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      <title>Proteggi la tua casa by Anna Campofreda</title>
      <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu</link>
      <description>17 Obbiettivi di Sviluppo Sostenibile
 Agenda 2030</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2017-03-21 07:23:04 UTC</pubDate>
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         <title>Anna D.</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu/wish/161439111</link>
         <description><![CDATA[<div>ACQUA: Il 40% della popolazione mondiale soffre di scarsità d'acqua.<br>L'acqua pulita e accessibile a tutti è molto importante e molte persone ogni anno muoiono per malattie legate alla fornitura insufficiente di acqua e adeguati servizi igienici. Il 10% della popolazione non ritiene a tutti gli effetti potabile l’acqua del rubinetto: ciò comporta il ricorso all’acquisto dell’acqua in bottiglia, il che incide sulla produzione di rifiuti, sui trasporti, su maggiori emissioni e consumo di risorse.<br> Nel 2012 lo 0,5% della popolazione italiana non aveva accesso a servizi fognari, anche se la mancanza totale di servizi riguarda fasce marginali della popolazione, le quali devono essere oggetto di misure d’inclusione e protezione sociale. Nel rapporto Global Marine and Polar Programme dell'Iucn viene stimato che una percentuale compresa tra 15% e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastiche in mare è costituita da microplastiche primarie, ovvero derivanti da attività umane.  Quasi la totalità delle microplastiche negli Oceani  il 98%, deriva da attività terrestri, mentre solo il 2% è riconducibile ad attività svolte in mare. <br>Papa Francesco affronta nella sua enciclica una tematica sociale ed ecologica:la tutela  dell' ambiente e del creato.Dice che noi uomini  ci siamo impadroniti della natura .Egli chiede a tutte le persone di buona volontà e a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico e sociale di custodire il creato, l'ambiente e di non lasciare che i segni di morte e distruzione ci accompagnino nel nostro cammino. In occasione della Rome Roundtable  Papa Francesco ha ribadito l' inaccettabilità  della considerazione disumana che noi uomini subiamo dal sistema economico sociale. Come gia  anche Giovanni Paolo II aveva intuito, la globalizzazione, se improntata unicamente sull’obiettivo di raggiungimento dello sviluppo economico, ha portato ad amplificare ed estendere un sentimento d’indifferenza verso chi ancora vive in condizioni di povertà e miseria.  Per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre  non essere indifferenti verso chi è sottoposto a gravi condizioni di dolore e indigenze.<br>ENERGIA: Nel mondo ci sono oltre un miliardo di persone senza energia elettrica e quasi tre miliardi senza energia pulita per cucinare. L’Italia è avviata a non raggiungere gli obiettivi 2030 per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica. L’energia è indispensabile per tutte le attività umane.<br> L’energia ricavata dalle fonti rinnovabili, dal sole, dall’acqua e dal vento è sufficiente per soddisfare progressivamente i fabbisogni energetici dell’umanità, ma è necessario creare le convenienze economiche per queste tecnologie, sviluppare nuove tecnologie. Sfortunatamente ci sono popolazioni intere che non hanno accesso all' energia  e quindi ad un qualsiasi sviluppo.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 10:57:41 UTC</pubDate>
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         <title>Erika A. </title>
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         <description><![CDATA[<div>Agenda 2030 <br>Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile e i relativi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese), articolati in 169 Target da raggiungere entro il 2030. È un evento storico, sotto diversi punti di vista. Infatti: <br>È stato espresso un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. In questo modo, ed è questo il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, viene definitivamente superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale e si afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo; <br>tutti i paesi sono chiamati a contribuire allo sforzo di portare il mondo su un sentiero sostenibile, senza più distinzione tra paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo, anche se evidentemente le problematiche possono essere diverse a seconda del livello di sviluppo conseguito. Ciò vuol dire che ogni paese deve impegnarsi a definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere gli SDGs, rendicontando sui risultati conseguiti all’interno di un processo coordinato dall’ONU; <br>l’attuazione dell’Agenda richiede un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura. <br>Il processo di cambiamento del modello di sviluppo verrà monitorato attraverso un complesso sistema basato su 17 obiettivi, 169 target e oltre 240 indicatori. Sarà rispetto a tali parametri che ciascun paese verrà valutato periodicamente in sede ONU e dalle opinioni pubbliche nazionali e internazionali.<br>OBBIETTIVO N 6: <strong>ACUA PULITA E SERVIZI IGIENICO-SANITARI.</strong><br> L’acqua è fondamentale per la presenza e l’evoluzione della vita sulla Terra e per l’esistenza degli esseri umani. Il ciclo idrico costituisce un elemento fondamentale per tutte le società umane. <br>Un’ampia serie di fattori antropici, dal riscaldamento della superficie terrestre (dovuto all’aumento dei gas che incrementano l’effetto serra naturale) alle diffuse pratiche di modificazione dell’uso dei suoli, all’ingegnerizzazione dei letti fluviali, alla continua crescita dell’irrigazione e degli altri consumi idrici (si stima ormai che oltre il 25% dei bacini fluviali a livello mondiale si prosciughi prima di raggiungere gli oceani), alla continua scomparsa degli habitat acquatici, ai numerosi e pervasivi fenomeni di inquinamento, influenzano profondamente il sistema idrico globale. Ne conseguono il declino della biodiversità e il degrado degli ecosistemi, l'aumento del tasso di estinzione, mentre sono sempre più a rischio ambienti fondamentali per l’idrosfera come le foreste tropicali, le zone umide e numerosi bacini fluviali e lacustri. L’alterazione del ciclo idrico globale influisce, a sua volta, sulla biodiversità, sull’alimentazione umana, sulla salute e la funzionalità degli ecosistemi. <br> L’acqua pulita e accessibile a tutti è un elemento essenziale del mondo in cui vogliamo vivere. Tuttavia, a causa di un’economia squilibrata e di infrastrutture cattive o carenti, ogni anno milioni di persone, la maggior parte dei quali bambini, muoiono per malattie associate alla fornitura di acqua insufficiente e servizi igienici inadeguati. <br>Tali fenomeni producono un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sanitaria, sulle scelte di sostentamento e sulle opportunità educative per le famiglie povere di tutto il mondo. La siccità affligge alcuni dei paesi più poveri del mondo, aggravando la fame e la malnutrizione. In alcune zone d'Italia, specialmente nel Mezzogiorno e con maggiore intensità in Sicilia, il fenomeno della scarsità d'acqua è presente da decenni. Questo fenomeno ormai storico non solo rappresenta un danno per la qualità della vita e va a detrimento del benessere delle popolazioni locali, ma rappresenta anche sotto il profilo economico un dispendio di risorse sia per le persone che per le casse pubbliche, giacché la cittadinanza va rifornita in maniera alternativa e più costosa. Le soluzioni a molti dei problemi affrontati dall’Agenda 2030 già esistono e si possono raggiungere, anche nei Paesi più poveri. Migliorare il mondo con gli Obiettivi Onu è possibile, ma bisogna agire in modo diverso, sostiene Michael Green. <br> Egli invita a riflettere su come il progresso sociale, più che la crescita economica, sia la chiave per il raggiungimento di gran parte dei 169 target dei 17 Obiettivi. La possibilità di progresso sociale anche in assenza di una ricchezza economica particolarmente elevata comunica informazioni molto importanti sul raggiungimento degli SDGs: “Prima di tutto, ci dice che nel mondo ci sono già le soluzioni a molti dei problemi che gli Obiettivi Globali stanno cercando di risolvere. Ci dice anche che non siamo schiavi del PIL. Le nostre scelte sono importanti: se diamo priorità al benessere delle persone, faremo molti più progressi di quanto prevede il nostro PIL”, ha affermato Michael Green. <br>Per spiegare il concetto Green fornisce, sulla base dell’Indice di Progresso Sociale, alcuni interessanti esempi: da un lato cita Paesi come la Russia, particolarmente ricca grazie alle risorse naturali ma segnata da diversi problemi sociali, e la Cina, che nonostante il boom economico non ha realizzato progressi importanti nell’ambito dei diritti umani e dei problemi ambientali; dall’altro richiama l’attenzione sul Costa Rica, Paese che nonostante il Pil modesto ha registrato una performance di progresso sociale molto alta grazie agli interventi nel campo dell’educazione, la salute e la sostenibilità ambientale. Anche Paesi poveri come il Ruanda possono quindi raggiungere molti progressi sociali. <br>L’Indice del Progresso Sociale misura la capacità di un Paese di garantire il benessere sociale dei cittadini sulla base di tre elementi: soddisfare i bisogni fondamentali (cibo, acqua, alloggio, sicurezza), accedere a servizi che garantiscono il benessere della persona (istruzione, informazione, salute) e avere l'opportunità di migliorare la vita con diritti e libertà. L’economia attuale disumanizza ed emargina la popolazione più debole e vulnerabile. Bisogna costruire un sistema globale “solidale e cooperativo”, che garantisca un vero sviluppo economico e sociale. <br>In occasione della “Rome Roundtable”, organizzata dalla Global Foundation il 13-14 gennaio scorsi per elaborare proposte concrete e innovative per realizzare i Sustainable Development Goals (SDGs), Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’evento, ribadendo, in primo luogo, l’inaccettabilità della considerazione disumana che uomini, donne e bambini subiscono dal sistema economico mondiale. <br>Al gruppo selezionato di oltre sessanta persone, provenienti da tutti continenti in rappresentanza del mondo economico, di quello sociale e religioso, nonché della società civile (governatori di banche centrali, rappresentanti delle imprese e della finanza, esponenti delle organizzazioni internazionali e delle diverse fedi religiose), che ha partecipato all’evento il Papa ha ricordato come non si possa valutare il genere umano come un fattore di produzione pronto a essere scartato quando ritenuto non più utile secondo criteri aziendali. È questa condizione che genera l’emarginazione di tutta quella parte della popolazione mondiale che è più debole e vulnerabile. E chi permette e agisce affinché questo avvenga è destinato a diventare una “macchina senza anima”, che accetta il destino di diventare anch’egli uno scarto. <br>Come già anche Giovanni Paolo II aveva intuito, la globalizzazione, se improntata unicamente sull’obiettivo di raggiungimento dello sviluppo economico, ha portato ad amplificare ed estendere un sentimento d’indifferenza verso chi ancora vive in condizioni di povertà e miseria. Si è, inoltre diffusa, afferma Bergoglio, l’opinione che le regole di mercato siano un valido strumento a cui affidare il sostegno e la correzione delle situazioni di svantaggio. Per tali motivi, questo modello di economia non può essere ritenuto, sicuramente, la via giusta per un vero progresso economico e sociale. <br>La speranza di Francesco risiede nei sentimenti e nelle azioni di solidarietà che si sono sviluppati parallelamente a queste condizioni di sofferenza umana. Per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre innanzitutto non essere indifferenti verso chi è sottoposto a gravi condizioni di dolore e indigenze. Il Papa auspica che la compassione smuova gli operatori economici e politici affinché utilizzino le loro risorse per correggere l’impostazione dell’attuale globalizzazione. “La politica e l’economia, infatti, dovrebbero comprendere l’esercizio della virtù della prudenza”. <br><strong>OBBIETTIVO N 7:ENERGIE RINNOVABILI</strong>.<br>I problemi dell’energia su scala globale sono la sua accessibilità, la sua sostenibilità, la sua disponibilità, la tecnologia per produrla e distribuirla e i differenziali di conoscenza e di capacità tra i paesi a diverso grado di sviluppo. <br>Ovviamente, l’energia è indispensabile per tutte le attività umane in una misura che, se si vuole sviluppo ed equità distributiva nonostante l’innovazione e la migliore efficienza, sarà probabilmente crescente. Se, però, l’utilizzo energetico dei combustibili fossili è il principale responsabile della crisi climatica (cfr. obiettivo 13) e di vari danni alla salute, mentre l’alternativa nucleare di fissione si è rivelata gravemente costosa, pericolosa e non pulita né rinnovabile (cosicché il suo contributo alla domanda di energia globale resta sotto il 6% ed è in calo), per uno sviluppo sostenibile l’energia dovrà essere erogata in un quadro di consumi di energia primaria fossile decrescenti (conseguibile grazie all’aumento dei rendimenti) e di avanzamento delle fonti rinnovabili ricavate dai flussi diretti di energia solare. <br>L’energia ricavata dalle fonti rinnovabili, dal sole, dall’acqua e dal vento è sufficiente per soddisfare progressivamente i fabbisogni energetici dell’umanità, ma è necessario creare le convenienze economiche per queste tecnologie, orientare in modo favorevole i mercati, sviluppare nuove tecnologie (ad esempio, sugli accumuli) e riqualificare l’intera infrastruttura energetica. Se per molti anni i timori per la sostenibilità energetica si sono appuntati sull’esaurimento delle risorse naturali (il picco di Hubbert), ora la realtà delle nuove tecnologie di fracking e l’incredibile sviluppo delle fonti rinnovabili, che secondo il target 7.2 dovrà aumentare notevolmente, ha portato, dopo l’Accordo di Parigi sul clima, alla conclusione che molta parte delle risorse fossili ancora disponibili rimarranno sotto terra, soprattutto se verranno realizzati insieme gli obiettivi 7 e 13. <br><br>L’obiettivo 7 è strettamente correlato agli obiettivi 1, relativo alla eliminazione della povertà (in particolare al target 1.4 per l’accesso ai servizi di base) e 10, che riguarda la riduzione delle diseguaglianze. Infatti, la distribuzione dell’energia nel mondo, in particolare dell’energia elettrica, è fortemente iniqua: popolazioni intere non hanno accesso all’energia e quindi ad un qualsiasi sviluppo. Di conseguenza, il target 7.1 incorpora l’iniziativa lanciata dalle Nazioni Unite nel 2011 (Sustainable Energy for All - SE4ALL), estendendola di fatto dai paesi in via di sviluppo a tutti i Paesi. <br>I target 7.2 (notevole aumento della quota di energie rinnovabili nel mix energetico globale) e 7.3 (raddoppio del tasso globale di miglioramento dell’efficienza energetica) sono centrali per tutta l’Agenda 2030, come energia e lotta al cambiamento climatico lo sono per lo sviluppo sostenibile e la green economy. Non viene indicato un target sulla percentuale di energia rinnovabile al 2030, come sarebbe stato opportuno, ma il target 7.3 è molto forte perché impone per il 2030 il raddoppio del tasso di crescita dell’efficienza energetica, cioè, a parità di PIL, della riduzione dei consumi di energia. Infine, i target 7.a (sulla cooperazione internazionale per facilitare l’accesso alla tecnologia e alla ricerca di energia pulita) e 7.b. (sulle infrastrutture per la fornitura di servizi energetici sostenibili per tutti i paesi in via di sviluppo) si integrano bene con i target 13.a e 13.b (mobilitazione dei fondi internazionali per affrontare le esigenze dei paesi in via di sviluppo nel contesto delle azioni di mitigazione e aumento della loro capacità di pianificare e gestire le politiche per il cambiamento climatico) e sono supportati dai target 17.16, 17.17, 17.18, 17.19 sul partenariato globale per lo sviluppo sostenibile. <br>  <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 10:57:42 UTC</pubDate>
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         <title>Martina I.</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu/wish/161439147</link>
         <description><![CDATA[<div>obiettivo 6:<br>ACQUA PULITA E SERVIZI IGIENICO-SANITARI<br><br></div><div><em>Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e delle strutture igienico-sanitarie<br></em><br></div><div>Il 40% della popolazione mondiale soffre di scarsità d'acqua. </div><div><br>L’acqua è fondamentale per la presenza e l’evoluzione della vita sulla Terra e per l’esistenza degli esseri umani. <br><br></div><div>Un’ampia serie di fattori antropici, dal riscaldamento della superficie terrestre (dovuto all’aumento dei gas che incrementano l’effetto serra naturale) alle diffuse pratiche di modificazione dell’uso dei suoli, all’ingegnerizzazione dei letti fluviali, alla continua crescita dell’irrigazione e degli altri consumi idrici (si stima ormai che oltre il 25% dei bacini fluviali a livello mondiale si prosciughi prima di raggiungere gli oceani), alla continua scomparsa degli habitat acquatici, ai numerosi e pervasivi fenomeni di inquinamento, influenzano profondamente il sistema idrico globale. Ne conseguono il declino della biodiversità e il degrado degli ecosistemi, l'aumento del tasso di estinzione, mentre sono sempre più a rischio ambienti fondamentali per l’idrosfera come le foreste tropicali, le zone umide e numerosi bacini fluviali e lacustri. L’alterazione del ciclo idrico globale influisce, a sua volta, sulla biodiversità, sull’alimentazione umana, sulla salute e la funzionalità degli ecosistemi.<br><br></div><div><br>Quasi 5,6 miliardi di persone vivono in aree che si trovano a livelli elevati di rischio per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico e per lo stato di salute della biodiversità degli ambienti di acque dolci. <br><br></div><div><br>Tali fenomeni producono un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sanitaria, sulle scelte di sostentamento e sulle opportunità educative per le famiglie povere di tutto il mondo. La siccità affligge alcuni dei paesi più poveri del mondo, aggravando la fame e la malnutrizione. In alcune zone d'Italia, specialmente nel Mezzogiorno e con maggiore intensità in Sicilia, il fenomeno della scarsità d'acqua è presente da decenni. Questo fenomeno ormai storico non solo rappresenta un danno per la qualità della vita e va a detrimento del benessere delle popolazioni locali, ma rappresenta anche sotto il profilo economico un dispendio di risorse sia per le persone che per le casse pubbliche, giacché la cittadinanza va rifornita in maniera alternativa e più costosa.<br><br></div><div><strong><em><br>Target<br></em></strong><br></div><div><br>6.1 Entro il 2030, conseguire l'accesso universale ed equo all'acqua potabile sicura e alla portata di tutti<br><br></div><div><br>6.2 Entro il 2030, raggiungere un adeguato ed equo accesso ai servizi igienico-sanitari e di igiene per tutti ed eliminare la defecazione all'aperto, con particolare attenzione ai bisogni delle donne e delle ragazze e di coloro che si trovano in situazioni vulnerabili<br><br></div><div><br>6.3 Entro il 2030, migliorare la qualità dell'acqua riducendo l'inquinamento, eliminando le pratiche di scarico non controllato e riducendo al minimo il rilascio di sostanze chimiche e materiali pericolosi, dimezzare la percentuale di acque reflue non trattate e aumentare sostanzialmente il riciclaggio e il riutilizzo sicuro a livello globale<br><br></div><div><br>6.4 Entro il 2030, aumentare sostanzialmente l'efficienza idrica da utilizzare in tutti i settori e assicurare prelievi e fornitura di acqua dolce per affrontare la scarsità d'acqua e ridurre in modo sostanziale il numero delle persone che soffrono di scarsità d'acqua<br><br></div><div><br>6.5 Entro il 2030, attuare la gestione integrata delle risorse idriche a tutti i livelli, anche attraverso la cooperazione transfrontaliera a seconda dei casi<br><br></div><div><br>6.6 Entro il 2020, proteggere e ripristinare gli ecosistemi legati all'acqua, tra cui montagne, foreste, zone umide, fiumi, falde acquifere e laghi<br><br></div><div><br>6.a Entro il 2030, ampliare la cooperazione internazionale e la creazione di capacità di supporto a sostegno dei paesi in via di sviluppo in materia di acqua e servizi igienico-sanitari legati, tra cui i sistemi di raccolta dell'acqua, la desalinizzazione, l'efficienza idrica, il trattamento delle acque reflue, le tecnologie per il riciclo e il riutilizzo<br><br></div><div><br>6.b Sostenere e rafforzare la partecipazione delle comunità locali nel miglioramento della gestione idrica e fognaria<br><br></div><h1>Il discorso di Francesco alla “Rome Roundtable” della Global Foundation</h1><div><br><br></div><div><br>In occasione della “Rome Roundtable”, organizzata dalla <a href="http://globalfoundation.org.au/">Global Foundation</a> il 13-14 gennaio scorsi per elaborare proposte concrete e innovative per realizzare i Sustainable Development Goals (SDGs), Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’evento, ribadendo, in primo luogo, l’inaccettabilità della considerazione disumana che uomini, donne e bambini subiscono dal sistema economico mondiale.<br>Al gruppo selezionato di oltre sessanta persone, provenienti da tutti continenti in rappresentanza del mondo economico, di quello sociale e religioso, nonché della società civile (governatori di banche centrali, rappresentanti delle imprese e della finanza, esponenti delle organizzazioni internazionali e delle diverse fedi religiose), che ha partecipato all’evento il Papa ha ricordato come non si possa valutare il genere umano come un fattore di produzione pronto a essere scartato quando ritenuto non più utile secondo criteri aziendali. È questa condizione che genera l’emarginazione di tutta quella parte della popolazione mondiale che è più debole e vulnerabile. E chi permette e agisce affinché questo avvenga è destinato a diventare una “macchina senza anima”, che accetta il destino di diventare anch’egli uno scarto.<br>Come già anche Giovanni Paolo II aveva intuito, la globalizzazione, se improntata unicamente sull’obiettivo di raggiungimento dello sviluppo economico, ha portato ad amplificare ed estendere un sentimento d’indifferenza verso chi ancora vive in condizioni di povertà e miseria. Si è, inoltre diffusa, afferma Bergoglio, l’opinione che le regole di mercato siano un valido strumento a cui affidare il sostegno e la correzione delle situazioni di svantaggio. Per tali motivi, questo modello di economia non può essere ritenuto, sicuramente, la via giusta per un vero progresso economico e sociale.<br>La speranza di Francesco risiede nei sentimenti e nelle azioni di solidarietà che si sono sviluppati parallelamente a queste condizioni di sofferenza umana. Per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre innanzitutto non essere indifferenti verso chi è sottoposto a gravi condizioni di dolore e indigenze. Il Papa auspica che la compassione smuova gli operatori economici e politici affinché utilizzino le loro risorse per correggere l’impostazione dell’attuale globalizzazione. “La politica e l’economia, infatti, dovrebbero comprendere l’esercizio della virtù della prudenza”.<br>Nel corso dei due giorni della Roundtable, aperta da una serie di brevi interventi, (tra i quali quello del Portavoce dell’ASviS, Enrico Giovannini) sul ruolo dei dati e degli strumenti analitici per realizzare gli SDGs, sono state identificate azioni concrete che, come già accaduto in occasione della Roundtable dell’anno scorso, i partecipanti si sono impegnati a realizzare entro l’anno e a sottoporre a comune valutazione nel corso nell’evento previsto all’inizio del 2018. <br><br></div><div><a href="http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/january/documents/papa-francesco_20170114_delegazione-global-foundation.html"><br></a><br></div><div>OBIETTIVO 14:<br>FLORA E FAUNA ACQUATICA<br><br></div><div><em>Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile<br></em><br></div><div><br>Gli oceani e i mari caratterizzano profondamente il nostro Pianeta, coprendolo per più dei due terzi della sua superficie. Essi producono la metà dell’ossigeno che respiriamo e assorbono il 30% delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica (anche se ormai questa capacità di assorbimento inizia a fornire segni critici, mentre cresce in maniera preoccupante lo stato di acidificazione degli oceani del mondo).<br><br></div><div><br>I servizi che gli oceani provvedono quotidianamente e gratuitamente all’umanità sono straordinariamente importanti e sono stati quantificati, per difetto, in 2.500 miliardi annui. Questo “prodotto annuale marino” (Gross Marine Product, GMP) corrisponderebbe al PIL della settima economia mondiale. Peraltro, il mare ha una particolare rilevanza per le caratteristiche geografiche dell’Italia: il 28% della popolazione risiede nel territorio litoraneo e i settori della pesca e del turismo dipendono dalla qualità degli ecosistemi marini e costieri.<br><br></div><div><br>L’obiettivo 14, con riferimento specifico agli ecosistemi marini, rinnova gli impegni internazionali già assunti dall’Italia con la sottoscrizione della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD - 1992) e i relativi Aichi target al 2020, da cui è derivata la Strategia Nazionale per la Biodiversità 2011-2020 (SNB).<br><br></div><div><br><br></div><div>I target 14.2 (protezione degli ecosistemi marini e costieri) e 14.4 (lotta alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc. e ricostituzione degli stock ittici) riguarda più specificamente la gestione responsabile e sostenibile delle risorse marine, ittiche e costiere e rientra negli ambiti dedicati della Strategia Nazionale per la Biodiversità (SNB) e della Convenzione per la Biodiversità (CBD) e con gli Aichi target, interagendo dunque ancora con il Goal 15. Peraltro, con l’entrata in vigore della Politica Comune della Pesca, dal 1º gennaio 2014 (Regolamento UE N. 1380/2013), il target 14.2 è supportato da uno strumento normativo che, se applicato, dovrebbe consentire di conseguire il risultato.<br><br></div><div><br>Anche il target 14.5 (protezione delle zone costiere e marine) rientra nello stesso ambito e richiede un mantenimento qualitativo rispetto al risultato quantitativo già consolidato del 19,1% e un’auspicabile estensione per meglio conseguire anche gli altri target di questo obiettivo. Il target 14.6 (vietare sovvenzioni e sussidi alla pesca che contribuiscono all’eccesso di capacità e alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc.) è collegato all’Aichi target 3 sull’eliminazione, al più tardi nel 2020, degli incentivi dannosi per l’ambiente.<br><br></div><div><br>Tralasciando i target meno rilevanti per l’Italia (come il 14.7, che riguarda i piccoli Stati insulari e in via di sviluppo) e di miglioramento delle condizioni di vita dei piccoli pescatori artigianali (14.b), va sottolineata l’importanza della ricerca scientifica (14.a) e del quadro di regole internazionali (14.c) che aiutino a migliorare lo stato di salute degli oceani, attività correlate ai target 17.16, 17,18, 17.19 per il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.<br>Il discorso di Francesco alla “Rome Roundtable” della Global Foundation<br><br></div><div><br>L’economia attuale disumanizza ed emargina la popolazione più debole e vulnerabile. Bisogna costruire un sistema globale “solidale e cooperativo”, che garantisca un vero sviluppo economico e sociale.<br><br></div><div><br>In occasione della “Rome Roundtable”, organizzata dalla <a href="http://globalfoundation.org.au/">Global Foundation</a> il 13-14 gennaio scorsi per elaborare proposte concrete e innovative per realizzare i Sustainable Development Goals (SDGs), Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’evento, ribadendo, in primo luogo, l’inaccettabilità della considerazione disumana che uomini, donne e bambini subiscono dal sistema economico mondiale.<br>Al gruppo selezionato di oltre sessanta persone, provenienti da tutti continenti in rappresentanza del mondo economico, di quello sociale e religioso, nonché della società civile (governatori di banche centrali, rappresentanti delle imprese e della finanza, esponenti delle organizzazioni internazionali e delle diverse fedi religiose), che ha partecipato all’evento il Papa ha ricordato come non si possa valutare il genere umano come un fattore di produzione pronto a essere scartato quando ritenuto non più utile secondo criteri aziendali. È questa condizione che genera l’emarginazione di tutta quella parte della popolazione mondiale che è più debole e vulnerabile. E chi permette e agisce affinché questo avvenga è destinato a diventare una “macchina senza anima”, che accetta il destino di diventare anch’egli uno scarto.<br>Come già anche Giovanni Paolo II aveva intuito, la globalizzazione, se improntata unicamente sull’obiettivo di raggiungimento dello sviluppo economico, ha portato ad amplificare ed estendere un sentimento d’indifferenza verso chi ancora vive in condizioni di povertà e miseria. Si è, inoltre diffusa, afferma Bergoglio, l’opinione che le regole di mercato siano un valido strumento a cui affidare il sostegno e la correzione delle situazioni di svantaggio. Per tali motivi, questo modello di economia non può essere ritenuto, sicuramente, la via giusta per un vero progresso economico e sociale.<br>La speranza di Francesco risiede nei sentimenti e nelle azioni di solidarietà che si sono sviluppati parallelamente a queste condizioni di sofferenza umana. Per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre innanzitutto non essere indifferenti verso chi è sottoposto a gravi condizioni di dolore e indigenze. Il Papa auspica che la compassione smuova gli operatori economici e politici affinché utilizzino le loro risorse per correggere l’impostazione dell’attuale globalizzazione. “La politica e l’economia, infatti, dovrebbero comprendere l’esercizio della virtù della prudenza”.<br>Nel corso dei due giorni della Roundtable, aperta da una serie di brevi interventi, (tra i quali quello del Portavoce dell’ASviS, Enrico Giovannini) sul ruolo dei dati e degli strumenti analitici per realizzare gli SDGs, sono state identificate azioni concrete che, come già accaduto in occasione della Roundtable dell’anno scorso, i partecipanti si sono impegnati a realizzare entro l’anno e a sottoporre a comune valutazione nel corso nell’evento previsto all’inizio del 2018. <br><br></div><div><br><br></div>]]></description>
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         <title>Anna C.</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu/wish/161439219</link>
         <description><![CDATA[<div>obiettivo 14:<em>Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile<br></em> -<a href="http://www.onuitalia.it/sdg/14-la-vita-sottacqua/">http://www.onuitalia.it/sdg/14-la-vita-sottacqua/</a><br><br>- <a href="http://www.unric.org/it/archivo-sdgs/31360-verso-lagenda-2030-leggi-le-considerazioni-di-biliana-cicin-sain-su-sdg-14">http://www.unric.org/it/archivo-sdgs/31360-verso-lagenda-2030-leggi-le-considerazioni-di-biliana-cicin-sain-su-sdg-14</a> <br>obiettivo 6:<em>Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e delle strutture igienico-sanitarie<br></em> : <br> -<a href="https://www.unric.org/it/agenda-2030/30738-obiettivo-n6-garantire-a-tutti-la-disponibilita-e-la-gestione-sostenibile-dellacqua-e-delle-strutture-igienico-sanitarie">https://www.unric.org/it/agenda-2030/30738-obiettivo-n6-garantire-a-tutti-la-disponibilita-e-la-gestione-sostenibile-dellacqua-e-delle-strutture-igienico-sanitarie</a><br>-<a href="http://www.globalcompactnetwork.org/it/il-global-compact-ita/sdgs/business-sdgs/1381-sdg-6-garantire-a-tutti-la-disponibilita-e-la-gestione-sostenibile-dell-acqua-e-delle-strutture">http://www.globalcompactnetwork.org/it/il-global-compact-ita/sdgs/business-sdgs/1381-sdg-6-garantire-a-tutti-la-disponibilita-e-la-gestione-sostenibile-dell-acqua-e-delle-strutture</a></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 10:58:05 UTC</pubDate>
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         <title>Maria Piccolo</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu/wish/161439296</link>
         <description><![CDATA[<div><strong>Goal 6: Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico sanitarie<br>- </strong><a href="http://www.onuitalia.it/sdg/acqua-pulita-e-igiene/"><strong>http://www.onuitalia.it/sdg/acqua-pulita-e-igiene/</strong></a><strong><br>-</strong><a href="http://www.globalcompactnetwork.org/files/global_compact/sdgs/business-sdgs/scheda-di-approfondimento-sdg-06.pdf"><strong>http://www.globalcompactnetwork.org/files/global_compact/sdgs/business-sdgs/scheda-di-approfondimento-sdg-06.pdf</strong></a><strong><br><br>Goal 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili<br>- </strong><a href="http://www.onuitalia.it/sdg/11-citta-e-comunita-sostenibili/"><strong>http://www.onuitalia.it/sdg/11-citta-e-comunita-sostenibili/</strong></a><strong> <br>- </strong><a href="https://www.unric.org/it/agenda-2030/30732-obiettivo-11-rendere-le-citta-e-gli-insediamenti-umani-inclusivi-sicuri-duraturi-e-sostenibili"><strong>https://www.unric.org/it/agenda-2030/30732-obiettivo-11-rendere-le-citta-e-gli-insediamenti-umani-inclusivi-sicuri-duraturi-e-sostenibili</strong></a><strong><br></strong><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 10:58:21 UTC</pubDate>
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         <title>Giovanna R.</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>OBBIETTIVO 11:<br>.<br> CITTÀ E COMUNITÀ SOSTENIBILI<br><br>Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili<br><br>Il 30% della popolazione urbana mondiale vive negli slum. Nelle città italiane il 10,4% della popolazione è in condizioni di disagio abitativo.<br><br>Quasi tutti gli obiettivi hanno una forte dimensione urbana, fatto non sorprendente se si considera che nel 2010 la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale e che nel 2030 il 60% degli otto miliardi di abitanti del pianeta vivranno nelle città.<br><br>Ciò è ancor più vero in Europa, dove la popolazione urbana sfiora il 70% di quella complessiva, con un modello policentrico di città a cui si guarda con interesse e di cui l’Italia rappresenta un esempio unico.<br><br>Gran parte della sfida per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 si gioca dunque nelle città. Anche il Patto di Amsterdam per un’Agenda urbana per l’Unione europea del 30 maggio 2016 e la bozza della New urban Agenda del 28 luglio 2016, che verrà discussa alla Conferenza Habitat III di Quito (Equador) dell’ottobre prossimoviii, vanno in questa direzione.<br><br>I diversi target ricompresi nel Goal 11 possono essere ricondotti a sei aree principali di intervento: abitazioni, periferie, rigenerazione urbana  e consumo di suolo (riunisce i target 11.1, 11.3 e 11.a); trasporti e mobilità (target 11.2); patrimonio culturale e naturale (target 11.4); calamità, cambiamenti climatici e ambiente urbano (target 11.5, 11.6 e 11.b); spazi pubblici, aree verdi e sicurezza (target 11.7); cooperazione allo sviluppo per l’edilizia sostenibile e resiliente (target 11.c).Elenco eventi passati <br>24 <br>May <br>2016 <br>ANCI, La Citta` metropolitana. Quali compiti e quali risorse? - Roma <br>Evento organizzato per il prossimo 24 maggio a Roma (presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati in via del Seminario) che farà il punto sulla riforma istituzionale in atto di cui la nascita del nuovo ente ‘metropolitana’ rappresenta una tappa fondamentale. <br>26 <br>Apr <br>2016 <br>Prioritalia - Leadership civiche per le città di domani - Roma <br>“Leadership civiche per le città di domani - Le competenze dei manager per generare sviluppo", iniziativa organizzata da Prioritalia in sinergia con le Organizzazioni aderenti, a Roma, Ara Pacis, martedì 26 aprile, a partire dalle ore 17:30 <br>26 <br>Apr <br>2016 <br>Presentazione del Rapporto sulle città di Urban@it - Roma <br>La presentazione del Rapporto sulle città di Urban@it si terrà martedì 26 aprile alle ore 17.30 presso la Biblioteca Spadolini del Senato <br>30 <br>Mar <br>2016 <br>Dialoghi sulla Sostenibilità Roma 2016: Ambiente, Città e Territorio <br>Il primo dei quattro convegni previsti per l'iniziativa "Dialoghi sulla Sostenibilità. Roma 2016) si terrà mercoledì 30 marzo presso l'Aula Magna del Rettorato dell'Università degli Studi "Roma Tre", alle 10:45.<br><br>OBBIETTIVO 12:<br> CONSUMO RESPONSABILE<br><br>Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo<br><br>Almeno il 50% dei consumatori su scala mondiale è disposto a pagare di più per prodotti e servizi di aziende responsabili. In Italia la produzione di rifiuti urbani ammonta a 30 milioni di tonnellate all'anno, con un riciclo del 45% a fronte di un obiettivo di legge del 65%.Il concetto di “modelli di produzione e consumo sostenibili” non è nuovo nel dibattito internazionale, dato che già da diversi decenni si è affermata l’importanza di agire dal lato della produzione, riducendo al minimo l’uso delle risorse naturali, e dal lato del consumo, sensibilizzando i cittadini a forme di consumo responsabili.<br><br>Il concetto di consumo e produzione sostenibili è stato poi sostanziato nel piano di attuazione di Johannesburg, adottato nel 2002 in occasione del vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile (WSSD). In quell’occasione è stato riconosciuto che i cambiamenti fondamentali nel modo in cui le società producono e consuma- no sono indispensabili per conseguire uno sviluppo sostenibile globale. A seguito di ciò, nel 2012, è stato adottato un quadro decennale di programmi a sostegno di iniziative regionali e nazionali.<br><br>L’obiettivo 12 è strettamente correlato a molti altri temi dell’Agenda 2030 e la sua piena realizzazione può rappresentare un fattore discriminante per l’attuazione dell’intero gruppo di obiettivi. L’OCSE posiziona l’obiettivo 12 sia nel gruppo del capitale naturale (insieme a clima, oceani e biodiversità) che nel gruppo del capitale economico (insieme a energia, occupazione e infrastrutture). Inoltre, l’attuazione degli impegni per i modelli di produzione e consumo non può essere affrontata senza una forte connessione con l’obiettivo 4 (educazione), essendo prevista al suo interno una attività specifica verso cittadini/consumatori, giovani e imprese. Si pensi che, secondo la FAO, il 32% dello spreco dei prodotti agricoli avviene durante la produzione, il 22% nella raccolta, l’11% nella trasformazione industriale, il 13% nel corso della distribuzione e il 22% ad opera del consumatore, a domicilio o presso la ristorazione.<br><br>L’obiettivo 12 indica chiaramente che il raggiungimento dello sviluppo sostenibile richiede di cambiare il modo di produrre e consumare, riducendo l’impronta ecologica, migliorando l’efficienza delle risorse naturali, smaltendo in modo appropriato i rifiuti tossici. Altrettanto importante, però, è incoraggiare le industrie, le imprese e i consumatori a riciclare e ridurre gli sprechi e progressivamente a perseguire la transizione verso l’economia circolare.<br><br>Tenendo conto delle particolarità dell’economia italiana e del ruolo dei modelli di produzione e consumo sostenibili rispetto ai temi della competitività del sistema paese, la piena attuazione dell’obiettivo 12 a livello nazionale potrà consentire di beneficiare del superamento delle diseconomie derivanti da trend insostenibili di produzione e consumo e da un uso non efficiente delle risorse, nonché di individuare opportunità di innovazione a livello di imprese e consumatori.<br><br>I target fanno riferimento ad alcune macro–categorie individuabili nell’uso efficiente delle risorse, nella riduzione degli sprechi, nella corretta gestione delle sostanze chimiche e dei rifiuti, nella responsabilità di impresa. Ad esse si affiancano quelle legate alla cooperazione allo sviluppo, che includono il sostegno ai paesi terzi, l’eliminazione dei sussidi dannosi ai combustibili fossili e la diffusione di un turismo sostenibile.<br><br>In particolare, il target 12.4 relativo alla gestione delle sostanze chimiche coinvolge a pieno titolo le imprese sia negli acquisti di materia prima che nello stoccaggio e trattamento dei rifiuti. In Italia la normativa è completa e stringente e fa riferimento alla Convenzione di Basilea (allegati I, II, III, VIII); tuttavia i controlli sono ancora insufficienti a garantire un’ampia e diffusa gestione eco-compatibile di queste sostanze nell’intero ciclo di vita.<br><br>La gestione dei rifiuti rappresenta una cartina di tornasole sulla corretta attuazione di modelli di produzione e consumo sostenibili. Il 7° Programma quadro per l’ambiente dell’UE considera, infatti, la gestione dei rifiuti non solo una preoccupazione ambientale, ma soprattutto una questione economica. Il tema principale è rappresentato dalla transizione ad un nuovo modello “circolare” di economia, attraverso il quale ridurre progressivamente la domanda di risorse naturali (in particolare di materie prime), preservare e mantenere il valore di prodotti, materiali e risorse nell’economia il più a lungo possibile, riducendo al minimo la produzione di rifiuti.<br><br>Questa transizione deve avvenire con il contributo di tutti gli attori, a partire dalle imprese, che sono incoraggiate (target 12.6) ad integrare le informazioni riguardanti la sostenibilità nelle loro relazioni periodiche. Pur essendo già pari a circa l’80% il tasso di rendicontazione non finanziaria delle grandi imprese italiane (solo otto Paesi hanno tassi superiori al 90% e sono: India, Indonesia, Malesia, Sudafrica, Regno unito, Francia, Danimarca e Norvegia), restano ancora escluse le imprese di medio-piccole dimensioni.<br><br>Il target 12.a evidenzia come un modello di sviluppo basato sull’innovazione e la differenziazione non può prescindere da elevati standard umani e tecnologici. Per supportare i paesi in via di sviluppo nel progredire verso nuovi modelli è necessario investire nella formazione (universitaria e post universitaria), in modo da consentire alle persone di operare in un mondo globalizzato, fornendo know how per l’utilizzo di tecnologie verdi nel campo della ricerca. Infine, il target 12.b richiama alla formulazione e allo sviluppo di strumenti in grado di rilevare il contributo di forme sostenibili di turismo alla valorizzazione dei territori, della cultura e dei prodotti locali. Il Senato italiano segnala i limiti dell'azione europea per la sostenibilità <br>La Commissione Ambiente di Palazzo Madama ha approvato una risoluzione che commenta il piano della Commissione europea, formulando osservazioni in linea con i rilievi presentati dall’ASviS. <br>Il pacchetto sviluppo della Commissione europea si compone di tre comunicazioni presentate il 22 novembre 2016 alle istituzioni dell’Unione: la prima sulle prossime tappe per un futuro sostenibile europeo, la seconda dedicata ad un nuovo consensus europeo sullo sviluppo e la terza relativa ad un rinnovato partenariato con i Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, i cosiddetti Paesi ACP. <br>  <br>La prima di queste tre comunicazioni aveva come oggetto l’inquadramento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delineati dall’Agenda 2030 tra le dieci priorità della Commissione Juncker ed è stata sottoposta al parere parlamentare della 13° Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato, in quanto atto preparatorio della legislazione euro-unitaria. <br>  <br>Fin dal periodo immediatamente successivo alla sua pubblicazione, la Comunicazione della Commissione Ue è parsa poco incisiva nella definizione delle prossime tappe per l’implementazione dell’Agenda 2030 a livello europeo. In questo articolo, Francesco Petrelli, di Oxfam (aderente all’ASviS), precisava che la Comunicazione “più che costruire un concreto passo in avanti […], si limita a ribadire principi e ad indicare delle priorità. Troppo poco e ancora troppo generico tenendo conto che questa posizione arriva a più di un anno dal lancio dell’Agenda stessa”. In questa direzione sembra muoversi la risoluzione approvata dal Senato nella giornata di ieri, 16 marzo. <br>  <br>La 13° Commissione permanente, nonostante l’effettiva presenza di punti di contatto tra i contenuti dell’Agenda 2030 e le dieci Priorità della Commissione, specialmente in campo climatico, ha rilevato diverse mancanze all’interno della Comunicazione. In particolare, recependo tra l’altro le osservazioni proposte dall’ASviS nella persona del Portavoce Enrico Giovannini in sede di audizione il primo marzo, la Commissione ha obiettato come manchi del tutto un richiamo esplicito, “imprescindibile per questa Commissione”, al ruolo delle imprese nel conseguimento degli Obiettivi. Ma ancora, viene rilevata l’assenza di un riferimento al ruolo delle istituzioni europee in quei campi di intervento degli Obiettivi che, nella distribuzione delle competenze, riguardino gli Stati membri: per la Commissione Ambiente, il ruolo dell’Unione dovrebbe essere quello di “stimolare l’azione degli Stati membri e renderne coerenti le politiche intraprese”. <br>  <br>Uno dei punti fondamentali su cui l’audizione dell’ASviS si è soffermata, pienamente recepito dalla 13° Commissione, è rappresentato dall’adozione, da parte della Commissione Ue, di un approccio ancora legato al solo breve periodo e ancora legato esclusivamente alla questione ambientale. In questo ambito viene suggerita l’adozione di strumenti di valutazione ex-ante ed ex-post delle singole politiche rispetto all’intero insieme degli SDGs e lo sviluppo di modelli analitici in grado di assistere la Commissione europea e gli Stati membri nella progettazione delle politiche. <br>  <br>Ed è, questa, un’osservazione che trova riscontro anche in sede europea nella piattaforma SDG Watch Europe, di cui ASviS è parte, nata per monitorare l’implementazione dell’Agenda 2030 in Europa. Questa rete di organizzazioni della società civile europea, attraverso un documento di posizione inviato al vicepresidente Frans Timmermans, ha invitato la Commissione ad essere più ambiziosa sugli SDGs, giudicando positivamente il lancio di una piattaforma multi-stakeholder per lo scambio di buone pratiche, ma sottolineando la necessità che questa mantenga la propria indipendenza, affinché le istituzioni europee e gli Stati membri possano sviluppare a pieno il proprio consenso nella costruzione delle decisioni in materia di sostenibilità.<br>OBBIETTIVO 13 :<br>LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO<br><br>Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze<br><br>Dal 1990 le emissioni globali di anidride carbonica sono aumentate del 50% circa: con l’attuale andamento si prevede che, entro la fine del secolo, la temperatura globale aumenterà di 3°C, con effetti disastrosi sugli equilibri ambientali e sociali. In Italia, dal 2014 al 2015 si è riscontrato un aumento del 3% delle emissioni.<br>Il cambiamento climatico è ormai universalmente riconosciuto come la principale e la più urgente crisi ambientale, il cui controllo è determinante per tutta la strategia globale e per tutti gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.<br><br>Si tratta di contenere l’aumento dell’anomalia termica rispetto al periodo preindustriale, ormai vicina a +1°C, che è funzione della concentrazione di gas serra (GHG) in atmosfera che determina lo scambio termico ai confini dell’atmosfera e, quindi, il riscaldamento medio della superficie terrestre.<br><br>All’atto dell’approvazione dell’Agenda 2030 da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU (settembre 2015) il negoziato climatico multilaterale era ancora in pieno divenire. Per questa ragione l’obiettivo 13 non ha definito con precisione i target climatici, lasciando che fosse la sopravveniente COP 21 a stabilire tempi, modi ed obiettivi. Con l’Accordo di Parigi di dicembre 2015 (il quale è parte integrante dell’Agenda 2030), sorretto dallo straordinario consenso e perfino dall’emozione che ha unito ben 195 Paesi, praticamente l’umanità intera, l’obiettivo è il contenimento dell’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo tutti gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. Questo contenimento ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico e consentirebbe di raggiungere la neutralità carbonica (emissioni uguali agli assorbimenti) nella seconda metà del secolo. Ciò richiederà profondi cambiamenti del modello di sviluppo globale e dei singoli paesi, una rapida avanzata della green economy verso la decarbonizzazione delle economie, con conseguente anticipazione del picco mondiale delle emissioni ben prima del 2030.<br><br>L’Accordo di Parigi si basa sugli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra presentati dalle Parti (INDC - Intended Nationally Determined Contributions) che, una volta ratificato da almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali, diventeranno di fatto vincolanti. Al momento del G20 di Hangzhou in Cina (primi di settembre 2016), hanno ratificato l’Accordo 27 paesi (per un totale del 39% delle emissioni globali), tra cui Cina e Stati Uniti. Con la ratifica EU i paesi sarebbero effettivamente 55, sfiorando il 55% delle emissioni ma, per ora, solo la Francia ha il mandato parlamentare per tale ratifica.<br><br>Gli impegni finora presi non sono sufficienti per assicurare gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale ed è già previsto un sistema di verifiche per aggiornare e migliorare gli impegni nazionali. Nel 2018 è convocato un dialogo di facilitazione per fare il punto sul raggiungimento degli obiettivi a lungo termine e sul picco delle emissioni; entro il 31 dicembre 2020 tutti i paesi con un obiettivo dichiarato al 2025 (come gli Stati Uniti) dovranno presentare un nuovo piano di impegni nazionali, mentre agli altri si chiede di aggiornare il loro o comunicarne una nuova versione. Ai paesi sviluppati si chiedono target in termini di emissioni assolute a tutti i livelli economici, mentre i paesi in via di sviluppo potranno muoversi in tempi meno rigidi. Entro il 2023 sarà fatto un inventario globale degli sforzi e dei risultati.<br><br>L’Accordo di Parigi definisce in dettaglio i contenuti dei target 13.1 e 13.2 e quindi, correttamente, la proposta avanzata per gli indicatori dell’obiettivo 7 non fa riferimento alle emissioni GHG nazionali e globali, ma solo agli impegni per l’adattamento, all’anomalia termica globale (che è l’indicatore guida dell’Accordo di Parigi) ed ai finanziamenti per gli aiuti alla lotta al cambiamento climatico (100 Mld di dollari su base annua al 2030). Poiché però si richiede a tutti i paesi un aumento sostanziale delle ambizioni, è opportuno che a livello nazionale siano monitorate le emissioni GHG, si controlli che raggiungano il picco delle emissioni “al più presto” e che si vada entro il 2050 ad una decarbonizzazione completa delle economie, così come richiedono i modelli matematici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per assicurare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi per la fine del secolo.<br><br>Italia ed Europa hanno già superato il picco, come anche gli Stati Uniti e ci si attende altrettanto dalla Cina e dagli altri emettitori grandi e medi. A Parigi è stata data la notizia che per la prima volta le emissioni GHG cinesi non sono cresciute nel 2015 per effetto di un’ampia dismissione dei più obsoleti impianti di generazione elettrica a carbone. Che si tratti del picco delle emissioni e dei relativi consumi energetici solo i dati dei prossimi anni potranno accertarlo.<br><br>La dominanza dell’obiettivo della mitigazione e dell’adattamento climatico fa sì che l’obiettivo 13 sia fortemente connesso con molti altri, a partire dal Goal 7 sull’energia e ai suoi target sull’energia rinnovabile, e dal Goal 15, relativo alla vita sulla terra, per le misure di mitigazione legate allo stoccaggio della CO2 nelle biomasse e nel suolo (pari al 25%) e per tutte le misure di adattamento ai cambiamenti climatici basate sui servizi eco-sistemici. Il target 13.1 si collega diffusamente con i target degli obiettivi 6, 14, 15, con quelli del Goal 2 sull’agricoltura sostenibile (2.3, 2.4, 2.5), con l’11b per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e la resilienza ai disastri, e il target 11.5 per la riduzione dei morti e dei danni economici da calamità. Tutte le politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno effetti diretti sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria integrandosi ancora con gli obiettivi 15 (protezione degli ecosistemi), 3 sulla salute (in particolare il target 3.9) e il target 11.6 sulla riduzione dell’inquinamento pro-capite.<br><br>I target 13.a, la piena operatività del “Green Climate Fund” di Parigi e Cancún attraverso la sua capitalizzazione nel più breve tempo possibile e il 13.b, finalizzato ad aumentare la capacità di gestione del cambiamento climatico nei paesi meno sviluppati e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (aumentando il ruolo delle donne, dei giovani e delle comunità locali ed emarginate), si integrano con i target 7.a e 7.b e sono supportati dai target 17.16, 17.17, 17.18, 17.19 sul partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.Il Senato italiano segnala i limiti dell'azione europea per la sostenibilità <br>La Commissione Ambiente di Palazzo Madama ha approvato una risoluzione che commenta il piano della Commissione europea, formulando osservazioni in linea con i rilievi presentati dall’ASviS. <br>Il pacchetto sviluppo della Commissione europea si compone di tre comunicazioni presentate il 22 novembre 2016 alle istituzioni dell’Unione: la prima sulle prossime tappe per un futuro sostenibile europeo, la seconda dedicata ad un nuovo consensus europeo sullo sviluppo e la terza relativa ad un rinnovato partenariato con i Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, i cosiddetti Paesi ACP. <br>  <br>La prima di queste tre comunicazioni aveva come oggetto l’inquadramento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delineati dall’Agenda 2030 tra le dieci priorità della Commissione Juncker ed è stata sottoposta al parere parlamentare della 13° Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato, in quanto atto preparatorio della legislazione euro-unitaria. <br>  <br>Fin dal periodo immediatamente successivo alla sua pubblicazione, la Comunicazione della Commissione Ue è parsa poco incisiva nella definizione delle prossime tappe per l’implementazione dell’Agenda 2030 a livello europeo. In questo articolo, Francesco Petrelli, di Oxfam (aderente all’ASviS), precisava che la Comunicazione “più che costruire un concreto passo in avanti […], si limita a ribadire principi e ad indicare delle priorità. Troppo poco e ancora troppo generico tenendo conto che questa posizione arriva a più di un anno dal lancio dell’Agenda stessa”. In questa direzione sembra muoversi la risoluzione approvata dal Senato nella giornata di ieri, 16 marzo. <br>  <br>La 13° Commissione permanente, nonostante l’effettiva presenza di punti di contatto tra i contenuti dell’Agenda 2030 e le dieci Priorità della Commissione, specialmente in campo climatico, ha rilevato diverse mancanze all’interno della Comunicazione. In particolare, recependo tra l’altro le osservazioni proposte dall’ASviS nella persona del Portavoce Enrico Giovannini in sede di audizione il primo marzo, la Commissione ha obiettato come manchi del tutto un richiamo esplicito, “imprescindibile per questa Commissione”, al ruolo delle imprese nel conseguimento degli Obiettivi. Ma ancora, viene rilevata l’assenza di un riferimento al ruolo delle istituzioni europee in quei campi di intervento degli Obiettivi che, nella distribuzione delle competenze, riguardino gli Stati membri: per la Commissione Ambiente, il ruolo dell’Unione dovrebbe essere quello di “stimolare l’azione degli Stati membri e renderne coerenti le politiche intraprese”. <br>  <br>Uno dei punti fondamentali su cui l’audizione dell’ASviS si è soffermata, pienamente recepito dalla 13° Commissione, è rappresentato dall’adozione, da parte della Commissione Ue, di un approccio ancora legato al solo breve periodo e ancora legato esclusivamente alla questione ambientale. In questo ambito viene suggerita l’adozione di strumenti di valutazione ex-ante ed ex-post delle singole politiche rispetto all’intero insieme degli SDGs e lo sviluppo di modelli analitici in grado di assistere la Commissione europea e gli Stati membri nella progettazione delle politiche. <br>  <br>Ed è, questa, un’osservazione che trova riscontro anche in sede europea nella piattaforma SDG Watch Europe, di cui ASviS è parte, nata per monitorare l’implementazione dell’Agenda 2030 in Europa. Questa rete di organizzazioni della società civile europea, attraverso un documento di posizione inviato al vicepresidente Frans Timmermans, ha invitato la Commissione ad essere più ambiziosa sugli SDGs, giudicando positivamente il lancio di una piattaforma multi-stakeholder per lo scambio di buone pratiche, ma sottolineando la necessità che questa mantenga la propria indipendenza, affinché le istituzioni europee e gli Stati membri possano sviluppare a pieno il proprio consenso nella costruzione delle decisioni in materia di sostenibilità.<br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 10:58:28 UTC</pubDate>
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      <item>
         <title>Angela M</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div><br><br></div><div><strong>Goal 14: Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile<br></strong><br></div><div> 14.1 Entro il 2025, prevenire e ridurre in modo significativo l'inquinamento marino di tutti i tipi, in particolare quello proveniente dalle attività terrestri, compresi i rifiuti marini e l'inquinamento delle acque da parte dei nutrienti<br><br></div><div> 14.2 Entro il 2020 gestire e proteggere in modo sostenibile gli ecosistemi marini e costieri per evitare impatti negativi significativi, anche rafforzando la loro capacità di recupero e agendo per il loro ripristino, al fine di ottenere oceani sani e produttivi<br><br></div><div> 14.3 Ridurre al minimo e affrontare gli effetti dell'acidificazione degli oceani anche attraverso una maggiore cooperazione scientifica a tutti i livelli<br><br></div><div> 14.4 Entro il 2020, regolare efficacemente la raccolta e porre fine alla pesca eccessiva, la pesca illegale, quella non dichiarata e non regolamentata e alle pratiche di pesca distruttive, e mettere in atto i piani di gestione su base scientifica, al fine di ricostituire gli stock ittici nel più breve tempo possibile, almeno a livelli in grado di produrre il rendimento massimo sostenibile come determinato dalle loro caratteristiche biologiche<br><br></div><div> 14.5 Entro il 2020, proteggere almeno il 10 per cento delle zone costiere e marine, coerenti con il diritto nazionale e internazionale e sulla base delle migliori informazioni scientifiche disponibili<br><br></div><div> 14.6 Entro il 2020, vietare quelle forme di sovvenzioni alla pesca che contribuiscono all’eccesso di capacità e alla pesca eccessiva, eliminare i sussidi che contribuiscono alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata e astenersi dall'introdurre nuove sovvenzioni di questo tipo, riconoscendo che un trattamento speciale e differenziato adeguato ed efficace per i paesi in via di sviluppo e i paesi meno sviluppati dovrebbe essere parte integrante del negoziato sui sussidi alla pesca dell’Organizzazione Mondiale del Commercio<a href="http://economia.uniroma2.it/asvis/home/46-81/lagenda-globale-per-lo-sviluppo#_ftn8">[8]<br></a><br></div><div> 14.7 Entro il 2030, aumentare i benefici economici derivanti dall'uso sostenibile delle risorse marine per i piccoli Stati insulari e i paesi meno sviluppati, anche mediante la gestione sostenibile della pesca, dell'acquacoltura e del turismo<br><br></div><div> 14.a Aumentare le conoscenze scientifiche, sviluppare la capacità di ricerca e di trasferimento di tecnologia marina, tenendo conto dei criteri e delle linee guida della Commissione Oceanografica Intergovernativa sul trasferimento di tecnologia marina, al fine di migliorare la salute degli oceani e migliorare il contributo della biodiversità marina per lo sviluppo dei paesi in via di sviluppo, in particolare i piccoli Stati insulari in via di sviluppo e i paesi meno sviluppati<br><br></div><div> 14.b Assicurare ai piccoli pescatori artigianali l’accesso alle risorse e ai mercati marini<br><br></div><div> 14.c Migliorare la conservazione e l'uso sostenibile degli oceani e delle loro risorse tramite l’applicazione del diritto internazionale, che si riflette nell’UNCLOS<a href="http://economia.uniroma2.it/asvis/home/46-81/lagenda-globale-per-lo-sviluppo#_ftn9">[9]</a>, che fornisce il quadro giuridico per l'utilizzo e la conservazione sostenibile degli oceani e delle loro risorse, come ricordato al punto 158 de “Il futuro che vogliamo”<br><br><a href="http://www.onuitalia.it/sdg/14-la-vita-sottacqua/">http://www.onuitalia.it/sdg/14-la-vita-sottacqua/</a><br><br><strong>Goal 7: Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni<br></strong><br></div><div> 7.1 Entro il 2030, garantire l'accesso universale ai servizi energetici a prezzi accessibili, affidabili e moderni<br><br></div><div> 7.2 Entro il 2030, aumentare notevolmente la quota di energie rinnovabili nel mix energetico globale<br><br></div><div> 7.3 Entro il 2030, raddoppiare il tasso globale di miglioramento dell'efficienza energetica<br><br></div><div> 7.a Entro il 2030, rafforzare la cooperazione internazionale per facilitare l'accesso alla tecnologia e alla ricerca di energia pulita, comprese le energie rinnovabili, all'efficienza energetica e alla tecnologia avanzata e alla più pulita tecnologia derivante dai combustibili fossili, e promuovere gli investimenti nelle infrastrutture energetiche e nelle tecnologie per l’energia pulita<br><br></div><div> 7.b Entro il 2030, espandere l'infrastruttura e aggiornare la tecnologia per la fornitura di servizi energetici moderni e sostenibili per tutti i paesi in via di sviluppo, in particolare per i paesi meno sviluppati, i piccoli Stati insulari, e per i paesi in via di sviluppo senza sbocco sul mare, in accordo con i loro rispettivi programmi di sostegno<br><br></div><div><br><a href="http://www.onuitalia.it/sdg/7-energia-pulita-e-accessibile/">http://www.onuitalia.it/sdg/7-energia-pulita-e-accessibile/</a></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 10:59:04 UTC</pubDate>
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         <title>Fernanda R.</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>obbiettivo 11: -<a href="https://www.unric.org/it/agenda-2030/30732-obiettivo-11-rendere-le-citta-e-gli-insediamenti-umani-inclusivi-sicuri-duraturi-e-sostenibili">https://www.unric.org/it/agenda-2030/30732-obiettivo-11-rendere-le-citta-e-gli-insediamenti-umani-inclusivi-sicuri-duraturi-e-sostenibili</a> <br>-<a href="http://www.globalcompactnetwork.org/it/il-global-compact-ita/sdgs/business-sdgs/1376-sdg-11-rendere-le-citta-e-gli-insediamenti-umani-inclusivi-sicuri-duraturi-e-sostenibili.html">http://www.globalcompactnetwork.org/it/il-global-compact-ita/sdgs/business-sdgs/1376-sdg-11-rendere-le-citta-e-gli-insediamenti-umani-inclusivi-sicuri-duraturi-e-sostenibili.html</a><br><br>obbiettivo 12:  -<a href="https://www.unric.org/it/agenda-2030/30803-obiettivo-12-garantire-modelli-sostenibili-di-produzione-e-di-consumo">https://www.unric.org/it/agenda-2030/30803-obiettivo-12-garantire-modelli-sostenibili-di-produzione-e-di-consumo</a><br>-<a href="http://www.globalcompactnetwork.org/it/il-global-compact-ita/sdgs/business-sdgs/1375-sdg-12-garantire-modelli-sostenibili-di-produzione-e-di-consumo.html">http://www.globalcompactnetwork.org/it/il-global-compact-ita/sdgs/business-sdgs/1375-sdg-12-garantire-modelli-sostenibili-di-produzione-e-di-consumo.html</a></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 10:59:29 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>GIUSY <br>OBIETTVO 6:ACQUA PULITA E SERVIZI IGIENICO-SANITARI<br><br>L’acqua è fondamentale per la presenza e l’evoluzione della vita sulla Terra e per l’esistenza degli esseri umani. Il ciclo idrico costituisce un elemento fondamentale per tutte le società umane.<br><br>Un’ampia serie di fattori antropici, dal riscaldamento della superficie terrestre (dovuto all’aumento dei gas che incrementano l’effetto serra naturale) alle diffuse pratiche di modificazione dell’uso dei suoli, all’ingegnerizzazione dei letti fluviali, alla continua crescita dell’irrigazione e degli altri consumi idrici (si stima ormai che oltre il 25% dei bacini fluviali a livello mondiale si prosciughi prima di raggiungere gli oceani), alla continua scomparsa degli habitat acquatici, ai numerosi e pervasivi fenomeni di inquinamento, influenzano profondamente il sistema idrico globale. Ne conseguono il declino della biodiversità e il degrado degli ecosistemi, l'aumento del tasso di estinzione, mentre sono sempre più a rischio ambienti fondamentali per l’idrosfera come le foreste tropicali, le zone umide e numerosi bacini fluviali e lacustri. L’alterazione del ciclo idrico globale influisce, a sua volta, sulla biodiversità, sull’alimentazione umana, sulla salute e la funzionalità degli ecosistemi.<br><br>Quasi 5,6 miliardi di persone vivono in aree che si trovano a livelli elevati di rischio per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico e per lo stato di salute della biodiversità degli ambienti di acque dolci. Come indicato anche dalla Direttiva Quadro Acque dell’Unione Europea (2000/60/CE) è fondamentale ripristinare il Good Environmental Status (GES) dell’acqua, elemento fondamentale anche per la salute, il benessere e la qualità della vita umana. L’acqua pulita e accessibile a tutti è un elemento essenziale del mondo in cui vogliamo vivere. Tuttavia, a causa di un’economia squilibrata e di infrastrutture cattive o carenti, ogni anno milioni di persone, la maggior parte dei quali bambini, muoiono per malattie associate alla fornitura di acqua insufficiente e servizi igienici inadeguati.<br><br>Tali fenomeni producono un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sanitaria, sulle scelte di sostentamento e sulle opportunità educative per le famiglie povere di tutto il mondo. La siccità affligge alcuni dei paesi più poveri del mondo, aggravando la fame e la malnutrizione. In alcune zone d'Italia, specialmente nel Mezzogiorno e con maggiore intensità in Sicilia, il fenomeno della scarsità d'acqua è presente da decenni. Questo fenomeno ormai storico non solo rappresenta un danno per la qualità della vita e va a detrimento del benessere delle popolazioni locali, ma rappresenta anche sotto il profilo economico un dispendio di risorse sia per le persone che per le casse pubbliche, giacché la cittadinanza va rifornita in maniera alternativa e più costosa.Un terzo delle plastiche degli oceani sono pneumatici, tessuti e cosmetici<br><br>Nel rapporto Global Marine and Polar Programme dell'Iucn viene stimato che una percentuale compresa tra 15% e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastiche in mare è costituita da microplastiche primarie, ovvero derivanti da attività umane.<br><br>Quasi un terzo delle  plastiche riversate negli oceani ogni anno sono rappresentate dalle microplastiche primarie, ovvero quelle che finiscono nei mari rilasciate direttamente da attività umane, domestiche o industriali poco importa.<br><br>A rivelare queste stime è il rapporto del  Global Marine and Polar Programme dell'Iucn, The International Union for Conservation of Nature, secondo il quale una percentuale compresa tra il 15 e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastica che inquinano i mari, è costituita da microplastiche primarie.<br><br>Ma di che parliamo esattamente? Le principali fonti di queste plastiche, caratterizzate da una dimensione inferiore ai 5 millimetri, comprendono pneumatici di auto, tessuti sintetici, rivestimenti marini, segnaletica stradale, prodotti per la cura personale, come creme, saponi e trucchi, e polveri urbane.<br><br>Diversa l'origine delle microplastiche secondarie, ovvero quelle che derivano dalla frantumazione di materiali plastici di maggiori dimensioni in piccoli frammenti.<br><br>Il rilascio globale di microplastiche primarie negli oceani è di circa 15 milioni di tonnellate all'anno,  tradotto in termini procapite, sarebbe a dire l'abbandono ogni settimana nelle acque, da parte di ciascun abitante della Terra, di 212 grammi di plastica, l'equivalente di una busta per la spesa vuota.<br><br>Dallo studio emerge anche come la quasi totalità delle microplastiche primarie negli Oceani, il 98%, deriva da attività terrestri, mentre solo il 2% è riconducibile ad attività svolte in mare. SOER 2015, migliorate qualità di aria e acqua ma a rischio gli ecosistemi: in Ue ancora molto da fare<br><br>L'Agenzia europea per l'ambiente descrive nel suo ultimo rapporto il quadro dell'Europa in vista degli obiettivi fissati per il 2050, registrando che le strategie a lungo termine risultano insufficienti. Devono cambiare istituzioni, pratiche, tecnologie, politiche, stili di vita e modi di pensare. Rispetto agli obiettivi europei fissati per il 2050 in materia di tutela dall'ambiente, crescita sostenibile e salute dei cittadini, negli ultimi 40 anni molto è stato fatto, ma  molto resta ancora da fare. I tre punti chiave alla base delle strategie per creare entro il 2050 un’ Europa dove “si possa vivere bene, entro i limiti del pianeta” riguardano la protezione del capitale naturale che supporta la prosperità economica e il benessere dell'uomo, la razionalizzazione dell'uso delle risorse in un'economia orientata a una produzione sempre minore di CO2, e infine la salvaguardia della salute dei cittadini dai rischi ambientali.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:01:06 UTC</pubDate>
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         <title>Maria </title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu/wish/161440412</link>
         <description><![CDATA[<div>OBIETTIVO 12:Per consumo e produzione sostenibili si intende la promozione dell'efficienza delle risorse e dell'energia, di infrastrutture sostenibili, così come la garanzia dell’accesso ai servizi di base, a lavori dignitosi e rispettosi dell’ambiente e a una migliore qualità di vita per tutti. La sua attuazione contribuisce alla realizzazione dei piani di sviluppo complessivi, alla riduzione dei futuri costi economici, ambientali e sociali, al miglioramenti della competitività economica e alla riduzione della povertà. <br>Il consumo e la produzione sostenibile puntano a “fare di più e meglio con meno”, aumentando i benefici in termini di benessere tratti dalle attività economiche, attraverso la riduzione dell'impiego di risorse, del degrado e dell’inquinamento nell'intero ciclo produttivo, migliorando così la qualità della vita. Ciò coinvolge stakeholder differenti, tra cui imprese, consumatori, decisori politici, ricercatori, scienziati, rivenditori, mezzi di comunicazione e agenzie di cooperazione allo sviluppo. E’ necessario per questo un approccio sistematico e cooperativo tra soggetti attivi nelle filiere, dal produttore fino al consumatore. Ciò richiede inoltre di coinvolgere i consumatori in iniziative di sensibilizzazione al consumo e a stili di vita sostenibili, offrendo loro adeguate informazioni su standard ed etichette, e coinvolgendoli, tra le altre cose, nell’approvvigionamento pubblico sostenibile.<br><br></div><div><strong>Fatti e cifre<br></strong><br></div><div>• Ogni anno, circa un terzo del cibo prodotto, corrispondente a 1,3 miliardi di tonnellate, per un valore pari a circa mille miliardi di dollari, finisce nella spazzatura dei consumatori e dei commercianti, oppure va a male a causa di sistemi di trasporti o pratiche agricole inadeguati<br><br></div><div>• Se la popolazione mondiale utilizzasse lampadine a risparmio energetico, si risparmierebbero 120 miliardi di dollari all’anno<br><br></div><div>• Se la popolazione mondiale raggiungesse 9,6 miliardi all’anno entro il 2050, servirebbero tre pianeti per soddisfare la domanda di risorse naturali necessarie a sostenere gli stili di vita attuali. <br><br></div><div><strong>1. Acqua<br></strong><br></div><div>• Meno del 3 per cento dell’acqua mondiale è potabile, di cui il 2,5% è congelata in Antartide, nell’Artide e nei ghiacciai. L’umanità deve quindi affidarsi allo 0,5 per cento per soddisfare il fabbisogno di acqua potabile dell’uomo e dell’ecosistema<br><br></div><div>• L’uomo sta inquinando l’acqua mondiale in maniera più rapida rispetto alla capacità naturale di rigenerazione e purificazione dell’acqua in fiumi e laghi<br><br></div><div>• Più di un miliardo di persone non dispongono ancora dell’accesso all’acqua potabile<br><br></div><div>• Un eccessivo utilizzo di acqua contribuisce allo stress idrico mondiale<br><br></div><div>• L’acqua è un bene libero, ma le infrastrutture necessarie per trasportarla sono costose.<br><br></div><div><strong>2. Energia<br></strong><br></div><div>• Nonostante i progressi tecnologici che hanno promosso un aumento di efficienza energetica, l’uso dell’energia nei paesi dell’OCSE continuerà a crescere di un altro 35% entro il 2020. L’utilizzo energetico di attività commerciali e abitazioni è il secondo settore dopo i trasporti per crescita dell’impiego di energia<br><br></div><div>• Nel 2002, lo stock automobilistico nei paesi OCSE era di 550 milioni di veicoli (di cui il 75% auto personali). Entro il 2020, ci si attende un aumento del 32% dei veicoli posseduti. Nello stesso periodo, si prevede un aumento del 40% dei chilometri percorsi dagli autoveicoli, insieme alla triplicazione del traffico aereo mondiale<br><br></div><div>• Le famiglie consumano il 29% dell’energia globale, contribuendo al 21% delle emissioni di CO2<br><br></div><div>• Nel 2013, un quinto del consumo complessivo dell’energia mondiale derivava da fonti rinnovabili.<br><br></div><div><strong>3. Cibo<br></strong><br></div><div>• Mentre un impatto ambientale significativo nel settore alimentare si verifica a partire dalle fasi di produzione (agricoltura e settore agro-alimentare), le famiglie influenzano tale impatto attraverso scelte e abitudini alimentari. Ciò, a sua volta, ha un impatto sull’ambiente attraverso l’energia consumata per la produzione di cibo e la generazione di rifiuti<br><br></div><div>• 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vanno sprecate ogni anno, mentre quasi 1 miliardo di persone soffre di denutrizione e un altro miliardo soffre le fame<br><br></div><div>• Il consumo eccessivo di cibo produce effetti dannosi per la nostra salute e per l’ambiente<br><br></div><div>• 2 miliardi di persone nel mondo sono sovrappeso o obese<br><br></div><div>• Fenomeni di degradazione dei suoli, l’inaridimento dei terreni, l’utilizzo non sostenibile dell’acqua, l’eccessivo sfruttamento della pesca e il degrado dell’ambiente marino riducono la capacità delle risorse naturali di provvedere alla produzione alimentare<br><br></div><div>• Il settore alimentare rappresenta il 30% del consumo totale di energia, ed è responsabile del 22% delle emissioni di gas serra.<br><br></div><div> <br><br></div><div><strong>Traguardi<br></strong><br></div><div>12.1 Attuare il Quadro Decennale di Programmi per il Consumo e la Produzione Sostenibili, rendendo partecipi tutti i paesi, con i paesi sviluppati alla guida, ma tenendo presenti anche lo sviluppo e le capacità dei paesi in via di sviluppo<br><br></div><div>12.2 Entro il 2030, raggiungere la gestione sostenibile e l’utilizzo efficiente delle risorse naturali<br><br></div><div>12.3 Entro il 2030, dimezzare lo spreco alimentare globale pro-capite a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo durante le catene di produzione e di fornitura, comprese le perdite del post-raccolto<br><br></div><div>12.4 Entro il 2020, raggiungere la gestione eco-compatibile di sostanze chimiche e di tutti i rifiuti durante il loro intero ciclo di vita, in conformità ai quadri internazionali concordati, e ridurre sensibilmente il loro rilascio in aria, acqua e suolo per minimizzare il loro impatto negativo sulla salute umana e sull’ambiente<br><br></div><div>12.5 Entro il 2030, ridurre in modo sostanziale la produzione di rifiuti attraverso la prevenzione, la riduzione, il riciclo e il riutilizzo<br><br></div><div>12.6 Incoraggiare le imprese, in particolare le grandi aziende multinazionali, ad adottare pratiche sostenibili e ad integrare le informazioni sulla sostenibilità nei loro resoconti annuali<br><br></div><div>12.7 Promuovere pratiche sostenibili in materia di appalti pubblici, in conformità alle politiche e priorità nazionali<br><br></div><div>12.8 Entro il 2030, accertarsi che tutte le persone, in ogni parte del mondo, abbiano le informazioni rilevanti e la giusta consapevolezza dello sviluppo sostenibile e di uno stile di vita in armonia con la natura<br><br></div><div>12.a Supportare i Paesi in via di sviluppo nel potenziamento delle loro capacità scientifiche e tecnologiche, per raggiungere modelli di consumo e produzione più sostenibili<br><br></div><div>12.b Sviluppare e implementare strumenti per monitorare gli impatti dello sviluppo sostenibile per il turismo sostenibile, che crea posti di lavoro e promuove la cultura e i prodotti locali<br><br></div><div>12.c Razionalizzare i sussidi inefficienti per i combustibili fossili che incoraggiano lo spreco eliminando le distorsioni del mercato in conformità alle circostanze nazionali, anche ristrutturando i sistemi di tassazione ed eliminando progressivamente quei sussidi dannosi, ove esistenti, in modo da riflettere il loro impatto ambientale, tenendo bene in considerazione i bisogni specifici e le condizioni dei paesi in via di sviluppo e riducendo al minimo i possibili effetti negativi sul loro sviluppo, in modo da proteggere i poveri e le comunità più colpite<br>OBIETTIVO 11:<br>Le città sono centri per nuove idee, per il commercio, la cultura, la scienza, la produttività, lo sviluppo sociale e molto altro. Nel migliore dei casi le città hanno permesso alle persone di migliorare la loro condizione sociale ed economica. <br>Tuttavia, persistono molte sfide per mantenere i centri urbani come luoghi di lavoro e prosperità, e che allo stesso tempo non danneggino il territorio e le risorse. Le sfide poste dall’ambiente urbano includono il traffico, la mancanza di fondi per fornire i servizi di base, la scarsità di alloggi adeguati, il degrado delle infrastrutture.<br>Le sfide che le città affrontano possono essere vinte in modo da permettere loro di continuare a prosperare e crescere, migliorando l’utilizzo delle risorse e riducendo l’inquinamento e la povertà. Il futuro che vogliamo include città che offrano opportunità per tutti, con accesso ai servizi di base, all’energia, all’alloggio, ai trasporti e molto altro.<br><br></div><div><strong>Fatti e cifre<br></strong><br></div><div>•  Oggi metà dell’umanità, vale a dire 3,5 miliardi di persone, vive in città<br>•  Entro il 2030, quasi il 60% della popolazione mondiale abiterà in aree urbane<br>•  Il 95% dell’espansione urbana nei prossimi decenni avverrà nei Paesi in via di sviluppo<br>•  Attualmente 828 milioni di persone vivono in baraccopoli, e il numero è in continuo aumento<br>•  Le città occupano solamente il 3 per cento della superficie terrestre, tuttavia sono responsabili del 60-80% del consumo energetico e del 75% delle emissioni di carbonio<br>•  La rapida urbanizzazione esercita pressione sulle forniture di acqua dolce, sulle fognature, sull’ambiente e sulla salute pubblica<br>•  L’alta densità delle città può portare efficienza e sviluppo tecnologico, riducendo il consumo di risorse e di energia.<br><br></div><div><br><strong>Traguardi<br></strong><br></div><div>11.1   Entro il 2030, garantire a tutti l’accesso ad alloggi adeguati, sicuri e convenienti e ai servizi di base e riqualificare i quartieri poveri<br><br></div><div>11.2  Entro il 2030, garantire a tutti l’accesso a un sistema di trasporti sicuro, conveniente, accessibile e sostenibile, migliorando la sicurezza delle strade, in particolar modo potenziando i trasporti pubblici, con particolare attenzione ai bisogni di coloro che sono più vulnerabili, donne, bambini, persone con invalidità e anziani<br><br></div><div>11.3  Entro il 2030, potenziare un’urbanizzazione inclusiva e sostenibile e la capacità di pianificare e gestire in tutti i paesi un insediamento umano che sia partecipativo, integrato e sostenibile<br><br></div><div>11.4  Potenziare gli sforzi per proteggere e salvaguardare il patrimonio culturale e naturale del mondo<br><br></div><div>11.5  Entro il 2030, ridurre in modo significativo il numero di decessi e il numero di persone colpite e diminuire in modo sostanziale le perdite economiche dirette rispetto al prodotto interno lordo globale causate da calamità, comprese quelle legate all’acqua, con particolare riguardo alla protezione dei poveri e delle persone più vulnerabili<br><br></div><div>11.6  Entro il 2030, ridurre l’impatto ambientale negativo pro-capite delle città, prestando particolare attenzione alla qualità dell’aria e alla gestione dei rifiuti urbani e di altri rifiuti<br><br></div><div>11.7  Entro il 2030, fornire accesso universale a spazi verdi e pubblici sicuri, inclusivi e accessibili, in particolare per donne, bambini, anziani e disabili<br><br></div><div>11.a Supportare i positivi legami economici, sociali e ambientali tra aree urbane, periurbane e rurali rafforzando la pianificazione dello sviluppo nazionale e regionale<br><br></div><div>11.b  Entro il 2020, aumentare considerevolmente il numero di città e insediamenti umani che adottano e attuano politiche integrate e piani tesi all’inclusione, all’efficienza delle risorse, alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici, alla resistenza ai disastri, e che promuovono e attuano una gestione olistica del rischio di disastri su tutti i livelli, in linea con il Quadro di Sendai per la Riduzione del Rischio di Disastri 2015-2030<br><br></div><div>11.c  Supportare i paesi meno sviluppati, anche con assistenza tecnica e finanziaria, nel costruire edifici sostenibili e resilienti utilizzando materiali locali<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:02:37 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Zaira O.<br><strong>OBIETTIVO N 11<br><br>Città e comunità sostenibili</strong><br> Quasi tutti gli obiettivi hanno una forte dimensione urbana, fatto non sorprendente se si considera che nel 2010 la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale e che nel 2030 il 60% degli otto miliardi di abitanti del pianeta vivranno nelle città.</div><div> Ciò è ancor più vero in Europa, dove la popolazione urbana sfiora il 70% di quella complessiva, con un modello policentrico di città a cui si guarda con interesse e di cui l’Italia rappresenta un esempio unico.<br>Gran parte della sfida per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 si gioca dunque nelle città. Anche il Patto di Amsterdam per un’Agenda urbana per l’Unione europea del 30 maggio 2016 e la bozza della New urban Agenda del 28 luglio 2016, che verrà discussa alla Conferenza Habitat III di Quito (Equador) dell’ottobre prossimoviii, vanno in questa direzione.<br> I diversi target ricompresi nel Goal 11 possono essere ricondotti a sei aree principali di intervento: abitazioni, periferie, rigenerazione urbana  e consumo di suolo (riunisce i target 11.1, 11.3 e 11.a); trasporti e mobilità (target 11.2); patrimonio culturale e naturale (target 11.4); calamità, cambiamenti climatici e ambiente urbano (target 11.5, 11.6 e 11.b); spazi pubblici, aree verdi e sicurezza (target 11.7); cooperazione allo sviluppo per l’edilizia sostenibile e resiliente.<br>Un’idea per le città non è mai stata così importante come lo è oggi. Più della metà degli abitanti del mondo vivono in città e si prevede che ci sia un aumento di questo flusso migratorio. Infatti, nel 2050 più di due terzi del mondo sarà formato da abitanti urbani. L’India da sola aumenterà quasi del doppio il numero di cittadini, aggiungendo nelle proprie città 404 milioni di persone nei prossimi 35 anni<a href="http://www.onuitalia.it/sdg/11-citta-e-comunita-sostenibili/#_edn2">[2]<br></a>Di conseguenza, il nostro successo o fallimento nel raggiungere gli obiettivi per eliminare la povertà, per l’eguaglianza, per ridurre il cambiamento climatico e per garantire la sanità, si svilupperanno sotto gli auspici delle città. Saranno le città a determinare il nostro raggiungimento di una crescita economica più inclusiva o il nostro cedimento verso una maggiore diseguaglianza. È nelle città che le persone cercano delle opportunità per un’educazione ed un’occupazione di alto livello. Inoltre, saranno le città a determinare se continueremo il nostro crescente uso delle risorse o se saremo capaci di realizzare un cammino più sostenibile. Per questo motivo l’obiettivo di sviluppo sostenibile numero 11, “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”,  è così importante. Il successo nel raggiungere i propositi posti dall’Obiettivo 11 crea le basi per raggiungere anche quelli di molti altri Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Ad esempio, possiamo esaminare due di questi propositi.<br>Proposito 11.2: Nel 2030,sarà necessario assicurare l'accesso a dei sistemi di trasporto sicuri,economici,accessibili e sostenibili per tutti,migliorano la sicurezza della strada,specialmente allargando il servizio di trasporto pubblico,con particolare attenzione ai bisogni di quelle persone che si trovano in situazioni vulnerabili,come le donne,i bambinile persone disabili e le persone anziane.<br>I transporti sono una fattore chiave per la questione dello sviluppo ed il proposito 11.2 è importante per raggiungere delle città sicure, durature e sostenibili. Tuttavia, il raggiungimento del proposito 11.2 sarà necessario se noi vogliamo affrontare anche gli scopi dell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile  numero 3 (Garantire la Sanità), includendo la riduzione delle malattie non trasmissibili (MNT). Un sistema di transporti attivo può aiutare a raggiungere lo scopo riguardo le malattie non trasmissibili, assicurando dei luoghi per camminare e per andare in bici che siano sicuri, confortevoli e piacevoli. I cittadini possono raggiungere a piedi o in bici delle destinazioni per fare l’attività fisica necessaria che riduce il rischio delle loro MNT. Camminare ed andare in bicicletta sono entrambi modi economici ed accessibili per muoversi in città per le persone più vulnerabili, come le donne ed i più poveri. Inoltre, un sistema di transporti attivo può contribuire all’obiettivo di dimezzare il numero su scala globale di morti e di feriti a causa di collissioni nel traffico della strada. Il 65% dei 12 milioni di morti che accadono ogni anno nel mondo a causa di incidenti stradali coinvolge i pedoni; il 35%  di quei morti è composto da bambini. Per questo motivo, l’assicurare degli spazi sicuri per i pedoni rappresenterà una significativa riduzione di questi numeri<a href="http://www.onuitalia.it/sdg/11-citta-e-comunita-sostenibili/#_edn3">[3]<br></a>Mentre i benefici per la salute sono scontati, dei mezzi sostenibili per il sistema di transporti saranno in grado di determinare con quanta facilità è possibile raggiungere altri servizi nelle città, come l’educazione e l’occupazione, e questo è strettamente connesso all’obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 1 (L’Eliminazione della Povertà) e numero 4 (Assicurare un’educazione di qualità inclusiva ed equa). In conclusione, un sistema di transporti efficiente può supportare l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 5 (L’Uguaglianza di Genere), assicurando che risponda  ai bisogni propri delle donne. Sfortunatamente, i sistemi di transporto nelle città sono spesso indirizzati ai bisogni degli uomini, con poca considerazione a quelli delle donne. Quando confrontate con gli uomini,  le donne si muovono in città in momenti differenti, per ragioni diverse, in modi diversi e hanno minori risorse economiche; sono meno capaci di permettersi molte dei mezzi di transporto disponibili per loro<a href="http://www.onuitalia.it/sdg/11-citta-e-comunita-sostenibili/#_edn4">[4]</a>. Un sistema di transporti ben programmato, che supporta la mobilità collettiva, l’uso della bici ed il passeggiare, permetterà a tutte le persone di partecipare alla vita di comunità e creerà degli spazi più sicuri, più puliti, più sani e più socievoli.<br>Come possiamo raggiungere lo scopo 11.2 è importante. Il focus di questo proposito è quello di espandere il sistema di transporti. Il transito pubblico è una componente necessaria per permettere alle persone di muoversi in città. Tuttavia, è deludente che due delle modalità di transporto più sostenibili, salutari, economiche e accessibili non siano specificatamente incluse: le passeggiate e le biciclette.<br>Le distanze più corte, dove le attività di ogni giorno di tante persone sono condotte, possono facilmente essere coperte a piedi o in bici, se sono assicurate delle infrastrutture sicure e piacevoli. Nel 2012 le maggiori banche per lo sviluppo si sono impegnate per un finanziamento di 175 miliardi di dollari per 10 anni destinati ad un sistema di transporti sostenibile. Questo rappresenta un finanziamento chiave ed è importante che una parte del finanziamento sia dedicato alle infrastrutture per camminare ed usare la bici, sia come progetti per il transporto pubblico sia come progetti isolati.<br>Proposito 11.7: nel 2030 sarà necessario assicurare un accesso universale per degli spazi pubblici e verdi che siano sani, inclusivi e accessibili, in particolare per le donne e per i bambini, per le persone anziane e per le persone con disabilità.<br>Gli spazi verdi e pubblici offrono opportunità per migliorare la salute e la qualità della vita per tutte le persone che vivono in città. Il miglioramento della nostra salute fisica e psicologica, il rafforzamento delle nostre comunità, ed il rendere le nostre città e vicinati dei posti più piacevoli dove vivere e lavorare sono soltanto alcuni dei benefici che si possono ottenere. Il proposito 11.7 contribuirà a raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile  numero 3 a riguardo delle malattie non trasmissibili, offrendo dei posti dove le persone posso mantenersi attive. Gli spazi verdi, in particolare, possono contribuire all’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 7 ( Assicurare la Sanità) diminuendo la temperatura delle città. L’aumento di parti cementate e la diminuizione di spazi verdi provoca un aumento delle temperature maggiore nelle città che nella periferia. Gli spazi verdi aiutano a bilanciare questo effetto, raffreddando l’aria, creando ombra, ed assorbendo gli inquinanti atmosferici<a href="http://www.onuitalia.it/sdg/11-citta-e-comunita-sostenibili/#_edn5">[5]</a>. Infine, gli spazi verdi e pubblici forniscono gli spazi fisici necessari per i poveri per guardagnarsi da vivere distribuendo prodotti e servizi, che contribuiscono al’Obiettivo di Sviluppo Sostenibilie numero 8 (La crescita Economica).<br>Nonostante l’importante ruolo che gli spazi pubblici e verdi hanno, questi sono spesso minacciati dalla migrazione verso le città. Man mano che la terra diventa così preziosa, gli spazi verdi e pubblici sono transformati in abitazioni residenziali o in uffici. Questo è il motivo per cui lo scopo 11.7  che riguarda gli spazi pubblici e verdi è così importante. Senza un impegno concreto dei governi per preservare, proteggere e valorizzare questi spazi, essi rischiano di essere persi per sempre.<br>Ci sono molte sfide davanti a noi per poter raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 11. Le città avranno bisogno di una solida implementazione di piani e di supporto per realizzare questi scopi. Sono necessarie soluzioni innovative per aiutare a creare delle città incentrate sulle persone, dove i cittadini sono coinvolti nell’influenzare il modo in cui vivono e interagiscono nella loro comunità. La società civile può giocare un ruolo fondamentale nel far cooperare le persone locali e i governi. Ad esempio, il partner HealthBirdge in Hoi An in Vietnam ha sviluppato un processo di coinvolgimento comunitario per progettare e costruire parchi e aeree giochi, che si sono concretizzati in una raccolta fondi e partecipazione della comunità nel costruire nuovi parcogiochi. Le lezioni imparate fino ad adesso da questo processo formano una parte integrale  del Piano  Parks Master da svilupparsi in città. Per questo motivo l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibilie numero 11 può davvero contribuire agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Come molti altri obiettivi, gli scopi indicati hanno bisogno di essere tangibili, concreti e misurabili. Avremo bisogno di definire chiaramente che cosa significa “accesso agli spazi verdi” e bisogna determinare come sia possibile misurare “un accesso per tutti” a dei sistemi di transporto sicuri, economici, accessibili e sostenibili. Questi scopi hanno il potenziale per determinare un vero cambiamento attraverso molti degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile- dunque, assicuriamoci che essi abbiano il potere di fare la differenza.<br><br><strong>OBIETTIVO N 12<br><br>Consumo e produzione responsabile<br><br></strong> Il concetto di consumo e produzione sostenibili è stato poi sostanziato nel piano di attuazione di Johannesburg, adottato nel 2002 in occasione del vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile (WSSD). In quell’occasione è stato riconosciuto che i cambiamenti fondamentali nel modo in cui le società producono e consuma- no sono indispensabili per conseguire uno sviluppo sostenibile globale. A seguito di ciò, nel 2012, è stato adottato un quadro decennale di programmi a sostegno di iniziative regionali e nazionali.<br> L’obiettivo 12 è strettamente correlato a molti altri temi dell’Agenda 2030 e la sua piena realizzazione può rappresentare un fattore discriminante per l’attuazione dell’intero gruppo di obiettivi. L’OCSE posiziona l’obiettivo 12 sia nel gruppo del capitale naturale (insieme a clima, oceani e biodiversità) che nel gruppo del capitale economico (insieme a energia, occupazione e infrastrutture). Inoltre, l’attuazione degli impegni per i modelli di produzione e consumo non può essere affrontata senza una forte connessione con l’obiettivo 4 (educazione), essendo prevista al suo interno una attività specifica verso cittadini/consumatori, giovani e imprese. Si pensi che, secondo la FAO, il 32% dello spreco dei prodotti agricoli avviene durante la produzione, il 22% nella raccolta, l’11% nella trasformazione industriale, il 13% nel corso della distribuzione e il 22% ad opera del consumatore, a domicilio o presso la ristorazione.<br>L’obiettivo 12 indica chiaramente che il raggiungimento dello sviluppo sostenibile richiede di cambiare il modo di produrre e consumare, riducendo l’impronta ecologica, migliorando l’efficienza delle risorse naturali, smaltendo in modo appropriato i rifiuti tossici. Altrettanto importante, però, è incoraggiare le industrie, le imprese e i consumatori a riciclare e ridurre gli sprechi e progressivamente a perseguire la transizione verso l’economia circolare.<br> Tenendo conto delle particolarità dell’economia italiana e del ruolo dei modelli di produzione e consumo sostenibili rispetto ai temi della competitività del sistema paese, la piena attuazione dell’obiettivo 12 a livello nazionale potrà consentire di beneficiare del superamento delle diseconomie derivanti da trend insostenibili di produzione e consumo e da un uso non efficiente delle risorse, nonché di individuare opportunità di innovazione a livello di imprese e consumatori.<br>I target fanno riferimento ad alcune macro–categorie individuabili nell’uso efficiente delle risorse, nella riduzione degli sprechi, nella corretta gestione delle sostanze chimiche e dei rifiuti, nella responsabilità di impresa. Ad esse si affiancano quelle legate alla cooperazione allo sviluppo, che includono il sostegno ai paesi terzi, l’eliminazione dei sussidi dannosi ai combustibili fossili e la diffusione di un turismo sostenibile.<br>In particolare, il target 12.4 relativo alla gestione delle sostanze chimiche coinvolge a pieno titolo le imprese sia negli acquisti di materia prima che nello stoccaggio e trattamento dei rifiuti. In Italia la normativa è completa e stringente e fa riferimento alla Convenzione di Basilea (allegati I, II, III, VIII); tuttavia i controlli sono ancora insufficienti a garantire un’ampia e diffusa gestione eco-compatibile di queste sostanze nell’intero ciclo di vita.<br>La gestione dei rifiuti rappresenta una cartina di tornasole sulla corretta attuazione di modelli di produzione e consumo sostenibili. Il 7° Programma quadro per l’ambiente dell’UE considera, infatti, la gestione dei rifiuti non solo una preoccupazione ambientale, ma soprattutto una questione economica. Il tema principale è rappresentato dalla transizione ad un nuovo modello “circolare” di economia, attraverso il quale ridurre progressivamente la domanda di risorse naturali (in particolare di materie prime), preservare e mantenere il valore di prodotti, materiali e risorse nell’economia il più a lungo possibile, riducendo al minimo la produzione di rifiuti.<br>Questa transizione deve avvenire con il contributo di tutti gli attori, a partire dalle imprese, che sono incoraggiate (target 12.6) ad integrare le informazioni riguardanti la sostenibilità nelle loro relazioni periodiche. Pur essendo già pari a circa l’80% il tasso di rendicontazione non finanziaria delle grandi imprese italiane (solo otto Paesi hanno tassi superiori al 90% e sono: India, Indonesia, Malesia, Sudafrica, Regno unito, Francia, Danimarca e Norvegia), restano ancora escluse le imprese di medio-piccole dimensioni.<br>Il target 12.a evidenzia come un modello di sviluppo basato sull’innovazione e la differenziazione non può prescindere da elevati standard umani e tecnologici. Per supportare i paesi in via di sviluppo nel progredire verso nuovi modelli è necessario investire nella formazione (universitaria e post universitaria), in modo da consentire alle persone di operare in un mondo globalizzato, fornendo know how per l’utilizzo di tecnologie verdi nel campo della ricerca. Infine, il target 12.b richiama alla formulazione e allo sviluppo di strumenti in grado di rilevare il contributo di forme sostenibili di turismo alla valorizzazione dei territori, della cultura e dei prodotti locali.<br>Diritti dei lavoratori,degli animali,salute dei consumatori ed impatto ambientale credo siano i requisiti fondamentali nella scelta di un prodotto.E' un dovere chiedersi come sia arrivato un prodotto su uno scaffale,da quale paese provenga. E' un diritto avere accesso a queste informazioni,un diritto è anche la garanzia di controllo che assicuri la veridicità delle informazioni.<br>Il consumo critico può sfociare in boicotaggio etico-strategico.Il boicottaggio può essere definito come l'etensione organizzata dalle relazioi con un agente economico,al fine di condurlo,mediante la limitazione o il blocco delle sue attività,a modificare il suo comportamento professionale.<br>Oggi il boicottaggio di avviene anche tramite campagne e petizioni su internet che hanno una comprovata efficacia.<br>Come ad esempio la campagna detox.<br><br>Non si può parlare di sostenibilità e poi condurre uno stile di vita “non sostenibile”. Uno sviluppo che soddisfa i bisogni attuali senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri, viene definito sostenibile. Se riflettiamo sul pensiero di Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia, che afferma “<em>qualsiasi scienza che si occupi del futuro dell’uomo, come la scienza economica, deve tener conto della ineluttabilità delle leggi della fisica, ed in particolare del secondo principio della termodinamica, secondo il quale alla fine di ogni processo la qualità dell’energia è sempre peggiore rispetto all’inizio</em>” (<em>Bioeconomia</em>, Verso un’altra economia ecologicamente e socialemnte sostenibile, Torino: Bollati Boringhieri, 2003), ne deduciamo che nessuno sviluppo potrà mai essere completamente sostenibile in quanto complice della diminuzione dell’energia futura e del degrado della materia stessa. Ergo, un dovere del <em>non</em>-consumatore consapevole è <strong>ridurre</strong> i propri consumi a rendere eco-sostenibile lo stile di vita stesso, per i posteri, e per ottenere oggi una maggiore equità globale. Infatti, il 61% della popolazione mondiale più ricca che corrisponde circa all’1% della popolazione globale ha lo stesso reddito di circa 3.5 miliardi di poveri, circa il 56% della popolazione. (Dati 2007 – <a href="http://www.unicef.org/socialpolicy/files/Global_Inequality.pdf">http://www.unicef.org/socialpolicy/files/Global_Inequality.pdf</a>). Non solo, quindi, è necessario mettere in discussione con criticità le nostre azioni quotidiane a partire dai mezzi di trasporto utilizzati, considerando le emissioni di anidride carbonica prodotta e il petrolio utilizzato; dal vestiario ai prodotti tecnologici, industrie altamente inquinanti e dove, spesso, le condizioni lavorative sono ai limiti della legalità; la cosmesi personale, il mondo farmaceutico, responsabili di test sugli animali e dell’utilizzo di sostanze chimiche dannose per l’uomo e l’ambiente; ma soprattutto: <strong>Riciclare – Riutilizzare – Ridurre</strong>, un appello alla coscienza di ciascuno di noi. </div><div><strong><br></strong><br></div><div><br><br></div><div><br><br></div><div><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:03:12 UTC</pubDate>
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         <title>Mariano Piccolo : Obiettivo n.6 - Acqua Pulita e Servizi Igienici Sanitari</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu/wish/161441167</link>
         <description><![CDATA[<div>L'acqua è fondamentale per la presenza e l'evoluzione della vita sulla Terra e per l'esistenza degli esseri umani. L'alterazione del ciclo idrico globale influisce, a sua volta, sulla biodiversità, sull'alimentazione umana, sulla salute e la funzionalità degli ecosistemi.<br>Quasi 5,6 miliardi di persone vivono in aree con altri rischi per la sicurezza dell'approvigionamento idrico. Di fatto l'Italia è in linea con i target 6.1 poichè risulta dall'ultimo censimento delle acque nel 2012 che solo il 0,2% della poplazione non è servita da impianti idrici ma attinge da pozzi privati.<br>L'economia attuale disumanizza ed emargina la popolazione più debole e più vulnerabile. Sono queste le parole di Papa Francesco che in occasione della "rome Roundtable", il Papa ha incontrato i partecipanti all'evento ribadendo, in primo luogo, l'inaccettabilità della considerazione disumana che uomini, donne e bambini subiscono dal sistema mondiale. La speranza del Papa risiede nei sentimenti e nelle azioni di solidarietà che si sono sviluppati parallelamente a queste condizioni di sofferenza umana, infatti, il Papa sottolinea che per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre non essere indifferenti verso chi è sottoposto a operatori  economici e politici affinchè utilizzino le loro risorse per corregere l'impostazione dell'attuale globalizzazione.<br>Dall'encilica del nostro Papa, abbiamo trovato delle citazioni che riguardano la radice della crisi ecologica:<br>"Poi proverò ad arrivare alle radici edlla situazione attuale, in modo da coglierne non solo  sintomi ma anche le cause più profonde."<br>Questo capitolo dell'Encilica del Papa, si divide in tre sezioni:<br>1- La tecnologia: creatività e potere;<br>2- La Globalizzazione del paradigma tecnocratico;<br>3- La crisi e le sue conseguenze dell'antropocentrismo moderno.<br><br>Infine c'è un altro capitolo dell'Encilica dove il Papa dice:<br>"Cosi potremo proporre un'ecologia che, nelle sue diverse dimensioni, integri il posto specifico che 'essere umano occpua in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda."<br>Questo Capitolo comprende le diverse azioni:<br>1- Ecologia ambientale, economia e Sociale;<br>2- Ecologia culturale;<br>3- Ecologia della vita quitidiana;<br>4- il Principio del Bene Comune;<br>5- La Giustizia tra le Generazioni.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:05:49 UTC</pubDate>
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         <title>Nunzia S.</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div><br><strong>OBIETTIVO 13: <br>LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO</strong><br>Il cambiamento climatico è ormai universalmente riconosciuto come la principale e la più urgente crisi ambientale, il cui controllo è determinante per tutta la strategia globale e per tutti gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.<br><br></div><div>Si tratta di contenere l’aumento dell’anomalia termica rispetto al periodo preindustriale, ormai vicina a +1°C, che è funzione della concentrazione di gas serra (GHG) in atmosfera che determina lo scambio termico ai confini dell’atmosfera e, quindi, il riscaldamento medio della superficie terrestre.<br><br></div><div>All’atto dell’approvazione dell’Agenda 2030 da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU (settembre 2015) il negoziato climatico multilaterale era ancora in pieno divenire. Per questa ragione l’obiettivo 13 non ha definito con precisione i target climatici, lasciando che fosse la sopravveniente COP 21 a stabilire tempi, modi ed obiettivi. Con l’Accordo di Parigi di dicembre 2015 (il quale è parte integrante dell’Agenda 2030), sorretto dallo straordinario consenso e perfino dall’emozione che ha unito ben 195 Paesi, praticamente l’umanità intera, l’obiettivo è il contenimento dell’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo tutti gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. Questo contenimento ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico e consentirebbe di raggiungere la neutralità carbonica (emissioni uguali agli assorbimenti) nella seconda metà del secolo. Ciò richiederà profondi cambiamenti del modello di sviluppo globale e dei singoli paesi, una rapida avanzata della green economy verso la decarbonizzazione delle economie, con conseguente anticipazione del picco mondiale delle emissioni ben prima del 2030.<br><br></div><div>L’Accordo di Parigi si basa sugli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra presentati dalle Parti (INDC - Intended Nationally Determined Contributions) che, una volta ratificato da almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali, diventeranno di fatto vincolanti. Al momento del G20 di Hangzhou in Cina (primi di settembre 2016), hanno ratificato l’Accordo 27 paesi (per un totale del 39% delle emissioni globali), tra cui Cina e Stati Uniti. Con la ratifica EU i paesi sarebbero effettivamente 55, sfiorando il 55% delle emissioni ma, per ora, solo la Francia ha il mandato parlamentare per tale ratifica.<br>Gli impegni finora presi non sono sufficienti per assicurare gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale ed è già previsto un sistema di verifiche per aggiornare e migliorare gli impegni nazionali. Nel 2018 è convocato un dialogo di facilitazione per fare il punto sul raggiungimento degli obiettivi a lungo termine e sul picco delle emissioni; entro il 31 dicembre 2020 tutti i paesi con un obiettivo dichiarato al 2025 (come gli Stati Uniti) dovranno presentare un nuovo piano di impegni nazionali, mentre agli altri si chiede di aggiornare il loro o comunicarne una nuova versione. Ai paesi sviluppati si chiedono target in termini di emissioni assolute a tutti i livelli economici, mentre i paesi in via di sviluppo potranno muoversi in tempi meno rigidi. Entro il 2023 sarà fatto un inventario globale degli sforzi e dei risultati.<br><br></div><div>L’Accordo di Parigi definisce in dettaglio i contenuti dei target 13.1 e 13.2 e quindi, correttamente, la proposta avanzata per gli indicatori dell’obiettivo 7 non fa riferimento alle emissioni GHG nazionali e globali, ma solo agli impegni per l’adattamento, all’anomalia termica globale (che è l’indicatore guida dell’Accordo di Parigi) ed ai finanziamenti per gli aiuti alla lotta al cambiamento climatico (100 Mld di dollari su base annua al 2030). Poiché però si richiede a tutti i paesi un aumento sostanziale delle ambizioni, è opportuno che a livello nazionale siano monitorate le emissioni GHG, si controlli che raggiungano il picco delle emissioni “al più presto” e che si vada entro il 2050 ad una decarbonizzazione completa delle economie, così come richiedono i modelli matematici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per assicurare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi per la fine del secolo.<br>Italia ed Europa hanno già superato il picco, come anche gli Stati Uniti e ci si attende altrettanto dalla Cina e dagli altri emettitori grandi e medi. A Parigi è stata data la notizia che per la prima volta le emissioni GHG cinesi non sono cresciute nel 2015 per effetto di un’ampia dismissione dei più obsoleti impianti di generazione elettrica a carbone. Che si tratti del picco delle emissioni e dei relativi consumi energetici solo i dati dei prossimi anni potranno accertarlo.<br>La dominanza dell’obiettivo della mitigazione e dell’adattamento climatico fa sì che l’obiettivo 13 sia fortemente connesso con molti altri, a partire dal Goal 7 sull’energia e ai suoi target sull’energia rinnovabile, e dal Goal 15, relativo alla vita sulla terra, per le misure di mitigazione legate allo stoccaggio della CO2 nelle biomasse e nel suolo (pari al 25%) e per tutte le misure di adattamento ai cambiamenti climatici basate sui servizi eco-sistemici. Il target 13.1 si collega diffusamente con i target degli obiettivi 6, 14, 15, con quelli del Goal 2 sull’agricoltura sostenibile (2.3, 2.4, 2.5), con l’11b per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e la resilienza ai disastri, e il target 11.5 per la riduzione dei morti e dei danni economici da calamità. Tutte le politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno effetti diretti sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria integrandosi ancora con gli obiettivi 15 (protezione degli ecosistemi), 3 sulla salute (in particolare il target 3.9) e il target 11.6 sulla riduzione dell’inquinamento pro-capite.<br><br></div><div>I target 13.a, la piena operatività del “Green Climate Fund” di Parigi e Cancún attraverso la sua capitalizzazione nel più breve tempo possibile e il 13.b, finalizzato ad aumentare la capacità di gestione del cambiamento climatico nei paesi meno sviluppati e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (aumentando il ruolo delle donne, dei giovani e delle comunità locali ed emarginate), si integrano con i target 7.a e 7.b e sono supportati dai target 17.16, 17.17, 17.18, 17.19 sul partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.<br><br><strong>OBIETTIVO 14:  LA VITA SOTT'ACQUA</strong><br>Gli oceani e i mari caratterizzano profondamente il nostro Pianeta, coprendolo per più dei due terzi della sua superficie. Essi producono la metà dell’ossigeno che respiriamo e assorbono il 30% delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica (anche se ormai questa capacità di assorbimento inizia a fornire segni critici, mentre cresce in maniera preoccupante lo stato di acidificazione degli oceani del mondo).<br><br></div><div><br>I servizi che gli oceani provvedono quotidianamente e gratuitamente all’umanità sono straordinariamente importanti e sono stati quantificati, per difetto, in 2.500 miliardi annui. Questo “prodotto annuale marino” (Gross Marine Product, GMP) corrisponderebbe al PIL della settima economia mondiale. Peraltro, il mare ha una particolare rilevanza per le caratteristiche geografiche dell’Italia: il 28% della popolazione risiede nel territorio litoraneo e i settori della pesca e del turismo dipendono dalla qualità degli ecosistemi marini e costieri.<br><br></div><div><br>L’obiettivo 14, con riferimento specifico agli ecosistemi marini, rinnova gli impegni internazionali già assunti dall’Italia con la sottoscrizione della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD - 1992) e i relativi Aichi target al 2020, da cui è derivata la Strategia Nazionale per la Biodiversità 2011-2020 (SNB).<br><br></div><div><br>Il quadro normativo italiano è essenzialmente rappresentato dal D.Lgs 290/2010 di recepimento della Direttiva europea 2008/56/CE, che prevede l’istituzione di un quadro diretto all’elaborazione di strategie per l’ambiente marino e all’adozione delle misure necessarie a conseguire e a mantenere un buono stato ambientale entro il 2020. La Direttiva stabilisce che gli Stati Membri elaborino una strategia per l’ambiente marino che si basi su una valutazione iniziale, sulla definizione del “buono stato ambientale”, sull’individuazione dei traguardi ambientali e sull’istituzione di programmi di monitoraggio. Per “buono stato ambientale” (GES, Good Environmental Status) delle acque marine la Direttiva intende la capacità di preservare la diversità ecologica, la vitalità dei mari e degli oceani affinché siano puliti, sani e produttivi, mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino ad un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future.<br><br></div><div><br>In attuazione della Direttiva, l’Italia, ha avviato nel 2012 il processo di elaborazione della Strategia per l’Ambiente Marino, stabilendo che il Ministero dell’ambiente funga da Autorità competente per la Strategia, con specifiche funzioni di coordinamento delle attività nazionali. L’attuazione pratica, prevedendo un approccio ecosistemico per il conseguimento al 2020 del GES (definito da 11 descrittori previsti dalla Direttiva), è già, nei principi, allineato al conseguimento dei diversi target del Goal 14 relativi alla riduzione dell’inquinamento marino (14.1, il quale interagisce con i Goal 2 - agricoltura sostenibile, 6 - acqua e 15 - ecosistemi terrestri) e dell’acidicazione (14.3, su cui incidono i Goal 7 e 13 considerati sulla scala globale piuttosto che nazionale).<br><br></div><div><br>I target 14.2 (protezione degli ecosistemi marini e costieri) e 14.4 (lotta alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc. e ricostituzione degli stock ittici) riguarda più specificamente la gestione responsabile e sostenibile delle risorse marine, ittiche e costiere e rientra negli ambiti dedicati della Strategia Nazionale per la Biodiversità (SNB) e della Convenzione per la Biodiversità (CBD) e con gli Aichi target, interagendo dunque ancora con il Goal 15. Peraltro, con l’entrata in vigore della Politica Comune della Pesca, dal 1º gennaio 2014 (Regolamento UE N. 1380/2013), il target 14.2 è supportato da uno strumento normativo che, se applicato, dovrebbe consentire di conseguire il risultato.<br><br></div><div><br>Anche il target 14.5 (protezione delle zone costiere e marine) rientra nello stesso ambito e richiede un mantenimento qualitativo rispetto al risultato quantitativo già consolidato del 19,1% e un’auspicabile estensione per meglio conseguire anche gli altri target di questo obiettivo. Il target 14.6 (vietare sovvenzioni e sussidi alla pesca che contribuiscono all’eccesso di capacità e alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc.) è collegato all’Aichi target 3 sull’eliminazione, al più tardi nel 2020, degli incentivi dannosi per l’ambiente.<br><br></div><div><br>Tralasciando i target meno rilevanti per l’Italia (come il 14.7, che riguarda i piccoli Stati insulari e in via di sviluppo) e di miglioramento delle condizioni di vita dei piccoli pescatori artigianali (14.b), va sottolineata l’importanza della ricerca scientifica (14.a) e del quadro di regole internazionali (14.c) che aiutino a migliorare lo stato di salute degli oceani, attività correlate ai target 17.16, 17,18, 17.19 per il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.<br><br><br><br><strong>papa francesco:</strong><br>L’economia attuale disumanizza ed emargina la popolazione più debole e vulnerabile. Bisogna costruire un sistema globale “solidale e cooperativo”, che garantisca un vero sviluppo economico e sociale.<br><br></div><div>In occasione della “Rome Roundtable”, organizzata dalla <a href="http://globalfoundation.org.au/">Global Foundation</a> il 13-14 gennaio scorsi per elaborare proposte concrete e innovative per realizzare i Sustainable Development Goals (SDGs), Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’evento, ribadendo, in primo luogo, l’inaccettabilità della considerazione disumana che uomini, donne e bambini subiscono dal sistema economico mondiale.<br>Al gruppo selezionato di oltre sessanta persone, provenienti da tutti continenti in rappresentanza del mondo economico, di quello sociale e religioso, nonché della società civile (governatori di banche centrali, rappresentanti delle imprese e della finanza, esponenti delle organizzazioni internazionali e delle diverse fedi religiose), che ha partecipato all’evento il Papa ha ricordato come non si possa valutare il genere umano come un fattore di produzione pronto a essere scartato quando ritenuto non più utile secondo criteri aziendali. È questa condizione che genera l’emarginazione di tutta quella parte della popolazione mondiale che è più debole e vulnerabile. E chi permette e agisce affinché questo avvenga è destinato a diventare una “macchina senza anima”, che accetta il destino di diventare anch’egli uno scarto.<br>Come già anche Giovanni Paolo II aveva intuito, la globalizzazione, se improntata unicamente sull’obiettivo di raggiungimento dello sviluppo economico, ha portato ad amplificare ed estendere un sentimento d’indifferenza verso chi ancora vive in condizioni di povertà e miseria. Si è, inoltre diffusa, afferma Bergoglio, l’opinione che le regole di mercato siano un valido strumento a cui affidare il sostegno e la correzione delle situazioni di svantaggio. Per tali motivi, questo modello di economia non può essere ritenuto, sicuramente, la via giusta per un vero progresso economico e sociale.<br>La speranza di Francesco risiede nei sentimenti e nelle azioni di solidarietà che si sono sviluppati parallelamente a queste condizioni di sofferenza umana. Per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre innanzitutto non essere indifferenti verso chi è sottoposto a gravi condizioni di dolore e indigenze. Il Papa auspica che la compassione smuova gli operatori economici e politici affinché utilizzino le loro risorse per correggere l’impostazione dell’attuale globalizzazione. “La politica e l’economia, infatti, dovrebbero comprendere l’esercizio della virtù della prudenza”.<br>Nel corso dei due giorni della Roundtable, aperta da una serie di brevi interventi, (tra i quali quello del Portavoce dell’ASviS, Enrico Giovannini) sul ruolo dei dati e degli strumenti analitici per realizzare gli SDGs, sono state identificate azioni concrete che, come già accaduto in occasione della Roundtable dell’anno scorso, i partecipanti si sono impegnati a realizzare entro l’anno e a sottoporre a comune valutazione nel corso nell’evento previsto all’inizio del 2018. <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:06:52 UTC</pubDate>
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         <title>Bagarolo Alessia</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Obiettivo 6: Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie.<br>Acqua accessibile e pulita costituiscono un aspetto essenziale del mondo delineato dall’Agenda 2030, che evidenzia come il nostro pianeta possieda sufficiente acqua potabile per raggiungere questo obiettivo. A causa, tuttavia, di infrastrutture scadenti o cattiva gestione economica, ogni anno milioni di persone, di cui la gran parte bambini, muoiono per malattie dovute ad approvvigionamento d’acqua, servizi sanitari e livelli d’igiene inadeguati.<br>La carenza e la scarsa qualità dell’acqua, assieme a sistemi sanitari inadeguati, hanno un impatto negativo sulla sicurezza alimentare, sulle scelta dei mezzi di sostentamento e sulle opportunità di istruzione per le famiglie povere di tutto il mondo. La siccità colpisce alcuni dei paesi più poveri del mondo, aggravando fame e malnutrizione.Entro il 2050, in base ai trend attuali, è probabile che almeno una persona su quattro sia colpita da carenza duratura o ricorrente di acqua potabile.<br>Fatti e cifre<br>• Dal 1990 a oggi 2,6 miliardi persone in più hanno avuto accesso a migliori risorse di acqua potabile, ma ancora 663 milioni di persone ne sono sprovviste<br>• Almeno 1,8 miliardi di persone a livello globale utilizzano fonti di acqua potabile contaminate da escrementi.<br>• Tra il 1990 e il 2015, la proporzione di popolazione mondiale che utilizza migliori fonti di acqua potabile è salita dal 76 al 91%.<br>• Tuttavia, la scarsità d’acqua colpisce più del 40% della popolazione globale, una percentuale di cui si prevede un aumento. Oltre 1,7 miliardi di persone vivono in bacini fluviali dove l’utilizzo d’acqua eccede la sua rigenerazione.<br>• 2,4 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienici di base come WC o latrine.<br>• Più dell’80% delle acque di scarico prodotte da attività umane è scaricato in fiumi o mari senza sistemi di depurazione.<br>• Ogni giorno, circa 1000 bambini muoiono a causa di malattie diarroiche prevenibili legate all’acqua e all’igiene.<br>• L’energia idrica è la più importante e più utilizzata fonte di energia rinnovabile; nel 2011, essa ha rappresentato il 16% della produzione elettrica totale mondiale<br>• Circa il 70% dell’acqua estratta da fiumi, laghi e acquedotti è usata per l’irrigazione.<br>• Inondazioni e altre calamità legate all’acqua sono responsabili del 70% dei decessi dovuti a disastri naturali.<br>Per quanto riguarda la situazione in Europa, il rapporto Eurostat utilizza 2 principali indicatori relativamente all'obiettivo considerato. Da un lato, viene fatto uso dell'indicatore BOD (biochemical oxygen demand)(9) ai fini della valutazione del livello di inquinamento organico delle acque fluviali e dell'efficacia del relativo trattamento. Al riguardo, si segnala che, in base al Rapporto, i livelli BOD nei fiumi (ovvero di richiesta biochimica di ossigeno nelle acque fluviali) dei 18 Stati membri considerati nell’indagine è pari a 2.19 mg di O2 per litro e che nel decennio intercorso tra il 2002 e il 2012, è sceso del 20.4%, indicando un miglioramento costante della qualità delle acque di tali paesi. Per quanto concerne l'Italia, il paese si attesta, nel 2012, ad un dato inferiore alla media Ue, pari 2.11 mg(10) .<br>Nel Rapporto Eurostat relativamente al raggiungimento dell'obiettivo in esame, nella parte in cui punta - specie per i paesi meno sviluppati - all'adeguata, equa ed universale disponibilità di servizi igienico-sanitari consiste nella valutazione della disponibilità di strutture igienico-sanitarie di base in casa (bagno, doccia o vaso). Al riguardo, dal Rapporto emerge che, al 2015, il 2,4% dei cittadini europei (pari a circa 12 milioni di persone) non aveva ancora accesso a servizi igienici di base in casa. Il dato è comunque migliorato dal 2005, quando il 3.7% della popolazione europea era priva di tali servizi (per l'Italia il dato è pari a 0). Tra i paesi europei considerati, i più interessati dal fenomeno sono quelli orientali, che hanno aderito all'Ue nel 2004 o successivamente. Tra di essi il paese più arretrato sul punto è la Romania, con quasi un terzo della popolazione (30.5%) priva dell'accesso ai predetti servizi.<br>Traguardi<br>6.1 Ottenere entro il 2030 l’accesso universale ed equo all'acqua potabile che sia sicura ed economica per tutti.<br>6.2 Ottenere entro il 2030 l'accesso ad impianti sanitari e igienici adeguati ed equi per tutti e porre fine alla defecazione all'aperto, prestando particolare attenzione ai bisogni di donne e bambine e a chi si trova in situazioni di vulnerabilità.<br>6.3 Migliorare entro il 2030 la qualità dell'acqua eliminando le discariche, riducendo l'inquinamento e il rilascio di prodotti chimici e scorie pericolose, dimezzando la quantità di acque reflue non trattate e aumentando considerevolmente il riciclaggio e il reimpiego sicuro a livello globale.<br>6.4 Aumentare considerevolmente entro il 2030 l'efficienza nell'utilizzo dell'acqua in ogni settore e garantire approvvigionamenti e forniture sostenibili di acqua potabile, per affrontare la carenza idrica e ridurre in modo sostanzioso il numero di persone che ne subisce le conseguenze.<br>6.5 Implementare entro il 2030 una gestione delle risorse idriche integrata a tutti i livelli, anche tramite la cooperazione transfrontaliera, in modo appropriato.<br>6.6 Proteggere e risanare entro il 2030 gli ecosistemi legati all'acqua, comprese le montagne, le foreste, le paludi, i fiumi, le falde acquifere e i laghi.<br>6.a Espandere entro il 2030 la cooperazione internazionale e il supporto per creare attività e programmi legati all'acqua e agli impianti igienici nei paesi in via di sviluppo, compresa la raccolta d'acqua, la desalinizzazione, l'efficienza idrica, il trattamento delle acque reflue e le tecnologie di riciclaggio e reimpiego.<br>6.b Supportare e rafforzare la partecipazione delle comunità locali nel miglioramento della gestione dell'acqua e degli impianti igienici.      <br>Obiettivo 7: Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni<br>L’Agenda individua l'energia come un elemento centrale e trasversale rispetto alle sfide dello sviluppo sostenibile. Nelle diverse materie: lavoro, sicurezza, cambiamento climatico, produzione alimentare o aumento dei redditi, l’accesso all’energia è comunque essenziale.<br>L’energia sostenibile è un’opportunità in grado di trasformare la vita, l’economia e il pianeta.<br>L’Agenda ricorda l’iniziativa Energia Rinnovabile per Tutti (Sustainable Energy for All) per assicurare l’accesso universale ai servizi energetici moderni, migliorare l’efficienza energetica e accrescere l’uso di risorse rinnovabili.<br>Fatti e cifre<br>• Una persona su cinque non ha accesso a moderni mezzi elettrici.<br>• 3 miliardi di persone dipendono da legno, carbone, carbonella o concime animale per cucinare e per scaldarsi.<br>• L’energia è il principale responsabile del cambiamento climatico, rappresentando circa il 60% delle emissioni di gas serra globali.<br>• Obiettivo-chiave di lungo termine è la produzione di energia a bassa intensità di carbonio.<br>• Migliorare le tecnologie per fornire servizi energetici moderni e sostenibili, specialmente nei paesi meno sviluppati, nei piccoli stati insulari e negli stati in via di sviluppo senza sbocco sul mare, conformemente ai loro rispettivi programmi di sostegno.<br>Relativamente al presente obiettivo, il Rapporto Eurostat utilizza 3 diversi indicatori: il primo concerne la quota di energie rinnovabili rispetto al consumo totale di energia; il secondo riguarda la produttività energetica e il terzo l'auto-riferita capacità di mantenere la casa adeguatamente calda, con il quale si intende misurare l'accesso ai servizi energetici. Si ricorda che l'indicatore concernente le energie rinnovabili è utilizzato anche per monitorare le politiche dell'Unione europea, in particolare la Strategia Europa 2020(11) e la Strategia UE per lo Sviluppo Sostenibile(12) .<br>Rispetto al primo indicatore, nel 2014 la quota di energia da fonti rinnovabili rispetto al consumo finale di energia nell'UE a 28 è stata pari al 16,0%. Tale quota è quindi raddoppiata rispetto al 2004, quando le rinnovabili rappresentavano l'8.5% del consumo finale di energia. Tra gli Stati membri si registrano ampie differenze nella quota di fonti energetiche rinnovabili rispetto al consumo energetico complessivo: il paese con la quota maggiore di rinnovabili è la Svezia, con il 52.6% di rinnovabili rispetto al consumo energetico finale, seguita dalla Lettonia e dalla Finlandia, entrambe con il 38.7% di quota di rinnovabili. Tali percentuali sono raggiunte principalmente attraverso l'utilizzo di energia idroelettrica e/o biomassa; l'energia eolica e solare registrano negli anni un sempre maggiore incremento. In base al Rapporto, gli Stati membri con le quote inferiori di rinnovabili sono il Benelux (specie, il Lussemburgo, con la quota più bassa, pari al 4.5%), il Regno Unito e Malta. Nel 2014 la quota di rinnovabili dell'Italia è stata pari al 17.1% del consumo totale; un dato che ha registrato un aumento costante nel corso degli anni (nel 2013 era pari a 16.7%; nel 2012 al 15.4%; nel 2011 al 12.9% e così via, risalendo fino al 6.3% del 2004)(13)<br>ALTRE RICERCHE:<br><a href="http://www.asvis.it/goal6">http://www.asvis.it/goal6</a>(GLI OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE,IL DISCORSO DI PAPA FRANCESCO ALLA ROME ROUNDTABLE DELLA GLOBAL FOUDATION<br><a href="http://www.asvis.it/goal7">http://www.asvis.it/goal7</a>(GLI OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE)<br><br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:07:39 UTC</pubDate>
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         <title>Filomena T.</title>
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         <description><![CDATA[<div>FLORA E FAUNA TERRESTRE<br><br><em>Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell'ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica. <br><br></em>Nel mondo ci sono 23.928 specie minacciate di estinzione su 82.954. In italia, sulle 672 specie di vertebrati valutate, 161 sono a rischio di estinzione.<strong><em><br>Target:<br></em></strong><br></div><div>15.1 Entro il 2020, garantire la conservazione, il ripristino e l'uso sostenibile degli ecosistemi di acqua dolce terrestri e nell’entroterra e dei loro servizi, in particolare le foreste, le zone umide, le montagne e le zone aride, in linea con gli obblighi derivanti dagli accordi internazionali<br><br></div><div>15.2 Entro il 2020, promuovere l'attuazione di una gestione sostenibile di tutti i tipi di foreste, fermare la deforestazione, promuovere il ripristino delle foreste degradate e aumentare notevolmente l’afforestazione e riforestazione a livello globale<br><br></div><div>15.3 Entro il 2030, combattere la desertificazione, ripristinare i terreni degradati ed il suolo, compresi i terreni colpiti da desertificazione, siccità e inondazioni, e sforzarsi di realizzare un mondo senza degrado del terreno<br><br></div><div>15.4 Entro il 2030, garantire la conservazione degli ecosistemi montani, compresa la loro biodiversità, al fine di migliorare la loro capacità di fornire prestazioni che sono essenziali per lo sviluppo sostenibile<br><br></div><div>15.5 Adottare misure urgenti e significative per ridurre il degrado degli habitat naturali, arrestare la perdita di biodiversità e, entro il 2020, proteggere e prevenire l'estinzione delle specie minacciate<br><br></div><div>15.6 Promuovere la condivisione giusta ed equa dei benefici derivanti dall'utilizzo delle risorse genetiche e promuovere l'accesso adeguato a tali risorse, come concordato a livello internazionale<br><br></div><div>15.7 Adottare misure urgenti per porre fine al bracconaggio ed al traffico di specie di flora e fauna protette e affrontare sia la domanda che l'offerta di prodotti della fauna selvatica illegali<br><br></div><div>15.8 Entro il 2020, adottare misure per prevenire l'introduzione e ridurre significativamente l'impatto delle specie alloctone (aliene) invasive sulla terra e sugli ecosistemi d’acqua e controllare o eradicare le specie prioritarie<br><br></div><div>15.9 Entro il 2020, integrare i valori di ecosistema e di biodiversità nella pianificazione nazionale e locale, nei processi di sviluppo, nelle strategie di riduzione della povertà e account nella contabilità<br><br></div><div>15.a Mobilitare ed aumentare sensibilmente le risorse finanziarie da tutte le fonti per conservare e utilizzare in modo durevole biodiversità ed ecosistemi<br><br></div><div>15b Mobilitare risorse significative da tutte le fonti e a tutti i livelli per finanziare la gestione sostenibile delle foreste e fornire adeguati incentivi ai paesi in via di sviluppo per far progredire tale gestione, anche per quanto riguarda la conservazione e la riforestazione<br><br></div><div>15.c Migliorare il sostegno globale per gli sforzi a combattere il bracconaggio e il traffico di specie protette, anche aumentando la capacità delle comunità locali di perseguire opportunità di sostentamento sostenibili<br><br>LA POSIZIONE DELL'ITALIA<br><br>Il secondo Rapporto sulla SNB 2011-2020 del Ministero dell’ambiente sintetizza efficacemente lo stato d’avanzamento degli obiettivi nazionali in materia di biodiversità già in coerenza con il livello di ambizione del Goal 15. Come deducibile dalla figura 2, che illustra la valutazione del Ministero, con l’attuale trend di sviluppo la SNB non raggiungerà gli obiettivi programmati al 2020 e così di conseguenza i diversi target del Goal 15. Inoltre, il 3° Rapporto ISPRA sulla Direttiva Habitat e il Rapporto sulla SNB (figura 2) mostrano come sussista uno stato di conservazione sfavorevole (inadeguato o cattivo) per circa la metà delle specie di interesse comunitario (50% per la flora, 51% per la fauna) e per oltre la metà degli habitat (68%). Queste percentuali sono sostanzialmente rispecchiate nelle prospettive future, con un peggioramento tendenziale per la flora, evidenziando che le politiche attuali non garantiscono il raggiungimento degli obiettivi fissati nelle varie convenzioni firmate dall’Italia, nelle strategie europea e italiana per la biodiversità, e nell’Agenda 2030.<br><br>Aumenta la deforestazione: l’industria della carne divora l’Amazzonia:<br>Nell’ultimo anno la foresta amazzonica ha perso due volte il territorio dell’Umbria. I governi sudamericani allentano la  sorveglianza e le foreste vengono incendiate per far posto a monocolture intensive.<br>Secondo i dati del progetto di monitoraggio per la deforestazione in Amazzonia (<a href="http://www.obt.inpe.br/prodes/index.php">Prodes</a>) forniti dall’<a href="http://www.inpe.br/">Istituto nazionale del Brasile per le ricerche spaziali (Inpe)</a>, tra il 2015 e il 2016 il tasso di deforestazione dell’ultimo polmone verde del mondo è tornato ad aumentare dopo oltre dieci anni di tregua legati alle denunce del movimento “Save the Rainforest”, raggiungendo i 7.989 chilometri quadrati: un’area pari a due volte il territorio dell’Umbria. Si tratta di un aumento del 30% rispetto all’anno precedente, sebbene il dato sia inferiore del 71% rispetto a quello del 2004, quando è stato avviato dal Governo brasiliano il Piano di azione per la prevenzione e il controllo della deforestazione in Amazzonia (<a href="http://www.mma.gov.br/florestas/controle-e-preven%C3%A7%C3%A3o-do-desmatamento/plano-de-a%C3%A7%C3%A3o-para-amaz%C3%B4nia-ppcdam">PpcdAm</a>). Una pessima notizia per la lotta al cambiamento climatico e per la protezione della biodiversità, se si considera che la foresta amazzonica è un enorme deposito di carbonio che trattiene tra gli 80 e i 120 miliardi di tonnellate di Co2 e custodisce <a href="http://wwf.panda.org/what_we_do/where_we_work/amazon/about_the_amazon/">almeno il 10% delle specie</a> vegetali, animali e microbiche presenti sulla terra. Sono infatti circa 60mila le varietà di piante che ospita, mille le specie di uccelli e oltre 300 le specie di mammiferi.<br>Tra i principali complici di questo dramma ambientale, un’<a href="http://www.mightyearth.org/mysterymeat/">indagine</a> condotta dall’organizzazione <a href="http://www.mightyearth.org/">Mighty Earth</a> fa il nome di <em>Burger King, </em>il colosso del fast food che acquista carne proveniente da bestiame alimentato a mangimi a base di soia. Proseguendo a ritroso lungo la catena di produzione troviamo quindi le grandi multinazionali alimentari come <em>Bunge</em> e <em>Cargill</em>, che acquistano i raccolti delle monocolture intensive rese possibili dall’incendio delle foreste pluviali da parte dei proprietari terrieri. Secondo Greenpeace e altri attivisti ambientali, parte del problema sarebbe dovuto a un aumento di tolleranza da parte dei governi sudamericani nei confronti della devastazione dell’Amazzonia. “Negli ultimi anni, le politiche di protezione ambientale si sono indebolite”, ha affermato Cristiane Mazzetti, attivista della campagna Amazzonia di Greenpeace. “Per esempio, sono state create pochissime aree protette e Terre Indigene e, nel 2012, è stato approvato nuovo codice forestale che concede l’amnistia per il crimine di deforestazione illegale.” A tutto questo si aggiunge l’intenzione del governo Temer di ridurre la protezione di alcune aree intatte della foresta pluviale. Delle cinque aree protette istituite nel 2016 dal governo di Dilma Roussef, l’iniziativa propone di cancellarne interamente una e ridurre le altre quattro del 40%. “In una sola mossa si potrebbe togliere la protezione a un’area grande sei volte l’area metropolitana di Londra: circa un milione di ettari di foresta”, riporta Greenpeace. In una fase politica delicata come quella brasiliana attuale, la protezione delle <em>Conservation Units </em>tende a finire in secondo piano rispetto alle considerazioni economiche, essendo percepita come ostacolo agli investimenti piuttosto che potente strumento contro la deforestazione.<br><br></div><h1>Biodiversità, da Cancun la Convenzione Onu firmata da 167 Paesi:</h1><div>Al centro della Conferenza delle Nazioni Unite, la tutela della diversità biologica in settori come silvicoltura, pesca, agricoltura, turismo e l'integrazione con altre agende mondiali, tra cui l'accordo sul clima di Parigi. Aree protette, ripristino degli ecosistemi, gestione sostenibile della fauna selvatica: a Cancun, in occasione della <a href="https://www.cbd.int/cop/">Conferenza Onu sulla biodiversità</a>, 167 Paesi hanno siglato un importante accordo. Al centro della Convenzione sulla diversità biologica (Cbc) siglata nella città messicana dopo un meeting internazionale dal 2 al 17 dicembre, la conservazione della varietà delle specie animali e vegetali e la condivisione equa dei benefici derivanti dall'utilizzo delle risorse genetiche.<br>In linea con gli obiettivi dell'Agenda 2030, i punti centrali dell'intesa sono rappresentati da azioni specifiche e condivise per integrare la tutela della biodiversità in settori come silvicoltura, pesca, agricoltura e turismo e migliorare il collegamento tra le priorità che si presentano giorno per giorno con altre agende mondiali, tra cui ad esempio l'accordo sul clima di Parigi.<br>In particolare ecco una sintesi dei prossimi passi da muovere elaborati durante la Conferenza:<br><br></div><ul><li>Un maggiore impegno da parte dei Paesi sottoscriventi a sostenere il piano strategico per la biodiversità, anche con il coinvolgimento di imprese, città ed enti subnazionali.</li><li>L'ampliamento delle aree protette sia terrestri sia marittime. Il Messico ha previsto un rafforzamento nella tutela del mare, che vedrà salire le aree protette in questo Paese al 23%</li><li>Una Agenda Marina specifica concentrata solo sulla riduzione di rifiuti nei mari, dell'inquinamento acustico subacqueo e della pianificazione territoriale;</li><li>Le decisioni prese sulla geoingegneria legate a clima e biologia sintetica. </li></ul><div>"I governi hanno dimostrato la loro determinazione a raggiungere gli obiettivi di Aichi sulla biodiversità, dimostrando che la materia è centrale e fondamentale per le agende globali di sviluppo e di cambiamento climatico sostenibile" - ha dichiarato Braulio Ferreira de Souza Dias, segretario esecutivo della Convenzione sulla diversità biologica - "Ora la comunità mondiale ha capito l'importanza del protocollo di Cartagena sulla biosicurezza e il Protocollo di Nagoya per  contribuire efficacemente agli Obiettivi di sviluppo sostenibile". La Convenzione sulla diversità biologica è stata elaborata per la prima volta a Rio de Janeiro nel 1992 durante il Vertice della Terra ed è entrata in vigore nel dicembre 1993. Sin dalla sua prima stesura, il filo conduttore del trattato internazionale per la conservazione della biodiversità è stato l'uso sostenibile delle componenti della biodiversità e la condivisione dei vantaggi derivanti dall'utilizzo delle risorse genetiche, oltre ovviamente all'attenzione per le minacce ad essa, incluse quelle legate al cambiamento climatico, attraverso valutazioni scientifiche, sviluppo di strumenti, incentivi, tecnologie e buone pratiche. I successivi due Protocolli, cioè Cartagena sulla biosicurezza e Nagoya sull'accesso e la condivisione dei benefici, sono accordi integrativi alla Convenzione, firmati relativamente da 170 e 93 Paesi.  Soddisfazione anche da parte di Rafael Pacchiano Alamán, il ministro dell'Ambiente messicano del partito ecologista, che sottolinea come accordi rimasti nel cassetto per anni abbiamo finalmente visto la luce in occasione di questo meeting, “come l'allineamento dei sussidi agricoli per preservare le foreste, o la protezione di una vasta parte dei nostri mari. Per i prossimi due anni - prosegue Pacchiano Alamán - il Messico lavorerà con i Paesi aderenti per tradurre i principi della Dichiarazione di Cancun in legislazione".<br><br>ACQUA PULITA E SERVIZI IGIENICO-SANITARI<br><em>Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e delle strutture igienico-sanitarie<br></em>Il 40% della popolazione mondiale soffre di scarsità d'acqua. L’Italia è il terzo importatore netto, dopo Giappone e Messico, di acqua virtuale (“incorporata” nei beni) da noi.<br><br></div><div>L’acqua è fondamentale per la presenza e l’evoluzione della vita sulla Terra e per l’esistenza degli esseri umani. Il ciclo idrico costituisce un elemento fondamentale per tutte le società umane. Un’ampia serie di fattori antropici, dal riscaldamento della superficie terrestre (dovuto all’aumento dei gas che incrementano l’effetto serra naturale) alle diffuse pratiche di modificazione dell’uso dei suoli, all’ingegnerizzazione dei letti fluviali, alla continua crescita dell’irrigazione e degli altri consumi idrici (si stima ormai che oltre il 25% dei bacini fluviali a livello mondiale si prosciughi prima di raggiungere gli oceani), alla continua scomparsa degli habitat acquatici, ai numerosi e pervasivi fenomeni di inquinamento, influenzano profondamente il sistema idrico globale. Ne conseguono il declino della biodiversità e il degrado degli ecosistemi, l'aumento del tasso di estinzione, mentre sono sempre più a rischio ambienti fondamentali per l’idrosfera come le foreste tropicali, le zone umide e numerosi bacini fluviali e lacustri. L’alterazione del ciclo idrico globale influisce, a sua volta, sulla biodiversità, sull’alimentazione umana, sulla salute e la funzionalità degli ecosistemi. Quasi 5,6 miliardi di persone vivono in aree che si trovano a livelli elevati di rischio per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico e per lo stato di salute della biodiversità degli ambienti di acque dolci. Come indicato anche dalla Direttiva Quadro Acque dell’Unione Europea (2000/60/CE) è fondamentale ripristinare il Good Environmental Status (GES) dell’acqua, elemento fondamentale anche per la salute, il benessere e la qualità della vita umana. L’acqua pulita e accessibile a tutti è un elemento essenziale del mondo in cui vogliamo vivere. Tuttavia, a causa di un’economia squilibrata e di infrastrutture cattive o carenti, ogni anno milioni di persone, la maggior parte dei quali bambini, muoiono per malattie associate alla fornitura di acqua insufficiente e servizi igienici inadeguati. Tali fenomeni producono un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sanitaria, sulle scelte di sostentamento e sulle opportunità educative per le famiglie povere di tutto il mondo. La siccità affligge alcuni dei paesi più poveri del mondo, aggravando la fame e la malnutrizione. In alcune zone d'Italia, specialmente nel Mezzogiorno e con maggiore intensità in Sicilia, il fenomeno della scarsità d'acqua è presente da decenni. Questo fenomeno ormai storico non solo rappresenta un danno per la qualità della vita e va a detrimento del benessere delle popolazioni locali, ma rappresenta anche sotto il profilo economico un dispendio di risorse sia per le persone che per le casse pubbliche, giacché la cittadinanza va rifornita in maniera alternativa e più costosa.<br>LA POSIZIONE DELL'ITALIA<br><br>Dall’ultimo censimento delle acque (2012) risulta che solo lo 0,2% della popolazione non è servita da una rete idrica, ma attinge comunque acqua da pozzi privati. Va però evidenziato il fatto che circa il 10% della popolazione non ritiene a tutti gli effetti potabile l’acqua del rubinetto: ciò comporta il ricorso all’acquisto dell’acqua in bottiglia, il che incide sulla produzione di rifiuti, sui trasporti, su maggiori emissioni e consumo di risorse , oltre che a determinare costi più elevati per le famiglie.Nel 2012 lo 0,5% della popolazione non aveva accesso a servizi fognari, anche se la mancanza totale di servizi riguarda fasce marginali della popolazione, le quali devono essere oggetto di misure d’inclusione e protezione sociale  o atte a rispondere al disagio abitativo.</div><div>Secondo l’indagine svolta dall’AEA nel 2012iv, l’Italia risulta avere una percentuale di circa il 50% dei fiumi in uno stato ecologico “buono” o “alto” e meno del 20% in stato ecologico “cattivo” o “povero”. Le pressioni da fonti inquinanti si attestano comunque al 50%. Inoltre, lo scarso livello qualitativo delle risorse idriche disponibili si traduce in costi molto elevati dei trattamenti necessari per la potabilizzazione, che nel 2012 hanno riguardato il 30,6% dell’acqua prelevata.<br> <br><br></div><h1>Un terzo delle plastiche degli oceani sono pneumatici, tessuti e cosmetici:</h1><div><br></div><div>Nel rapporto Global Marine and Polar Programme dell'Iucn viene stimato che una percentuale compresa tra 15% e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastiche in mare è costituita da microplastiche primarie, ovvero derivanti da attività umane. Quasi un terzo delle  plastiche riversate negli oceani ogni anno sono rappresentate dalle microplastiche primarie, ovvero quelle che finiscono nei mari rilasciate direttamente da attività umane, domestiche o industriali poco importa. A rivelare queste stime è il <a href="https://portals.iucn.org/library/node/46622">rapporto del  Global Marine and Polar Programme dell'Iucn</a>, The International Union for Conservation of Nature, secondo il quale una percentuale compresa tra il 15 e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastica che inquinano i mari, è costituita da microplastiche primarie.<br>Ma di che parliamo esattamente? Le principali fonti di queste plastiche, caratterizzate da una dimensione inferiore ai 5 millimetri, comprendono pneumatici di auto, tessuti sintetici, rivestimenti marini, segnaletica stradale, prodotti per la cura personale, come creme, saponi e trucchi, e polveri urbane.<br>Diversa l'origine delle microplastiche secondarie, ovvero quelle che derivano dalla frantumazione di materiali plastici di maggiori dimensioni in piccoli frammenti.<br>Il rilascio globale di microplastiche primarie negli oceani è di circa 15 milioni di tonnellate all'anno,  tradotto in termini procapite, sarebbe a dire l'abbandono ogni settimana nelle acque, da parte di ciascun abitante della Terra, di 212 grammi di plastica, l'equivalente di una busta per la spesa vuota.<br>Dallo studio emerge anche come la quasi totalità delle microplastiche primarie negli Oceani, il 98%, deriva da attività terrestri, mentre solo il 2% è riconducibile ad attività svolte in mare. Dall'esame di sette regioni - Africa e Medio Oriente, Cina, Asia Orientale e Oceania, Europa e Asia centrale, India e Asia del Sud, America del Nord e America del Sud, è stato definito un range delle quantità di microplastiche primarie gettate negli oceani che va da 134mila a 281mila tonnellate all'anno. Valori che variamo molto da regione a regione se si considera la quantità procapite di questi sversamenti in mare: si va infatti dai 110 ai 750 grammi a persona all'anno. Non bisogna poi dimenticare, sottolinea lo Iucn, che la maggior parte delle regioni vedrà nei prossimi decenni un aumento dei rilasci di microplastiche primarie a causa di un innalzamento del reddito procapite, al quale però non sarà corrisposto anche un miglioramento dei sistemi per prevenire questo tipo di inquinamento.<br><br>DALL'ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO: LAUDATO SI <br>LA QUESTIONE DELL'ACQUA<br><br>27. Altri indicatori della situazione attuale sono legati all’esaurimento delle risorse naturali. Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà.<br><br></div><div>28. L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. Le fonti di acqua dolce riforniscono i settori sanitari, agropastorali e industriali. La disponibilità di acqua è rimasta relativamente costante per lungo tempo, ma ora in molti luoghi la domanda supera l’offerta sostenibile, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. Grandi città, dipendenti da importanti riserve idriche, soffrono periodi di carenza della risorsa, che nei momenti critici non viene amministrata sempre con una adeguata gestione e con imparzialità. La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza.<br><br></div><div>29. Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua, incluse quelle causate da microorganismi e da sostanze chimiche. La dissenteria e il colera, dovuti a servizi igienici e riserve di acqua inadeguati, sono un fattore significativo di sofferenza e di mortalità infantile. Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono alcune attività estrattive, agricole e industriali, soprattutto in Paesi dove mancano una regolamentazione e dei controlli sufficienti. Non pensiamo solamente ai rifiuti delle fabbriche. I detergenti e i prodotti chimici che la popolazione utilizza in molti luoghi del mondo continuano a riversarsi in fiumi, laghi e mari.<br><br></div><div>30. Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà<em>, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. </em>Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò <em>significa</em> <em>negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità.</em> Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere. Però si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve. Ciò evidenzia che il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale, perché non vi è consapevolezza della gravità di tali comportamenti in un contesto di grande inequità.<br><br></div><div>31. Una maggiore scarsità di acqua provocherà l’aumento del costo degli alimenti e di vari prodotti che dipendono dal suo uso. Alcuni studi hanno segnalato il rischio di subire un’acuta scarsità di acqua entro pochi decenni se non si agisce con urgenza. Gli impatti ambientali potrebbero colpire miliardi di persone, e d’altra parte è prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto di questo secolo<a href="http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html#_ftn23"><br></a><br></div><div><br><br><br></div><div><br><br></div><div><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:07:53 UTC</pubDate>
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         <title> ANNAMARIA M.</title>
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         <description><![CDATA[<div><strong>OBIETTIVO 13: LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO</strong><br> Il cambiamento climatico è ormai universalmente riconosciuto come la principale e la più urgente crisi ambientale, il cui controllo è determinante per tutta la strategia globale e per tutti gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.</div><div> Si tratta di contenere l’aumento dell’anomalia termica rispetto al periodo preindustriale, ormai vicina a +1°C, che è funzione della concentrazione di gas serra (GHG) in atmosfera che determina lo scambio termico ai confini dell’atmosfera e, quindi, il riscaldamento medio della superficie terrestre.<br><br></div><div> All’atto dell’approvazione dell’Agenda 2030 da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU (settembre 2015) il negoziato climatico multilaterale era ancora in pieno divenire. Per questa ragione l’obiettivo 13 non ha definito con precisione i target climatici, lasciando che fosse la sopravveniente COP 21 a stabilire tempi, modi ed obiettivi. Con l’Accordo di Parigi di dicembre 2015 (il quale è parte integrante dell’Agenda 2030), sorretto dallo straordinario consenso e perfino dall’emozione che ha unito ben 195 Paesi, praticamente l’umanità intera, l’obiettivo è il contenimento dell’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo tutti gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. Questo contenimento ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico e consentirebbe di raggiungere la neutralità carbonica (emissioni uguali agli assorbimenti) nella seconda metà del secolo. Ciò richiederà profondi cambiamenti del modello di sviluppo globale e dei singoli paesi, una rapida avanzata della green economy verso la decarbonizzazione delle economie, con conseguente anticipazione del picco mondiale delle emissioni ben prima del 2030.<br><br></div><div> L’Accordo di Parigi si basa sugli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra presentati dalle Parti (INDC - Intended Nationally Determined Contributions) che, una volta ratificato da almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali, diventeranno di fatto vincolanti. Al momento del G20 di Hangzhou in Cina (primi di settembre 2016), hanno ratificato l’Accordo 27 paesi (per un totale del 39% delle emissioni globali), tra cui Cina e Stati Uniti. Con la ratifica EU i paesi sarebbero effettivamente 55, sfiorando il 55% delle emissioni ma, per ora, solo la Francia ha il mandato parlamentare per tale ratifica.<br> Gli impegni finora presi non sono sufficienti per assicurare gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale ed è già previsto un sistema di verifiche per aggiornare e migliorare gli impegni nazionali. Nel 2018 è convocato un dialogo di facilitazione per fare il punto sul raggiungimento degli obiettivi a lungo termine e sul picco delle emissioni; entro il 31 dicembre 2020 tutti i paesi con un obiettivo dichiarato al 2025 (come gli Stati Uniti) dovranno presentare un nuovo piano di impegni nazionali, mentre agli altri si chiede di aggiornare il loro o comunicarne una nuova versione. Ai paesi sviluppati si chiedono target in termini di emissioni assolute a tutti i livelli economici, mentre i paesi in via di sviluppo potranno muoversi in tempi meno rigidi. Entro il 2023 sarà fatto un inventario globale degli sforzi e dei risultati.<br><br></div><div> L’Accordo di Parigi definisce in dettaglio i contenuti dei<strong> target </strong>13.1 e 13.2 e quindi, correttamente, la proposta avanzata per gli indicatori dell’obiettivo 7 non fa riferimento alle emissioni GHG nazionali e globali, ma solo agli impegni per l’adattamento, all’anomalia termica globale (che è l’indicatore guida dell’Accordo di Parigi) ed ai finanziamenti per gli aiuti alla lotta al cambiamento climatico (100 Mld di dollari su base annua al 2030). Poiché però si richiede a tutti i paesi un aumento sostanziale delle ambizioni, è opportuno che a livello nazionale siano monitorate le emissioni GHG, si controlli che raggiungano il picco delle emissioni “al più presto” e che si vada entro il 2050 ad una decarbonizzazione completa delle economie, così come richiedono i modelli matematici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per assicurare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi per la fine del secolo.<br><br></div><div> Italia ed Europa hanno già superato il picco, come anche gli Stati Uniti e ci si attende altrettanto dalla Cina e dagli altri emettitori grandi e medi. A Parigi è stata data la notizia che per la prima volta le emissioni GHG cinesi non sono cresciute nel 2015 per effetto di un’ampia dismissione dei più obsoleti impianti di generazione elettrica a carbone. Che si tratti del picco delle emissioni e dei relativi consumi energetici solo i dati dei prossimi anni potranno accertarlo.<br><br></div><div> La dominanza dell’obiettivo della mitigazione e dell’adattamento climatico fa sì che l’obiettivo 13 sia fortemente connesso con molti altri, a partire dal Goal 7 sull’energia e ai suoi target sull’energia rinnovabile, e dal Goal 15, relativo alla vita sulla terra, per le misure di mitigazione legate allo stoccaggio della CO2 nelle biomasse e nel suolo (pari al 25%) e per tutte le misure di adattamento ai cambiamenti climatici basate sui servizi eco-sistemici. Il target 13.1 si collega diffusamente con i target degli obiettivi 6, 14, 15, con quelli del Goal 2 sull’agricoltura sostenibile (2.3, 2.4, 2.5), con l’11b per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e la resilienza ai disastri, e il target 11.5 per la riduzione dei morti e dei danni economici da calamità. Tutte le politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno effetti diretti sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria integrandosi ancora con gli obiettivi 15 (protezione degli ecosistemi), 3 sulla salute (in particolare il target 3.9) e il target 11.6 sulla riduzione dell’inquinamento pro-capite.<br><br></div><div> I target 13.a, la piena operatività del “Green Climate Fund” di Parigi e Cancún attraverso la sua capitalizzazione nel più breve tempo possibile e il 13.b, finalizzato ad aumentare la capacità di gestione del cambiamento climatico nei paesi meno sviluppati e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (aumentando il ruolo delle donne, dei giovani e delle comunità locali ed emarginate), si integrano con i target 7.a e 7.b e sono supportati dai target 17.16, 17.17, 17.18, 17.19 sul partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.</div><div><br><strong>OBIETTIVO 14: LA VITA SOTT'ACQUA. LA FLORA E LA FAUNA MARINA<br></strong> Gli oceani e i mari caratterizzano profondamente il nostro Pianeta, coprendolo per più dei due terzi della sua superficie. Essi producono la metà dell’ossigeno che respiriamo e assorbono il 30% delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica (anche se ormai questa capacità di assorbimento inizia a fornire segni critici, mentre cresce in maniera preoccupante lo stato di acidificazione degli oceani del mondo).</div><div> I servizi che gli oceani provvedono quotidianamente e gratuitamente all’umanità sono straordinariamente importanti e sono stati quantificati, per difetto, in 2.500 miliardi annui. Questo “prodotto annuale marino” (Gross Marine Product, GMP) corrisponderebbe al PIL della settima economia mondiale. Peraltro, il mare ha una particolare rilevanza per le caratteristiche geografiche dell’Italia: il 28% della popolazione risiede nel territorio litoraneo e i settori della pesca e del turismo dipendono dalla qualità degli ecosistemi marini e costieri.<br><br></div><div> L’obiettivo 14, con riferimento specifico agli ecosistemi marini, rinnova gli impegni internazionali già assunti dall’Italia con la sottoscrizione della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD - 1992) e i relativi Aichi target al 2020, da cui è derivata la Strategia Nazionale per la Biodiversità 2011-2020 (SNB).<br><br></div><div> Il quadro normativo italiano è essenzialmente rappresentato dal D.Lgs 290/2010 di recepimento della Direttiva europea 2008/56/CE, che prevede l’istituzione di un quadro diretto all’elaborazione di strategie per l’ambiente marino e all’adozione delle misure necessarie a conseguire e a mantenere un buono stato ambientale entro il 2020. La Direttiva stabilisce che gli Stati Membri elaborino una strategia per l’ambiente marino che si basi su una valutazione iniziale, sulla definizione del “buono stato ambientale”, sull’individuazione dei traguardi ambientali e sull’istituzione di programmi di monitoraggio. Per “buono stato ambientale” (GES, Good Environmental Status) delle acque marine la Direttiva intende la capacità di preservare la diversità ecologica, la vitalità dei mari e degli oceani affinché siano puliti, sani e produttivi, mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino ad un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future.<br><br></div><div> In attuazione della Direttiva, l’Italia, ha avviato nel 2012 il processo di elaborazione della Strategia per l’Ambiente Marino, stabilendo che il Ministero dell’ambiente funga da Autorità competente per la Strategia, con specifiche funzioni di coordinamento delle attività nazionali. L’attuazione pratica, prevedendo un approccio ecosistemico per il conseguimento al 2020 del GES (definito da 11 descrittori previsti dalla Direttiva), è già, nei principi, allineato al conseguimento dei diversi target del Goal 14 relativi alla riduzione dell’inquinamento marino (14.1, il quale interagisce con i Goal 2 - agricoltura sostenibile, 6 - acqua e 15 - ecosistemi terrestri) e dell’acidicazione (14.3, su cui incidono i Goal 7 e 13 considerati sulla scala globale piuttosto che nazionale).<br><br></div><div> <strong>I target </strong>14.2 (protezione degli ecosistemi marini e costieri) e 14.4 (lotta alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc. e ricostituzione degli stock ittici) riguarda più specificamente la gestione responsabile e sostenibile delle risorse marine, ittiche e costiere e rientra negli ambiti dedicati della Strategia Nazionale per la Biodiversità (SNB) e della Convenzione per la Biodiversità (CBD) e con gli Aichi target, interagendo dunque ancora con il Goal 15. Peraltro, con l’entrata in vigore della Politica Comune della Pesca, dal 1º gennaio 2014 (Regolamento UE N. 1380/2013), il target 14.2 è supportato da uno strumento normativo che, se applicato, dovrebbe consentire di conseguire il risultato.<br><br></div><div> Anche <strong>il target</strong> 14.5 (protezione delle zone costiere e marine) rientra nello stesso ambito e richiede un mantenimento qualitativo rispetto al risultato quantitativo già consolidato del 19,1% e un’auspicabile estensione per meglio conseguire anche gli altri target di questo obiettivo. Il target 14.6 (vietare sovvenzioni e sussidi alla pesca che contribuiscono all’eccesso di capacità e alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc.) è collegato all’Aichi target 3 sull’eliminazione, al più tardi nel 2020, degli incentivi dannosi per l’ambiente.<br>Tralasciando i target meno rilevanti per l’Italia (come il 14.7, che riguarda i piccoli Stati insulari e in via di sviluppo) e di miglioramento delle condizioni di vita dei piccoli pescatori artigianali (14.b), va sottolineata l’importanza della ricerca scientifica (14.a) e del quadro di regole internazionali (14.c) che aiutino a migliorare lo stato di salute degli oceani, attività correlate ai target 17.16, 17,18, 17.19 per il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.</div><div> <br><strong><em>DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO<br> ALLA DELEGAZIONE DELLA "GLOBAL FOUNDATION"</em></strong><br>In occasione della “Rome Roundtable”, organizzata dalla <a href="http://globalfoundation.org.au/">Global Foundation</a> il 13-14 gennaio scorsi per elaborare proposte concrete e innovative per realizzare i Sustainable Development Goals (SDGs), Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’evento, ribadendo, in primo luogo, l’inaccettabilità della considerazione disumana che uomini, donne e bambini subiscono dal sistema economico mondiale.<br> Al gruppo selezionato di oltre sessanta persone, provenienti da tutti continenti in rappresentanza del mondo economico, di quello sociale e religioso, nonché della società civile (governatori di banche centrali, rappresentanti delle imprese e della finanza, esponenti delle organizzazioni internazionali e delle diverse fedi religiose), che ha partecipato all’evento il Papa ha ricordato come non si possa valutare il genere umano come un fattore di produzione pronto a essere scartato quando ritenuto non più utile secondo criteri aziendali. È questa condizione che genera l’emarginazione di tutta quella parte della popolazione mondiale che è più debole e vulnerabile. E chi permette e agisce affinché questo avvenga è destinato a diventare una “macchina senza anima”, che accetta il destino di diventare anch’egli uno scarto.<br> Come già anche Giovanni Paolo II aveva intuito, la globalizzazione, se improntata unicamente sull’obiettivo di raggiungimento dello sviluppo economico, ha portato ad amplificare ed estendere un sentimento d’indifferenza verso chi ancora vive in condizioni di povertà e miseria. Si è, inoltre diffusa, afferma Bergoglio, l’opinione che le regole di mercato siano un valido strumento a cui affidare il sostegno e la correzione delle situazioni di svantaggio. Per tali motivi, questo modello di economia non può essere ritenuto, sicuramente, la via giusta per un vero progresso economico e sociale.<br> La speranza di Francesco risiede nei sentimenti e nelle azioni di solidarietà che si sono sviluppati parallelamente a queste condizioni di sofferenza umana. Per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre innanzitutto non essere indifferenti verso chi è sottoposto a gravi condizioni di dolore e indigenze. Il Papa auspica che la compassione smuova gli operatori economici e politici affinché utilizzino le loro risorse per correggere l’impostazione dell’attuale globalizzazione. “La politica e l’economia, infatti, dovrebbero comprendere l’esercizio della virtù della prudenza”.<br> Nel corso dei due giorni della Roundtable, aperta da una serie di brevi interventi, (tra i quali quello del Portavoce dell’ASviS, Enrico Giovannini) sul ruolo dei dati e degli strumenti analitici per realizzare gli SDGs, sono state identificate azioni concrete che, come già accaduto in occasione della Roundtable dell’anno scorso, i partecipanti si sono impegnati a realizzare entro l’anno e a sottoporre a comune valutazione nel corso nell’evento previsto all’inizio del 2018. ( <a href="http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/january/documents/papa-francesco_20170114_delegazione-global-foundation.html">http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/january/documents/papa-francesco_20170114_delegazione-global-foundation.html</a>).<strong><br><br></strong><br></div><div><em><br></em><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:08:09 UTC</pubDate>
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         <title>Simone D.</title>
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         <description><![CDATA[<div>   OBBIETTIVO 12<br><br>Gli oceani e i mari caratterizzano profondamente il nostro Pianeta, coprendolo per più dei due terzi della sua superficie. Essi producono la metà dell’ossigeno che respiriamo e assorbono il 30% delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica (anche se ormai questa capacità di assorbimento inizia a fornire segni critici, mentre cresce in maniera preoccupante lo stato di acidificazione degli oceani del mondo).<br><br></div><div>I servizi che gli oceani provvedono quotidianamente e gratuitamente all’umanità sono straordinariamente importanti e sono stati quantificati, per difetto, in 2.500 miliardi annui. Questo “prodotto annuale marino” (Gross Marine Product, GMP) corrisponderebbe al PIL della settima economia mondiale. Peraltro, il mare ha una particolare rilevanza per le caratteristiche geografiche dell’Italia: il 28% della popolazione risiede nel territorio litoraneo e i settori della pesca e del turismo dipendono dalla qualità degli ecosistemi marini e costieri.<br><br></div><div>L’obiettivo 14, con riferimento specifico agli ecosistemi marini, rinnova gli impegni internazionali già assunti dall’Italia con la sottoscrizione della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD - 1992) e i relativi Aichi target al 2020, da cui è derivata la Strategia Nazionale per la Biodiversità 2011-2020 (SNB).<br><br></div><div>Il quadro normativo italiano è essenzialmente rappresentato dal D.Lgs 290/2010 di recepimento della Direttiva europea 2008/56/CE, che prevede l’istituzione di un quadro diretto all’elaborazione di strategie per l’ambiente marino e all’adozione delle misure necessarie a conseguire e a mantenere un buono stato ambientale entro il 2020. La Direttiva stabilisce che gli Stati Membri elaborino una strategia per l’ambiente marino che si basi su una valutazione iniziale, sulla definizione del “buono stato ambientale”, sull’individuazione dei traguardi ambientali e sull’istituzione di programmi di monitoraggio. Per “buono stato ambientale” (GES, Good Environmental Status) delle acque marine la Direttiva intende la capacità di preservare la diversità ecologica, la vitalità dei mari e degli oceani affinché siano puliti, sani e produttivi, mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino ad un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future.<br><br></div><div>In attuazione della Direttiva, l’Italia, ha avviato nel 2012 il processo di elaborazione della Strategia per l’Ambiente Marino, stabilendo che il Ministero dell’ambiente funga da Autorità competente per la Strategia, con specifiche funzioni di coordinamento delle attività nazionali. L’attuazione pratica, prevedendo un approccio ecosistemico per il conseguimento al 2020 del GES (definito da 11 descrittori previsti dalla Direttiva), è già, nei principi, allineato al conseguimento dei diversi target del Goal 14 relativi alla riduzione dell’inquinamento marino (14.1, il quale interagisce con i Goal 2 - agricoltura sostenibile, 6 - acqua e 15 - ecosistemi terrestri) e dell’acidicazione (14.3, su cui incidono i Goal 7 e 13 considerati sulla scala globale piuttosto che nazionale).<br><br></div><div>I target 14.2 (protezione degli ecosistemi marini e costieri) e 14.4 (lotta alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc. e ricostituzione degli stock ittici) riguarda più specificamente la gestione responsabile e sostenibile delle risorse marine, ittiche e costiere e rientra negli ambiti dedicati della Strategia Nazionale per la Biodiversità (SNB) e della Convenzione per la Biodiversità (CBD) e con gli Aichi target, interagendo dunque ancora con il Goal 15. Peraltro, con l’entrata in vigore della Politica Comune della Pesca, dal 1º gennaio 2014 (Regolamento UE N. 1380/2013), il target 14.2 è supportato da uno strumento normativo che, se applicato, dovrebbe consentire di conseguire il risultato.<br><br></div><div>Anche il target 14.5 (protezione delle zone costiere e marine) rientra nello stesso ambito e richiede un mantenimento qualitativo rispetto al risultato quantitativo già consolidato del 19,1% e un’auspicabile estensione per meglio conseguire anche gli altri target di questo obiettivo. Il target 14.6 (vietare sovvenzioni e sussidi alla pesca che contribuiscono all’eccesso di capacità e alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc.) è collegato all’Aichi target 3 sull’eliminazione, al più tardi nel 2020, degli incentivi dannosi per l’ambiente.<br><br></div><div>Tralasciando i target meno rilevanti per l’Italia (come il 14.7, che riguarda i piccoli Stati insulari e in via di sviluppo) e di miglioramento delle condizioni di vita dei piccoli pescatori artigianali (14.b), va sottolineata l’importanza della ricerca scientifica (14.a) e del quadro di regole internazionali (14.c) che aiutino a migliorare lo stato di salute degli oceani, attività correlate ai target 17.16, 17,18, 17.19 per il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.<br><br></div><div>Nel rapporto Global Marine and Polar Programme dell'Iucn viene stimato che una percentuale compresa tra 15% e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastiche in mare è costituita da microplastiche primarie, ovvero derivanti da attività umane.<br><br></div><div>Quasi un terzo delle  plastiche riversate negli oceani ogni anno sono rappresentate dalle microplastiche primarie, ovvero quelle che finiscono nei mari rilasciate direttamente da attività umane, domestiche o industriali poco importa.<br><br></div><div>A rivelare queste stime è il rapporto del  Global Marine and Polar Programme dell'Iucn, The International Union for Conservation of Nature, secondo il quale una percentuale compresa tra il 15 e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastica che inquinano i mari, è costituita da microplastiche primarie.<br><br></div><div>Ma di che parliamo esattamente? Le principali fonti di queste plastiche, caratterizzate da una dimensione inferiore ai 5 millimetri, comprendono pneumatici di auto, tessuti sintetici, rivestimenti marini, segnaletica stradale, prodotti per la cura personale, come creme, saponi e trucchi, e polveri urbane.<br><br></div><div>Diversa l'origine delle microplastiche secondarie, ovvero quelle che derivano dalla frantumazione di materiali plastici di maggiori dimensioni in piccoli frammenti.<br><br></div><div>Il rilascio globale di microplastiche primarie negli oceani è di circa 15 milioni di tonnellate all'anno,  tradotto in termini procapite, sarebbe a dire l'abbandono ogni settimana nelle acque, da parte di ciascun abitante della Terra, di 212 grammi di plastica, l'equivalente di una busta per la spesa vuota.<br><br></div><div>Dallo studio emerge anche come la quasi totalità delle microplastiche primarie negli Oceani, il 98%, deriva da attività terrestri, mentre solo il 2% è riconducibile ad attività svolte in mare.<br><br></div><div>Dall'esame di sette regioni - Africa e Medio Oriente, Cina, Asia Orientale e Oceania, Europa e Asia centrale, India e Asia del Sud, America del Nord e America del Sud, è stato definito un range delle quantità di microplastiche primarie gettate negli oceani che va da 134mila a 281mila tonnellate all'anno. Valori che variamo molto da regione a regione se si considera la quantità procapite di questi sversamenti in mare: si va infatti dai 110 ai 750 grammi a persona all'anno.<br><br></div><div>Non bisogna poi dimenticare, sottolinea lo Iucn, che la maggior parte delle regioni vedrà nei prossimi decenni un aumento dei rilasci di microplastiche primarie a causa di un innalzamento del reddito procapite, al quale però non sarà corrisposto anche un miglioramento dei sistemi per prevenire questo tipo di inquinamento.<br><br></div><div>L’economia attuale disumanizza ed emargina la popolazione più debole e vulnerabile. Bisogna costruire un sistema globale “solidale e cooperativo”, che garantisca un vero sviluppo economico e sociale.<br><br></div><div>In occasione della “Rome Roundtable”, organizzata dalla Global Foundation il 13-14 gennaio scorsi per elaborare proposte concrete e innovative per realizzare i Sustainable Development Goals (SDGs), Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’evento, ribadendo, in primo luogo, l’inaccettabilità della considerazione disumana che uomini, donne e bambini subiscono dal sistema economico mondiale.<br><br></div><div>Al gruppo selezionato di oltre sessanta persone, provenienti da tutti continenti in rappresentanza del mondo economico, di quello sociale e religioso, nonché della società civile (governatori di banche centrali, rappresentanti delle imprese e della finanza, esponenti delle organizzazioni internazionali e delle diverse fedi religiose), che ha partecipato all’evento il Papa ha ricordato come non si possa valutare il genere umano come un fattore di produzione pronto a essere scartato quando ritenuto non più utile secondo criteri aziendali. È questa condizione che genera l’emarginazione di tutta quella parte della popolazione mondiale che è più debole e vulnerabile. E chi permette e agisce affinché questo avvenga è destinato a diventare una “macchina senza anima”, che accetta il destino di diventare anch’egli uno scarto.<br><br></div><div>Come già anche Giovanni Paolo II aveva intuito, la globalizzazione, se improntata unicamente sull’obiettivo di raggiungimento dello sviluppo economico, ha portato ad amplificare ed estendere un sentimento d’indifferenza verso chi ancora vive in condizioni di povertà e miseria. Si è, inoltre diffusa, afferma Bergoglio, l’opinione che le regole di mercato siano un valido strumento a cui affidare il sostegno e la correzione delle situazioni di svantaggio. Per tali motivi, questo modello di economia non può essere ritenuto, sicuramente, la via giusta per un vero progresso economico e sociale.<br><br></div><div>La speranza di Francesco risiede nei sentimenti e nelle azioni di solidarietà che si sono sviluppati parallelamente a queste condizioni di sofferenza umana. Per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre innanzitutto non essere indifferenti verso chi è sottoposto a gravi condizioni di dolore e indigenze. Il Papa auspica che la compassione smuova gli operatori economici e politici affinché utilizzino le loro risorse per correggere l’impostazione dell’attuale globalizzazione. “La politica e l’economia, infatti, dovrebbero comprendere l’esercizio della virtù della prudenza”.<br><br></div><div>Nel corso dei due giorni della Roundtable, aperta da una serie di brevi interventi, (tra i quali quello del Portavoce dell’ASviS, Enrico Giovannini) sul ruolo dei dati e degli strumenti analitici per realizzare gli SDGs, sono state identificate azioni concrete che, come già accaduto in occasione della Roundtable dell’anno scorso, i partecipanti si sono impegnati a realizzare entro l’anno e a sottoporre a comune valutazione nel corso nell’evento previsto all’inizio del 2018.<br><br><br>             OBBIETTIVO 11 <br><br><br><br>Quasi tutti gli obiettivi hanno una forte dimensione urbana, fatto non sorprendente se si considera che nel 2010 la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale e che nel 2030 il 60% degli otto miliardi di abitanti del pianeta vivranno nelle città.<br><br></div><div>Ciò è ancor più vero in Europa, dove la popolazione urbana sfiora il 70% di quella complessiva, con un modello policentrico di città a cui si guarda con interesse e di cui l’Italia rappresenta un esempio unico.<br><br></div><div>Gran parte della sfida per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 si gioca dunque nelle città. Anche il Patto di Amsterdam per un’Agenda urbana per l’Unione europea del 30 maggio 2016 e la bozza della New urban Agenda del 28 luglio 2016, che verrà discussa alla Conferenza Habitat III di Quito (Equador) dell’ottobre prossimoviii, vanno in questa direzione.<br><br></div><div>I diversi target ricompresi nel Goal 11 possono essere ricondotti a sei aree principali di intervento: abitazioni, periferie, rigenerazione urbana  e consumo di suolo (riunisce i target 11.1, 11.3 e 11.a); trasporti e mobilità (target 11.2); patrimonio culturale e naturale (target 11.4); calamità, cambiamenti climatici e ambiente urbano (target 11.5, 11.6 e 11.b); spazi pubblici, aree verdi e sicurezza (target 11.7); cooperazione allo sviluppo per l’edilizia sostenibile e resiliente (target 11.c).<br><br></div><div>Per il target 11.1 (abitazioni e quartieri poveri) il nostro Paese mostra una condizione abitativa peggiore della media dell’UE, soprattutto nelle aree a maggior grado di urbanizzazione, con un numero minore di stanze per abitante (Italia 1,3%; UE 1,5%), una quota maggiore di popolazione in situazione di disagio abitativo (Italia 10,4%; UE 5%) e in condizioni di sovraffollamento abitativo (Italia 18,3%; UE 32,9%), una percentuale maggiore della popolazione totale per la quale la casa in affitto costa di più della media (Italia 32,4%; UE 27,3%).<br><br></div><div>Questa situazione è confermata dai dati nazionali delle domande nelle graduatorie ERP per un alloggio pubblico (650.000 nel 2013), dei provvedimenti di sfratto eseguiti (77.536) e richiesti (150.353) nel 2014 e delle persone senza dimora (50.724) nel 2014.<br><br></div><div>Per ciò che riguarda il target 11.3 (urbanizzazione inclusiva e sostenibile) va notato come la copertura del suolo urbano in Italia sia maggiore di quella media europea (Italia 7%, UE 4,3% nel 2012) e tra il 1990 e il 2000 la superfice artificiale è aumentata nel nostro paese più di quanto avvenuto nel resto d’Europa (Italia +6,4%, UE +5,7%), a fronte di una dinamica della popolazione inferiore (rispettivamente, 0,4% e 2,6%). La maggiore crescita nel consumo di suolo è stata confermata nel periodo 2000-2006 (Italia +3,3%, UE +3%), a fronte di un aumento della popolazione Italiana maggiore di quella europea (+3,2%, e +2,2% rispettivamente). Anche l’indice di dispersione che misura lo sprawl urbano è elevato in Italia (84,8% nel 2015).<br><br></div><div>Più recentemente (2013-2015) il suolo complessivo consumato in Italia per residente (349 m2/ab. nel 2013, 346 m2/ab. nel 2015), il rapporto tra nuovo suolo consumato e nuovi abitanti (978 m2/ ab. nel periodo 2008-2013; 150 m2/ab. nel periodo 2013-2015), la velocità di consumo di suolo (2 m2/ ab all’anno nel periodo 2013–2015, 3,5 m2/ab. negli anni 2008-2013) mostrano una inversione di tendenza causata dalla crescita demografica e dalla crisi dell’edilizia.<br><br></div><div>L’Unione europea si è data l’obiettivo di azzerare il consumo netto di suolo entro il 2050. Un recente studio mostra che, per raggiungere tale risultato, il consumo medio di suolo deve essere ridotto a 1,6 mq/ab. l’anno da qui al 2020. Per l’Italia questo significherebbe una riduzione del 20% rispetto al periodo 2013 2015, pur in presenza di una previsione di ripresa della crescita economica. Inoltre, poiché il consumo di suolo e la dispersione urbana incidono sui terreni agricoli periurbani (target 11.a rapporto con le aree rurali), l’UE ne raccomanda la salvaguardia anche attraverso la strategia per le infrastrutture verdi.<br><br></div><div>Il confronto con l’Europa centro-settentrionale e con la Spagna in materia di trasporti urbani e di sicurezza stradale è fortemente penalizzante per le città italiane (target 11.2, trasporti e mobilità). Nel 2012 il 9,4% della popolazione italiana denunciava una difficoltà molto alta nell’accesso al trasporto pubblico, rispetto ad una media europea del 5,7%, il che pone il nostro Paese al quartultimo posto. Considerando pari a 100 km la lunghezza media europea delle linee di trasporto, nel 2014 il valore medio italiano è pari a 47,3 km per le linee di tram, 47 per quelle di metropolitana e 50,1 per le linee ferroviarie suburbane. Nel 2012 solo in tre città italiane (Bolzano, Venezia e Genova) su 19 le modalità alternative (trasporto pubblico; bici e piedi) superavano l’auto nelle preferenze dei cittadini, mentre questo avveniva in 39 città tedesche su 78, in 5 città austriache su 5, in 4 città svedesi su 10 e in 7 città spagnole su 13. Infine, la densità delle fermate del trasporto pubblico per km2 nei comuni capoluoghi di provincia è rimasta stabile tra il 2008 e il 2013 (4,8 e 4,9), mentre l’offerta di posti/km pro-capite è diminuita (3.443 nel 2008, 2.895 nel 2013), il che spiega l’elevata insoddisfazione degli utenti per molti aspetti del servizio rilevata nel 2013.<br><br></div><div>In questo campo l’UE si è data l’obiettivo di: dimezzare l’uso delle auto alimentate con carburante tradizionale in città entro il 2030 e di eliminarle entro il 2050; dimezzare il numero delle vittime di incidenti nel 2020 per arrivare alle zero vittime nel 2050; realizzare sistemi di logistica urbana a zero emissioni di carbonio nel 2030.<br><br></div><div>L’Italia si caratterizza per una alta densità di beni culturali (target 11.4, patrimonio culturale e naturale), molti dei quali nelle città (33,3 ogni 100 m2 nel 2013) e per il maggior numero di siti UNE- SCO al mondo. Anche sul fronte della protezione della biodiversità e del paesaggio il nostro Paese si caratterizza per ricchezza e varietà, con 2.310 siti di importanza comunitaria censiti dalla Rete natura 2000. Nel 2014 la spesa per la protezione della biodiversità e del paesaggio era dello 0,2% del PIL, al di sopra della media dell’UE (0,1%), ma la spesa per servizi culturali era ampiamente al di sotto della media europea, nonostante l'elevata presenza di patrimonio culturale (0,3% e 0,5% del PIL, rispettivamente). La spesa dei comuni per la gestione del patrimonio culturale è stata di 10,11 euro pro-capite (dato 2013), con forti differenzia- zioni territoriali che penalizzano il Mezzogiorno.<br><br></div><div>Rispetto al target 11.5 (calamità naturali) va considerato che nel periodo 1968–2012 le vittime causate dai terremoti sono state 4.649 e i senza tetto 515.200. Il tasso di mortalità per frane e alluvioni in Italia negli ultimi 50 anni (1966–2015) è stato dello 0,07% (7 morti o dispersi ogni 10 milioni di abitanti), mentre negli anni 2011–2015 è stato dello 0,05%. Gli evacuati e i senza tetto per gli stessi motivi negli ultimi 50 anni sono stati 412.087 (15 ogni 100.000 abitanti), di cui 28.188 negli ultimi 5 anni (9,5 su 100.000 abitanti). Nel 2011 la popolazione esposta a rischio di alluvioni era pari al 13,2% e quella esposta a rischio frane era del 2,1%, mentre nel 2015 la popolazione esposta ad elevato rischio sismico (Zone 1 e 2) era il 36%, in aree corrispondenti a circa il 44% della superficie nazionale.<br><br></div><div>Il costo complessivo dei danni provocati dai terremoti e dagli eventi franosi ed alluvionali dal 1944 al 2012 supera i 240 miliardi di euro, una media annua di circa 3,5 miliardi di euro, mentre per la sicurezza idrogeologica del territorio si sono spesi 9,7 miliardi di euro nel periodo 1991–2011, meno di 500 milioni di euro l’anno. Per la prevenzione del rischio sismico tra il 2010 e il 2016 sono stati stanziati 965 milioni di euro, circa 137 milioni di euro l’anno.<br><br></div><div> <br><br></div><div>Per il target 11.b (riduzione rischio disastri) è rilevante che, nel 2015, 6.159 comuni (77% del totale) disponevano di un piano di emergenza per le calamità, mentre l’approvazione dei Piani stralcio per l’assetto idrogeologico (Pai) da parte delle autorità di bacino risultava quasi completata ed era ancora in corso l’approvazione dei Piano di gestione del rischio di alluvioni. Tre città (Ancona, Bologna e Padova) risultano avere adottato Piani locali di adattamento ai cambiamenti climatici.<br><br></div><div> <br><br></div><div>In relazione al target 11.6 (ambiente urbano), nel 2014 il 25,4% degli abitanti delle città italiane soffriva di inquinamento, sporcizia e altri problemi ambientali, valore ben al di sopra della media del 19,1% nelle città dell’UE; la raccolta differenziata dei rifiuti si è attestata al 45,2%, raggiungendo con sei anni di ritardo l’obiettivo fissato dalla normativa europea. Nel 2013 il 20,1% della popolazione urbana era esposto a concentrazioni eccessive di particolato (PM 2,5 e PM 10), rispetto ad una media europea del 15,9%; l’Italia è il paese europeo con il più alto numero di morti premature correlate al PM 2,5 (quasi 59.500 nel 2013) e agli altri inquinanti atmosferici come l’ozono e il biossido d’azoto. Peraltro, gli obiettivi europei, oltre a prevedere il riutilizzo e il riciclaggio del 65% dei rifiuti entro il 2030 e la graduale limitazione al 10% del loro smaltimento in discarica entro il 2030, impongono all’Italia la riduzione della concentrazione delle polveri sottili (PM 2,5) entro i 20 µ/m3 al 2020 (l’OMS ha stabilito un limite più basso di 10 µ/m3).<br><br></div><div> <br><br></div><div>Nel 2014, nei capoluoghi di provincia italiani il verde urbano rappresentava il 2,7% del territorio, con una media di 31,1 m2 ogni abitante e una crescita del 4,9% rispetto all’anno precedente degli orti urbani (Target 11.7 aree pubbliche, spazi verdi e sicurezza). Si stanno estendendo le esperienze di collaborazione civica per la cura dei beni comuni urbani (secondo i dati Labsus 2016, 96 città hanno un regolamento e 78 lo stanno approvando). Nello stesso anno il 23,6% degli abitanti delle città italiane accusava problemi legati al crimine, alla violenza o al vandalismo, valore significativamente superiore a quello medio europeo (19,9%).<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:08:20 UTC</pubDate>
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         <title>  Filomena I.</title>
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         <description><![CDATA[<div>OBIETTIVO 6:<br>L’acqua è fondamentale per la presenza e l’evoluzione della vita sulla Terra e per l’esistenza degli esseri umani. Il ciclo idrico costituisce un elemento fondamentale per tutte le società umane.Un’ampia serie di fattori antropici, dal riscaldamento della superficie terrestre (dovuto all’aumento dei gas che incrementano l’effetto serra naturale) alle diffuse pratiche di modificazione dell’uso dei suoli, all’ingegnerizzazione dei letti fluviali, alla continua crescita dell’irrigazione e degli altri consumi idrici (si stima ormai che oltre il 25% dei bacini fluviali a livello mondiale si prosciughi prima di raggiungere gli oceani), alla continua scomparsa degli habitat acquatici, ai numerosi e pervasivi fenomeni di inquinamento, influenzano profondamente il sistema idrico globale. Ne conseguono il declino della biodiversità e il degrado degli ecosistemi, l'aumento del tasso di estinzione, mentre sono sempre più a rischio ambienti fondamentali per l’idrosfera come le foreste tropicali, le zone umide e numerosi bacini fluviali e lacustri. L’alterazione del ciclo idrico globale influisce, a sua volta, sulla biodiversità, sull’alimentazione umana, sulla salute e la funzionalità degli ecosistemi.Quasi 5,6 miliardi di persone vivono in aree che si trovano a livelli elevati di rischio per la sicurezza  e per lo stato di salute della biodiversità degli ambienti di acque dolci. Come indicato anche dalla Direttiva Quadro Acque dell’Unione Europea (2000/60/CE) è fondamentale ripristinare il Good Environmental Status (GES) dell’acqua, elemento fondamentale anche per la salute, il benessere e la qualità della vita umana. L’acqua pulita e accessibile a tutti è un elemento essenziale del mondo in cui vogliamo vivere. Tuttavia, a causa di un’economia squilibrata e di infrastrutture cattive o carenti, ogni anno milioni di persone, la maggior parte dei quali bambini, muoiono per malattie associate alla fornitura di acqua insufficiente e servizi igienici inadeguati.Tali fenomeni producono un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sanitaria, sulle scelte di sostentamento e sulle opportunità educative per le famiglie povere di tutto il mondo. La siccità affligge alcuni dei paesi più poveri del mondo, aggravando la fame e la malnutrizione. In alcune zone d'Italia, specialmente nel Mezzogiorno e con maggiore intensità in Sicilia, il fenomeno della scarsità d'acqua è presente da decenni. Questo fenomeno ormai storico non solo rappresenta un danno per la qualità della vita e va a detrimento del benessere delle popolazioni locali, ma rappresenta anche sotto il profilo economico un dispendio di risorse sia per le persone che per le casse pubbliche, giacché la cittadinanza va rifornita in maniera alternativa e più costosa.L’economia attuale disumanizza ed emargina la popolazione più debole e vulnerabile. Bisogna costruire un sistema globale “solidale e cooperativo”, che garantisca un vero sviluppo economico e sociale.<br>In occasione della “Rome Roundtable”, organizzata dalla <a href="http://globalfoundation.org.au/">Global Foundation</a> il 13-14 gennaio scorsi per elaborare proposte concrete e innovative per realizzare i Sustainable Development Goals (SDGs), Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’evento, ribadendo, in primo luogo, l’inaccettabilità della considerazione disumana che uomini, donne e bambini subiscono dal sistema economico mondiale.<br>Al gruppo selezionato di oltre sessanta persone, provenienti da tutti continenti in rappresentanza del mondo economico, di quello sociale e religioso, nonché della società civile (governatori di banche centrali, rappresentanti delle imprese e della finanza, esponenti delle organizzazioni internazionali e delle diverse fedi religiose), che ha partecipato all’evento il Papa ha ricordato come non si possa valutare il genere umano come un fattore di produzione pronto a essere scartato quando ritenuto non più utile secondo criteri aziendali. È questa condizione che genera l’emarginazione di tutta quella parte della popolazione mondiale che è più debole e vulnerabile. E chi permette e agisce affinché questo avvenga è destinato a diventare una “macchina senza anima”, che accetta il destino di diventare anch’egli uno scarto.<br>Come già anche Giovanni Paolo II aveva intuito, la globalizzazione, se improntata unicamente sull’obiettivo di raggiungimento dello sviluppo economico, ha portato ad amplificare ed estendere un sentimento d’indifferenza verso chi ancora vive in condizioni di povertà e miseria. Si è, inoltre diffusa, afferma Bergoglio, l’opinione che le regole di mercato siano un valido strumento a cui affidare il sostegno e la correzione delle situazioni di svantaggio. Per tali motivi, questo modello di economia non può essere ritenuto, sicuramente, la via giusta per un vero progresso economico e sociale.<br>La speranza di Francesco risiede nei sentimenti e nelle azioni di solidarietà che si sono sviluppati parallelamente a queste condizioni di sofferenza umana. Per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre innanzitutto non essere indifferenti verso chi è sottoposto a gravi condizioni di dolore e indigenze. Il Papa auspica che la compassione smuova gli operatori economici e politici affinché utilizzino le loro risorse per correggere l’impostazione dell’attuale globalizzazione. “La politica e l’economia, infatti, dovrebbero comprendere l’esercizio della virtù della prudenza”.<br>Nel corso dei due giorni della Roundtable, aperta da una serie di brevi interventi, (tra i quali quello del Portavoce dell’ ASviS, Enrico Giovannini) sul ruolo dei dati e degli strumenti analitici per realizzare gli SDGs, sono state identificate azioni concrete che, come già accaduto in occasione della Roundtable dell’anno scorso, i partecipanti si sono impegnati a realizzare entro l’anno e a sottoporre a comune valutazione nel corso nell’evento previsto all’inizio del 2018. <a href="http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/january/documents/papa-francesco_20170114_delegazione-global-foundation.html">Qui</a> il discorso del Pontefice.<br>OBIETTIVO :13<br>Il cambiamento climatico è ormai universalmente riconosciuto come la principale e la più urgente crisi ambientale, il cui controllo è determinante per tutta la strategia globale e per tutti gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.Si tratta di contenere l’aumento dell’anomalia termica rispetto al periodo preindustriale.<br>All’atto dell’approvazione dell’Agenda 2030 da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU (settembre 2015) il negoziato climatico multilaterale era ancora in pieno divenire. Per questa ragione l’obiettivo 13 non ha definito con precisione i target climatici, lasciando che fosse la sopravveniente COP 21 a stabilire tempi, modi ed obiettivi. Con l’Accordo di Parigi di dicembre 2015 (il quale è parte integrante dell’Agenda 2030), sorretto dallo straordinario consenso e perfino dall’emozione che ha unito ben 195 Paesi, praticamente l’umanità intera, l’obiettivo è il contenimento dell’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo tutti gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. Questo contenimento ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico e consentirebbe di raggiungere la neutralità carbonica (emissioni uguali agli assorbimenti) nella seconda metà del secolo. Ciò richiederà profondi cambiamenti del modello di sviluppo globale e dei singoli paesi, una rapida avanzata della green economy verso la decarbonizzazione delle economie, con conseguente anticipazione del picco mondiale delle emissioni ben prima del 2030.<br>L’Accordo di Parigi si basa sugli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra presentati dalle Parti (INDC - Intended Nationally Determined Contributions) che, una volta ratificato da almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali, diventeranno di fatto vincolanti. Al momento del G20 di Hangzhou in Cina (primi di settembre 2016), hanno ratificato l’Accordo 27 paesi (per un totale del 39% delle emissioni globali), tra cui Cina e Stati Uniti. Con la ratifica EU i paesi sarebbero effettivamente 55, sfiorando il 55% delle emissioni ma, per ora, solo la Francia ha il mandato parlamentare per tale ratifica.<br>Gli impegni finora presi non sono sufficienti per assicurare gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale ed è già previsto un sistema di verifiche per aggiornare e migliorare gli impegni nazionali. Nel 2018 è convocato un dialogo di facilitazione per fare il punto sul raggiungimento degli obiettivi a lungo termine e sul picco delle emissioni; entro il 31 dicembre 2020 tutti i paesi con un obiettivo dichiarato al 2025 (come gli Stati Uniti) dovranno presentare un nuovo piano di impegni nazionali, mentre agli altri si chiede di aggiornare il loro o comunicarne una nuova versione. Ai paesi sviluppati si chiedono target in termini di emissioni assolute a tutti i livelli economici, mentre i paesi in via di sviluppo potranno muoversi in tempi meno rigidi. Entro il 2023 sarà fatto un inventario globale degli sforzi e dei risultati.<br>L’Accordo di Parigi definisce in dettaglio i contenuti dei target 13.1 e 13.2 e quindi, correttamente, la proposta avanzata per gli indicatori dell’obiettivo 7 non fa riferimento alle emissioni GHG nazionali e globali, ma solo agli impegni per l’adattamento, all’anomalia termica globale (che è l’indicatore guida dell’Accordo di Parigi) ed ai finanziamenti per gli aiuti alla lotta al cambiamento climatico (100 Mld di dollari su base annua al 2030). Poiché però si richiede a tutti i paesi un aumento sostanziale delle ambizioni, è opportuno che a livello nazionale siano monitorate le emissioni GHG, si controlli che raggiungano il picco delle emissioni “al più presto” e che si vada entro il 2050 ad una decarbonizzazione completa delle economie, così come richiedono i modelli matematici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per assicurare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi per la fine del secolo.Italia ed Europa hanno già superato il picco, come anche gli Stati Uniti e ci si attende altrettanto dalla Cina e dagli altri emettitori grandi e medi. A Parigi è stata data la notizia che per la prima volta le emissioni GHG cinesi non sono cresciute nel 2015 per effetto di un’ampia dismissione dei più obsoleti impianti di generazione elettrica a carbone. Che si tratti del picco delle emissioni e dei relativi consumi energetici solo i dati dei prossimi anni potranno accertarloLa dominanza dell’obiettivo della mitigazione e dell’adattamento climatico fa sì che l’obiettivo 13 sia fortemente connesso con molti altri, a partire dal Goal 7 sull’energia e ai suoi target sull’energia rinnovabile, e dal Goal 15, relativo alla vita sulla terra, per le misure di mitigazione legate allo stoccaggio della CO2 nelle biomasse e nel suolo (pari al 25%) e per tutte le misure di adattamento ai cambiamenti climatici basate sui servizi eco-sistemici. Il target 13.1 si collega diffusamente con i target degli obiettivi 6, 14, 15, con quelli del Goal 2 sull’agricoltura sostenibile (2.3, 2.4, 2.5), con l’11b per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e la resilienza ai disastri, e il target 11.5 per la riduzione dei morti e dei danni economici da calamità. Tutte le politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno effetti diretti sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria integrandosi ancora con gli obiettivi 15 (protezione degli ecosistemi), 3 sulla salute (in particolare il target 3.9) e il target 11.6 sulla riduzione dell’inquinamento pro-capite.I target 13.a, la piena operatività del “Green Climate Fund” di Parigi e Cancún attraverso la sua capitalizzazione nel più breve tempo possibile e il 13.b, finalizzato ad aumentare la capacità di gestione del cambiamento climatico nei paesi meno sviluppati e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (aumentando il ruolo delle donne, dei giovani e delle comunità locali ed emarginate), si integrano con i target 7.a e 7.b e sono supportati dai target 17.16, 17.17, 17.18, 17.19 sul partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.<br>Il cambiamento climatico è ormai universalmente riconosciuto come la principale e la più urgente crisi ambientale, il cui controllo è determinante per tutta la strategia globale e per tutti gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.<br>Si tratta di contenere l’aumento dell’anomalia termica rispetto al periodo preindustriale, ormai vicina a +1°C, che è funzione della concentrazione di gas serra (GHG) in atmosfera che determina lo scambio termico ai confini dell’atmosfera e, quindi, il riscaldamento medio della superficie terrestre.All’atto dell’approvazione dell’Agenda 2030 da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU (settembre 2015) il negoziato climatico multilaterale era ancora in pieno divenire. Per questa ragione l’obiettivo 13 non ha definito con precisione i target climatici, lasciando che fosse la sopravveniente COP 21 a stabilire tempi, modi ed obiettivi. Con l’Accordo di Parigi di dicembre 2015 (il quale è parte integrante dell’Agenda 2030), sorretto dallo straordinario consenso e perfino dall’emozione che ha unito ben 195 Paesi, praticamente l’umanità intera, l’obiettivo è il contenimento dell’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo tutti gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. Questo contenimento ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico e consentirebbe di raggiungere la neutralità carbonica (emissioni uguali agli assorbimenti) nella seconda metà del secolo. Ciò richiederà profondi cambiamenti del modello di sviluppo globale e dei singoli paesi, una rapida avanzata della green economy verso la decarbonizzazione delle economie, con conseguente anticipazione del picco mondiale delle emissioni ben prima del 2030.L’Accordo di Parigi si basa sugli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra presentati dalle Parti (INDC - Intended Nationally Determined Contributions) che, una volta ratificato da almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali, diventeranno di fatto vincolanti. Al momento del G20 di Hangzhou in Cina (primi di settembre 2016), hanno ratificato l’Accordo 27 paesi (per un totale del 39% delle emissioni globali), tra cui Cina e Stati Uniti. Con la ratifica EU i paesi sarebbero effettivamente 55, sfiorando il 55% delle emissioni ma, per ora, solo la Francia ha il mandato parlamentare per tale ratifica.<br>Gli impegni finora presi non sono sufficienti per assicurare gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale ed è già previsto un sistema di verifiche per aggiornare e migliorare gli impegni nazionali. Nel 2018 è convocato un dialogo di facilitazione per fare il punto sul raggiungimento degli obiettivi a lungo termine e sul picco delle emissioni; entro il 31 dicembre 2020 tutti i paesi con un obiettivo dichiarato al 2025 (come gli Stati Uniti) dovranno presentare un nuovo piano di impegni nazionali, mentre agli altri si chiede di aggiornare il loro o comunicarne una nuova versione. Ai paesi sviluppati si chiedono target in termini di emissioni assolute a tutti i livelli economici, mentre i paesi in via di sviluppo potranno muoversi in tempi meno rigidi. Entro il 2023 sarà fatto un inventario globale degli sforzi e dei risultati.<br>L’Accordo di Parigi definisce in dettaglio i contenuti dei target 13.1 e 13.2 e quindi, correttamente, la proposta avanzata per gli indicatori dell’obiettivo 7 non fa riferimento alle emissioni GHG nazionali e globali, ma solo agli impegni per l’adattamento, all’anomalia termica globale (che è l’indicatore guida dell’Accordo di Parigi) ed ai finanziamenti per gli aiuti alla lotta al cambiamento climatico (100 Mld di dollari su base annua al 2030). Poiché però si richiede a tutti i paesi un aumento sostanziale delle ambizioni, è opportuno che a livello nazionale siano monitorate le emissioni GHG, si controlli che raggiungano il picco delle emissioni “al più presto” e che si vada entro il 2050 ad una decarbonizzazione completa delle economie, così come richiedono i modelli matematici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per assicurare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi per la fine del secolo.Italia ed Europa hanno già superato il picco, come anche gli Stati Uniti e ci si attende altrettanto dalla Cina e dagli altri emettitori grandi e medi. A Parigi è stata data la notizia che per la prima volta le emissioni GHG cinesi non sono cresciute nel 2015 per effetto di un’ampia dismissione dei più obsoleti impianti di generazione elettrica a carbone. Che si tratti del picco delle emissioni e dei relativi consumi energetici solo i dati dei prossimi anni potranno accertarlo.<br>L’Aea ha pubblicato un breve report sulle misure di finanziamento dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Illustrati 11 casi studio in Europa tra cui il progetto Gaia di Bologna. Con l’obiettivo d’ispirare altre realtà urbane ad agire per l’adattamento.<br>Investire per l’adattamento ai cambiamenti climatici appare argomento difficoltoso, poiché il ritorno economico è su tempi lunghi ed è talvolta incerto. Dal <a href="http://www.eea.europa.eu/publications/financing-urban-adaptation-to-climate-change">report dell’Agenzia Europea per l’Ambiente </a>(Aea), pubblicato il 27 febbraio, emerge che le possibilità di finanziamento sono comunque numerose.<br>I fondi pubblici (tra cui quota parte del cospicuo 20% budget Ue destinato in azioni per il clima) possono agire efficacemente come leva sui fondi privati. Va considerato inoltre che il cosiddetto “mainstreaming” dell’adattamento ai cambiamenti climatici nel budget di altri settori rende disponibili ulteriori risorse finanziarie.  L’Aea nei messaggi chiave del report, mette in risalto l’importanza della collaborazione intersettoriale per un efficacia delle azioni d’adattamento, per la realizzazione di  benefici collegati  che contribuiscono a ottimizzare  i finanziamenti  e a ridurre i costi.  È cruciale pertanto l’analisi economica preventiva delle diverse opzioni, nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile integrato della realtà urbana nella sua interezza.<br>Il successo nell’implementazione delle misure per l’adattamento non è poi comunque solo una questione di capacità finanziaria ma richiede adeguata consapevolezza dei problemi d’affrontare da parte dei decisori pubblici e privati, dei cittadini e altri portatori d’interesse.<br>Completa il report un'utile rassegna dei principali strumenti di finanziamento Ue per l’adattamento delle aree urbane ai cambiamenti climatici.<br><br></div><div><br></div><div><br><br></div><div><br></div><div><br></div><div>   <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:08:41 UTC</pubDate>
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         <title>Antimo B.</title>
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         <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu/wish/161442110</link>
         <description><![CDATA[<div>l'acqua è fondamentale per la vita sulla terra e per l'esistenza degli esseri umani,quasi 5,6 milioni di persone vivono in aree che si trovano a livelli elevati di rischio per la sicurezza dell'approvigionamento idrico e per lo stato di salute della biodiversità degli ambienti di acque dolci.Tali fenomeni producono un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sanitaria di tutto il mondo.La siccita affligge alcuni dei paesi piu' poveri del mondo,aggravando la fame e la malnutrizione.In alcune zone d'Italia,e con maggiore intensità in sicilia,il fenomeno della scarsità d'acqua da decenni.Questo fenomeno ormai storico non solo rappresenta un danno per la qualità della vita e del benessere delle popolazioni locali,ma rappresenta anche un sispendio di risorse sia per le persone che per le case pubbliche,gia che la cittadinanza va rifornita in maniera alternativa</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:10:18 UTC</pubDate>
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         <title>GIUSY D: OBBIETTIVO 12.</title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu/wish/161443722</link>
         <description><![CDATA[<div>Il concetto di “modelli di produzione e consumo sostenibili” non è nuovo nel dibattito internazionale, dato che già da diversi decenni si è affermata l’importanza di agire dal lato della produzione, riducendo al minimo l’uso delle risorse naturali, e dal lato del consumo, sensibilizzando i cittadini a forme di consumo responsabili.<br><br>Il concetto di consumo e produzione sostenibili è stato sostanziato nel piano di attuazione di Johannesburg, adottato nel 2002 in occasione del vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile (WSSD). In quell’occasione è stato riconosciuto che i cambiamenti fondamentali nel modo in cui le società producono e consuma- no sono indispensabili per conseguire uno sviluppo sostenibile globale. A seguito di ciò, nel 2012, è stato adottato un quadro decennale di programmi a sostegno di iniziative regionali e nazionali.<br><br>L’obiettivo 12 è strettamente correlato a molti altri temi dell’Agenda 2030 e la sua piena realizzazione può rappresentare un fattore discriminante per l’attuazione dell’intero gruppo di obiettivi. L’OCSE posiziona l’obiettivo 12 sia nel gruppo del capitale naturale (insieme a clima, oceani e biodiversità) che nel gruppo del capitale economico (insieme a energia, occupazione e infrastrutture). Inoltre, l’attuazione degli impegni per i modelli di produzione e consumo non può essere affrontata senza una forte connessione con l’obiettivo 4 (educazione), essendo prevista al suo interno una attività specifica verso cittadini/consumatori, giovani e imprese. Si pensi che, secondo la FAO, il 32% dello spreco dei prodotti agricoli avviene durante la produzione, il 22% nella raccolta, l’11% nella trasformazione industriale, il 13% nel corso della distribuzione e il 22% ad opera del consumatore, a domicilio o presso la ristorazione.<br><br>L’obiettivo 12 indica chiaramente che il raggiungimento dello sviluppo sostenibile richiede di cambiare il modo di produrre e consumare, riducendo l’impronta ecologica, migliorando l’efficienza delle risorse naturali, smaltendo in modo appropriato i rifiuti tossici. Altrettanto importante, però, è incoraggiare le industrie, le imprese e i consumatori a riciclare e ridurre gli sprechi e progressivamente a perseguire la transizione verso l’economia circolare.<br><br>Tenendo conto delle particolarità dell’economia italiana e del ruolo dei modelli di produzione e consumo sostenibili rispetto ai temi della competitività del sistema paese, la piena attuazione dell’obiettivo 12 a livello nazionale potrà consentire di beneficiare del superamento delle diseconomie derivanti da trend insostenibili di produzione e consumo e da un uso non efficiente delle risorse, nonché di individuare opportunità di innovazione a livello di imprese e consumatori.<br><br>I target fanno riferimento ad alcune macro–categorie individuabili nell’uso efficiente delle risorse, nella riduzione degli sprechi, nella corretta gestione delle sostanze chimiche e dei rifiuti, nella responsabilità di impresa. Ad esse si affiancano quelle legate alla cooperazione allo sviluppo, che includono il sostegno ai paesi terzi, l’eliminazione dei sussidi dannosi ai combustibili fossili e la diffusione di un turismo sostenibile.<br><br>In particolare, il target 12.4 relativo alla gestione delle sostanze chimiche coinvolge a pieno titolo le imprese sia negli acquisti di materia prima che nello stoccaggio e trattamento dei rifiuti. In Italia la normativa è completa e stringente e fa riferimento alla Convenzione di Basilea (allegati I, II, III, VIII); tuttavia i controlli sono ancora insufficienti a garantire un’ampia e diffusa gestione eco-compatibile di queste sostanze nell’intero ciclo di vita.<br><br>La gestione dei rifiuti rappresenta una cartina di tornasole sulla corretta attuazione di modelli di produzione e consumo sostenibili. Il 7° Programma quadro per l’ambiente dell’UE considera, infatti, la gestione dei rifiuti non solo una preoccupazione ambientale, ma soprattutto una questione economica. Il tema principale è rappresentato dalla transizione ad un nuovo modello “circolare” di economia, attraverso il quale ridurre progressivamente la domanda di risorse naturali (in particolare di materie prime), preservare e mantenere il valore di prodotti, materiali e risorse nell’economia il più a lungo possibile, riducendo al minimo la produzione di rifiuti.<br><br>Questa transizione deve avvenire con il contributo di tutti gli attori, a partire dalle imprese, che sono incoraggiate (target 12.6) ad integrare le informazioni riguardanti la sostenibilità nelle loro relazioni periodiche. Pur essendo già pari a circa l’80% il tasso di rendicontazione non finanziaria delle grandi imprese italiane (solo otto Paesi hanno tassi superiori al 90% e sono: India, Indonesia, Malesia, Sudafrica, Regno unito, Francia, Danimarca e Norvegia), restano ancora escluse le imprese di medio-piccole dimensioni.<br><br>Il target 12.a evidenzia come un modello di sviluppo basato sull’innovazione e la differenziazione non può prescindere da elevati standard umani e tecnologici. Per supportare i paesi in via di sviluppo nel progredire verso nuovi modelli è necessario investire nella formazione (universitaria e post universitaria), in modo da consentire alle persone di operare in un mondo globalizzato, fornendo know how per l’utilizzo di tecnologie verdi nel campo della ricerca. Infine, il target 12.b richiama alla formulazione e allo sviluppo di strumenti in grado di rilevare il contributo di forme sostenibili di turismo alla valorizzazione dei territori, della cultura e dei prodotti locali.<br><br>OBIETTIVO 14: FLORA E FAUNA ACQUATICA<br>Gli oceani e i mari caratterizzano profondamente il nostro Pianeta, coprendolo per più dei due terzi della sua superficie. Essi producono la metà dell’ossigeno che respiriamo e assorbono il 30% delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica (anche se ormai questa capacità di assorbimento inizia a fornire segni critici, mentre cresce in maniera preoccupante lo stato di acidificazione degli oceani del mondo).
<br>I servizi che gli oceani provvedono quotidianamente e gratuitamente all’umanità sono straordinariamente importanti e sono stati quantificati, per difetto, in 2.500 miliardi annui. Questo “prodotto annuale marino” (Gross Marine Product, GMP) corrisponderebbe al PIL della settima economia mondiale. Peraltro, il mare ha una particolare rilevanza per le caratteristiche geografiche dell’Italia: il 28% della popolazione risiede nel territorio litoraneo e i settori della pesca e del turismo dipendono dalla qualità degli ecosistemi marini e costieri.
<br>L’obiettivo 14, con riferimento specifico agli ecosistemi marini, rinnova gli impegni internazionali già assunti dall’Italia con la sottoscrizione della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD - 1992) e i relativi Aichi target al 2020, da cui è derivata la Strategia Nazionale per la Biodiversità 2011-2020 (SNB).
<br>Il quadro normativo italiano è essenzialmente rappresentato dal D.Lgs 290/2010 di recepimento della Direttiva europea 2008/56/CE, che prevede l’istituzione di un quadro diretto all’elaborazione di strategie per l’ambiente marino e all’adozione delle misure necessarie a conseguire e a mantenere un buono stato ambientale entro il 2020. La Direttiva stabilisce che gli Stati Membri elaborino una strategia per l’ambiente marino che si basi su una valutazione iniziale, sulla definizione del “buono stato ambientale”, sull’individuazione dei traguardi ambientali e sull’istituzione di programmi di monitoraggio. Per “buono stato ambientale” (GES, Good Environmental Status) delle acque marine la Direttiva intende la capacità di preservare la diversità ecologica, la vitalità dei mari e degli oceani affinché siano puliti, sani e produttivi, mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino ad un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future.
<br>In attuazione della Direttiva, l’Italia, ha avviato nel 2012 il processo di elaborazione della Strategia per l’Ambiente Marino, stabilendo che il Ministero dell’ambiente funga da Autorità competente per la Strategia, con specifiche funzioni di coordinamento delle attività nazionali. L’attuazione pratica, prevedendo un approccio ecosistemico per il conseguimento al 2020 del GES (definito da 11 descrittori previsti dalla Direttiva), è già, nei principi, allineato al conseguimento dei diversi target del Goal 14 relativi alla riduzione dell’inquinamento marino (14.1, il quale interagisce con i Goal 2 - agricoltura sostenibile, 6 - acqua e 15 - ecosistemi terrestri) e dell’acidicazione (14.3, su cui incidono i Goal 7 e 13 considerati sulla scala globale piuttosto che nazionale).
<br>I target 14.2 (protezione degli ecosistemi marini e costieri) e 14.4 (lotta alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc. e ricostituzione degli stock ittici) riguarda più specificamente la gestione responsabile e sostenibile delle risorse marine, ittiche e costiere e rientra negli ambiti dedicati della Strategia Nazionale per la Biodiversità (SNB) e della Convenzione per la Biodiversità (CBD) e con gli Aichi target, interagendo dunque ancora con il Goal 15. Peraltro, con l’entrata in vigore della Politica Comune della Pesca, dal 1º gennaio 2014 (Regolamento UE N. 1380/2013), il target 14.2 è supportato da uno strumento normativo che, se applicato, dovrebbe consentire di conseguire il risultato.
<br>Anche il target 14.5 (protezione delle zone costiere e marine) rientra nello stesso ambito e richiede un mantenimento qualitativo rispetto al risultato quantitativo già consolidato del 19,1% e un’auspicabile estensione per meglio conseguire anche gli altri target di questo obiettivo. Il target 14.6 (vietare sovvenzioni e sussidi alla pesca che contribuiscono all’eccesso di capacità e alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc.) è collegato all’Aichi target 3 sull’eliminazione, al più tardi nel 2020, degli incentivi dannosi per l’ambiente.
<br>Tralasciando i target meno rilevanti per l’Italia (come il 14.7, che riguarda i piccoli Stati insulari e in via di sviluppo) e di miglioramento delle condizioni di vita dei piccoli pescatori artigianali (14.b), va sottolineata l’importanza della ricerca scientifica (14.a) e del quadro di regole internazionali (14.c) che aiutino a migliorare lo stato di salute degli oceani, attività correlate ai target 17.16, 17,18, 17.19 per il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.
<br><br>Gli 11 descrittori GES della Strategia per l’Ambiente Marino definiti nel 2010 dalla Commissione europea consentono di coprire adeguatamente il monitoraggio per il conseguimento del target 14.1 sull’inquinamento marino, 14.2 e 14.4 su gestione e protezione degli ecosistemi marini e gestione sostenibile degli stock ittici.
<br>Per il monitoraggio dei descrittori GES è stata istituita una banca dati online, ma ad oggi non è ancora presente un rapporto di monitoraggio utile all’accertamento in sintesi dello stato di fatto. A titolo di esempio, nell’ultimo annuario ISPRA sui dati ambientali 2014-2015 risulta che tutti gli stock ittici valutati sono in condizione di sovra-sfruttamento (figura 20). La percentuale degli stock ittici sovra-sfruttati è in crescita tendenziale dal 2007 ed era pari al 95% nel 2013.
<br>Rispetto al target 14.5, le zone costiere e marine protette risultano essere il 19,1% del totale, soddisfacendo il target minimo del 10% da raggiungere al 2020, ma in questo dato viene considerato anche il santuario marino Pelagos per i mammiferi marini, istituito nel 1991 per la parte italiana di circa 25.573 km2 (interessando aree marine delle regioni Liguria, Toscana e Sardegna) con un’estensione internazionale nel 1999 ad aree marine della Francia e del Principato di Monaco, la cui efficacia ai fini di tutela è ancora molto incerta.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:17:03 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>Antonio P.<br>L'acqua è fondamentale per la presenza e l'evoluzione della vita sulla Terra e per l'esistenza degli esseri umani. L'alterazione del ciclo idrico globale influisce&nbsp; , a sua volta , sulla biodiversità&nbsp; , sull' alimentazione umana , sulla salute e la funzionalità degli ecosistemi.&nbsp;<br>Quasi&nbsp;</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:24:50 UTC</pubDate>
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         <title>Martina D</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>FLORA E FAUNA ACQUATICA (OBIETTIVO 14)<br><br></div><div>Gli oceani e i mari caratterizzano profondamente il nostro Pianeta, coprendolo per più dei due terzi della sua superficie. Essi producono la metà dell’ossigeno che respiriamo e assorbono il 30% delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica (anche se ormai questa capacità di assorbimento inizia a fornire segni critici, mentre cresce in maniera preoccupante lo stato di acidificazione degli oceani del mondo).<br><br></div><div>I servizi che gli oceani provvedono quotidianamente e gratuitamente all’umanità sono straordinariamente importanti e sono stati quantificati, per difetto, in 2.500 miliardi annui. Questo “prodotto annuale marino” (Gross Marine Product, GMP) corrisponderebbe al PIL della settima economia mondiale. Peraltro, il mare ha una particolare rilevanza per le caratteristiche geografiche dell’Italia: il 28% della popolazione risiede nel territorio litoraneo e i settori della pesca e del turismo dipendono dalla qualità degli ecosistemi marini e costieri.<br><br></div><div>L’obiettivo 14, con riferimento specifico agli ecosistemi marini, rinnova gli impegni internazionali già assunti dall’Italia con la sottoscrizione della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD - 1992) e i relativi Aichi target al 2020, da cui è derivata la Strategia Nazionale per la Biodiversità 2011-2020 (SNB).<br><br></div><div>Per “buono stato ambientale” (GES, Good Environmental Status) delle acque marine la Direttiva intende la capacità di preservare la diversità ecologica, la vitalità dei mari e degli oceani affinché siano puliti, sani e produttivi, mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino ad un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future.<br><br></div><div>In attuazione della Direttiva, l’Italia, ha avviato nel 2012 il processo di elaborazione della Strategia per l’Ambiente Marino, stabilendo che il Ministero dell’ambiente funga da Autorità competente per la Strategia, con specifiche funzioni di coordinamento delle attività nazionali. L’attuazione pratica, prevedendo un approccio ecosistemico per il conseguimento al 2020 del GES (definito da 11 descrittori previsti dalla Direttiva), è già, nei principi, allineato al conseguimento dei diversi target del Goal 14 relativi alla riduzione dell’inquinamento marino (14.1, il quale interagisce con i Goal 2 - agricoltura sostenibile, 6 - acqua e 15 - ecosistemi terrestri) e dell’acidicazione (14.3, su cui incidono i Goal 7 e 13 considerati sulla scala globale piuttosto che nazionale).<br><br></div><div>I target 14.2 (protezione degli ecosistemi marini e costieri) e 14.4 (lotta alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc. e ricostituzione degli stock ittici) riguarda più specificamente la gestione responsabile e sostenibile delle risorse marine, ittiche e costiere e rientra negli ambiti dedicati della Strategia Nazionale per la Biodiversità (SNB) e della Convenzione per la Biodiversità (CBD) e con gli Aichi target, interagendo dunque ancora con il Goal 15. Peraltro, con l’entrata in vigore della Politica Comune della Pesca, dal 1º gennaio 2014 (Regolamento UE N. 1380/2013), il target 14.2 è supportato da uno strumento normativo che, se applicato, dovrebbe consentire di conseguire il risultato.<br><br></div><div>Anche il target 14.5 (protezione delle zone costiere e marine) rientra nello stesso ambito e richiede un mantenimento qualitativo rispetto al risultato quantitativo già consolidato del 19,1% e un’auspicabile estensione per meglio conseguire anche gli altri target di questo obiettivo. Il target 14.6 (vietare sovvenzioni e sussidi alla pesca che contribuiscono all’eccesso di capacità e alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc.) è collegato all’Aichi target 3 sull’eliminazione, al più tardi nel 2020, degli incentivi dannosi per l’ambiente.<br><br></div><div>Tralasciando i target meno rilevanti per l’Italia (come il 14.7, che riguarda i piccoli Stati insulari e in via di sviluppo) e di miglioramento delle condizioni di vita dei piccoli pescatori artigianali (14.b), va sottolineata l’importanza della ricerca scientifica (14.a) e del quadro di regole internazionali (14.c) che aiutino a migliorare lo stato di salute degli oceani, attività correlate ai target 17.16, 17,18, 17.19 per il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.<br><br></div><div>Flora e fauna acquatica<br><br></div><div>La vita sui fondali è molto condizionata dalle caratteristiche fisiche dell’acqua. Nei mari temperati, come il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mar_Mediterraneo">Mediterraneo</a>flora e fauna sono presenti con una grandissima varietà di specie, molte più dei mari freddi o tropicali. <br> Le alghe ricoprono quasi interamente alcuni fondali, trasformando le rocce inospitali in vere e proprie “foreste” sottomarine, in cui trovano rifugio molte specie di invertebrati e piccoli pesci. <br> I pigmenti determinano le colorazioni delle alghe rendendole verdi, brune e rosse. Le alghe verdi e brune si trovano nella zona più litorale fino a circa 20 m di profondità; quelle rosse amano la penombra: si trovano sui fondali rocciosi, tra 20 e 40 m di profondità, ma nelle zone più Posidonia torbide si possono trovare anche in acque superficiali. <br> I fondi sabbiosi costieri sono l’habitat ideale di alcune piante superiori, in grado di produrre fiori e frutti. La più conosciuta è la Posidonia capace di formare veri e propri prati<strong>.<br></strong><br></div><div> <br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:31:52 UTC</pubDate>
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         <title>Martina D. </title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO (OBBIETTIVO 13)<br><br></div><div>Il cambiamento climatico è ormai universalmente riconosciuto come la principale e la più urgente crisi ambientale, il cui controllo è determinante per tutta la strategia globale e per tutti gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.<br><br></div><div>Si tratta di contenere l’aumento dell’anomalia termica rispetto al periodo preindustriale, ormai vicina a +1°C, che è funzione della concentrazione di gas serra (GHG) in atmosfera che determina lo scambio termico ai confini dell’atmosfera e, quindi, il riscaldamento medio della superficie terrestre.<br><br></div><div>All’atto dell’approvazione dell’Agenda 2030 da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU (settembre 2015) il negoziato climatico multilaterale era ancora in pieno divenire. Per questa ragione l’obiettivo 13 non ha definito con precisione i target climatici, lasciando che fosse la sopravveniente COP 21 a stabilire tempi, modi ed obiettivi. Con l’Accordo di Parigi di dicembre 2015 (il quale è parte integrante dell’Agenda 2030), sorretto dallo straordinario consenso e perfino dall’emozione che ha unito ben 195 Paesi, praticamente l’umanità intera, l’obiettivo è il contenimento dell’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo tutti gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. Questo contenimento ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico e consentirebbe di raggiungere la neutralità carbonica (emissioni uguali agli assorbimenti) nella seconda metà del secolo. Ciò richiederà profondi cambiamenti del modello di sviluppo globale e dei singoli paesi, una rapida avanzata della green economy verso la decarbonizzazione delle economie, con conseguente anticipazione del picco mondiale delle emissioni ben prima del 2030.<br><br></div><div>L’Accordo di Parigi si basa sugli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra presentati dalle Parti (INDC - Intended Nationally Determined Contributions) che, una volta ratificato da almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali, diventeranno di fatto vincolanti. Al momento del G20 di Hangzhou in Cina (primi di settembre 2016), hanno ratificato l’Accordo 27 paesi (per un totale del 39% delle emissioni globali), tra cui Cina e Stati Uniti. Con la ratifica EU i paesi sarebbero effettivamente 55, sfiorando il 55% delle emissioni ma, per ora, solo la Francia ha il mandato parlamentare per tale ratifica.<br> Gli impegni finora presi non sono sufficienti per assicurare gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale ed è già previsto un sistema di verifiche per aggiornare e migliorare gli impegni nazionali. Nel 2018 è convocato un dialogo di facilitazione per fare il punto sul raggiungimento degli obiettivi a lungo termine e sul picco delle emissioni; entro il 31 dicembre 2020 tutti i paesi con un obiettivo dichiarato al 2025 (come gli Stati Uniti) dovranno presentare un nuovo piano di impegni nazionali, mentre agli altri si chiede di aggiornare il loro o comunicarne una nuova versione. Ai paesi sviluppati si chiedono target in termini di emissioni assolute a tutti i livelli economici, mentre i paesi in via di sviluppo potranno muoversi in tempi meno rigidi. Entro il 2023 sarà fatto un inventario globale degli sforzi e dei risultati.<br><br></div><div>L’Accordo di Parigi definisce in dettaglio i contenuti dei target 13.1 e 13.2 e quindi, correttamente, la proposta avanzata per gli indicatori dell’obiettivo 7 non fa riferimento alle emissioni GHG nazionali e globali, ma solo agli impegni per l’adattamento, all’anomalia termica globale (che è l’indicatore guida dell’Accordo di Parigi) ed ai finanziamenti per gli aiuti alla lotta al cambiamento climatico (100 Mld di dollari su base annua al 2030). Poiché però si richiede a tutti i paesi un aumento sostanziale delle ambizioni, è opportuno che a livello nazionale siano monitorate le emissioni GHG, si controlli che raggiungano il picco delle emissioni “al più presto” e che si vada entro il 2050 ad una decarbonizzazione completa delle economie, così come richiedono i modelli matematici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per assicurare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi per la fine del secolo.<br><br></div><div>Italia ed Europa hanno già superato il picco, come anche gli Stati Uniti e ci si attende altrettanto dalla Cina e dagli altri emettitori grandi e medi. A Parigi è stata data la notizia che per la prima volta le emissioni GHG cinesi non sono cresciute nel 2015 per effetto di un’ampia dismissione dei più obsoleti impianti di generazione elettrica a carbone. Che si tratti del picco delle emissioni e dei relativi consumi energetici solo i dati dei prossimi anni potranno accertarlo.<br><br></div><div>La dominanza dell’obiettivo della mitigazione e dell’adattamento climatico fa sì che l’obiettivo 13 sia fortemente connesso con molti altri, a partire dal Goal 7 sull’energia e ai suoi target sull’energia rinnovabile, e dal Goal 15, relativo alla vita sulla terra, per le misure di mitigazione legate allo stoccaggio della CO2 nelle biomasse e nel suolo (pari al 25%) e per tutte le misure di adattamento ai cambiamenti climatici basate sui servizi eco-sistemici. Il target 13.1 si collega diffusamente con i target degli obiettivi 6, 14, 15, con quelli del Goal 2 sull’agricoltura sostenibile (2.3, 2.4, 2.5), con l’11b per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e la resilienza ai disastri, e il target 11.5 per la riduzione dei morti e dei danni economici da calamità. Tutte le politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno effetti diretti sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria integrandosi ancora con gli obiettivi 15 (protezione degli ecosistemi), 3 sulla salute (in particolare il target 3.9) e il target 11.6 sulla riduzione dell’inquinamento pro-capite.<br><br></div><div>I target 13.a, la piena operatività del “Green Climate Fund” di Parigi e Cancún attraverso la sua capitalizzazione nel più breve tempo possibile e il 13.b, finalizzato ad aumentare la capacità di gestione del cambiamento climatico nei paesi meno sviluppati e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (aumentando il ruolo delle donne, dei giovani e delle comunità locali ed emarginate), si integrano con i target 7.a e 7.b e sono supportati dai target 17.16, 17.17, 17.18, 17.19 sul partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.<br><br></div><div>Cambiamenti climatici<br><br></div><div>A volte questo termine viene utilizzato come sinonimo di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Riscaldamento_globale">riscaldamentoglobale</a>, ma in realtà genericamente esso comprenderebbe in sé anche le fasi di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Raffreddamento_globale">raffreddamentoglobale</a> e la modifica dei regimi di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Precipitazioni">precipitazione</a>. La <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_quadro_delle_Nazioni_Unite_sui_cambiamenti_climatici">ConvenzionequadrodelleNazioniUnitesuicambiamenticlimatici</a> (United Nations Framework Convention on Climate Change o UNFCCC) utilizza il termine mutamenti climatici solo per riferirsi ai cambiamenti climatici prodotti dall'uomo e quello di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Variabilit%C3%A0_climatica">variabilità climatica</a>per quello generato da cause naturali. In alcuni casi, per riferirsi ai mutamenti climatici di origine antropica si utilizza l'espressione mutamenti climatici antropogenici. Grazie alla <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Paleoclimatologia">paleoclimatologia</a>, la scienza che studia il clima passato della Terra, si sa infatti che la storia climatica della Terra attraversa continue fasi di cambiamenti climatici più o meno rapidi e più o meno ciclici, passando da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Era_glaciale">Ere Glaciali</a> ad Ere Interglaciali (considerando milioni di anni), da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Glaciazioni">Periodi glaciali</a> a Periodi interglaciali (considerando migliaia di anni), da momenti di raffreddamento a momenti di riscaldamento (considerando decine e centinaia di anni).<br><br></div><div>Nello studio dei mutamenti climatici bisogna considerare questioni pertinenti ai più diversi campi <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Scienza">scientifici</a>, dunque con caratteristiche tipiche di interdisciplinarità: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Meteorologia">Meteorologia</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Fisica">Fisica</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Oceanografia">Oceanografia</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Chimica">Chimica</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Astronomia">Astronomia</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Geografia">Geografia</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Geologia">Geologia</a> e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Biologia">Biologia</a> comprendono molti aspetti correlati a questo problema, che può essere quindi considerato squisitamente di ambito multidisciplinare. Molti dei parametri che influenzano il clima sono in lento, ma continuo mutamento (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Attivit%C3%A0_solare">attività solare</a>, caratteristiche atmosferiche, parametri interni o esterni al pianeta,...) tanto che il clima di per sé, sul medio-lungo periodo, non è mai puramente statico, ma sempre in cambiamento, più o meno lento, alla ricerca di un nuovo equilibrio all'interno del sistema climatico passando da fasi più calde a fasi più fredde. Quando un mutamento climatico avviene a scala temporale ristretta, ad esempio annuale, si parla più propriamente di <a href="https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Anomalia_climatica&amp;action=edit&amp;redlink=1">anomalia climatica</a>tipicamente rientrante all'interno della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Variabilit%C3%A0_climatica">variabilità climatica</a> se non addirittura nella <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Variabilit%C3%A0_meteorologica">variabilità meteorologica</a> della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Circolazione_atmosferica">circolazione atmosferica</a> (<a href="https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Anomalia_meteorologica&amp;action=edit&amp;redlink=1">anomalia meteorologica</a>).<br><br></div><div>In generale nello studio di un cambiamento climatico si evidenziano due distinte fasi: la rilevazione  dell'avvenuto mutamento climatico, in genere facendo riferimento all'analisi statistica di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Serie_storica">serie storiche</a> dei dati atmosferici che costituiscono dunque le evidenze sperimentali, e l'attribuzione delle cause di tale mutamento, sulla scorta di studi mirati, che possono essere dunque naturali e/o antropiche. In base a questi studi si evidenzia una causa naturale fino al secolo scorso ma, per gli ultimi 150 anni, la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Comunit%C3%A0_scientifica">comunità scientifica</a> li ritiene dovuti all'azione dell'uomo, sotto forma di alterazione dell'<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_serra">effetto serra</a>. In particolare secondo il 5° Report sui cambiamenti climatici dell'<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Intergovernmental_Panel_on_Climate_Change">Intergovernmental Panel on Climate Change</a> (IPCC), "Il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile, e, dal 1950, molti dei cambiamenti osservati sono senza precedenti nei precedenti decenni e millenni. L'atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, la massa di neve e ghiaccio è diminuita, il livello del mare è aumentato, e le concentrazioni di gas ad effetto serra sono aumentate". Le conseguenze sulla comprensione o meno dei problemi correlati ai mutamenti climatici hanno profonde influenze sulla società umana, che deve confrontarsi con essi anche dal punto di vista <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Economia">economico</a> e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Politica">politico</a>.<br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:36:05 UTC</pubDate>
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         <title>Antonio P. </title>
         <author></author>
         <link>https://padlet.com/anna_campofreda/313ynmbj8qbu/wish/161448744</link>
         <description><![CDATA[<div>L'acqua è fondamentale per la presenza e l'evoluzione della vita sulla Terra e per l'esistenza degli esseri umani. L'alterazione del ciclo idrico globale influisce, a sua volta, sulla biodiversità, sull'alimentazione umana, sulla salute e la funzionalità degli ecosistemi.<br>Quasi 5,6 miliardi di persone vivono in aree con altri rischi per la sicurezza dell'approvigionamento idrico. Di fatto l'Italia è in linea con i target 6.1 poichè risulta dall'ultimo censimento delle acque nel 2012 che solo il 0,2% della poplazione non è servita da impianti idrici ma attinge da pozzi privati.<br>L'economia attuale disumanizza ed emargina la popolazione più debole e più vulnerabile. Sono queste le parole di Papa Francesco che in occasione della "rome Roundtable", il Papa ha incontrato i partecipanti all'evento ribadendo, in primo luogo, l'inaccettabilità della considerazione disumana che uomini, donne e bambini subiscono dal sistema mondiale. La speranza del Papa risiede nei sentimenti e nelle azioni di solidarietà che si sono sviluppati parallelamente a queste condizioni di sofferenza umana, infatti, il Papa sottolinea che per raggiungere veramente una globalizzazione solidale e cooperativa, occorre non essere indifferenti verso chi è sottoposto a operatori  economici e politici affinchè utilizzino le loro risorse per corregere l'impostazione dell'attuale globalizzazione.<br>Dall'encilica del nostro Papa, abbiamo trovato delle citazioni che riguardano la radice della crisi ecologica:<br>"Poi proverò ad arrivare alle radici edlla situazione attuale, in modo da coglierne non solo  sintomi ma anche le cause più profonde."<br>Questo capitolo dell'Encilica del Papa, si divide in tre sezioni:<br>1- La tecnologia: creatività e potere;<br>2- La Globalizzazione del paradigma tecnocratico;<br>3- La crisi e le sue conseguenze dell'antropocentrismo moderno.<br><br>Infine c'è un altro capitolo dell'Encilica dove il Papa dice:<br>"Cosi potremo proporre un'ecologia che, nelle sue diverse dimensioni, integri il posto specifico che 'essere umano occpua in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda."<br>Questo Capitolo comprende le diverse azioni:<br>1- Ecologia ambientale, economia e Sociale;<br>2- Ecologia culturale;<br>3- Ecologia della vita quitidiana;<br>4- il Principio del Bene Comune;<br>5- La Giustizia tra le Generazioni.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:38:34 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[]]></description>
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         <pubDate>2017-03-21 11:45:54 UTC</pubDate>
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         <title>Antimo B</title>
         <author></author>
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         <description><![CDATA[<div>      <strong>   Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile        </strong>                                                                                                                                          Gli oceani e i mari caratterizzano profondamente il nostro Pianeta, coprendolo per più dei due terzi della sua superficie. Essi producono la metà dell’ossigeno che respiriamo e assorbono il 30% delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica (anche se ormai questa capacità di assorbimento inizia a fornire segni critici, mentre cresce in maniera preoccupante lo stato di acidificazione degli oceani del mondo).</div><div> I servizi che gli oceani provvedono quotidianamente e gratuitamente all’umanità sono straordinariamente importanti e sono stati quantificati, per difetto, in 2.500 miliardi annui. Questo “prodotto annuale marino” (Gross Marine Product, GMP) corrisponderebbe al PIL della settima economia mondiale. Peraltro, il mare ha una particolare rilevanza per le caratteristiche geografiche dell’Italia: il 28% della popolazione risiede nel territorio litoraneo e i settori della pesca e del turismo dipendono dalla qualità degli ecosistemi marini e costieri.<br><br></div><div> L’obiettivo 14, con riferimento specifico agli ecosistemi marini, rinnova gli impegni internazionali già assunti dall’Italia con la sottoscrizione della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD - 1992) e i relativi Aichi target al 2020, da cui è derivata la Strategia Nazionale per la Biodiversità 2011-2020 (SNB).<br><br></div><div> Il quadro normativo italiano è essenzialmente rappresentato dal D.Lgs 290/2010 di recepimento della Direttiva europea 2008/56/CE, che prevede l’istituzione di un quadro diretto all’elaborazione di strategie per l’ambiente marino e all’adozione delle misure necessarie a conseguire e a mantenere un buono stato ambientale entro il 2020. La Direttiva stabilisce che gli Stati Membri elaborino una strategia per l’ambiente marino che si basi su una valutazione iniziale, sulla definizione del “buono stato ambientale”, sull’individuazione dei traguardi ambientali e sull’istituzione di programmi di monitoraggio. Per “buono stato ambientale” (GES, Good Environmental Status) delle acque marine la Direttiva intende la capacità di preservare la diversità ecologica, la vitalità dei mari e degli oceani affinché siano puliti, sani e produttivi, mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino ad un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future.<br><br></div><div> In attuazione della Direttiva, l’Italia, ha avviato nel 2012 il processo di elaborazione della Strategia per l’Ambiente Marino, stabilendo che il Ministero dell’ambiente funga da Autorità competente per la Strategia, con specifiche funzioni di coordinamento delle attività nazionali. L’attuazione pratica, prevedendo un approccio ecosistemico per il conseguimento al 2020 del GES (definito da 11 descrittori previsti dalla Direttiva), è già, nei principi, allineato al conseguimento dei diversi target del Goal 14 relativi alla riduzione dell’inquinamento marino (14.1, il quale interagisce con i Goal 2 - agricoltura sostenibile, 6 - acqua e 15 - ecosistemi terrestri) e dell’acidicazione (14.3, su cui incidono i Goal 7 e 13 considerati sulla scala globale piuttosto che nazionale).<br><br></div><div> I target 14.2 (protezione degli ecosistemi marini e costieri) e 14.4 (lotta alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc. e ricostituzione degli stock ittici) riguarda più specificamente la gestione responsabile e sostenibile delle risorse marine, ittiche e costiere e rientra negli ambiti dedicati della Strategia Nazionale per la Biodiversità (SNB) e della Convenzione per la Biodiversità (CBD) e con gli Aichi target, interagendo dunque ancora con il Goal 15. Peraltro, con l’entrata in vigore della Politica Comune della Pesca, dal 1º gennaio 2014 (Regolamento UE N. 1380/2013), il target 14.2 è supportato da uno strumento normativo che, se applicato, dovrebbe consentire di conseguire il risultato.<br><br></div><div> Anche il target 14.5 (protezione delle zone costiere e marine) rientra nello stesso ambito e richiede un mantenimento qualitativo rispetto al risultato quantitativo già consolidato del 19,1% e un’auspicabile estensione per meglio conseguire anche gli altri target di questo obiettivo. Il target 14.6 (vietare sovvenzioni e sussidi alla pesca che contribuiscono all’eccesso di capacità e alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata, ecc.) è collegato all’Aichi target 3 sull’eliminazione, al più tardi nel 2020, degli incentivi dannosi per l’ambiente.<br><br></div><div> Tralasciando i target meno rilevanti per l’Italia (come il 14.7, che riguarda i piccoli Stati insulari e in via di sviluppo) e di miglioramento delle condizioni di vita dei piccoli pescatori artigianali (14.b), va sottolineata l’importanza della ricerca scientifica (14.a) e del quadro di regole internazionali (14.c) che aiutino a migliorare lo stato di salute degli oceani, attività correlate ai target 17.16, 17,18, 17.19 per il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-03-22 20:30:49 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>anna_campofreda</author>
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         <pubDate>2018-03-12 18:31:55 UTC</pubDate>
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         <title></title>
         <author>anna_campofreda</author>
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         <pubDate>2018-03-12 18:34:27 UTC</pubDate>
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