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      <title>cittadinanza e costituzione by Salvatore Cataudella</title>
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      <description>Fatto con vibrazioni positive</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2020-05-28 14:05:19 UTC</pubDate>
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         <title>AMNESTY INTERNATIONAL </title>
         <author>salvatorecataudellastud</author>
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         <description><![CDATA[<div>AMNESTY INTERNATIONAL:</div><div>Amnesty International è un'organizzazione non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani. Lo scopo di Amnesty International è quello di promuovere, in maniera indipendente e imparziale, il rispetto dei diritti umani sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti umani e quello di prevenire specifiche violazioni. Fondata il 28 maggio 1961 dall'avvocato inglese Peter Benenson, l'organizzazione conta oggi oltre sette milioni di soci sostenitori, che risiedono in più di 150 nazioni. Il suo simbolo è una candela nel filo spinato. Ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1977 per l'attività di "difesa della dignità umana contro la tortura, la violenza e la degradazione. L'anno seguente è stata insignita del Premio delle Nazioni Unite per i diritti umani. Nel 1991, riceve il premio Colombe d'Oro per la Pace dell'Archivio Disarmo di Roma, per l’azione contro la violazione dei diritti umani nell’anno della Guerra del Golfo, che coincideva con il trentennale della sua fondazione. Amnesty International opera in favore delle persone incarcerate per motivi di coscienza, uomini o donne, le cui credenze, la loro origine o l'appartenenza religiosa o politica gli hanno valso la privazione della libertà. Amnesty International si oppone ugualmente e senza riserva a tutte le forme di tortura e alla pena di morte. Nel perseguimento di questa visione, la missione di Amnesty International è quella di svolgere ricerche e azioni per prevenire e far cessare gravi abusi dei diritti all'integrità fisica e mentale, alla libertà di coscienza e di espressione e alla libertà dalla discriminazione.</div><div> </div><div>PATRICK ZAKY:</div><div>È stato arrestato senza un motivo particolare all’aeroporto del Cairo. Patrick George Zaky, attivista e ricercatore egiziano di 27 anni, è stato interrogato, torturato e, alla fine, incriminato. Il ricercatore, che studia per il dottorato all’Università di Bologna, stava tornando dalla sua famiglia per una breve visita, quando è stato trattenuto ed è scomparso per le successive 24 ore. È stato prima interrogato al Cairo, poi trasferito nella sua città natale, Mansoura, a circa 120 chilometri a nord est. Durante queste ore, secondo i suoi avvocati, è stato picchiato, sottoposto a scosse elettriche, minacciato e interrogato su varie questioni legate al suo lavoro e al suo attivismo. Nessuno, compresi i suoi genitori, è stato inizialmente informato del suo arresto. Nel corso dell’interrogatorio, i pubblici ministeri hanno presentato un elenco di accuse contro Patrick, fra cui «pubblicare voci e false notizie che mirano a disturbare la pace sociale e seminare il caos; istigazione alla protesta senza il permesso delle autorità competenti allo scopo di minare l’autorità statale; chiedendo il rovesciamento dello stato; gestire un account di social media che ha lo scopo di minare l’ordine sociale e la sicurezza pubblica; istigazione a commettere violenze e crimini terroristici». Quello di Zaki è un caso di detenzione arbitraria e violenta che sta preoccupando le organizzazioni internazionali e che sembra ricordare da vicino quello di Giulio Regeni, ricercatore italiano torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani quattro anni fa. Con una lettera all’ambasciatore egiziano a Roma, Amnesty International ha subito espresso le proprie preoccupazioni per la situazione dello studente egiziano. «La sensazione è che si tratti dell’ennesima persecuzione verso un attivista politico.</div><div>ULTIME NOTIZIE:</div><div>La decisione del tribunale sulla detenzione di Patrick dovrebbe essere emessa domani. Vorremmo sottolineare che Patrick è tuttora in aula, da più di 10 ore, e non ha potuto mangiare, bere o usare il bagno”. Attorno alle 22 di ieri, domenica 17 gennaio, un post pubblicato sulla pagina Facebook ‘Patrick Libero’ lascia tutti sgomenti. La sorte di Patrick Zaki rinviata, il suo destino resta appeso al volere del regime di Abdel Fattah al-Sisi. È stata una domenica infinita e dolorosa per lo studente 28enne, per la sua famiglia e per chi ha conosciuto e condiviso un pezzo di vita e di strada con lui. Per la prima volta in maniera così ostinata, le autorità giudiziarie della State Security Prosecution sembrano essersi volute accanire nei confronti dello studente egiziano arrestato il 7 febbraio 2020 all’aeroporto del Cairo di rientro da Bologna, dove aveva terminato il primo ciclo di studi del programma Erasmus. Nella tarda mattinata di domenica, Zaki è stato trasferito dalla sua cella della sezione Scorpio II del carcere di Tora nell’aula bunker del complesso trasformato in palazzo di giustizia dedicato ai casi di terrorismo e dei detenuti per reati politici e di coscienza. I due plessi distano 600 metri a piedi l’uno dall’altro. Stando a quanto riferito dai suoi legali, Patrick Zaki avrebbe risposto ad alcune domande avanzate dalla corte dopo aver ascoltato l’arringa difensiva della sua legale. L’udienza poi è terminata, ma Zaki è rimasto all’interno dell’aula nei piani inferiori dell’edificio che un tempo ospitava l’istituto dei cadetti di polizia, luogo noto per le torture che vi si svolgevano prima che al-Sisi decise di trasformarlo in un palazzo di giustizia speciale. Il peggio doveva ancora venire e a riferirne alcuni particolari sono stati i suoi avvocati: “Patrick si trova in condizioni disumane nonostante la sua sessione sia finita, ma è costretto ad aspettare fino alla fine di tutte le sessioni della giornata in tribunale per tornare al suo luogo di detenzione”. E oggi, nella mattina di lunedì 18 gennaio, potrebbe arrivare la beffa dell’ennesimo rinvio per altri 45 giorni, periodo che allungherebbe la carcerazione preventiva di Zaki oltre il 7 febbraio prossimo, una data simbolica molto importante: il primo anniversario dal suo arresto con assurde accuse di terrorismo.</div><div> </div><div>GIULIO REGENI:</div><div>L'omicidio di Giulio Regeni è stato un delitto commesso in Egitto tra gennaio e febbraio 2016.Giulio Regeni era un dottorando italiano dell'Università di Cambridge rapito il 25 gennaio 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani. Le condizioni del corpo, ritrovato vicino al Cairo in un fosso lungo l'autostrada per Alessandria, mostrarono evidenti segni di tortura che si ipotizzò fossero in relazione con i legami che, si supponeva, Regeni avesse con il movimento sindacale che si opponeva al governo del generale al-Sīsī, legami che tuttavia non sono mai stati provati. L'uccisione di Giulio Regeni ha dato vita in tutto il mondo, e soprattutto in Italia, a un acceso dibattito politico sul coinvolgimento nella vicenda e dei depistaggi successivi, attraverso uno dei suoi servizi di sicurezza, dello stesso governo egiziano. Tali sospetti hanno costituito motivo di forti tensioni diplomatiche con l'Egitto.</div><div>ULTIME NOTIZIE:</div><div>Nel sostenere che un processo in Italia sarebbe "immotivato", la Procura generale egiziana accredita la tesi secondo la quale imprecisate "parti ostili a Egitto e Italia vogliano sfruttare" il caso di Giulio Regeni "per nuocere alle relazioni" tra i due paesi. Ciò, aggiunge la Procura, sarebbe provato dal luogo del ritrovamento del corpo e dalla scelta del giorno del sequestro e di quello del ritrovamento del cadavere, avvenuto durante una missione economica italiana al Cairo. "La Farnesina ritiene che quanto affermato dalla Procura Generale egiziana relativamente al tragico omicidio di Giulio Regeni sia inaccettabile". In una nota diffusa in serata la Farnesina ribadisce "di avere piena fiducia nell'operato della magistratura italiana" e che "continuerà ad agire in tutte le Sedi, inclusa l'Unione europea, affinché la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni possa finalmente emergere". "La Farnesina auspica che la Procura Generale egiziana condivida questa esigenza di verità e fornisca la necessaria collaborazione alla Procura della Repubblica di Roma".<br><br></div><div><br><br></div><div><br><br>prof. Melania Stracquadaino<br>1 ora <br>Data: 31/10/20<br>Materia: geostoria</div><div><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2020-11-21 10:47:46 UTC</pubDate>
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         <title>Essere cittadini</title>
         <author>salvatorecataudellastud</author>
         <link>https://padlet.com/salvatorecataudellastud/5a2pdsazkla69xky/wish/953838096</link>
         <description><![CDATA[<div>Articolo 1:<br>L’ Italia è una repubblica fondata sul lavoro la democrazia e sul potere del popolo, come ad esempio le elezioni, che in Italia sono basate sul voto dei singoli cittadini.<br>Articolo 2:<br>La repubblica italiana garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede i doveri di solidarietà politica economica e sociale, come ad esempio il diritto alla vita o alla libertà di pensiero.<br>Articolo 3:<br>Ogni uomo è eguale davanti alla legge di qualunque razza o sesso esso sia, infatti ogni persona che per esempio viene arrestata viene giudicata allo stesso modo davanti al tribunale.<br>Articolo 4:<br>Ogni cittadino ha diritto al lavoro, e lo stato garantisce   Le condizioni per svolgerlo, poiché ogni cittadino deve contribuire in base alle sue possibilità e alle sue scelte al progresso materiale e spirituale della società.<br>Articolo 5:<br>La repubblica italiana è indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo.<br>Articolo 6:<br>La repubblica sostiene le minoranze linguistiche per motivi di ordine giuridico e politico-culturale che vengono contenuti nella costituzione.<br>Articolo 7: <br>Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. <br>Articolo 8:<br>Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge cosi come quest’ultime sono di libere di organizzarsi secondo il propio emendamento.<br>Melania stracquadaino<br>1 ora <br>21/11/20<br>Geostoria</div>]]></description>
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         <pubDate>2020-11-23 19:51:31 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatorecataudellastud</author>
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         <description><![CDATA[<div>ACCOGLIERE I GIOVANI NEL MONDO DEL LAVORO:</div><div>Vorrei partire dalla critica che più volte il nostro Pontefice ha giustamente rivolto a un’economia basata sull’esclusione e sull’iniquità. Un’economia che si preoccupa principalmente del profitto a brevissimo termine. “Quando al centro del sistema, non c’è più l’uomo ma il denaro”, ha detto Papa Francesco, “uomini e donne non sono più persone, ma strumenti di una logica che genera profondi squilibri”. Entrare nel mondo del lavoro, infatti, è per un giovane estremamente difficile e aver portato a termine un percorso di studi non è più sufficiente a trovare un impiego. Non è un fenomeno solo Italiano, lo sappiamo, ma un male che affligge gran parte delle economie mondiali. Abbiamo smesso di investire, come si dovrebbe, nelle nuove generazioni. Non si riesce più ad offrire ai ragazzi strumenti per crescere e la crisi economica ha ulteriormente peggiorato la situazione. Il mondo dei giovani può essere oggi suddiviso in tre fasce:  coloro che grazie all’investimento delle proprie famiglie riescono a conseguire un titolo di studio universitario competitivo sul mercato del lavoro, ma accedono al mondo del lavoro sempre più tardi, solo dopo un prolungamento del ciclo formativo e spesso sono costretti ad andare all’estero perché il nostro Paese non è in grado di valorizzare le loro potenzialità; coloro che conseguono un titolo di laurea poco competitivo o che si fermano al diploma e di conseguenza prolungano la loro permanenza in famiglia inseguendo occupazioni precarie e spesso demansionate; infine i cosiddetti NEET, ovvero Not in Education, Employment or Training, che non studiano e non lavorano, costretti a restare in casa dei genitori ‘sine die’: lo zoccolo duro della disoccupazione giovanile. Negli ultimi anni sono state fatte in Italia diverse leggi volte a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ma quasi mai in stretto coordinamento con il mondo della scuola. I risultati, complice la crisi economica e i profondi mutamenti che stanno attraversando le economie occidentali, stentano ad arrivare. Innanzitutto, perché ci siamo mossi troppo tardi, vittime ed artefici di una legislazione e di una politica del lavoro che spesso si è preoccupata più di conservare i posti di lavoro esistenti che di crearne di nuovi. Le azioni di politiche giovanili sono state spesso poco incisive e portate avanti in maniera occasionale. Non hanno aiutato i frequenti cambi di Governo e un eccesso di burocrazia che ha rallentato e reso faticoso ogni cambiamento. Hanno contribuito a creare questa situazione, anche una certa diffidenza e sfiducia nelle potenzialità dei nostri giovani, fondate su una tradizione culturale che vorrebbe tenerli in casa il più possibile. Il prolungamento dell’età pensionabile, infine, ha aggravato la situazione finendo per rappresentare una sorta di tappo per i giovani che devono contendersi i pochi posti disponibili con adulti che, invece di aiutarli, non vogliono e non possono mollare.</div><div>Non sono tanto i giovani italiani a essere inadeguati al mercato del lavoro, quanto è il Sistema Paese che non mette loro a disposizione strumenti adeguati per far crescere le loro competenze. Questi i più recenti strumenti messi in campo, cui va riconosciuto di aver migliorato la situazione, ma che, come ho detto, non hanno ancora prodotto i risultati sperati. Il programma europeo Garanzia Giovani prevede finanziamenti per i Paesi Membri con tassi di disoccupazione superiori al 25%, da investire in politiche attive di orientamento, formazione e inserimento al lavoro. Tutti i giovani che non sono impegnati in un'attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo possono iscriversi e, a seguito di un colloquio, il loro profilo viene inserito in una banca dati che rappresenta lo strumento per far incontrare domanda e offerta di lavoro entro 4 mesi. Può essere un’assunzione, uno stage retribuito, una proposta di formazione, un servizio civile o un percorso per avviare un’attività autonoma. Purtroppo dei giovani italiani che hanno aderito, solo un quinto è stato contattato per il colloquio preliminare e pochi i posti di lavoro attivati, nonostante le consistenti risorse messe a disposizione. Per contrastare il fenomeno della disoccupazione giovanile, il Jobs Act ha introdotto per le aziende che assumono il contratto a tutele crescenti e un sistema di incentivi che prevede il taglio dei contributi previdenziali per le nuove assunzioni a tempo indeterminato. L'alternanza si realizza svolgendo attività all'interno e all'esterno della scuola, in un percorso ideale che parte dalla didattica di laboratorio e sfocia in un rapporto di collaborazione fra scuole, studenti e imprese ospitanti. Questi ultimi dati, un po' più confortanti ma ancora insufficienti, ci dovrebbero spronare a insistere in questa direzione. Tornando a credere, e non soltanto a parole, nel grande potenziale inespresso dei giovani italiani. Ritengo che sia giunto il momento di smetterla di piangersi addosso e di continuare a parlare di bamboccioni. Una definizione che ho sempre trovato troppo facile e tranchant. E' dai giovani che può arrivare il cambiamento, la continuità delle nostre aziende, la speranza di un futuro migliore. Dobbiamo credere in loro perché essi sono la parte propositiva della nostra società, talvolta arroccata sui privilegi e un po' ripiegata su sé stessa. E per dimostrare loro fiducia dobbiamo conoscerli meglio, parlare con loro e saper ascoltare quello che hanno da dirci. Scopriremo che non è affatto vero che i giovani non hanno valori e non hanno voglia di fare e di imparare. Infatti quando i nostri giovani vanno all’estero per studio o per lavoro, ottengono risultati decisamente migliori, rispetto a quelli di altre nazionalità. Il numero crescente di giovani che si dedicano ad attività di volontariato dimostra proprio l'infondatezza di questi pregiudizi. Anche in questo caso, la scuola può fare molto, diventando portatrice e promotrice dei valori legati alla solidarietà. E inoltre, organizzando momenti di incontro e confronto tra i giovani e le tante associazioni che rispondono in concreto a esigenze sociali e territoriali che il nostro apparato statale e le sue finanze in difficoltà oggi non riescono a soddisfare. Non solo. L'attività di volontariato è uno dei più validi antidoti contro uno dei malesseri crescenti della nostra società: quell'individualismo e quella sensazione di isolamento in cui tanti giovani si sentono imprigionati. Se capisco che anche il mio piccolo contributo è comunque importante per aiutare coloro che stanno peggio di me, cresce la mia autostima, imparo a chiedere aiuto quando ne ho bisogno, a fare gruppo, a sentirmi parte di una comunità.  Non devono poi dimenticare che tutti i lavori anche quelli senza compenso economico, una volta inseriti nel curriculum, verranno valutati molto positivamente dalle aziende, durante i colloqui di lavoro. Serve innanzitutto un profondo rinnovamento culturale. Come più volte ha raccomandato il nostro Papa, bisogna favorire e diffondere la cultura di un umanesimo del lavoro, di un mondo del lavoro che si fondi sulla dignità umana, di un’economia che serva l’uomo e non si serva dell’uomo. Quando afferma che il lavoro è “una vocazione, perché nasce da una chiamata che Dio rivolse fin dal principio all’uomo, perché coltivasse e custodisse la casa comune”, Francesco ci ricorda anche che il lavoro deve essere inteso come valore, opportunità di crescita per le persone, le imprese, la collettività, il territorio, il Paese. Per attribuire valore al lavoro occorre mettere al centro la persona, porre attenzione ai suoi bisogni individuali e familiari, come il conciliare vita e lavoro e la crescita professionale. “Il lavoro non è soltanto una vocazione del singolo -ammonisce il Papa- ma l’opportunità di entrare in relazione con gli altri. Il lavoro dovrebbe unire le persone, non allontanarle. Occupando tante ore del nostro tempo, ci offre anche l’occasione per condividere il quotidiano, interessarci di chi ci sta accanto”. Le aziende dovrebbero prestare attenzione e supportare questi inviti del Pontefice, ciascuna con i propri mezzi e le strutture di cui dispone.</div><div><br>ACCOGLIERE I GIOVANI NEL MONDO DEL LAVORO:</div><div>Vorrei partire dalla critica che più volte il nostro Pontefice ha giustamente rivolto a un’economia basata sull’esclusione e sull’iniquità. Un’economia che si preoccupa principalmente del profitto a brevissimo termine. “Quando al centro del sistema, non c’è più l’uomo ma il denaro”, ha detto Papa Francesco, “uomini e donne non sono più persone, ma strumenti di una logica che genera profondi squilibri”. Entrare nel mondo del lavoro, infatti, è per un giovane estremamente difficile e aver portato a termine un percorso di studi non è più sufficiente a trovare un impiego. Non è un fenomeno solo Italiano, lo sappiamo, ma un male che affligge gran parte delle economie mondiali. Abbiamo smesso di investire, come si dovrebbe, nelle nuove generazioni. Non si riesce più ad offrire ai ragazzi strumenti per crescere e la crisi economica ha ulteriormente peggiorato la situazione. Il mondo dei giovani può essere oggi suddiviso in tre fasce:  coloro che grazie all’investimento delle proprie famiglie riescono a conseguire un titolo di studio universitario competitivo sul mercato del lavoro, ma accedono al mondo del lavoro sempre più tardi, solo dopo un prolungamento del ciclo formativo e spesso sono costretti ad andare all’estero perché il nostro Paese non è in grado di valorizzare le loro potenzialità; coloro che conseguono un titolo di laurea poco competitivo o che si fermano al diploma e di conseguenza prolungano la loro permanenza in famiglia inseguendo occupazioni precarie e spesso demansionate; infine i cosiddetti NEET, ovvero Not in Education, Employment or Training, che non studiano e non lavorano, costretti a restare in casa dei genitori ‘sine die’: lo zoccolo duro della disoccupazione giovanile. Negli ultimi anni sono state fatte in Italia diverse leggi volte a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ma quasi mai in stretto coordinamento con il mondo della scuola. I risultati, complice la crisi economica e i profondi mutamenti che stanno attraversando le economie occidentali, stentano ad arrivare. Innanzitutto, perché ci siamo mossi troppo tardi, vittime ed artefici di una legislazione e di una politica del lavoro che spesso si è preoccupata più di conservare i posti di lavoro esistenti che di crearne di nuovi. Le azioni di politiche giovanili sono state spesso poco incisive e portate avanti in maniera occasionale. Non hanno aiutato i frequenti cambi di Governo e un eccesso di burocrazia che ha rallentato e reso faticoso ogni cambiamento. Hanno contribuito a creare questa situazione, anche una certa diffidenza e sfiducia nelle potenzialità dei nostri giovani, fondate su una tradizione culturale che vorrebbe tenerli in casa il più possibile. Il prolungamento dell’età pensionabile, infine, ha aggravato la situazione finendo per rappresentare una sorta di tappo per i giovani che devono contendersi i pochi posti disponibili con adulti che, invece di aiutarli, non vogliono e non possono mollare.</div><div>Non sono tanto i giovani italiani a essere inadeguati al mercato del lavoro, quanto è il Sistema Paese che non mette loro a disposizione strumenti adeguati per far crescere le loro competenze. Questi i più recenti strumenti messi in campo, cui va riconosciuto di aver migliorato la situazione, ma che, come ho detto, non hanno ancora prodotto i risultati sperati. Il programma europeo Garanzia Giovani prevede finanziamenti per i Paesi Membri con tassi di disoccupazione superiori al 25%, da investire in politiche attive di orientamento, formazione e inserimento al lavoro. Tutti i giovani che non sono impegnati in un'attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo possono iscriversi e, a seguito di un colloquio, il loro profilo viene inserito in una banca dati che rappresenta lo strumento per far incontrare domanda e offerta di lavoro entro 4 mesi. Può essere un’assunzione, uno stage retribuito, una proposta di formazione, un servizio civile o un percorso per avviare un’attività autonoma. Purtroppo dei giovani italiani che hanno aderito, solo un quinto è stato contattato per il colloquio preliminare e pochi i posti di lavoro attivati, nonostante le consistenti risorse messe a disposizione. Per contrastare il fenomeno della disoccupazione giovanile, il Jobs Act ha introdotto per le aziende che assumono il contratto a tutele crescenti e un sistema di incentivi che prevede il taglio dei contributi previdenziali per le nuove assunzioni a tempo indeterminato. L'alternanza si realizza svolgendo attività all'interno e all'esterno della scuola, in un percorso ideale che parte dalla didattica di laboratorio e sfocia in un rapporto di collaborazione fra scuole, studenti e imprese ospitanti. Questi ultimi dati, un po' più confortanti ma ancora insufficienti, ci dovrebbero spronare a insistere in questa direzione. Tornando a credere, e non soltanto a parole, nel grande potenziale inespresso dei giovani italiani. Ritengo che sia giunto il momento di smetterla di piangersi addosso e di continuare a parlare di bamboccioni. Una definizione che ho sempre trovato troppo facile e tranchant. E' dai giovani che può arrivare il cambiamento, la continuità delle nostre aziende, la speranza di un futuro migliore. Dobbiamo credere in loro perché essi sono la parte propositiva della nostra società, talvolta arroccata sui privilegi e un po' ripiegata su sé stessa. E per dimostrare loro fiducia dobbiamo conoscerli meglio, parlare con loro e saper ascoltare quello che hanno da dirci. Scopriremo che non è affatto vero che i giovani non hanno valori e non hanno voglia di fare e di imparare. Infatti quando i nostri giovani vanno all’estero per studio o per lavoro, ottengono risultati decisamente migliori, rispetto a quelli di altre nazionalità. Il numero crescente di giovani che si dedicano ad attività di volontariato dimostra proprio l'infondatezza di questi pregiudizi. Anche in questo caso, la scuola può fare molto, diventando portatrice e promotrice dei valori legati alla solidarietà. E inoltre, organizzando momenti di incontro e confronto tra i giovani e le tante associazioni che rispondono in concreto a esigenze sociali e territoriali che il nostro apparato statale e le sue finanze in difficoltà oggi non riescono a soddisfare. Non solo. L'attività di volontariato è uno dei più validi antidoti contro uno dei malesseri crescenti della nostra società: quell'individualismo e quella sensazione di isolamento in cui tanti giovani si sentono imprigionati. Se capisco che anche il mio piccolo contributo è comunque importante per aiutare coloro che stanno peggio di me, cresce la mia autostima, imparo a chiedere aiuto quando ne ho bisogno, a fare gruppo, a sentirmi parte di una comunità.  Non devono poi dimenticare che tutti i lavori anche quelli senza compenso economico, una volta inseriti nel curriculum, verranno valutati molto positivamente dalle aziende, durante i colloqui di lavoro. Serve innanzitutto un profondo rinnovamento culturale. Come più volte ha raccomandato il nostro Papa, bisogna favorire e diffondere la cultura di un umanesimo del lavoro, di un mondo del lavoro che si fondi sulla dignità umana, di un’economia che serva l’uomo e non si serva dell’uomo. Quando afferma che il lavoro è “una vocazione, perché nasce da una chiamata che Dio rivolse fin dal principio all’uomo, perché coltivasse e custodisse la casa comune”, Francesco ci ricorda anche che il lavoro deve essere inteso come valore, opportunità di crescita per le persone, le imprese, la collettività, il territorio, il Paese. Per attribuire valore al lavoro occorre mettere al centro la persona, porre attenzione ai suoi bisogni individuali e familiari, come il conciliare vita e lavoro e la crescita professionale. “Il lavoro non è soltanto una vocazione del singolo -ammonisce il Papa- ma l’opportunità di entrare in relazione con gli altri. Il lavoro dovrebbe unire le persone, non allontanarle. Occupando tante ore del nostro tempo, ci offre anche l’occasione per condividere il quotidiano, interessarci di chi ci sta accanto”. Le aziende dovrebbero prestare attenzione e supportare questi inviti del Pontefice, ciascuna con i propri mezzi e le strutture di cui dispone.</div><div><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2021-01-18 19:05:07 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>salvatorecataudellastud</author>
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         <pubDate>2021-01-25 21:04:51 UTC</pubDate>
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