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      <title>Le arti a Firenze 2 by Aula Pon Dino Compagni</title>
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      <description> Ante De Oliveira Pecile</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2017-05-09 09:26:32 UTC</pubDate>
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         <title>https://www.firenze-online.com/conoscere/corporazioni-firenze.php</title>
         <author>aulaponcompagnifirenze</author>
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         <pubDate>2017-05-09 09:44:37 UTC</pubDate>
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         <title>Le corporazioni delle arti e mestieri erano delle associazioni create a partire dal XII Secolo per regolamentare e tutelare le attività di appartenenti ad una stessa categoria professionale o di categorie affini. Fin dalle civiltà più antiche (cinese, assiro-babilonese, greca, romana) sono attestate associazioni di coloro che praticavano mestieri simili, che si riunivano per avere maggior peso all’interno della società civile. Dopo la caduta dell’Impero Romano, si assiste, fino all’avvento dei Comuni, ad un periodo in cui i mestieri passarono sotto la guida dei monasteri, che producevano manufatti di ogni tipo. Le prime corporazioni a costituirsi sono quelle artigiane che nel corso del ‘200 riuscirono ad inserirsi e ad assumere un ruolo guida nelle istituzioni cittadine, estendendo il loro controllo a funzioni di natura pubblica(come quello sui pesi e le misure e la sorveglianza delle strade). A Firenze la prima di cui si ha notizia è Calimala nel 1150; le origini della parola che dà il nome alla corporazione sono incerte, si pensa possa derivare dal latino stradaccia (in effetti, le botteghe si trovavano in un’antica strada stretta e affollata) o dal greco bella lana. La corporazione importava tessuti di lana che, provenienti dall’Africa, venivano lavorati in Inghilterra e perfezionati a Firenze, rimettendoli sul mercato a prezzi molto più alti. Tra il 1150 e la fine del ‘200 Firenze stabilizza le proprie Arti in un numero abbastanza limitato(21) rispetto ad altre città italiane perché tendevano a riunirsi in associazioni il più grandi possibile per avere maggior peso all’interno della società urbana. Non sappiamo con sicurezza il motivo di alcune fusioni tra corporazioni ma in alcuni casi esistono ipotesi probabili: ad es. gli orafi confluirono con l’arte della seta perché anch’essi producevano beni di lusso e si pensa che i pittori si unirono ai medici speziali perché ricavavano da questi i pigmenti per le opere. Mentre Firenze riconobbe nelle corporazioni la struttura portante della propria dirigenza politica altrove, dove la Repubblica e i Comuni ebbero vita breve a favore di altri poteri centralizzati, come le aristocrazie locali, ebbero importanza secondaria. Le prime corporazioni a svilupparsi a Firenze furono: due gruppi della lana (Calimala e Lana), pellicceria di lusso, cambiatori (banchieri), giudici e notai, seta. Sotto l’etichettatura di alcune corporazioni si nascondono mestieri artistici: se ad esempio si vuole cercare chi creava vasi bisogna cercare chi faceva i contenitori alimentari in genere (vinai e oliandoli), così come alcune categorie, apparentemente estranee alla storia dell’arte, producevano manufatti di qualche valore estetico o ne fornivano i materiali (come i beccai che fornivano le pelli per le pergamene). Un’arte diffusissima nella seconda metà del ‘400 fu quella della produzione di manufatti in cera; il centro di questa produzione era in via dei Servi, posizione ottimale considerato che le candele servivano soprattutto come ex voto per la chiesa di Santissima Annunziata. Anche il Verrocchio e Benedetto e Giuliano da Maiano operavano in questa zona in botteghe che lavoravano contemporaneamente con più materie prime come cera, bronzo, terra cotta, ecc.. Alcune attività praticate a Firenze dal Medioevo al Rinascimento si sono riscoperte proprio avvalendosi delle fonti archivistiche in particolare per quello che riguarda i settori della ceramica e del vetro. Per lo studio della ceramica è fondamentale l’opera monumentale dello studioso Galeazzo Cora che raccoglie documenti scritti e studia rilevamenti materiali. Sul territorio fiorentino ci sono località che avrebbero dovuto far pensare alla massiccia presenza di queste produzioni: Montelupo (terracotta invetriata) e Impruneta (terracotta grezza). Ci sono poi dei vetri ritrovati in scavi archeologici; i maestri vetrai fiorentini erano molto apprezzati e se ne trovano in tutta Italia e anche fuori (soprattutto zona ex Jugoslavia). Si pensa che perfino il vetro di Murano abbia origini fiorentine. Due centri importanti per questo tipo di produzione sono Gambassi e Montaione. L’iconografia storico-artistica è da considerarsi come un documento; infatti, gli artefici si ispiravano a oggetti reali per avere maggior presa rispetto al pubblico contemporaneo. Nonostante questo molti studiosi di storia dell’arte hanno considerato prevalente la fantasia dell’artefice rispetto al realismo e, quindi, il valore documentario delle fonti iconografiche è stato negato. Sono molti i settori dei quali possediamo una ricca documentazione sebbene rimangano sconosciuti a causa della mancanza di ritrovamenti archeologici; questa sorte accomuna soprattutto i manufatti realizzati con materiale deperibile fra cui i ricami e gli avori (la famiglia degli Ubriachi, o Embriachi, si trasferì da Firenze a Venezia trasportando questa capacità lavorativa ed impiantando basi commerciali importanti). Importanza di Firenze anche nella produzione di armi, settore poco indagato ma fiorente, soprattutto nella zona di Montevarchi. Ogni corporazione aveva in tutela un determinato edificio di funzione pubblica e di particolare rilievo nella città; a Firenze esisteva un vero e proprio tempio delle Arti: Orsanmichele (oratorio dedicato a San Michele) che nasce come mercato delle granaglie ed era una loggia con all’interno un’immagine della Madonna particolarmente venerata, che sarà poi la causa della sua trasformazione in edificio sacro; da qui deriva la forma atipica a parallelepipedo definita dalla chiusura della loggia con le pareti. L’originaria funzione di granaio continua però a sopravvivere al piano superiore dove si conservava il grano per i periodi di crisi e carestie. Il Duomo era tutelato dall’Arte della Lana, una delle maggiori forze fiorentine, l’edificio è definibile come &#39;Opera&#39; perché gestita dagli &#39;operai&#39; (amministratori). Grande potenza economica aveva anche l’Arte di Calimala, patrona del Battistero, di San Miniato al Monte e della sagrestia di Santa Croce. La corporazione dei Giudici e Notai controllava Sant&#39;Ambrogio e l’Ospedale di San Paolo (porticato di fronte a Santa Maria Novella); quella dei Medici e degli Speziali, che comprendeva anche i pittori, aveva cura della chiesa di San Barnaba (in via Guelfa). La manutenzione di questi edifici avveniva grazie a contributi in denaro degli appartenenti delle corporazioni stesse.</title>
         <author>aulaponcompagnifirenze</author>
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         <pubDate>2017-05-09 09:55:55 UTC</pubDate>
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         <author>aulaponcompagnifirenze</author>
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         <description><![CDATA[<div> Sotto il nome di arti, si comprendono, così nel Medioevo come nell'età moderna, le unioni degli artigiani, dei mercanti e dei lavoratori in genere, che esercitano la stessa professione o mestiere, e che sono soggette a determinate regole. In particolare, si dissero arti le unioni di artefici e di commercianti che, costituiti in corporazioni, promossero il grandioso sviluppo industriale e mercantile dell'evo medio, e che durarono poi fino ai tempi della rivoluzione francese, allorché, sotto l'impulso di nuove idee, fu proclamato il principio della libertà del lavoro e del commercio.<br><br></div><div>L'origine di queste forme è indubbiamente antichissima. Esse erano già costituite nelle città greche, dove avevano il nome di ἑταιρεῖαι, e comprendevano gli esercenti di una stessa industria o professione, riuniti per fini religiosi, oltreché di reciproco aiuto e di difesa; ed ebbero un largo sviluppo in Roma, dove si dissero <em>collegia</em>, <em>corpora</em>, più tardi anche <em>artes</em>, e dove, ai tempi dell'Impero, dettero vita a un vasto sistema corporativo, che vincolò tutta l'attività economica dello stato e lasciò un'importante eredità ai tempi posteriori.<br><br></div><div>Queste forme, per quanto in embrione, s'incontrano già presso le società primitive, dove non è raro trovare gruppi gentilizî o consorzî territoriali dedicati all'esercizio di un determinato mestiere e congiunti in una unione, per quanto la società sorga qui in base a una comunione già esistente. Ma è certo che lo sviluppo delle attività civili aiutò a promuoverle, poiché le grandi opere pubbliche, presso le antiche civiltà egizie o indiane, favorirono rapporti di questa specie, anche se creati dallo stato. Né manca un accenno a queste forme nella Bibbia (I [111] <em>Re</em>, V, 13 segg.).<br><br></div><div>Ma un'ordinata organizzazione delle arti nacque propriamente nelle città greche e italiche, dove le istituzioni libere dovettero favorirle. Gaio (<em>Dig</em>., XLVII, 22, <em>de collegiis et corporibus</em>, 4), commentando il testo delle XII tavole su questo argomento, lo riconduce all'imitazione di una legge di Solone, che già ne aveva ammesso il sorgere e ne aveva riconosciuto gli statuti, purché non fossero contrarî alle leggi; mentre Plutarco (<em>Numa</em>, 9), per Roma, attribuisce forse favolosamente a Numa una distribuzione della plebe in collegi, secondo la varietà delle arti professate; e la costituzione serviana conservava ancora qualche traccia di una simile organizzazione.<br><br></div><div>Tuttavia l'origine di queste forme in Roma appare libera: sono unioni di liberi artigiani, promosse da identità di condizioni sociali, dal bisogno di mutuo aiuto, dal culto dello stesso nume tutelare, e formate sul tipo delle altre libere associazioni: <em>sodales</em>, si dicono i membri, e hanno proprî statuti, proprî capi, una cassa comune, un culto distinto. Queste associazioni d'arti, dette <em>collegia</em>, <em>sodalitates</em>, ebbero un grande sviluppo ai tempi della Repubblica, tanto che tutte le arti e tutte le professioni, fino ai <em>tibicines</em>, vi trovarono organizzazione; ma, sulla fine, si mescolarono troppo attivamente alle lotte politiche e furono giudicate pericolose. Un senatoconsulto del 64 a. C. le abolì tutte, salvo quelle dei <em>fullones </em>e dei <em>fabri</em>, giudicate necessarie alla Repubblica; ma un plebiscito clodiano, sei anni più tardi, ne consentì la ripresa, interrotta da una legge abolitiva di Giulio Cesare. Risorte, dopo la morte di questo ultimo, furono definitivamente regolate da una legge di Augusto dell'anno 7 a. C., per cui, sciolti tutti i collegi esistenti, si stabilì l'obbligo dell'autorizzazione governativa, caso per caso. Tale autorizzazione, data dal senato per le provincie senatorie, dall'imperatore per le provincie imperiali, più tardi soltanto dall'imperatore o dai suoi delegati, fissò il principio della dipendenza diretta delle corporazioni artigiane e professionali dallo stato.<br><br></div><div>Sembra che, fin dall'anno 7, l'autorizzazione sia stata data a quei <em>collegia antiqua et legitima</em>, necessarî alla vita economica della capitale, che già erano stati rispettati dal senato e da Cesare. Più tardi, furono via via riconosciuti gli altri collegi, con le opportune limitazioni. Nella pratica, tuttavia, si usò tollerare talune associazioni libere, che non avevano avuto la formale autorizzazione, salvo al potere esecutivo il diritto di scioglierle. Nell'età di Traiano, tutte le arti e tutte le professioni erano costituite in forma di associazioni autorizzate o lecite, con statuti, con capi elettivi, con cassa e con beni comuni. Le arti più antiche e più numerose, riguardate come necessarie alla vita economica della capitale, prendevano anche nome di <em>corpora </em>(v. corporazioni); mentre le altre si dicevano, in genere, <em>collegia</em>, e <em>sodalicia</em>si chiamavano invece le unioni di buoni camerati. Tra i diversi <em>corpora </em>dell'età romana, avevano maggiore importanza quelli che erano gravati da pubblici servizî, come quelli dei <em>navicularii</em>, che avevano l'obbligo del trasporto delle granaglie per l'approvvigionamento dell'Urbe; dei <em>suarii</em>, tenuti al provvedimento delle carni suine necessarie alla città; dei <em>pistores</em>, obbligati alla fabbricazione e alla distribuzione di determinate quantità di pane. I loro membri si dicevano <em>corporati</em>; mentre <em>collegiati </em>si dicevano coloro che appartenevano a corporazioni tenute verso lo stato soltanto a prestazioni periodiche e speciali (<em>fabri</em>, <em>centonarii</em>, <em>dendrophori</em>, ecc.). Queste corporazioni erano rette da proprî ufficiali (<em>magistri</em>, <em>rectores</em>, <em>curator</em>, <em>quaestor</em>, <em>scriba</em>); talune avevano un proprio <em>defensor</em>. Esse avevano funzioni religiose, di assistenza interna fra i soci, di regolamento nella distribuzione dei pubblici incarichi, e anche qualche avanzo di funzioni politiche, presto perdute. Corpi e collegi d'arte avevano tutte le città dell'Impero, con organizzazione abbastanza simile; sicché le professioni e tutte le arti, in ogni città, finirono col costituire un vasto assetto corporativo, legato, per certe prestazioni, alla curia cittadina.<br><br></div><div>Con la crisi economica profonda, la quale sconvolse nel sec. III il mondo romano, quelle prestazioni e quei vincoli che legavano le corporazioni artigiane allo stato e alla città, divennero obbligatorî, e di qui nacque il principio dell'asservimento delle corporazioni allo stato, che è caratteristico degli ultimi tempi imperiali. Da principio, i collegiati potevano sciogliersi da questi vincoli, uscendo dalla corporazione e abbandonando la parte dei beni spettante a ciascuno e vincolata all'arte. Ma più tardi, dalla fine del sec. III, il vincolo si fece più vasto, e si estese a tutto il patrimonio; furono compilati gli elenchi dei collegiati vincolati agli enti pubblici, e, per garantire la continuità d'esercizio delle arti e delle professioni, l'imperatore Costantino fissò, con leggi, l'obbligo dell'ereditarietà, per cui i professionisti e gli artigiani furono vincolati al mestiere del padre, almeno per le corporazioni considerate come necessarie. Le corporazioni, allora, furono costrette a vincolare i beni dei proprî collegiati, per l'esecuzione necessaria dei pubblici servizî, e poi a vincolare la discendenza maschile dei proprî membri. Gravi pene colpirono coloro che, con la fuga, tentavano di sottrarsi a questi oneri. Si nasceva <em>originales </em>di una determinata professione (<em>functio</em>), e non era più lecito sottrarsi al proprio destino, nemmeno rinunciando all'eredità. Norme generali prescrissero il trapasso forzato dei membri di corporazioni meno importanti a quelle più importanti, e il reclutamento di cittadini liberi da altri vincoli (<em>vacui</em>, inoperosi) nelle varie corporazioni, per assicurar l'esistenza e il funzionamento di queste. L'incorporazione poté essere anche conseguenza di una sentenza di condanna; onde avvenne che <em>collegiati </em>si dissero, nel sec. V e più tardi, coloro che, per ragioni di pena, erano affidati alla custodia delle corporazioni cittadine per vincoli di lavoro (Isidoro, <em>Etymol</em>., IX, 4).<br><br></div><div>La vigilanza sulle corporazioni era esercitata da diversi funzionarî: il <em>praefectus praetorio </em>aveva la vigilanza sui trasporti, assistito dai <em>vicarii </em>e dai governatori nelle diocesi e nelle provincie; il <em>praefectus urbi </em>sorvegliava le professioni e i mestieri in generale, assistito, per certe funzioni, dal <em>curator operum publicarum</em>. Per talune corporazioni, dipendenti direttamente dallo stato (<em>monetarii</em>, <em>metallarii</em>, ecc.), il controllo spettava a ufficiali speciali, come il <em>procurator monetae</em>.<br><br></div><div>D'altra parte, i professionisti e gli artigiani, tenuti a pubblici servizî, godevano di speciali esenzioni e privilegi; come i <em>navicularii</em>, che erano esenti dalle cariche municipali e curiali e garantiti da provvedimenti speciali in casi d'infortunio marittimo; o i <em>pistores</em>, esenti dagli oneri delle tutele, e via via. In processo di tempo, asservite tutte le corporazioni allo stato, si ebbe per i collegiati un'esenzione generale dagli oneri della tutela, dai <em>numera sordida et extraordinaria </em>e dalla <em>collatio equorum</em>; mentre le grandi corporazioni d'interesse pubblico ebbero anche la dispensa dai <em>munera civilia </em>e dal <em>portorium </em>(dogana), e altre immunità. Tutti i membri delle arti partecipavano alle distribuzioni gratuite di derrate statali e potevano assistere agli spettacoli pubblici.<br><br></div><div>Nonostante la molteplicità dei vincoli, che caratterizza la decadenza dell'economia antica, bisogna riconoscere che il sistema corporativo ha dato grande incremento alla vita civile, garantendo le città nei propri e ordinati rifornimenti e nella tradizione delle professioni e dei mestieri, favorendo l'organizzazione del lavoro, assicurando ai corporati i mezzi di sostentamento. Se talune corporazioni troppo rigidamente vincolate a pubblici servizî erano spesso sfuggite, ve n'erano altre numerosissime, che offrivano utilità ai singoli e alle città, e che vivevano con una certa indipendenza: sotto i proprî <em>magistri </em>o <em>rectores</em>, col sussidio di proprî <em>patroni </em>o <em>defensores</em>, con propria sede e con propria cassa: queste organizzazioni ebbero una parte notevole nello sviluppo dell'economia antica, nella trasmissione dei mestieri, nell'organizzazione del lavoro. La decadenza economica prima, le invasioni barbariche dopo, con le relative conseguenze dello spopolamento delle città e dell'impoverimento generale, ridussero via via il numero e le forze di questi organismi; ma essi lasciarono anche più tardi imponenti segni della loro attività.<br><br></div><div>Sta di fatto che, in Italia, sotto il governo di Odoacre, poi sotto quello dei re ostrogoti, quindi sotto i Bizantini, continuandosi il sistema romano, per cui lo stato era il coefficiente massimo dell'economia nazionale, continuarono anche le corporazioni, come organi pubblici o quasi pubblici, con il vincolo professionale e con l'obbligatorietà delle prestazioni, con la giurisdizione speciale, con le forme esteriori già note. Abbiamo precise memorie della persistenza delle corporazioni a Roma, Ravenna e Napoli; e forse esse durarono anche altrove in Italia e nella Francia meridionale. A Ravenna si dicevano <em>scholae</em>, dal nome dell'aula destinata alle adunanze.<br><br></div><div>L'invasione longobarda (568) travolse l'Italia verso l'estrema decadenza, sicché le arti dovettero languire, e le corporazioni, già indebolite, disciogliersi. Tuttavia resta la tradizione del mestiere, resta l'officina, col maestro, con gli apprendisti e i lavoranti; onde si hanno numerose attestazioni di <em>magistri</em>, di <em>discipuli</em>, di <em>laborantes</em>. Famosi fra tutti i <em>magistri Commacini</em>, che continuarono le tradizioni delle arti costruttive antiche, come architetti e come maestri murarî, e che provenivano, in gran parte, dai paesi dei laghi milanesi e comaschi, dove già dall'epoca romana era famosa l'arte delle costruzioni. Si ricordano pure i <em>saponai </em>di Piacenza; i navicellai, i pescatori, i ricercatori di sabbie aurifere di Pavia, le <em>scholae </em>artigiane di Verona, i monetieri di Pavia e di Milano, i <em>negotiatores </em>o <em>mercatores </em>di molte città italiane. È incerto se questi artigiani e questi mercanti avessero propria organizzazione, con capi e con cassa comune, e con personalità distinta da quella dei soci. Forse ai barbari convenne mantenere in vita, nelle nostre città, le organizzazioni esistenti, che rispondevano con prestazioni e con tributi allo stato, e che erano già attrezzate in modo da dare prodotti utili. Ma sarebbe eccessivo sostenere, come si è tentato, una continuità delle antiche corporazioni attraverso l'alto Medioevo, per spiegare così la ricca fioritura delle corporazioni dell'età comunale. Questa continuità si scorge sicura nelle <em>scholae </em>di Ravenna (pescatori, mercanti, ortolani, macellai, fornai) o di Roma (ortolani, calzolai); s'intravede forse nelle <em>maestranze </em>delle città siciliane anche sotto il dominio arabo; nei mestieri di talune città dell'alta e media Italia e della Francia meridionale; ma sarebbe difficile provare la persistenza dell'antica corporazione nei lunghi secoli della grave depressione economica che colpì l'Europa occidentale tra il sec. VI e il XI. I <em>nautae parisiaci </em>dell'età di Tiberio sembrano continuati nei <em>marchands de l'eau</em>, che ebbero tanta importanza a Parigi dal sec. XIII in poi; ma sembra ardito asserire tuttavia che l'antica corporazione romana sia rimasta in vita per tutto l'alto Medioevo.<br><br></div><div>Allorché, nel periodo feudale, attraverso nuovi rapporti quasi contrattuali, si ebbe una maggiore certezza del diritto, rinacque più intensa anche la vita economica, e con essa si fecero più frequenti e più sicuri i traffici e le industrie. L'economia curtense che aveva dominato durante l'età barbarica, è superata da una nuova economia, che si sviluppa nelle città e che si dice economia del mestiere o dell'artigianato. In essa prevalgono gli artigiani e i mercanti, ossia i lavoratori liberi, che operano in forme tradizionali, e che tendono al guadagno con lo scambio dei prodotti del proprio lavoro. Hanno una propria officina o un proprio negozio, e provvedono agli acquisti della materia prima o ai mezzi di trasporto, e poi vendono o rivendono le cose prodotte o acquistate, realizzando il profitto. Mentre i mercanti si recano di città in città, di fiera in fiera, gli artigiani lavorano nelle oscure officine delle nostre città. Si forma così un nuovo sistema economico, fondato sul lavoro libero o artigianato, il quale avvia le forme del sistema capitalistico moderno. Famosi si resero i mercanti di Milano, di Piacenza, di Venezia, di Firenze, di Siena, di Genova, di Pisa, di Amalfi; famosi gli artigiani delle città italiane, che produssero i panni di lana e di seta, le armi, le vesti, gli ornamenti, che si diffusero per tutta l'Europa.<br><br></div><div>È evidente che questi mercanti e questi artigiani dovettero sentire presto l'esigenza dell'associazione. A questa erano sospinti da impulso religioso, da ragioni di difesa, dal bisogno di reciproco aiuto. Si formarono così frequenti, nelle città, le organizzazioni industriali e mercantili, che favorirono lo sviluppo della nuova economia. Si dissero <em>fraternitates</em>, <em>fratalea</em>, <em>fraglia</em>, <em>confréries</em>, per indicare il movente religioso e mutualistico; più generalmente <em>artes</em>, per indicare l'attività industriale o mercantile, derivata dalla tradizione e dai bisogni economici del tempo, e variamente <em>ministeria</em>, donde il francese <em>métier</em>; ma anche <em>paratica</em>, dall'uso di mostrarsi nelle cerimonie cittadine in parata, sotto il proprio vessillo; o <em>maestranze</em>, dalla tradizione del magistero dell'arte.<br><br></div><div>A Venezia, a Ravenna, a Verona, a Padova, conservarono l'antico nome di <em>scholae</em>. In Inghilterra e nell'Europa settentrionale, si dissero <em>gilde</em>, <em>guildes</em>, dalla tassa (<em>geld</em>) che era imposta sugli affigliati, per le spese comuni; e così nei Paesi Bassi. In Germania si dissero <em>Innungen</em>, <em>Gilden</em>, <em>Zünfte</em>; in Spagna, <em>gremios</em>. Avevano proprî capi (<em>gastaldiones</em>, <em>ministri</em>, <em>decani</em>, <em>massarii</em>, <em>consules</em>); una sede propria per le riunioni dell'arte, talvolta una chiesa; una cassa e un patrimonio comuni. Si dettero proprî statuti (<em>brevia</em>, <em>statuta</em>, <em>matricula</em>). Ebbero un'influenza diretta nell'amministrazione cittadina, e guadagnarono un'importanza sempre maggiore. Nel sec. XIII, tutte le professioni e tutte le arti, almeno quelle principali, erano organizzate in corporazioni, e queste corporazioni avevano dappertutto sempre maggiore peso nella vita cittadina, fino a costituire monopolî.<br><br></div><div>Le origini di queste corporazioni si legano senza dubbio alla tradizione romana; ma, come si è detto, è incerto se le antiche corporazioni sieno durate tanto da offrire un preciso modello. Nelle corporazioni medievali, vi sono impulsi religiosi ed economici nuovi, e forse la costituzione di questi corpi di mercanti e di artigiani è il prodotto di uno spirito nuovo e di nuovi bisogni.<br><br></div><div>Intanto la base della corporazione artigiana sembra posta nella confraternita, dove l'unione ha fini di devozione e di reciproco aiuto (<em>schola</em>, <em>fraglia</em>). Nel suo sviluppo giuridico essa tende a provvedere all'equilibrio della produzione economica, limitando e regolando i rifornimenti della materia prima, l'esportazione e l'importazione, eliminando la concorrenza, ostacolando l'intervento di stranieri e regolando i prodotti industriali con minute prescrizioni, ignote alle corporazioni romane. Invece, nell'interno dell'arte, noi troviamo un' organizzazione che richiama l'antica: a capo vi sono funzionarî liberamente eletti (consoli, gastaldi, priori rettori, massari), tra i componenti dell'organizzazione si distinguono i maestri, capi dell'officina, dai lavoranti e dai garzoni, destinati anch'essi a diventare maestri (<em>maîtres</em>, <em>apprendistes</em>, <em>garçons</em>, <em>meister</em>, <em>geselle</em>, <em>schelinger</em>). Nella corporazione, vale il principio della giurisdizione speciale, per cui i capi giudicano le controversie tra i soci e quelle tecniche relative all'arte.<br><br></div><div>Generalmente si distingue tra i corpi dei mercanti e quelli degli artigiani. La corporazione dei mercanti, detta <em>universitas</em>o <em>ars mercatorum</em>, <em>paraticum mercatorum</em>, <em>mercadantia</em>, <em>mercanzia </em>(v. mercanzia), raccoglie in una sola organizzazione o in poche grandi organizzazioni, grossi industriali e mercanti, che producono merci destinate all'esportazione, lana, seta, armi, o che provvedono allo scambio dei prodotti, in gran copia, nelle fiere e nelle città lontane. Alla metà del sec. XII, sono già organizzate a Piacenza (1154), a Milano (1158), a Roma (1165), e in altre città. Hanno a capo consoli o rettori, che sono chiamati a partecipare ai negozî politici e a sorvegliare certi servizî pubblici relativi al commercio: strade, giurisdizione mercantile, dazî, mercati, annona. Mentre in alcune città, come a Genova e a Venezia, dove la classe dominante corrisponde quasi esattamente alla classe mercamile, la corporazione dei mercanti o mercanzia mantiene il carattere unitario, presso altre invece, dove il contrasto delle classi è più vivo e violento, come a Firenze, si staccano dal nucleo primitivo nuovi nuclei mercantili e formano le arti maggiori.<br><br></div><div>Arti, in senso proprio, sono le unioni degli artigiani, legati dal vincolo del mestiere e costituiti in società, con fini di culto, di vicendevole difesa e d'aiuto. Come corpo differenziato, con personalità giuridica, compaiono soltanto a incominciare dal sec. XII, e si moltiplicano rapidamente nelle città, via via che ogni arte, ogni mestiere si scioglie dai vincoli del sistema curtense, oppure si distacca da un maggiore organismo artigiano, cui era originariamente congiunto. In origine, l'appartenenza all'arte è libera; poi si proibisce l'esercizio del mestiere al non iscritto alla corporazione.<br><br></div><div>Nell'organizzazione delle arti, si deve distinguere tra i paesi, dove il potere centrale riuscì a mantenere salde le proprie prerogative, come a Venezia, oltreché nei regni di Napoli e Sicilia, in Francia, in Aragona e in Catalogna e in alcuni paesi della Germania, e gli altri, dominati dallo sviluppo autonomo della città, dove il potere centrale fu costretto a dividere le proprie prerogative con gl'interessi delle classi. Nel primo caso, le arti non furono veramente se non organizzazioni di mestiere, con fini relativamente limitati e con scarsi poteri politici. Qui le arti furono più numerose; ma ebbero minore influenza politica e furono più rigorosamente sorvegliate dalle pubbliche autorità. A Venezia tutti i mestieri formarono la propria <em>schola </em>o <em>mariegola</em>, con statuti esaminati e approvati dalla pubblica autorità, sotto un pubblico ufficio di controllo, detto <em>Giustizia</em>; più tardi (sec. XVI) sotto i Cinque Savî, più tardi ancora (1707) sotto gl'inquisitori sulle arti; in Francia, il <em>Livre des métiers </em>di Stefano Boileau (1268) enumera per Parigi circa cento mestieri organizzati, divisi in sei gruppi (alimentazione, oreficerie e arti belle, metalli comuni, stoffe e abbigliamento, cuoio e pelliccerie, costruzioni), e questi mestieri sono concepiti sotto la proprietà del re, che delega proprî funzionarî alla sorveglianza e alla giustizia. Non diversa è la situazione delle maestranze siciliane e dei gremî spagnoli.<br><br></div><div>Invece, nelle città libere, e principalmente nelle grandi città industriali e commerciali, come Milano, Firenze, Piacenza, Bologna, Siena, Pisa, Perugia, oltreché nelle città delle Fiandre e presso alcune della Germania, le arti organizzate si costituirono in regime di privilegio e attivamente parteciparono alla vita politica; sicché furono meno numerose, ma più assorbenti, e finirono col soffocare le libertà comunali. Nella maggior parte di queste città, si distinsero le <em>arti maggiori</em>, costituite dai grandi collegi industriali e mercantili interessati all'esportazione, dalle <em>arti minori</em>, costituite dalle altre professioni e dagli altri mestieri, che avevano guadagnato il diritto di organizzazione. A Firenze si ebbero sette arti maggiori (giudici e notai, mercanti di Calimala, cambiatori, medici e speziali, arte della lana, arte della seta, pellicciai), e cinque minori, cresciute più tardi a quattordici (beccai, calzolai, fabbri, maestri di pietre e di legname, galigai, vinattieri, fornai, oliandoli, chiavaiuoli, linaiuoli, legnaiuoli, corazzai, correggiai, albergatori); a Pisa, tre mercanzie (arte del mare, mercatanti e lanaiuoli) in contrapposto alle sette arti minori; a Perugia, tre arti maggiori o grosse (cambiatori, mercanti e calzolai), in confronto con numerose arti minute; e così via. Le arti maggiori ebbero subito privilegi nel governo del comune, assicurando la prevalenza alla borghesia grassa; ma più tardi anche le arti minori pretesero una partecipazione al governo (v. milano; firenze; perugia: storia). A Genova i mercanti tennero lungo tempo, insieme coi nobili, il governo della città; a Rouen i <em>syndics de drapier </em>finirono con l'amministrare per secoli la città. A Firenze, dove lo sviluppo democratico fu più completo e caratteristico, si limitarono i diritti politici agli ascritti alle corporazioni (1282), si esclusero i nobili (<em>magnati</em>) da ogni attività politica (1292), e si consacrò il governo delle arti.<br><br></div><div>Simile movimento era stato generale nelle città italiane. Le arti avevano guadagnato una partecipazione al governo comunale, mediante i proprî capi o delegati (<em>capitudini delle arti</em>, <em>consolato della mercanzia </em>o <em>delle arti</em>), ma non si accontentarono; vollero più ampî poteri, contro i nobili, contro la borghesia grassa, e organizzarono i contrasti e le rivoluzioni. A Milano, nel 1198, si organizzò la <em>credenza di S</em>. <em>Ambrogio</em>, affermazione delle classi popolari riunite nelle arti contro il comune dei nobili e dei mercanti; e, nel corso del sec. XIII, in tutte le città italiane, sull'unione delle arti minori, si fonda un <em>commune populi</em>, che si contrappone al vecchio comune, sotto il comando del capitano del popolo e dei consigli delle arti; per ciò l'organismo politico del comune viene smembrato, e si prepara rapidamente l'avvento della signoria e dei tiranni (v. comune), avvento che trionfa in quasi tutte le città italiane tra la fine del sec. XIII e il principio del XIV. Soltanto a Firenze, a Siena e in poche altre città, il governo democratico delle arti riesce a reggere più a lungo (fine del sec. XIV); ma anche in queste città al comune democratico succede la signoria.<br><br></div><div>S'inizia allora un nuovo periodo per la storia delle arti. Queste, di fronte al signore, perdono ogni potere politico, e restano come organizzazioni di mestiere, con fini religiosi ed economici, oltreché di controllo della produzione; e si trasformano in cerchi chiusi di protezione professionale e artigiana, soggette all'approvazione della pubblica autorità. Allora le corporazioni artigiane diventano anche più numerose, essendo concesso il diritto di organizzazione a taluni mestieri inferiori, dipendenti da arti più potenti, i quali ne erano rimasti privi. Ma ormai le arti hanno perduto ogni spirito d'iniziativa, assumendo quel carattere monopolistico, che serve a conservare la tradizione dell'arte, a regolare il prodotto, a determinare i prezzi, a livellare le mercedi, ma irrigidisce le forme del mestiere.<br><br></div><div>È il periodo della decadenza delle arti. Ma ormai, dall'economia dell'artigianato si passa all'economia capitalistica moderna. Questa tende a rompere i vecchi vincoli, per sostituirvi i principî della libertà del lavoro e della libera concorrenza. L'artigianato cede il posto all'impresa, dove il capitalista organizza operai, che sono meramente salariati.<br><br></div><div>Le nuove dottrine economiche del sec. XVIlI si propagarono rapidamente. Anche a Venezia, dove si reggeva ancora la vecchia aristocrazia e dove le arti vissero fino al 1796, si studiò fin dal 1714 il problema della libertà del lavoro, e si prepararono progetti per la trasformazione delle arti. In Francia Turgot condusse una serrata battaglia contro i vincoli delle vecchie arti, ma il suo tentativo di abolirle non riescì. L'abolizione invece si ebbe in Italia, per opera dei principi riformatori. Un editto di Pietro Leopoldo di Toscana aboliva, nel 1770, tutte le corporazioni e le magistrature delle arti; nella Lombardia austriaca, una legge del 1770 toglieva tutti i privilegi ai corpi d'arte, e un'altra del 1778 e del 1786 procedeva a una soppressione generale. Questa si ebbe in Francia ai tempi della rivoluzione: l'assemblea costituente abolì le corporazioni degli artigiani e dei mercanti, le maestranze e le leghe giurate, e proibì che se ne creassero di nuove. Essa proclamò la libertà del lavoro e del commercio, imponendo soltanto la <em>patente</em>, corrispondente a una pubblica autorizzazione. Con la rivoluzione francese, l'abolizione si estese rapidamente nei varî stati italiani, che non l'avevano ancora adottata, oltre che nel Belgio, nella Spagna, e in varie regioni della Germania. L'economia liberistica trionfava intanto in tutti i paesi d'Europa. Essa si era affermata ormai, col principio del sec. XVIII, in Inghilterra, dove le antiche gilde mercantili e artigiane erano state superate; e, fin dal chiudersi del sec. XVIII, in Inghilterra stessa, lo spirito d'associazione e il sentimento di libertà crearono le nuove forme d'organizzazione operaia, che si costituirono come società operaie per soccorso mutuo e come sindacati (v. societâ di mutuo soccorso e sindacalismo). Sotto queste forme sorsero anche le nuove organizzazioni nel continente europeo e negli stati liberi d'America (v. anche corporazioni).<br><br></div><div>Bibl.: I. P. Waltzing, <em>Les corporations professionelles chez les Romains</em>, Lovanio 1895 segg., voll. 4; P. Martin de Saint Léon, <em>Histoire des corporations des métiers</em>, 2ª ed., Parigi 1920; A. Solmi, <em>Le associazioni in Italia avanti le origini del comune</em>, Modena 1898; G. Arias, <em>Sistema della costituzione econ. e soc. dei comuni italiani</em>, Torino 1905; C. Rodocanachi, <em>Les corporations ouvrière à Rome</em>, Parigi 1894; A. Doren, <em>Florentiner Zunftwesen</em>, Stoccarda 1909; A. Alberti, <em>Le corporazioni d'arti e mestieri e la libertà del commercio</em>, Milano 1891.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-05-16 09:40:17 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>aulaponcompagnifirenze</author>
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         <description><![CDATA[<div> Sotto il nome di arti, si comprendono, così nel Medioevo come nell'età moderna, le unioni degli artigiani, dei mercanti e dei lavoratori in genere, che esercitano la stessa professione o mestiere, e che sono soggette a determinate regole. In particolare, si dissero arti le unioni di artefici e di commercianti che, costituiti in corporazioni, promossero il grandioso sviluppo industriale e mercantile dell'evo medio, e che durarono poi fino ai tempi della rivoluzione francese, allorché, sotto l'impulso di nuove idee, fu proclamato il principio della libertà del lavoro e del commercio.<br><br></div><div>L'origine di queste forme è indubbiamente antichissima. Esse erano già costituite nelle città greche, dove avevano il nome di ἑταιρεῖαι, e comprendevano gli esercenti di una stessa industria o professione, riuniti per fini religiosi, oltreché di reciproco aiuto e di difesa; ed ebbero un largo sviluppo in Roma, dove si dissero <em>collegia</em>, <em>corpora</em>, più tardi anche <em>artes</em>, e dove, ai tempi dell'Impero, dettero vita a un vasto sistema corporativo, che vincolò tutta l'attività economica dello stato e lasciò un'importante eredità ai tempi posteriori.<br><br></div><div>Queste forme, per quanto in embrione, s'incontrano già presso le società primitive, dove non è raro trovare gruppi gentilizî o consorzî territoriali dedicati all'esercizio di un determinato mestiere e congiunti in una unione, per quanto la società sorga qui in base a una comunione già esistente. Ma è certo che lo sviluppo delle attività civili aiutò a promuoverle, poiché le grandi opere pubbliche, presso le antiche civiltà egizie o indiane, favorirono rapporti di questa specie, anche se creati dallo stato. Né manca un accenno a queste forme nella Bibbia (I [111] <em>Re</em>, V, 13 segg.).<br><br></div><div>Ma un'ordinata organizzazione delle arti nacque propriamente nelle città greche e italiche, dove le istituzioni libere dovettero favorirle. Gaio (<em>Dig</em>., XLVII, 22, <em>de collegiis et corporibus</em>, 4), commentando il testo delle XII tavole su questo argomento, lo riconduce all'imitazione di una legge di Solone, che già ne aveva ammesso il sorgere e ne aveva riconosciuto gli statuti, purché non fossero contrarî alle leggi; mentre Plutarco (<em>Numa</em>, 9), per Roma, attribuisce forse favolosamente a Numa una distribuzione della plebe in collegi, secondo la varietà delle arti professate; e la costituzione serviana conservava ancora qualche traccia di una simile organizzazione.<br><br></div><div>Tuttavia l'origine di queste forme in Roma appare libera: sono unioni di liberi artigiani, promosse da identità di condizioni sociali, dal bisogno di mutuo aiuto, dal culto dello stesso nume tutelare, e formate sul tipo delle altre libere associazioni: <em>sodales</em>, si dicono i membri, e hanno proprî statuti, proprî capi, una cassa comune, un culto distinto. Queste associazioni d'arti, dette <em>collegia</em>, <em>sodalitates</em>, ebbero un grande sviluppo ai tempi della Repubblica, tanto che tutte le arti e tutte le professioni, fino ai <em>tibicines</em>, vi trovarono organizzazione; ma, sulla fine, si mescolarono troppo attivamente alle lotte politiche e furono giudicate pericolose. Un senatoconsulto del 64 a. C. le abolì tutte, salvo quelle dei <em>fullones </em>e dei <em>fabri</em>, giudicate necessarie alla Repubblica; ma un plebiscito clodiano, sei anni più tardi, ne consentì la ripresa, interrotta da una legge abolitiva di Giulio Cesare. Risorte, dopo la morte di questo ultimo, furono definitivamente regolate da una legge di Augusto dell'anno 7 a. C., per cui, sciolti tutti i collegi esistenti, si stabilì l'obbligo dell'autorizzazione governativa, caso per caso. Tale autorizzazione, data dal senato per le provincie senatorie, dall'imperatore per le provincie imperiali, più tardi soltanto dall'imperatore o dai suoi delegati, fissò il principio della dipendenza diretta delle corporazioni artigiane e professionali dallo stato.<br><br></div><div>Sembra che, fin dall'anno 7, l'autorizzazione sia stata data a quei <em>collegia antiqua et legitima</em>, necessarî alla vita economica della capitale, che già erano stati rispettati dal senato e da Cesare. Più tardi, furono via via riconosciuti gli altri collegi, con le opportune limitazioni. Nella pratica, tuttavia, si usò tollerare talune associazioni libere, che non avevano avuto la formale autorizzazione, salvo al potere esecutivo il diritto di scioglierle. Nell'età di Traiano, tutte le arti e tutte le professioni erano costituite in forma di associazioni autorizzate o lecite, con statuti, con capi elettivi, con cassa e con beni comuni. Le arti più antiche e più numerose, riguardate come necessarie alla vita economica della capitale, prendevano anche nome di <em>corpora </em>(v. corporazioni); mentre le altre si dicevano, in genere, <em>collegia</em>, e <em>sodalicia</em>si chiamavano invece le unioni di buoni camerati. Tra i diversi <em>corpora </em>dell'età romana, avevano maggiore importanza quelli che erano gravati da pubblici servizî, come quelli dei <em>navicularii</em>, che avevano l'obbligo del trasporto delle granaglie per l'approvvigionamento dell'Urbe; dei <em>suarii</em>, tenuti al provvedimento delle carni suine necessarie alla città; dei <em>pistores</em>, obbligati alla fabbricazione e alla distribuzione di determinate quantità di pane. I loro membri si dicevano <em>corporati</em>; mentre <em>collegiati </em>si dicevano coloro che appartenevano a corporazioni tenute verso lo stato soltanto a prestazioni periodiche e speciali (<em>fabri</em>, <em>centonarii</em>, <em>dendrophori</em>, ecc.). Queste corporazioni erano rette da proprî ufficiali (<em>magistri</em>, <em>rectores</em>, <em>curator</em>, <em>quaestor</em>, <em>scriba</em>); talune avevano un proprio <em>defensor</em>. Esse avevano funzioni religiose, di assistenza interna fra i soci, di regolamento nella distribuzione dei pubblici incarichi, e anche qualche avanzo di funzioni politiche, presto perdute. Corpi e collegi d'arte avevano tutte le città dell'Impero, con organizzazione abbastanza simile; sicché le professioni e tutte le arti, in ogni città, finirono col costituire un vasto assetto corporativo, legato, per certe prestazioni, alla curia cittadina.<br><br></div><div>Con la crisi economica profonda, la quale sconvolse nel sec. III il mondo romano, quelle prestazioni e quei vincoli che legavano le corporazioni artigiane allo stato e alla città, divennero obbligatorî, e di qui nacque il principio dell'asservimento delle corporazioni allo stato, che è caratteristico degli ultimi tempi imperiali. Da principio, i collegiati potevano sciogliersi da questi vincoli, uscendo dalla corporazione e abbandonando la parte dei beni spettante a ciascuno e vincolata all'arte. Ma più tardi, dalla fine del sec. III, il vincolo si fece più vasto, e si estese a tutto il patrimonio; furono compilati gli elenchi dei collegiati vincolati agli enti pubblici, e, per garantire la continuità d'esercizio delle arti e delle professioni, l'imperatore Costantino fissò, con leggi, l'obbligo dell'ereditarietà, per cui i professionisti e gli artigiani furono vincolati al mestiere del padre, almeno per le corporazioni considerate come necessarie. Le corporazioni, allora, furono costrette a vincolare i beni dei proprî collegiati, per l'esecuzione necessaria dei pubblici servizî, e poi a vincolare la discendenza maschile dei proprî membri. Gravi pene colpirono coloro che, con la fuga, tentavano di sottrarsi a questi oneri. Si nasceva <em>originales </em>di una determinata professione (<em>functio</em>), e non era più lecito sottrarsi al proprio destino, nemmeno rinunciando all'eredità. Norme generali prescrissero il trapasso forzato dei membri di corporazioni meno importanti a quelle più importanti, e il reclutamento di cittadini liberi da altri vincoli (<em>vacui</em>, inoperosi) nelle varie corporazioni, per assicurar l'esistenza e il funzionamento di queste. L'incorporazione poté essere anche conseguenza di una sentenza di condanna; onde avvenne che <em>collegiati </em>si dissero, nel sec. V e più tardi, coloro che, per ragioni di pena, erano affidati alla custodia delle corporazioni cittadine per vincoli di lavoro (Isidoro, <em>Etymol</em>., IX, 4).<br><br></div><div>La vigilanza sulle corporazioni era esercitata da diversi funzionarî: il <em>praefectus praetorio </em>aveva la vigilanza sui trasporti, assistito dai <em>vicarii </em>e dai governatori nelle diocesi e nelle provincie; il <em>praefectus urbi </em>sorvegliava le professioni e i mestieri in generale, assistito, per certe funzioni, dal <em>curator operum publicarum</em>. Per talune corporazioni, dipendenti direttamente dallo stato (<em>monetarii</em>, <em>metallarii</em>, ecc.), il controllo spettava a ufficiali speciali, come il <em>procurator monetae</em>.<br><br></div><div>D'altra parte, i professionisti e gli artigiani, tenuti a pubblici servizî, godevano di speciali esenzioni e privilegi; come i <em>navicularii</em>, che erano esenti dalle cariche municipali e curiali e garantiti da provvedimenti speciali in casi d'infortunio marittimo; o i <em>pistores</em>, esenti dagli oneri delle tutele, e via via. In processo di tempo, asservite tutte le corporazioni allo stato, si ebbe per i collegiati un'esenzione generale dagli oneri della tutela, dai <em>numera sordida et extraordinaria </em>e dalla <em>collatio equorum</em>; mentre le grandi corporazioni d'interesse pubblico ebbero anche la dispensa dai <em>munera civilia </em>e dal <em>portorium </em>(dogana), e altre immunità. Tutti i membri delle arti partecipavano alle distribuzioni gratuite di derrate statali e potevano assistere agli spettacoli pubblici.<br><br></div><div>Nonostante la molteplicità dei vincoli, che caratterizza la decadenza dell'economia antica, bisogna riconoscere che il sistema corporativo ha dato grande incremento alla vita civile, garantendo le città nei propri e ordinati rifornimenti e nella tradizione delle professioni e dei mestieri, favorendo l'organizzazione del lavoro, assicurando ai corporati i mezzi di sostentamento. Se talune corporazioni troppo rigidamente vincolate a pubblici servizî erano spesso sfuggite, ve n'erano altre numerosissime, che offrivano utilità ai singoli e alle città, e che vivevano con una certa indipendenza: sotto i proprî <em>magistri </em>o <em>rectores</em>, col sussidio di proprî <em>patroni </em>o <em>defensores</em>, con propria sede e con propria cassa: queste organizzazioni ebbero una parte notevole nello sviluppo dell'economia antica, nella trasmissione dei mestieri, nell'organizzazione del lavoro. La decadenza economica prima, le invasioni barbariche dopo, con le relative conseguenze dello spopolamento delle città e dell'impoverimento generale, ridussero via via il numero e le forze di questi organismi; ma essi lasciarono anche più tardi imponenti segni della loro attività.<br><br></div><div>Sta di fatto che, in Italia, sotto il governo di Odoacre, poi sotto quello dei re ostrogoti, quindi sotto i Bizantini, continuandosi il sistema romano, per cui lo stato era il coefficiente massimo dell'economia nazionale, continuarono anche le corporazioni, come organi pubblici o quasi pubblici, con il vincolo professionale e con l'obbligatorietà delle prestazioni, con la giurisdizione speciale, con le forme esteriori già note. Abbiamo precise memorie della persistenza delle corporazioni a Roma, Ravenna e Napoli; e forse esse durarono anche altrove in Italia e nella Francia meridionale. A Ravenna si dicevano <em>scholae</em>, dal nome dell'aula destinata alle adunanze.<br><br></div><div>L'invasione longobarda (568) travolse l'Italia verso l'estrema decadenza, sicché le arti dovettero languire, e le corporazioni, già indebolite, disciogliersi. Tuttavia resta la tradizione del mestiere, resta l'officina, col maestro, con gli apprendisti e i lavoranti; onde si hanno numerose attestazioni di <em>magistri</em>, di <em>discipuli</em>, di <em>laborantes</em>. Famosi fra tutti i <em>magistri Commacini</em>, che continuarono le tradizioni delle arti costruttive antiche, come architetti e come maestri murarî, e che provenivano, in gran parte, dai paesi dei laghi milanesi e comaschi, dove già dall'epoca romana era famosa l'arte delle costruzioni. Si ricordano pure i <em>saponai </em>di Piacenza; i navicellai, i pescatori, i ricercatori di sabbie aurifere di Pavia, le <em>scholae </em>artigiane di Verona, i monetieri di Pavia e di Milano, i <em>negotiatores </em>o <em>mercatores </em>di molte città italiane. È incerto se questi artigiani e questi mercanti avessero propria organizzazione, con capi e con cassa comune, e con personalità distinta da quella dei soci. Forse ai barbari convenne mantenere in vita, nelle nostre città, le organizzazioni esistenti, che rispondevano con prestazioni e con tributi allo stato, e che erano già attrezzate in modo da dare prodotti utili. Ma sarebbe eccessivo sostenere, come si è tentato, una continuità delle antiche corporazioni attraverso l'alto Medioevo, per spiegare così la ricca fioritura delle corporazioni dell'età comunale. Questa continuità si scorge sicura nelle <em>scholae </em>di Ravenna (pescatori, mercanti, ortolani, macellai, fornai) o di Roma (ortolani, calzolai); s'intravede forse nelle <em>maestranze </em>delle città siciliane anche sotto il dominio arabo; nei mestieri di talune città dell'alta e media Italia e della Francia meridionale; ma sarebbe difficile provare la persistenza dell'antica corporazione nei lunghi secoli della grave depressione economica che colpì l'Europa occidentale tra il sec. VI e il XI. I <em>nautae parisiaci </em>dell'età di Tiberio sembrano continuati nei <em>marchands de l'eau</em>, che ebbero tanta importanza a Parigi dal sec. XIII in poi; ma sembra ardito asserire tuttavia che l'antica corporazione romana sia rimasta in vita per tutto l'alto Medioevo.<br><br></div><div>Allorché, nel periodo feudale, attraverso nuovi rapporti quasi contrattuali, si ebbe una maggiore certezza del diritto, rinacque più intensa anche la vita economica, e con essa si fecero più frequenti e più sicuri i traffici e le industrie. L'economia curtense che aveva dominato durante l'età barbarica, è superata da una nuova economia, che si sviluppa nelle città e che si dice economia del mestiere o dell'artigianato. In essa prevalgono gli artigiani e i mercanti, ossia i lavoratori liberi, che operano in forme tradizionali, e che tendono al guadagno con lo scambio dei prodotti del proprio lavoro. Hanno una propria officina o un proprio negozio, e provvedono agli acquisti della materia prima o ai mezzi di trasporto, e poi vendono o rivendono le cose prodotte o acquistate, realizzando il profitto. Mentre i mercanti si recano di città in città, di fiera in fiera, gli artigiani lavorano nelle oscure officine delle nostre città. Si forma così un nuovo sistema economico, fondato sul lavoro libero o artigianato, il quale avvia le forme del sistema capitalistico moderno. Famosi si resero i mercanti di Milano, di Piacenza, di Venezia, di Firenze, di Siena, di Genova, di Pisa, di Amalfi; famosi gli artigiani delle città italiane, che produssero i panni di lana e di seta, le armi, le vesti, gli ornamenti, che si diffusero per tutta l'Europa.<br><br></div><div>È evidente che questi mercanti e questi artigiani dovettero sentire presto l'esigenza dell'associazione. A questa erano sospinti da impulso religioso, da ragioni di difesa, dal bisogno di reciproco aiuto. Si formarono così frequenti, nelle città, le organizzazioni industriali e mercantili, che favorirono lo sviluppo della nuova economia. Si dissero <em>fraternitates</em>, <em>fratalea</em>, <em>fraglia</em>, <em>confréries</em>, per indicare il movente religioso e mutualistico; più generalmente <em>artes</em>, per indicare l'attività industriale o mercantile, derivata dalla tradizione e dai bisogni economici del tempo, e variamente <em>ministeria</em>, donde il francese <em>métier</em>; ma anche <em>paratica</em>, dall'uso di mostrarsi nelle cerimonie cittadine in parata, sotto il proprio vessillo; o <em>maestranze</em>, dalla tradizione del magistero dell'arte.<br><br></div><div>A Venezia, a Ravenna, a Verona, a Padova, conservarono l'antico nome di <em>scholae</em>. In Inghilterra e nell'Europa settentrionale, si dissero <em>gilde</em>, <em>guildes</em>, dalla tassa (<em>geld</em>) che era imposta sugli affigliati, per le spese comuni; e così nei Paesi Bassi. In Germania si dissero <em>Innungen</em>, <em>Gilden</em>, <em>Zünfte</em>; in Spagna, <em>gremios</em>. Avevano proprî capi (<em>gastaldiones</em>, <em>ministri</em>, <em>decani</em>, <em>massarii</em>, <em>consules</em>); una sede propria per le riunioni dell'arte, talvolta una chiesa; una cassa e un patrimonio comuni. Si dettero proprî statuti (<em>brevia</em>, <em>statuta</em>, <em>matricula</em>). Ebbero un'influenza diretta nell'amministrazione cittadina, e guadagnarono un'importanza sempre maggiore. Nel sec. XIII, tutte le professioni e tutte le arti, almeno quelle principali, erano organizzate in corporazioni, e queste corporazioni avevano dappertutto sempre maggiore peso nella vita cittadina, fino a costituire monopolî.<br><br></div><div>Le origini di queste corporazioni si legano senza dubbio alla tradizione romana; ma, come si è detto, è incerto se le antiche corporazioni sieno durate tanto da offrire un preciso modello. Nelle corporazioni medievali, vi sono impulsi religiosi ed economici nuovi, e forse la costituzione di questi corpi di mercanti e di artigiani è il prodotto di uno spirito nuovo e di nuovi bisogni.<br><br></div><div>Intanto la base della corporazione artigiana sembra posta nella confraternita, dove l'unione ha fini di devozione e di reciproco aiuto (<em>schola</em>, <em>fraglia</em>). Nel suo sviluppo giuridico essa tende a provvedere all'equilibrio della produzione economica, limitando e regolando i rifornimenti della materia prima, l'esportazione e l'importazione, eliminando la concorrenza, ostacolando l'intervento di stranieri e regolando i prodotti industriali con minute prescrizioni, ignote alle corporazioni romane. Invece, nell'interno dell'arte, noi troviamo un' organizzazione che richiama l'antica: a capo vi sono funzionarî liberamente eletti (consoli, gastaldi, priori rettori, massari), tra i componenti dell'organizzazione si distinguono i maestri, capi dell'officina, dai lavoranti e dai garzoni, destinati anch'essi a diventare maestri (<em>maîtres</em>, <em>apprendistes</em>, <em>garçons</em>, <em>meister</em>, <em>geselle</em>, <em>schelinger</em>). Nella corporazione, vale il principio della giurisdizione speciale, per cui i capi giudicano le controversie tra i soci e quelle tecniche relative all'arte.<br><br></div><div>Generalmente si distingue tra i corpi dei mercanti e quelli degli artigiani. La corporazione dei mercanti, detta <em>universitas</em>o <em>ars mercatorum</em>, <em>paraticum mercatorum</em>, <em>mercadantia</em>, <em>mercanzia </em>(v. mercanzia), raccoglie in una sola organizzazione o in poche grandi organizzazioni, grossi industriali e mercanti, che producono merci destinate all'esportazione, lana, seta, armi, o che provvedono allo scambio dei prodotti, in gran copia, nelle fiere e nelle città lontane. Alla metà del sec. XII, sono già organizzate a Piacenza (1154), a Milano (1158), a Roma (1165), e in altre città. Hanno a capo consoli o rettori, che sono chiamati a partecipare ai negozî politici e a sorvegliare certi servizî pubblici relativi al commercio: strade, giurisdizione mercantile, dazî, mercati, annona. Mentre in alcune città, come a Genova e a Venezia, dove la classe dominante corrisponde quasi esattamente alla classe mercamile, la corporazione dei mercanti o mercanzia mantiene il carattere unitario, presso altre invece, dove il contrasto delle classi è più vivo e violento, come a Firenze, si staccano dal nucleo primitivo nuovi nuclei mercantili e formano le arti maggiori.<br><br></div><div>Arti, in senso proprio, sono le unioni degli artigiani, legati dal vincolo del mestiere e costituiti in società, con fini di culto, di vicendevole difesa e d'aiuto. Come corpo differenziato, con personalità giuridica, compaiono soltanto a incominciare dal sec. XII, e si moltiplicano rapidamente nelle città, via via che ogni arte, ogni mestiere si scioglie dai vincoli del sistema curtense, oppure si distacca da un maggiore organismo artigiano, cui era originariamente congiunto. In origine, l'appartenenza all'arte è libera; poi si proibisce l'esercizio del mestiere al non iscritto alla corporazione.<br><br></div><div>Nell'organizzazione delle arti, si deve distinguere tra i paesi, dove il potere centrale riuscì a mantenere salde le proprie prerogative, come a Venezia, oltreché nei regni di Napoli e Sicilia, in Francia, in Aragona e in Catalogna e in alcuni paesi della Germania, e gli altri, dominati dallo sviluppo autonomo della città, dove il potere centrale fu costretto a dividere le proprie prerogative con gl'interessi delle classi. Nel primo caso, le arti non furono veramente se non organizzazioni di mestiere, con fini relativamente limitati e con scarsi poteri politici. Qui le arti furono più numerose; ma ebbero minore influenza politica e furono più rigorosamente sorvegliate dalle pubbliche autorità. A Venezia tutti i mestieri formarono la propria <em>schola </em>o <em>mariegola</em>, con statuti esaminati e approvati dalla pubblica autorità, sotto un pubblico ufficio di controllo, detto <em>Giustizia</em>; più tardi (sec. XVI) sotto i Cinque Savî, più tardi ancora (1707) sotto gl'inquisitori sulle arti; in Francia, il <em>Livre des métiers </em>di Stefano Boileau (1268) enumera per Parigi circa cento mestieri organizzati, divisi in sei gruppi (alimentazione, oreficerie e arti belle, metalli comuni, stoffe e abbigliamento, cuoio e pelliccerie, costruzioni), e questi mestieri sono concepiti sotto la proprietà del re, che delega proprî funzionarî alla sorveglianza e alla giustizia. Non diversa è la situazione delle maestranze siciliane e dei gremî spagnoli.<br><br></div><div>Invece, nelle città libere, e principalmente nelle grandi città industriali e commerciali, come Milano, Firenze, Piacenza, Bologna, Siena, Pisa, Perugia, oltreché nelle città delle Fiandre e presso alcune della Germania, le arti organizzate si costituirono in regime di privilegio e attivamente parteciparono alla vita politica; sicché furono meno numerose, ma più assorbenti, e finirono col soffocare le libertà comunali. Nella maggior parte di queste città, si distinsero le <em>arti maggiori</em>, costituite dai grandi collegi industriali e mercantili interessati all'esportazione, dalle <em>arti minori</em>, costituite dalle altre professioni e dagli altri mestieri, che avevano guadagnato il diritto di organizzazione. A Firenze si ebbero sette arti maggiori (giudici e notai, mercanti di Calimala, cambiatori, medici e speziali, arte della lana, arte della seta, pellicciai), e cinque minori, cresciute più tardi a quattordici (beccai, calzolai, fabbri, maestri di pietre e di legname, galigai, vinattieri, fornai, oliandoli, chiavaiuoli, linaiuoli, legnaiuoli, corazzai, correggiai, albergatori); a Pisa, tre mercanzie (arte del mare, mercatanti e lanaiuoli) in contrapposto alle sette arti minori; a Perugia, tre arti maggiori o grosse (cambiatori, mercanti e calzolai), in confronto con numerose arti minute; e così via. Le arti maggiori ebbero subito privilegi nel governo del comune, assicurando la prevalenza alla borghesia grassa; ma più tardi anche le arti minori pretesero una partecipazione al governo (v. milano; firenze; perugia: storia). A Genova i mercanti tennero lungo tempo, insieme coi nobili, il governo della città; a Rouen i <em>syndics de drapier </em>finirono con l'amministrare per secoli la città. A Firenze, dove lo sviluppo democratico fu più completo e caratteristico, si limitarono i diritti politici agli ascritti alle corporazioni (1282), si esclusero i nobili (<em>magnati</em>) da ogni attività politica (1292), e si consacrò il governo delle arti.<br><br></div><div>Simile movimento era stato generale nelle città italiane. Le arti avevano guadagnato una partecipazione al governo comunale, mediante i proprî capi o delegati (<em>capitudini delle arti</em>, <em>consolato della mercanzia </em>o <em>delle arti</em>), ma non si accontentarono; vollero più ampî poteri, contro i nobili, contro la borghesia grassa, e organizzarono i contrasti e le rivoluzioni. A Milano, nel 1198, si organizzò la <em>credenza di S</em>. <em>Ambrogio</em>, affermazione delle classi popolari riunite nelle arti contro il comune dei nobili e dei mercanti; e, nel corso del sec. XIII, in tutte le città italiane, sull'unione delle arti minori, si fonda un <em>commune populi</em>, che si contrappone al vecchio comune, sotto il comando del capitano del popolo e dei consigli delle arti; per ciò l'organismo politico del comune viene smembrato, e si prepara rapidamente l'avvento della signoria e dei tiranni (v. comune), avvento che trionfa in quasi tutte le città italiane tra la fine del sec. XIII e il principio del XIV. Soltanto a Firenze, a Siena e in poche altre città, il governo democratico delle arti riesce a reggere più a lungo (fine del sec. XIV); ma anche in queste città al comune democratico succede la signoria.<br><br></div><div>S'inizia allora un nuovo periodo per la storia delle arti. Queste, di fronte al signore, perdono ogni potere politico, e restano come organizzazioni di mestiere, con fini religiosi ed economici, oltreché di controllo della produzione; e si trasformano in cerchi chiusi di protezione professionale e artigiana, soggette all'approvazione della pubblica autorità. Allora le corporazioni artigiane diventano anche più numerose, essendo concesso il diritto di organizzazione a taluni mestieri inferiori, dipendenti da arti più potenti, i quali ne erano rimasti privi. Ma ormai le arti hanno perduto ogni spirito d'iniziativa, assumendo quel carattere monopolistico, che serve a conservare la tradizione dell'arte, a regolare il prodotto, a determinare i prezzi, a livellare le mercedi, ma irrigidisce le forme del mestiere.<br><br></div><div>È il periodo della decadenza delle arti. Ma ormai, dall'economia dell'artigianato si passa all'economia capitalistica moderna. Questa tende a rompere i vecchi vincoli, per sostituirvi i principî della libertà del lavoro e della libera concorrenza. L'artigianato cede il posto all'impresa, dove il capitalista organizza operai, che sono meramente salariati.<br><br></div><div>Le nuove dottrine economiche del sec. XVIlI si propagarono rapidamente. Anche a Venezia, dove si reggeva ancora la vecchia aristocrazia e dove le arti vissero fino al 1796, si studiò fin dal 1714 il problema della libertà del lavoro, e si prepararono progetti per la trasformazione delle arti. In Francia Turgot condusse una serrata battaglia contro i vincoli delle vecchie arti, ma il suo tentativo di abolirle non riescì. L'abolizione invece si ebbe in Italia, per opera dei principi riformatori. Un editto di Pietro Leopoldo di Toscana aboliva, nel 1770, tutte le corporazioni e le magistrature delle arti; nella Lombardia austriaca, una legge del 1770 toglieva tutti i privilegi ai corpi d'arte, e un'altra del 1778 e del 1786 procedeva a una soppressione generale. Questa si ebbe in Francia ai tempi della rivoluzione: l'assemblea costituente abolì le corporazioni degli artigiani e dei mercanti, le maestranze e le leghe giurate, e proibì che se ne creassero di nuove. Essa proclamò la libertà del lavoro e del commercio, imponendo soltanto la <em>patente</em>, corrispondente a una pubblica autorizzazione. Con la rivoluzione francese, l'abolizione si estese rapidamente nei varî stati italiani, che non l'avevano ancora adottata, oltre che nel Belgio, nella Spagna, e in varie regioni della Germania. L'economia liberistica trionfava intanto in tutti i paesi d'Europa. Essa si era affermata ormai, col principio del sec. XVIII, in Inghilterra, dove le antiche gilde mercantili e artigiane erano state superate; e, fin dal chiudersi del sec. XVIII, in Inghilterra stessa, lo spirito d'associazione e il sentimento di libertà crearono le nuove forme d'organizzazione operaia, che si costituirono come società operaie per soccorso mutuo e come sindacati (v. societâ di mutuo soccorso e sindacalismo). Sotto queste forme sorsero anche le nuove organizzazioni nel continente europeo e negli stati liberi d'America (v. anche corporazioni).<br><br></div><div>Bibl.: I. P. Waltzing, <em>Les corporations professionelles chez les Romains</em>, Lovanio 1895 segg., voll. 4; P. Martin de Saint Léon, <em>Histoire des corporations des métiers</em>, 2ª ed., Parigi 1920; A. Solmi, <em>Le associazioni in Italia avanti le origini del comune</em>, Modena 1898; G. Arias, <em>Sistema della costituzione econ. e soc. dei comuni italiani</em>, Torino 1905; C. Rodocanachi, <em>Les corporations ouvrière à Rome</em>, Parigi 1894; A. Doren, <em>Florentiner Zunftwesen</em>, Stoccarda 1909; A. Alberti, <em>Le corporazioni d'arti e mestieri e la libertà del commercio</em>, Milano 1891.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-05-16 09:41:05 UTC</pubDate>
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         <author>aulaponcompagnifirenze</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>maggióre</strong> (ant. <strong>maióre</strong>) agg. [lat. <em>maior</em> -<em>oris</em>, compar. di <em>magnus</em> «grande»] (al sing. masch. e femm., se premesso al sost., per lo più si tronca, spec. davanti a consonante). – <strong>1.</strong> Comparativo di <em>grande</em>, che nell’uso si alterna con il comparativo regolare <em>più grande</em>, al quale talvolta si preferisce: <em>ne prese una porzione m</em>.; <em>ha bisogno di maggior comprensione</em>; <em>vorrei maggior libertà di movimenti</em>; <em>Virgilio</em>, <em>d’Enea parlando</em>, <em>in sua m</em>. <em>loda pietoso lo chiama</em> (Dante); <em>nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo felice Ne la miseria</em> (Dante). In alcune espressioni non può essere sostituito da <em>più grande</em>: <em>forza m</em>. (v. forza, n. 5 <em>b</em>); <em>età m</em>. o <em>m</em>. <em>età</em> (v. età, n. 1 <em>c</em>); <em>il m</em>. <em>offerente</em>, chi, spec. nelle vendite all’asta, offre il prezzo più alto. Preceduto dall’art. determinativo, ha valore di superlativo: <em>il Po è il maggior fiume d’Italia</em>; <em>il maggior numero</em>; <em>la maggior parte degli uomini</em>; <em>con la maggior cura possibile</em>. <strong>a.</strong> Riferito a cosa, ne mette in rilievo l’importanza, essendo implicito il confronto con cose analoghe d’importanza minore: <em>piazza m</em>.; <em>sala m</em>.; <em>altar m</em>. (v. altare, n. 1); <em>l’albero m</em>., l’albero maestro di una nave (e poeticam., con lo stesso senso: <em>al prode Che tronca fe’ la trïonfata nave Del maggior pino</em>, <em>Foscolo</em>); <em>nave m</em>., secondo il codice della navigazione, lo stesso che <em>nave alturiera</em>, cioè destinata alla navigazione d’alto mare; <em>ordini m</em>., nella gerarchia ecclesiastica preconciliare (v. ordine, n. 8); <em>arti m</em>., nei comuni medievali, contrapposte alle <em>arti minori</em> (v. arte, n. 7), da cui forse la locuz. fig. <em>andare per la m</em>. (v. andare<sup>1</sup>, n. 8 <em>d</em>). In denominazioni partic., con iniziale maiuscola: <em>Porta Maggiore</em> (in <em>Roma</em>); (<em>Chiesa di</em>) <em>Santa Maria Maggiore</em>; <em>Orsa Maggiore</em>. <strong>b.</strong> Riferito a persona, indica eccellenza, grande rilevanza: <em>il maggior poeta lirico dei nostri tempi</em> (anche in giudizî negativi: <em>è la maggior canaglia che abbia mai conosciuto</em>); <em>i trecentisti m</em>. (in opposizione ai <em>trecentisti minori</em>), Dante, Petrarca e Boccaccio; indica anche superiorità in un qualsiasi ordinamento gerarchico: <em>rabbino m</em>.; <em>sagrestano m</em>.; <em>cappellano maggiore</em>. Talvolta con uso di sost.: <em>i maggiori</em> (e così <em>i minori</em>) <em>dell’Ottocento</em>; <em>la reverenza che dee lo minore a lo m</em>. (Dante). Con altro sign., posposto al nome di uno scrittore o di un artista, ma con riferimento indiretto alle sue opere, indica l’opera o l’insieme delle opere più significative di questo artista: <em>Dante m</em>.; <em>l’Ariosto</em>, <em>il Foscolo</em>, <em>il Manzoni maggiore</em>. <strong>c.</strong> Con riferimento all’età di una persona, in usi assol. è talvolta sinon. di <em>maggiorenne</em>, che ha raggiunto cioè l’età di 18 anni, diventando giuridicamente responsabile dei proprî atti: <em>fra un anno sarà m</em>. <em>e potrà decidere senza il consenso del padre</em>; più spesso con valore relativo, per indicare persone nate prima di altre: <em>ha tre figli</em>, <em>il m. dei quali ha dieci anni</em>; <em>è venuto a trovarmi con la figlia maggiore</em>. Aggiunto a nome proprio di persona, secondo l’uso latino, serve a distinguere (in contrapp. a <em>minore</em>) il più antico tra personaggi di ugual nome: <em>Bruto M</em>., il fondatore della repubblica romana (distinto da <em>Bruto Minore</em>, l’uccisore di Cesare); <em>Catone M</em>. (o <em>il M</em>.), Catone il Censore (contrapp. a <em>Catone Minore</em> o <em>Uticense</em>). È conforme al latino anche l’uso del plurale sostantivato, <em>i maggiori</em>, nel senso di avi, antenati: <em>chi fuor li maggior tui?</em> (Dante). <strong>2.</strong> Nel linguaggio filosofico, con riferimento a un sillogismo, <em>termine m</em>., quello che serve da predicato alla conclusione, cioè quello dei due termini estremi che è di maggior estensione; <em>premessa m</em>. (o assol. <em>la maggiore</em>), quella delle due premesse che contiene il termine maggiore. <strong>3.</strong> Nella terminologia musicale, il termine, introdotto verso la metà del sec. 17°, fa riferimento all’ampiezza di un intervallo, alla struttura di un accordo o al modo di una scala o di una tonalità. Compare in diverse locuzioni: <strong>a.</strong> <em>Intervallo m</em>., intervallo di <em>seconda</em> formato da un tono, di <em>terza</em> formato da due toni, di <em>sesta</em> formato da quattro toni e un semitono, e di <em>settima</em> formato da cinque toni e un semitono, a partire da qualunque nota (il corrispondente intervallo minore è formato da un semitono in meno che nell’intervallo maggiore: per es., l’intervallo <em>do</em>-<em>re</em> naturale viene detto <em>di seconda maggiore</em>, mentre l’intervallo <em>do</em>-<em>re</em> bemolle viene detto <em>di seconda minore</em>). <strong>b.</strong> <em>Accordo m</em>., o <em>accordo perfetto m</em>., accordo costituito da una nota fondamentale e da altre due note ad essa sovrapposte verticalmente alla distanza rispettivam. di una terza maggiore e di una quinta giusta: per es., l’accordo perfetto maggiore costruito su <em>do</em> è costituito dalle note <em>do</em>, <em>mi</em>, <em>sol</em> e prende il nome di <em>accordo di do maggiore</em>. <strong>c.</strong> <em>Scala m</em>., scala costituita da una successione ordinata, per grado congiunto, di otto suoni compresi nell’ambito dell’ottava e in cui gli intervalli di semitono si trovano fra il terzo e il quarto e, rispettivam., fra il settimo e l’ottavo grado, mentre le distanze fra tutti gli altri gradi congiunti sono costituite da intervalli di tono; si dice inoltre <em>tonalità m</em>. la tonalità che si riferisce a una scala di modo maggiore. <strong>d.</strong> <em>Semitono m</em>. e <em>tono m</em>. indicano, in relazione a scale in cui compaiono due tipi di toni e semitoni di diversa ampiezza (come, per es., in quella descritta da G. Zarlino, 1517-1590), gli intervalli più ampî, mentre quelli più ridotti sono detti <em>minori</em>: così, nella scala predetta, l’intervallo <em>do</em>-<em>re</em>, che ha un rapporto di frequenza di 9<em>/</em>8, è il tono maggiore, mentre l’intervallo <em>re</em>-<em>mi</em>, che ha un rapporto di frequenza inferiore (10<em>/</em>9), è il tono minore. <strong>4.</strong> In matematica, l’espressione «maggiore di» si rende simbolicamente col segno › (cioè <em>a</em><strong>&gt;</strong><em>b</em> significa che <em>a</em> è maggiore di <em>b</em>); l’espressione «maggiore o uguale a» è resa con il simbolo <strong>≥</strong>. <strong>5.</strong> Nel linguaggio militare: <strong>a.</strong> Come agg., <em>stato m</em>., <em>corpo di stato m</em>., <em>capo di stato m</em>. (v. stato maggiore); <em>caporal m</em>., <em>maresciallo m</em>., <em>sergente m</em>., <em>aiutante m</em>. (v. i singoli sost.). <strong>b.</strong> Come s. m., primo grado della gerarchia degli ufficiali superiori delle <em>forze armate</em> terrestri e aeree, al quale compete il comando di un battaglione o di unità corrispondente. <em>Maggior generale</em>, fino alla <em>prima guerra mondiale</em>, primo grado della categoria dei generali, in seguito sostituito con quello di generale di brigata; attualmente, primo grado degli ufficiali generali dei corpi e servizî tecnici dell’esercito e dell’aeronautica.  Avv. <strong>maggiorménte</strong>, in modo, <em>misura</em> o grado maggiore: <em>i generi alimentari maggiormente colpiti dagli aumenti</em>; anche rafforzato, <em>molto maggiormente</em>, <em>tanto maggiormente</em>, letter. <em>vie maggiormente</em>: <em>mi hanno abbandonata tutti</em>, <em>e tanto maggiormente i miei figli</em>; sempre più, ancor più: <em>queste parole confermano maggiormente i miei dubbî</em>; <em>negli ultimi tempi il suo carattere si è maggiormente inasprito</em>.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-05-16 09:42:43 UTC</pubDate>
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