tramare e ad organizzarsi per rovesciare la dittatura cubana.</div><div>Nel 1956, insieme al fratello Raul e a un manipolo di appena 80 uomini, lasciò il Messico via mare per dirigersi su Cuba, dove approdò il 2 Dicembre sulla spiaggia di Las Coloradas. </div><div>Nel primo scontro, i rivoluzionari furono sconfitti dall'esercito di Batista; tuttavia riuscirono a penetrare nella fitta giungla cubana della Sierra Maestra dove poterono organizzarsi meglio, reclutando altri soldati e procurandosi più armi.</div><div>Grazie alla propaganda ideologica e al supporto degli abitanti dell'isola di Cuba, gli 80 uomini di Fidel crebbero fino a diventare migliaia di soldati desiderosi di sconfiggere Batista. </div><div><br></div><div><br></div><div>Teatro di guerra furono soprattutto le montagne cubane e la fitta boscaglia della Sierra Maestra dove più più volte i guerrilleros, sotto il comando di Camilo Cienfuegos, Juan Almeida Bosque ed Ernesto "Che" Guevara, riuscirono a sorprendere gli uomini di Batista e a sabotarne i centri di comunicazione. </div><div>Nell'estate del 1958 Fidel e Raul Castro misero in atto un'offensiva coordinata che prevedeva attacchi da sud a nord e da ovest verso la capitale dell'Avana.</div><div>Il 30 Dicembre 1958 Camilo Cienfuegos sconfisse un'unità militare composta da 300 uomini nella battaglia di Yaguajay. Il giorno dopo, il 31 Dicembre, tre unità di guerrilleros annientarono l'esercito governativo nella battaglia di Santa Clara. </div><div>Appresa la notizia, Batista lasciò l'isola e si ritirò in esilio nella Repubblica Dominicana. </div><div>Le forze rivoluzionarie di Castro entrarono ufficialmente a l'Avana il 2 Gennaio 1959.</div><div><br></div><div>La popolazione cubana aveva supportato l'esercito dei rivoluzionari perché gli era stata promessa la libertà e la democrazia. Fidel Castro, invece, allineò le proprie posizioni politiche con quelle dell'Unione Sovietica e dei paesi filo-marxisti, imponendo sull'isola un governo di tipo dittatoriale comunista.</div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2019-05-29 10:23:14 UTC</pubDate>
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