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      <title>La scuola e il fascismo by Nadi</title>
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      <pubDate>2018-02-20 17:39:14 UTC</pubDate>
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         <author>nadinick66</author>
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         <pubDate>2018-02-20 17:41:53 UTC</pubDate>
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         <author>nadinick66</author>
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         <description><![CDATA[<div>Topolino va in Abissinia</div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-20 20:48:57 UTC</pubDate>
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         <title>Il fumetto e il fascismo</title>
         <author>nadinick66</author>
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         <description><![CDATA[<div><strong>ECCETTO TOPOLINO”. IL FUMETTO IN ITALIA DURANTE IL REGIME FASCISTA <br></strong><br></div><div>Il fumetto, una delle novità della nascente società di massa, era nato – non a caso – negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento, come forma di giornalismo umoristico per aumentare la vendita di quotidiani che, in gara fra loro, cercavano di conquistare un pubblico sempre più vasto grazie ad inserti di pagine illustrate, specie nell’edizione domenicale. Un pubblico costituito, più che dai lettori abituali dei quotidiani, dagli strati culturalmente più bassi della popolazione e dai ragazzi. Nel fumetto, infatti, la narrazione non è legata alle regole del racconto orale o della scrittura, ma procede in una forma del tutto nuova: prioritariamente visiva, incentrata sulle immagini che scorrono come vignette, mentre le parti scritte, non più essenziali alla comunicazione, vengono contratte e poste all’interno delle immagini in forma di balloons (le “nuvolette”, o “fumetti”, parola che in origine indicava solo le parti scritte).<br><br></div><div>Il primo giornale di fumetti in Italia fu il “Corriere dei Piccoli”, chiamato anche “Corrierino”, nato nel 1908 come supplemento per i bambini della “Domenica del Corriere”, l’edizione domenicale del quotidiano il Corriere della Sera. Il “Corrierino” diede popolarità a personaggi come il Signor Bonaventura, il Sor Pampurio, Bibì e Bibò, e introdusse in Italia i fumetti americani, adattandoli al livello di alfabetizzazione – molto basso – del pubblico italiano. I più noti personaggi americani vennero italianizzati (Felix the Cat diventò Mio Mao, Happy Holligan Fortunello, e così via), ma soprattutto venne eliminato proprio il tratto grafico più originale e innovativo, i balloons, sostituiti da versi in rima baciata col ritmo della filastrocca, collocati ai piedi di ogni immagine. Anche in questa veste più tradizionale rispetto ai modelli d’oltreoceano, le 800.000 copie del “Corriere dei Piccoli” testimoniano il successo presso i giovani del fumetto.<br><br></div><div>Il fascismo al potere attribuì grande importanza all’uso propagandistico dei mezzi di comunicazione per irreggimentare e fascistizzare le masse, soprattutto quelle giovanili. Nel fare questo, riservò particolare attenzione alla comunicazione visiva, per immagini, particolarmente adatta ai giovani, ma anche alle grandi masse poco o per nulla abituate alla cultura scritta. E’ significativo che già nel 1923 (pochi mesi dopo la Marcia su Roma e ben prima che nascessero sia i vari istituti per il controllo della cultura, sia le organizzazioni di massa controllate dal partito), uscì “Il Balilla”, un nuovo fumetto per ragazzi, chiaramente ideologizzato e in concorrenza con “Il Corriere dei Piccoli” (al quale si ispirava nella grafica).<br><br></div><div>E’ però negli anni ’30 che si moltiplicarono i settimanali italiani a fumetti. Alla fine del 1932 nacquero “Jumbo” e, di fronte all’enorme popolarità dei personaggi di Walt Disney, “Topolino”, la versione italiana di Micky Mouse, ad opera dell’editore Nerbini. Nel 1934 questo stesso editore, un “fedelissimo” del regime fascista, lanciò “L’Avventuroso”, che fino alla sua chiusura, nel 1943, diede enorme popolarità anche in Italia a personaggi come Flash Gordon, Mandrake, l’Uomo mascherato (il primo “super-eroe in calzamaglia”). Negli stessi anni vennero pubblicato “L’Audace”, con le imprese di Tarzan, e altri tre popolarissimi settimanali che proseguirono invece le pubblicazioni per molti decenni anche nel dopoguerra, con personaggi italiani, non americani: “Il Monello”, “L’Intrepido”, e il cattolico “Il Vittorioso”, distribuito nelle parrocchie e in esplicita concorrenza con “L’Avventuroso”.<br><br></div><div>L’ambivalenza del regime fascista, modernizzatore nelle forme di comunicazione ma tradizionalista nei valori, si espresse anche nella sua politica culturale verso il fumetto. Questo infatti, da una parte, si prestava a diffondere nel linguaggio delle immagini messaggi e valori dell’ideologia fascista, anche su periodici formalmente indipendenti come il “Corrierino”; dall’altra era un veicolo della cultura americana, via via sempre più osteggiata dal regime. Nella seconda metà degli anni ’30, dopo l’aggressione all’Etiopia, le sanzioni e la proclamazione dell’autarchia, l’alleanza con la Germania nazista, il bisogno di “italianizzare”, e di controllare più strettamente ogni espressione culturale, si espresse anche nei confronti del fumetto.<br><br></div><div>Pochi giorni dopo avere emanato le leggi razziali antisemite (i “Provvedimenti a difesa della razza italiana” del 17.11.1938), il 26.11.1938 il regime fascista, con una Ordinanza del MinCulPop proibì la pubblicazione dei fumetti <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Comics"><em>comics</em></a> americani, ad eccezione di Topolino, costretto però, di lì a poco, a chiamarsi Tuffolino. Sembra che sul provvedimento sia stata apposta direttamente dal Duce la frase “eccetto Topolino”. L’eliminazione dei prodotti americani, sostituiti tutti da storie ed eroi conformi all’ideologia del regime, ebbe tuttavia come effetto una diffusa disaffezione dei giovani verso i fumetti; lo testimonia il calo di vendite, che fino ad allora superavano il milione e mezzo di copie alla settimana.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2018-02-20 20:51:49 UTC</pubDate>
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         <author>nadinick66</author>
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         <description><![CDATA[<div>L’avventuroso, 1938</div>]]></description>
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