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      <title>La mia parete armonioso by paola massera</title>
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         <description><![CDATA[<div><br></div><div>Marianna de Leyva nel racconto di Alessandro Manzoni</div><div>29 aprile 2009 di <a href="https://culturasalentina.wordpress.com/author/redazioneculturasalentina/">Redazione</a></div><div><strong>di Lucia Lopriore</strong></div><div>Com’è noto, il fascino subìto dal <strong>Manzoni</strong> per la <em>Signora</em> deriva dall’avere letto le vicende della monaca nella <strong>Storia patria</strong> del Ripamonti: si tratta di fatti realmente accaduti a <strong>Marianna De Leyva</strong>, nata nel 1575, discente da nobile famiglia di origine spagnola feudataria di Monza.</div><div>Marianna diventò novizia all’età di tredici anni, nel monastero di Santa Margherita in Monza dove pronunciò i voti assumendo il nome di Suor Virginia Maria. Nel monastero godeva di ampia libertà, era maestra delle educande e da tutti era chiamata <strong>La Signora</strong>. Divenuta l’amante del giovane e ricco Gian Paolo Osio, Egidio nel romanzo, fu sua complice in una serie di delitti, dettati dalla necessità di mantenere segreta la relazione amorosa da cui nacquero due figli, uno morto alla nascita e l’altra, una bambina, che il padre tenne con sé.<br> <br> L’ultimo omicidio, quello della giovane conversa Caterina da Meda, accrebbe i sospetti a tal punto che il cardinale Borromeo ordinò che fosse svolta un’inchiesta. Tutti i responsabili, comprese le suore complici, furono condotti in giudizio. Gian Paolo Osio, riconosciuto colpevole, fu condannato a morte, mentre suor Virginia, per decreto ecclesiastico, fu murata viva nella cella del Monastero delle Convertite di Santa Margherita in Milano, dove rimase per tredici anni.</div><div>Con la <em>Signora</em> il Manzoni affronta il <strong>tema della monacazione forzata</strong>, ancora molto sentito all’epoca in cui il romanzo fu scritto, per parlare metaforicamente della violenza cieca del potere, delle passioni e delle ansie di libertà adolescenziali che, se mortificate ad arte, possono condurre a pericolose instabilità.</div><div>L’idea di <strong>scrivere un grande romanzo storico</strong> nasce dopo il fallimento dell’insurrezione liberale del ’21 in Piemonte. A tale riguardo egli scriverà: <em>[…]Per togliermi al dispiacere della fallita impresa sono andato a passare alcuni giorni a Brusuglio, portando meco le storie milanesi del Ripamonti […]. Già se non ci fosse stato Walter Scott a me non sarebbe venuto in mente di scrivere un romanzo. Ma trovati nel Ripamonti quegli strani personaggi della Signora di Monza, dell’Innominato, del Cardinal Federigo, e la descrizione della carestia e della rivolta di Milano, del passaggio dei Lanzichenecchi e della peste, […] ho pensato: ‘Non si potrebbe inventare un fatto a cui prendessero parte tutti questi personaggi ed in cui entrassero tutti questi avvenimenti? […].</em></div><div>Il Manzoni preciserà il concetto di romanzo storico nel suo saggio <em>Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione</em>, avviato nel 1828 e pubblicato nel 1845, laddove parla della possibilità di mettere insieme il personaggio storico con il personaggio immaginario, in modo tale che‚ attraverso la metafora, si possa raccontare del ‘600 parlando dell’800.</div><div>A suo avviso, mentre la <strong>Storia si occupa solo delle grandi vicende</strong>, il romanzo storico narra dell’uomo nella sua interezza, lo colloca in un dato momento, lo rappresenta, è la visione complessa, letteraria, dell’umanità che la Storia non può rendere. La metafora è indispensabile alla resa poetica di un grande scrittore di romanzo storico: operando sul linguaggio e sulla base della memoria di un passato che appartiene alla storia dell’uomo può, attraverso essa, confrontarsi col presente e porsi in posizione critica.</div><div>La prima stesura del romanzo dal titolo <strong>Fermo e Lucia</strong> rappresenta un’opera notevolmente diversa, per rapporti, dimensioni e struttura, dai <em>Promessi Sposi</em>. <em>La Signora</em> descritta dal Manzoni nel <strong>Fermo e Lucia</strong> possiede una propria autonomia narrativa e si può ben leggere come romanzo a se stante. L’autore nel capitolo relativo alle vicende della monaca di Monza occupa quasi tutto il secondo tomo del romanzo. L’episodio proposto in forma di romanzo, fortemente contratto nei Promessi Sposi, prende l’avvio dal momento in cui Agnese e Lucia, accompagnate dal padre guardiano dei Cappuccini, si presentano con una lettera di padre Cristoforo a Gertrude – Gertrude anche nei Promessi Sposi – confidando nella sua protezione.</div><div>Ne risulta un breve romanzo, strutturato come tale, laddove tutti personaggi, compresa Lucia, ruotano intorno a Gertrude straordinario già dall’iniziale descrizione in bianco e nero dell’immagine della protagonista, creata con inquietante misteriosità.</div><div><strong>Gertrude paga cara la sventura di essere nata femmina</strong>, dapprima col chiostro, poi con la reclusione nel convento delle convertite, dove il cardinale Borromeo la fa rinchiudere e dove raggiunge i limiti della follia prima di preferire ad essa la via dell’espiazione.</div><div>Si tratta di una strada che Gertrude aveva già percorso prima di pronunciare il sì al convento allorquando il principe***, scoperta una sua lettera inviata ad un paggio, la tiene prigioniera nella sua stanza: anche in quel caso <em>il pentimento</em> e l’espiazione per una colpa presunta diventano l’unica mossa possibile al divieto di parlare e di <em>veder mai un volto amico</em>.</div><div>Nel <strong>Fermo e Lucia</strong> l’andamento narrativo risulta dissimile dal rigoroso disegno strutturale dei Promessi Sposi. La differenza sostanziale tra le due opere consiste nell’uso diverso della lingua: durante il lungo soggiorno a Firenze del 1827 <em>per risciacquare i panni in Arno</em>, il Manzoni trova nel fiorentino una lingua unitaria per i suoi <strong>Promessi Sposi</strong>.</div><div>Ma al di là dell’aspetto filologico che assume una propria configurazione all’interno delle due opere, la diversità dello stesso personaggio narrato sta nel fatto che se la Gertrude del <strong>Fermo e Lucia</strong> è più conforme alla <strong>Marianna de Leyva</strong>, la seconda non lo è affatto e molto del carattere e della vita viene volutamente celato dall’autore, specie dopo la sua conversione al cattolicesimo.</div><div>A questo punto viene spontaneo domandarsi se <strong>Marianna de Leyva</strong> non fu colpevole più di quanto non lo fossero stati il padre, che la volle monaca a tutti i costi, la zia, che la educò all’idea di entrare in monastero, e il sistema che le negò ciò che per diritto di nascita le spettava, la Chiesa, che avrebbe dovuto accoglierla, capirla e perdonarla e non lo fece. La condannò ad una pena inesorabile quale fu la carcerazione a vita. Solo il reale convincimento del suo pentimento indusse il <strong>cardinale Borromeo</strong> a graziarla e a concederle di vivere il resto dei suoi giorni nella penitenza e nella riflessione.</div><div><br></div>]]></description>
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