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      <title>PADLET  SUL GIARDINO DI NINFA IL CASTELLO DI SERMONETA E L&#39;ABBAZIA DI VALVISCIUOLO by marco</title>
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      <description>REALIZATO DA MARCO DI MARZIO</description>
      <language>en-us</language>
      <pubDate>2017-05-17 15:26:16 UTC</pubDate>
      <lastBuildDate>2017-05-17 15:44:33 UTC</lastBuildDate>
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         <title>GIARDINO DI NINFA</title>
         <author>marco_dimarzio_roma</author>
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         <description><![CDATA[<div>l giardino di Ninfa è stato dichiarato Monumento Naturale dalla Regione Lazio nel 2000 al fine di tutelare il giardino storico di fama internazionale, l’habitat costituito dal fiume Ninfa, lo specchio lacustre da esso formato e le aree circostanti che costituiscono la naturale cornice protettiva dell’intero complesso, nelle quali è compreso anche il Parco Naturale Pantanello, inaugurato il 15 dicembre 2009.Il nome Ninfa deriva da un tempietto di epoca romana, dedicato alle Ninfe Naiadi, divinità delle acque sorgive, costruito nei pressi dell’attuale giardino. 
<br>A partire dal VIII l’Imperatore Costantino V Copronimo concesse a Papa Zaccaria questo fertile luogo, facente parte di un più vasto territorio chiamato Campagna e Marittima, entrò a far parte dell’amministrazione pontificia. Al tempo contava solo pochi abitanti, ma aveva assunto un ruolo strategico per la presenza della Via Pedemontana: trovandosi ai piedi dei Monti Lepini, era l’unico collegamento alle porte di Roma che conduceva al sud quando la Via Appia era ricoperta dalle paludi. Dopo l'XI secolo Ninfa assunse il ruolo di città e fra le varie famiglie che la governarono ricordiamo i Conti Tuscolo, legati alla Roma pontificia, e i Frangipani, sotto i quali fiorì l’architettura cittadina e crebbe la considerazione economica e politica di Ninfa, ricordiamo infatti che nel 1159 il cardinale Rolando Bandinelli fu incoronato pontefice Alessandro III nella Chiesa di Santa Maria Maggiore. Nel 1294 salì al soglio pontificio Benedetto Caetani, Papa Bonifacio VIII, figura potente e ambiziosa, che nel 1298 aiutò suo nipote Pietro II Caetani ad acquistare Ninfa ed altre città limitrofe, segnando l’inizio della presenza dei Caetani nel territorio pontino e lepino, presenza che sarebbe durante per sette secoli. 
<br>Pietro II Caetani ampliò il castello della città, aggiungendo la cortina muraria con i quattro fortini e innalzando la torre, già presente, a 32 metri, e realizzò il palazzo baronale.
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<br>Nel 1382 Ninfa fu saccheggiata e distrutta da parte di Onorato Caetani sostenitore dell’antipapa Clemente VII nel Grande Scisma e avverso al ramo dei Caetani che possedevano Ninfa, i Palatini sostenitori di Urbano VI. 
<br>La città non fu più ricostruita, anche a causa della malaria che infestava la pianura pontina, i cittadini sopravvissuti se ne andarono lasciando alle spalle i resti di una città fantasma, gli stessi Caetani si spostarono a Roma e altrove. Nonostante ciò le chiese continuarono ad essere officiate dagli abitanti delle vicine colline per tutto il XV e in parte del XVI secolo, per poi essere del tutto abbandonate. Oggi rimangono i ruderi di San Giovanni, San Biagio, San Pietro fuori le mura, San Salvatore e Santa Maria Maggiore, cui parte degli affreschi furono distaccati nel 1971 per essere custoditi nel castello Caetani di Sermoneta. 
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<br>Nel XVI secolo il cardinale Nicolò III Caetani, amante della botanica, volle creare a Ninfa un ‘giardino delle sue delizie’. Il lavoro fu affidato a Francesco da Volterra che progettò un hortus conclusus, un giardino delimitato da mura con impianto regolare, proprio accanto alla rocca medievale dei Frangipane. Alla morte del cardinale quel luogo di delizie, in cui furono coltivate pregiate varietà di agrumi, fra cui il Citrus Cajetani, e allevate trote di origine africane, fu abbandonato. Un nuovo tentativo di insediamento fu fatto da un altro esponente della famiglia Caetani nel XVII, il Duca Francesco IV, il quale ‘buono al governo dei fiori’, si dedicò alla rinascita dell’hortus conclusus ma la malaria costrinse anche lui ad allontanarsi da Ninfa. Della sua opera rimangono le polle d'acqua e le fontane. 
<br>Durante l’Ottocento il fascino delle sue rovine attirò molti viaggiatori che percorrevano l’Italia riscoprendo l’antico: la ‘Pompei del Medioevo’, come la definì Gregorovius, era un luogo spettrale, magico e incancellabile dalla memoria di chi la vide. 
<br>Alla fine dell'Ottocento i Caetani ritornarono su i possedimenti da tempo abbandonati. Ada Bootle Wilbraham, moglie di Onoraro Caetani, con due dei sui sei figli, Gelasio e Roffredo, si occuparono di Ninfa decidendo di crearvi un giardino in stile anglosassone, dall’aspetto romantico. Bonificarono le paludi, estirparono gran parte delle infestanti che ricoprivano i ruderi, piantarono i primi cipressi, lecci, faggi, oggi maestosi, rose in gran numero, e restaurarono alcune rovine, fra cui il palazzo baronale, che divenne la casa di campagna della famiglia, oggi sede degli uffici della Fondazione Roffredo Caetani. 
<br>La realizzazione del giardino fu guidata soprattutto da sensibilità e sentimento, seguendo un indirizzo libero, spontaneo, informale, senza una geometria stabilita. Marguerite Chapin, moglie di Roffredo Caetani, continuò la cura del giardino introducendo nuove specie di arbusti e rose e negli anni Trenta del Novecento aprì le sue porte all’importante circolo di letterati ed artisti legato alle riviste da lei fondate, “Commerce” e “Botteghe Oscure”, come luogo ideale in cui ispirarsi. 
<br>Durante la Seconda Guerra Mondiale la famiglia Caetani si rifugiò nel castello Caetani di Sermoneta, facendo ritorno a Ninfa solo dopo il 1944, il giardino nel mentre fu utilizzato come base per le munizioni da parte dei soldati tedeschi, che ne preservarono l’integrità grazie agli alberi presenti che favorirono la possibilità di mimetizzarsi. L’ultima erede e giardiniera fu Lelia, figlia di Roffredo Caetani. Donna sensibile e delicata, curò il giardino come un grande quadro, accostando colori e assecondando il naturale sviluppo delle piante, senza forzature, ed evitando l’uso di sostanze inquinanti. Aggiunse numerose magnolie, prunus e rose rampicanti, e, insieme alla madre Marguerite, realizzò accanto alle mura sud della città di Ninfa un rock garden, chiamato anche ‘colletto’. Donna Lelia morì nel 1977, ma prima della sua morte decise di istituire la Fondazione Roffredo Caetani al fine di tutelare la memoria del Casato Caetani, di preservare il giardino di Ninfa e il castello di Sermoneta, e di valorizzare il territorio pontino e lepino.
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<br>Un accenno alla flora del Giardino
<br>All’interno del giardino di Ninfa si incontrano varietà di magnolie decidue, betulle, iris palustri e una sensazionale varietà di aceri giapponesi, inoltre a primavera i ciliegi e meli ornamentali fioriscono in maniera spettacolare. 
<br>Fra le oltre 1300 piante diverse introdotte che è possibile ammirare negli otto ettari di giardino ricordiamo i viburni, i caprifogli, i ceanothus, gli agrifogli, le clematidi, i cornioli, le camelie.
<br>Molte varietà di rose rampicanti sono sostenute dalle rovine ed estendono i lunghi rami vigorosi sugli alberi quali:  Rosa banksiae banksiae, RosaTausendshön, Rosa 'Mme. Alfred Carriere', Rosa filipes 'Kiftsgate', Rosa 'Gloire de Dijon', Rosa ‘Climbing Cramoisi Supérieur’.Le rose arbustive bordano il fiume, i ruscelli, i sentieri o formano aiuole come Rosa roxburghii, Rosa ‘Général Shablikine’, Rosa 'Mutabilis', Rosa hugoni, Rosa 'Ballerina', Rosa 'Iceberg', Rosa 'Max Graf', Rosa 'Complicata', Rosa 'Penelope, Rosa 'Buff Beauty'.
<br>Il clima particolarmente mite di Ninfa permette anche la coltivazione di piante tropicali come l’avocado, la gunnera manicata del Sud America e i banani. 
<br>Vi sono anche molti arbusti piantati non solo per la loro bellezza ma anche perché offrono ospitalità alle numerose forme di animali presenti fra cui si evidenzia il folto gruppo dell’avifauna rappresentato da oltre 100 specie censite.</div>]]></description>
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         <pubDate>2017-05-17 15:31:40 UTC</pubDate>
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         <title>CASTELLO CAETANI DI SERMONETA</title>
         <author>marco_dimarzio_roma</author>
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         <description><![CDATA[<div>Le origini del castello Caetani, situato nel borgo medievale di Sermoneta, risalgono al XIII quando la Santa Sede affidò alla famiglia baronale degli Annibaldi le città di Sermoneta, Bassiano, San Donato e altri territori annessi.<br><br>Gli Annibaldi costruirono un’imponente rocca caratterizzata dal Maschio, una torre alta 42 metri e da una contro torre, detta Maschietto. La rocca rappresentava il fulcro della vita cittadina, con la Chiesa di San Pietro in Corte edificata in Piazza D’Armi e l’ampia cisterna per la raccolta dell’acqua piovana costruita per ovviare alla mancanza d'acqua dovuta all’elevata posizione geografica.<br><br> <br><br>Nel 1297 Pietro II Caetani, Conte di Caserta, comprò Sermoneta, Bassiano e San Donato per la somma di 140 mila fiorini d’oro e Ninfa per 200 mila. Gli Annibaldi si trovavano in difficili condizioni economiche, non fu quindi difficile per il Caetani impossessarsi di quei territori che avevano un’importanza strategica: alle porte di Roma, vicini al mar Tirreno e attraversati dalla via Appia e dalla via Pedemontana, al tempo unico collegamento percorribile per coloro che si recavano al sud.<br><br>I Caetani avviarono lavori di ampliamento e costruzione. Un’opera imponente risalente al XIV è la “Sala dei Baroni”, lunga 22 metri, adibita a centro di discussione degli affari del feudo.<br><br>I Caetani dimorarono stabilmente presso il castello solo a partire dal Quattrocento, quando Giacomo II ottenne i diritti di vicariato generale.<br><br>Nella seconda metà del Quattrocento, salì al potere Onorato III Caetani anch’egli si dedicò all’edilizia, ma soprattutto all’arte. Risalgono al 1470 le “Camere Pinte”, stanze affrescate con figure mitologiche dipinte da artista ignoto, probabilmente appartenente alla Scuola del Pinturicchio.<br><br>Nel 1499 l’ascesa dei Caetani fu interrotta da Alessandro VI Borgia che li scomunicò con una bolla pontifica, togliendo loro beni, privilegi e diritti.<br><br>Sotto i Borgia il castello divenne una fortezza militare, fortificarono la cinta muraria, distrussero l’ultimo piano del Maschio e rasero al suolo la Chiesa di San Pietro in Corte, senza alcun rispetto per le spoglie dei Caetani ivi sepolte sin dal 1400. Il castello divenne impenetrabile tanto che, nel 1536, lo stesso Carlo V con 1000 cavalli e 4000 fanti non riuscì ad espugnarlo.<br><br>Alla morte di Alessandro VI, Giulio II nel 1504 riconfermò i Caetani Signori di Sermoneta.<br><br>Nel Seicento Sermoneta non aveva più l’importanza strategica di un tempo, così i Caetani si trasferirono altrove: iniziò il lento abbandono del castello. Nel Settecento subì devastazioni e saccheggi da parte di militari spagnoli e francesi, durante l’Ottocento era in tali cattive condizioni che venne dato in affitto come magazzino militare e per derrate alimentari. Solo alle fine dell’Ottocento i Caetani tornarono ad occuparsene avviando imponenti lavori di restauro e trasformandolo in centro sociale e educativo.<br><br>Oggi la Fondazione Roffredo Caetani lo tutela e conserva, cercando di perpetuare l’opera iniziata dal plurisecolare Casato.<br><br> <br><br>ITINERARIO PER I VISITATORI<br><br>Dopo aver acquistato il biglietto d’ingresso e sostato per qualche minuto nel Piazzale degli Olmi, il gruppo, accompagnato da una guida, si incammina verso la Piazza d’Armi attraversando i primi due ponti levatoi.<br><br>Qui, in quello che un tempo era un luogo d’incontro per la vita militare ed oggi è uno spazio per importanti manifestazioni musicali, ha inizio la visita vera e propria al castello: sostando in questo grandissimo cortile e circondata dalle imponenti mura di cinta, dalla torre Maschio e dai palazzi signorili, la guida illustra le tappe storiche che hanno segnato la vita del maniero. Terminata quest’introduzione, si prosegue all’interno della ‘Casa del Cardinale’, unico edificio ad uso abitazione costruito durante l’epoca borgiana; al suo interno, oltre a quadri e ad eleganti arredi propri del castello, trovano posto anche gli affreschi provenienti da Ninfa.<br><br>Proseguendo nell’itinerario si scende la scalinata che porta alla vecchia mola, un fabbricato a due piani fatto erigere da Onorato Caetani a metà del quattrocento, destinata ad accogliere le attrezzature dove si macinava il grano del feudo, e alle scuderie con soffitto a botte, utilizzate sino a dieci anni fa per concerti di musica da camera.<br><br>Attraversando Piazza d’Armi si arriva alla ‘Sala dei Baroni’, ambiente in cui avevano luogo feste e banchetti. Quindi si passa nelle adiacenti stanze da letto, dette ‘Camere Pinte’, i cui affreschi della seconda metà del Quattrocento sono gli unici del castello ad essere sopravvissuti nella loro quasi totale interezza. Infine, dopo aver attraversato le sale della servitù ed essere tornati nuovamente nel cortile del castello, si giunge alla cucina, dove giganteggia l’antica cappa del camino.<br><br>A questo punto, l’itinerario di visita si concentra sui luoghi di difesa: il camminamento di ronda e le torri Maschio e Maschietto, per accedere alle quali si supera un terzo ponte levatoio. Entrambe le torri erano non solo un luogo di difesa ma anche l’ambiente dove solitamente risiedeva il signore: al primo piano del Maschio, ancora perfettamente conservata si trova una camera da letto con arredi prevalentemente cinquecenteschi; quest’ambiente e lo studio nel maschietto furono usati anche nei primi anni del Novecento da Gelasio Caetani nel periodo in cui stava effettuando lavori di restauro.<br><br>Dalle stanze delle torri, attraverso il passaggio di un quarto ponte levatoio, si esce all’aperto per una passeggiata lungo il camminamento di ronda, dove padroneggiano le possenti fortificazioni merlate dell’epoca Borgia. Infine, la visita si conclude con il suggestivo passaggio nella cosiddetta ‘lunga batteria’, una sorta di tunnel ricavato all’interno delle mura di cinta che conduce fino al secondo ponte levatoio adiacente alla Piazza d’Armi.<br><br><br><br><br></div>]]></description>
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         <pubDate>2017-05-17 15:33:15 UTC</pubDate>
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         <title>ABBAZIA DI VALVISCIOLO</title>
         <author>marco_dimarzio_roma</author>
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         <description><![CDATA[<div>STORIA<br>Edificata in rigoroso stile romanico-cistercense è uno dei massimi capolavori del genere della provincia dopo l'abbazia di Fossanova. La tradizione vuole che questa abbazia sia stata fondata nel XII secolo da monaci greci e sia stata occupata e restaurata dai Templari nel XIII sec. Quando nel XIV secolo questo ordine venne disciolto subentrarono i Cistercensi.<br><br>A questa abbazia è legata una leggenda medioevale, dove si narra che nel 1314, quando venne posto al rogo l'ultimo Gran Maestro Templare, Jacques de Molay gli architravi delle chiese si spezzarono. Ancora oggi, osservando attentamente l'architrave del portale principale dell'abbazia, si riesce a intravedere una crepa. Gli indizi della presenza Templare sono costituiti da alcune caratteristiche croci: nel primo gradone del pavimento della chiesa, nel soffitto del chiostro e quella più famosa di tutte scolpita nella parte sinistra dell'occhio centrale del rosone, venuta alla luce nei restauri di inizio secolo. In tempi recenti, sul lato occidentale del chiostro, abbattendo un muro posticcio, sono venute alla luce, graffite sull'intonaco originale, le cinque famose parole del magico palindromo: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, con la variante, sinora un unicum, che le venticinque lettere sono disposte in cinque anelli circolari concentrici, ognuno dei quali diviso in cinque settori, in modo da formare una figura simile ad un bersaglio.<br><br>Nel 1411 l'abbazia fu ceduta in commenda a Paolo Caetani. Nel 1523 fu declassata da Clemente VII a priorato semplice. Nel 1529 fu ridotta a priorato secolare. Tra il 1600 e il 1605 fu abitata dai cistercensi della congregazione dei Foglianti fino al 1619. Tra il 1619 e il 1635 l'abbazia fu abitata dai Minimi di san Francesco di Paola. Tornarono nuovamente i Foglianti che l'abitarono fino alla Soppressione degli Ordini religiosi voluta da Napoleone Buonaparte. Pio IX fece due importanti visite all'abbazia nel 1863 e nel 1865. Fu per volere di Pio IX che l'abbazia divenne priorato conventuale dipendente dalla congregazione di Casamari. Il 5 luglio 1888 il Priore D. Bartolomeo M. Daini riscattò il complesso monastico messo all'asta dal Comune di Sermoneta con la somma di 10.150 £. Ora l'abbazia continua ad essere abitata dai monaci cistercensi della congregazione di Casamari. Nel marzo 2014 è festeggiato a Sermoneta e a Valvisciolo il 150º anniversario del ritorno dei monaci voluto dal citato papa Pio IX.<br><br>ARCHITETTURA<br><br>L'interno della chiesa, a tre navate suddivise da pilastri e colonne, presenta pareti spoglie di affreschi secondo i canoni del "memento mori" dei cistercensi che evitavano gli sfarzi architettonici perché non contava per loro la materialità ma, invece, la spiritualità.<br><br>Sul fondo della navata sinistra si trova la cappella di San Lorenzo. Affrescata nel 1586-89 dal pittore Niccolò Circignani detto il Pomarancio su commissione del cardinale Enrico Caetani e di Onorato IV. Questo ciclo di affreschi fu realizzato in occasione della visita di papa Sisto V nel ducato Caetani. All'interno della cappella vi sono molti cenni autocelebrativi riferiti al titolo ducale che nel 1586 fu concesso proprio a Onorato IV.Infatti vi sono presenti moltissime corone ducali sorrette da puttini. Interessantissimo l'autoritratto del Pomarancio che la studiosa Sonia Testa ha scoperto fra la decorazione a grottesche della volta, in prossimità delle due vele con l'episodio in cui San Lorenzo opera la conversione di Lucilio e quella con l'episodio in cui san Lorenzo battezza in carcere san Romano. Sopra il portone d'ingresso si può notare un rosone. Il chiostro sito alla destra dell'abbazia guardando la facciata ha un giardino vivacemente colorato.<br><br>L'abbazia è ubicata a 116 m s.l.m. su un contrafforte che si affaccia su una piccola valle, per tradizione medievale, detta "dell'usignolo". Il nome del complesso monastico sembrerebbe derivare dalla suddetta valle.</div>]]></description>
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